12 luglio 1952 – L’intervento dell’on. Luigi Polano alla Camera dei Deputati

L’attività dei parlamentari comunisti, una volta venuti a conoscenza dei licenziamenti di molti operai, iscritti e simpatizzanti del PCI, si concentrò sul dato politico del fatto, evidentemente coscienti che quella poteva essere la sola via per determinare non tanto un ripensamento, che apparve subito di dubbia realizzazione, quanto per generare una crisi della politica del governo capace di portare a delle trattative utili ad attenuare o almeno moderare le conseguenze nefaste del provvedimento su centinaia e forse migliaia di lavoratori salariati. In Sardegna raccolsero la richiesta di aiuto parecchi parlamentari. Fra i più sensibili ci furono Renzo Laconi e Luigi Polano. Quest’ultimo fu incaricato di presentare la questione all’attenzione dell’assemblea a Montecitorio, ed in particolare al ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, il 12 luglio successivo. Trascriviamo qui di seguito il discorso da lui tenuto in quell’occasione.

Il presidente della Camera, Giovanni Gronchi, concesse la parola al deputato del PCI Luigi Polano in apertura di seduta: [1]

Gli onorevoli Polano e Laconi hanno presentato il seguente ordine del giorno:

«La Camera, considerato che l’arsenale di La Maddalena è dotato di attrezzature e maestranze atte ad impiego proficuo nell’interesse dell’economia nazionale, invita il Governo:

1° ) a sospendere i gravi provvedimenti di licenziamento relativi a 16 dipendenti della sezione arsenale della marina militare, licenziamenti in cui si teme di ravvisare un inizio di liquidazione dell’’arsenale con grave pregiudizio della vita economica e sociale della Sardegna;

2°) a predisporre i necessari provvedimenti per il potenziamento di quel complesso industriale in opere rivolte alla ricostruzione ed alla rinascita della Sardegna e dell’Italia». L’onorevole Polano ha la facoltà di svolgerlo”.

POLANO: “Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mio ordine del giorno riguarda i licenziamenti negli stabilimenti militari in Sardegna. Infatti, fra i 1300 lavoratori ai quali per ordine del ministro della difesa non è stato rinnovato il contratto di lavoro a partire dal 1° luglio del corrente anno, vi sono parecchie decine di lavoratori dipendenti degli stabilimenti militari in Sardegna, a La Maddalena, a Cagliari, a Sassari.

Mi soffermo particolarmente sui licenziamenti dell’arsenale di La Maddalena. In questo stabilimento militare 16 operai dipendenti col 1° luglio sono stati licenziati, non essendo stato rinnovato ad essi, il contratto di lavoro. Chi sono gli operai licenziati a La Maddalena? Quanto al lavoro prestato, uno dei licenziati è occupato all’arsenale dal 1932, quindi, da oltre 20 anni; 3 dei licenziati vi lavorano dal 1939, ossia da 14 anni; 1 dal 1941, vale a dire da 11 anni; 3 dal 1942 cioè da oltre 10 anni; 1 dal 1943, ossia da 9 anni; due dal 1946, ossia da 6 anni, ed 1 dal 1947, ossia da 5 anni. Dunque la maggior parte dei licenziati è costituita da operai che lavorano da un minimo di 5 anni ad un massimo di 20 anni nella sezione arsenale della marina militare di La Maddalena.

Per quanto riguarda il carico familiare, la maggior parte dei licenziati ha famiglia a carico, da un minimo di una persona ad un massimo di cinque o sei persone da mantenere. Per quanto riguarda le benemerenze verso la patria; fra i licenziati vi è un invalido di guerra decorato di croce di guerra; un combattente reduce dalla prigionia; diversi altri combattenti, un orfano di sottufficiale della marina militare per causa di servizio. Per quanto riguarda le funzioni pubbliche, fra i licenziati vi sono due consiglieri comunali recentemente eletti.

Per quanto riguarda l’attività sociale e sindacale, tre sono dirigenti sindacali della C.G.I.L.; uno è membro della commissione interna dell’arsenale.

Ed ora ecco i nomi dei licenziati, in ordine di anzianità; e sui quali devo richiamare l’attenzione dell’onorevole ministro. Primo, per anzianità, Capadonna Giuseppe, che lavora nell’arsenale dal 1932, da oltre 20 anni; è stato combattente, ha a carico moglie e figli.

Quest’uomo dopo aver lavorato venti anni viene gettato sul lastrico. Con quali motivazioni, signor ministro?.

Secchi Francesco: lavora dal 1939, è combattente, orfano di padre e di madre; col suo lavoro mantiene tre fratelli; membro del comitato direttivo del sindacato dipendenti dell’arsenale. E’ forse questa la sua colpa?.

Filinesi Mario: lavora dal 1939, è figlio di sottufficiale della marina deceduto per causa di servizio; col suo lavoro procura il pane a 4 persone di famiglia, madre e tre fratelli; membro del direttivo della Commissione interna. Forse questa è la sua colpa?.

Cossu Egidio: lavora dal 1939, famiglia a carico; moglie e figlio, consigliere comunale, recentemente eletto, segretario del sindacato dipendenti del Ministero della difesa, aderente alla C.G.I.L.. Questa e non altra deve essere la sua colpa, che non gli ha fatto rinnovare il contratto di lavoro.

Morelli Augusto: lavora dal 1941; famiglia a carico; moglie e figlio; consigliere comunale, membro del comitato direttivo del sindacato dipendenti dell’’arsenale, segretario della sezione del partito comunista a La Maddalena.

Deleuchi Paolo: lavora dal 1942. Acciaro Umberto, orfano di padre, lavora dal 1942. Amato Elio: lavora dal 1942, orfano di padre, madre e fratello a carico. Carta Antonio: lavora dal 1943. Del Giudice Pietro: lavora dal 1946, combattente, reduce dalla prigionia, famiglia a carico; moglie e figlia. Bruschi Sergio: lavora dal 1946, combattente, reduce dalla prigionia, famiglia a carico, moglie e due figlie, delle quali una cieca. [2]

Perché sono stati licenziati tutti questi operai dei quali ho detto i nomi? Perché non è stato loro rinnovato il contratto di lavoro? Vuole essere così cortese l’onorevole ministro della difesa di dare, qui pubblicamente, una spiegazione sulle ragioni per cui a questi operai di La Maddalena, che non sono colpevoli di altro che di avere cariche sindacali, di essere degli uomini che hanno delle idee politiche diverse da quelle del ministro della difesa, ma che hanno sempre compiuto il loro dovere nel proprio posto di lavoro, per quali ragioni ad essi non è stato rinnovato il contratto di lavoro? Nessuna giustificazione possibile vi è a questi licenziamenti. Questi operai da lungo tempo lavoravano all’arsenale ed il comando base era contento della loro opera. Il che è confermato dallo stesso comando base anche dopo i licenziamenti.

Ora, però, dopo quanto si è saputo nel corso di questo dibattito, è probabile che l’unica causa di licenziamento è che queste persone non siano desiderate per la loro posizione politica, per le loro idee politiche, per la loro attività sindacale o politica. Gente quindi, come è già stato detto, da mettere ai margini della società, gente che bisogna mettere a posto gettandola sul lastrico”.

PACCIARDI, Ministro della difesa: “Le ha dette radio Praga queste stupidaggini?”.

POLANO: “Sarebbero parole sue ad una delegazione operaia a Lodi: ella lo smentirà, se non è vero. Comunque il risultato pratico, detto o non detto, finisce per essere quello giusto. Vengono ‘messi a posto’ questi operai gettandoli sul lastrico!. Ma questa è gente che ha combattuto per la nazione. Molti sono combattenti, o hanno lavorato sotto i bombardamenti nel cantiere navale per tutto il periodo della guerra, perché molti di questi vi lavorava già nel periodo bellico fra il 1940 e il 1943. Fino alla fine della guerra hanno lavorato negli stabilimenti sotto il pericolo continuo dei bombardamenti. E bombardamenti vi sono stati infatti più volte nel 1943, come lei, onorevole, sa bene. Ma essi sono rimasti ai loro posti di lavoro, non hanno disertato le loro officine, hanno continuato a prestare la loro opera durante tutto il periodo della guerra, anche quando non erano convinti della necessità della guerra fatta dal fascismo.

Inoltre c’è un altro fatto molto importante: questi sono uomini stimati dalla popolazione. Infatti due di questi licenziati sono stati eletti recentemente al consiglio comunale. Questo vuol dire che il popolo li stima, ha fiducia di loro, li elegge. Essi fanno parte della maggioranza che ha vinto nelle recenti elezioni comunali con uno schieramento sotto la bandiera della rinascita di questa cittadina: sono quindi persone che il popolo conosce, ne apprezza la dirittura e l’onestà, ha in essi fiducia, li elegge al comune, alle direzioni sindacali, alle commissioni interne, cariche alle quali, come si sa, si accede per libere elezioni, democraticamente.

Questi uomini hanno contribuito ad orientare la popolazione della Maddalena in senso democratico e repubblicano. Onorevole ministro, ella sa che nel referendum istituzionale del 1946 le votazioni della Maddalena non hanno dato un brillante successo alle forze repubblicane. Ma alle elezioni del 1952 è risultato che la maggioranza della popolazione è sicuramente repubblicana. Anche se questi operai oggi licenziati non sono aderenti al partito repubblicano, tutti però hanno una fede repubblicana, sono decisi a lottare e a battersi per la Repubblica. Essi sono stati eletti al consiglio comunale; questo dimostra che la situazione politica di La Maddalena è cambiata dal 1946 ad oggi. E ciò una buona parte è opera di questi modesti ed onesti lavoratori, che con la loro attività e con il loro esempio hanno mostrato alla popolazione di La Maddalena che si può avere fiducia nel futuro della repubblica italiana. Oggi La Maddalena ha un sindaco socialista, repubblicano. Questo è il cambiamento che è avvenuto a La Maddalena. E lei vuol colpire questi uomini che hanno contribuito a diffondere nella popolazione di La Maddalena, la fede repubblicana, la fiducia nella Repubblica! Io penso a Garibaldi, dal suo avello nella vicina isola di Caprera, avrà esultato questa vittoria democratica, repubblicana delle forze popolari di La Maddalena. Non comprendo perché lei, invece, dovrebbe punire questi lavoratori onesti che hanno lavorato onestamente per tanto tempo nell’arsenale militare e che hanno una così ferma e profonda fede repubblicana” [3].

Il parlamentare sassarese, sorvolando sulla dicotomia che si era prodotta in seno alla comunità maddalenina, a livello politico, pose in rilievo l’effetto, sul piano emozionale, che la notizia di questi licenziamenti aveva causato: la popolazione de La Maddalena era addolorata.

Ma il dolore fu, principalmente, di quei padri che il giorno dopo non avrebbero potuto sfamare i propri figli in tenera età., di quei ragazzi che, orfani di padre, rappresentavano l’unico mezzo di sostentamento per la famiglia. “Tutta la massa operaia ha protestato”- sottolineava Luigi Polano – Telegrammi sono pervenuti a tutti i parlamentari sardi dai sindacati dell’arsenale, sia aderenti alla C.G.I.L., che alla C.I.S.L.. Ordini del giorno di protesta sono stati votati da assemblee sindacali.” [4].

La vicenda di dolore, in altri termini, aveva compiuto un salto di livello: l’Arsenale e la piazza si erano trasformate in agone politico.

T. Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] Cfr. AA. PP.. Seduta pomeridiana del 12 luglio 1952. Discussioni.

Luigi Polano nacque a Sassari, il 13 aprile 1897, da una famiglia piccolo borghese. Il padre, Giovanni Antonio, fu legato al gruppo radicale raccoltosi attorno al giornale ‘La Nuova Sardegna’, gruppo che, alla fine dell’ottocento rese vivace il dibattito politico nella città sarda. Il giovane Luigi, invece, scelse il socialismo. Nel 1913 presentò domanda di adesione alla federazione giovanile socialista. Due anni dopo, era già attivamente impegnato nell’opera di propaganda e di organizzazione. Conseguito il diploma di ragioniere, si impiegò nella filiale sassarese del Banco di Napoli, ma ogni momento libero era consacrato al partito. Il primo rapporto, conservato tra le carte della polizia è del 20 aprile 1916. Nel rapporto era comunicato che i sovversivi Luigi Polano, Antonio Cassetta, Giuseppe Meledina e Antonio Capitta erano stati eletti nel direttivo della federazione regionale dei giovani socialisti sardi che era stata appena costutita. Nel 1917, compiti i vent’anni, P. decise di trasferirsi a Roma, ufficialmente per seguire alcuni corsi di perfezionamento per la sua professione di bancario, di fatto per svolgere attività politica a livello nazionale. Fu chiamato da Costatino Lazzari alla segreteria del FGSI e, nello stesso periodo, insieme ad Amadeo Bordiga e a Bruno Cassinelli, assunse la direzione de L’Avanguardia, organo della federazione giovanile socialista. Nel 1919 aderì ufficialmente alla corrente massimalista del Partito Socialista e contribuì a diffondere in Italia l’appello di Lenin del 23 gennaio per la fondazione dell’Internazionale giovanile comunista. Tra il 1919 e il 1920 l’attività di P. si spostò “decisamente sul piano internazionale, nell’ambito di un impegno assiduo negli organi della gioventù rivoluzionaria europea e mondiale”. Partecipò al II Congresso dell’Internazionale Comunista, nel luglio del 1920, anche se si trovava a Mosca per rappresentare i giovani socialisti. Rientrato in Italia, il giovane attivista sardo fu tra i primi firmatari del documento di costituzione della ‘corrente’ comunista, all’intero del Partito Socialista. Nel 1921, a Livorno, toccò proprio a lui assumersi la responsabilità di dichiarare, a nome della FGSI, che ogni vincolo organizzativo fra i giovani e il PSI era ormai sciolto e che la federazione giovanile aderiva al nuovo Partito Comunista d’Italia. P. fu eletto nel Comitato della FGCI e del Partito Comunista. Nominato responsabile del primo ufficio ispettori centrali del partito, P. assunse una parte di rilievo nell’organizzazione delle sezioni e nell’allestimento dell’apparato centrale. Nel marzo del 1922 partecipò, a Roma, al II Congresso nazionale del PCdI., ma non fu rieletto nel comitato centrale; fu, invece, chiamato a svolgere l’incarico di redattore capo al quotidiano comunista di Trieste Il Lavoratore, “che subiva, in un area politico-culturale particolare, la pressione violenta dello squadrismo fascista”. Il 21 dicembre 1922, P., accusato di avere favorito la latitanza di Alfonso Leonetti, ricercato dalla questura, fu arrestato e tradotto nell’ex carcere austriaco del Coroneo. Ottenne il beneficio dell’insufficienza di prove, ma non riuscì a evitare il domicilio coatto, che avrebbe dovuto trascorrere in Sardegna, dove fece ritorno nel luglio del 1923.

Profittando della labile sorveglianza della questura di Sassari, cominciò un difficile doppio gioco. Frequentò con assiduità i salotti e i ritrovi della buona borghesia sassarese, lasciando intendere do aver rinunciato in via definitiva alle proprie vedute comuniste. Ma, nel contempo, si adoperò per riorganizzare il partito in Sardegna. A fine anno fu eletto segretario regionale clandestino.

L’avanzata del fascismo impedì nel 1924 di presentare una lista comunista alle elezioni politiche.

Era reale la minaccia di un’aggressione squadrista al segretario regionale del PCdI. Giunse dalla direzione nazionale del partito l’ordine di emigrare. Nel novembre del 1924 P. espatriò. Fece tappa in Francia. “Si aprì così la pagina forse pi affascinate, certamente più oscura, della sua biografia di rivoluzionario di professione”. In Francia lavorò a favore dell’emigrazione italiana e sarda, “intuendo quale formidabile serbatoio di energie rivoluzionarie essa possa rappresentare”.

Si trasferì in seguito a Odessa, dove lavorò tra i marinai delle navi italiane e fondò un’organizzazione di portuali, poi a Novorossijsk e a Batum. Collaborò con la stampa sovietica, attraverso articoli sulla situazione italiana e con giornali dell’antifascismo internazionale, come L’Ordine Nuovo di Buenos Aires.

Fu anche l’inizio della sua attività di ‘primula rossa ’ dell’Internazionale Comunista. Fu fermato a Turk, in Danimarca, mentre viaggiava con passaporto falso. Poco tempo dopo accadde la stessa cosa a Parigi. L’OVRA, la polizia politica fascista, con informative sempre più allarmate, ne segnalava ripetutamente l’attività: nel 1939 fu allertata l’autorità di frontiera ritenendo P. presente in Serbia, mentre si trovava, in realtà, in Finlandia.

L’ambasciata italiana a Mosca e vari rapporti dell’OVRA indicano P. come il responsabile della sezione italiana della GPU, la polizia politica di Stalin. Le polemiche, successive alla fine della seconda guerra mondiale, punteranno sulle sue responsabilità nelle purghe staliniane. P. negò sempre, anche se, il fatto di vivere in Unione Sovietica, in quegli anni, implicava l’adesione a scelte che sovente, sul piano umano, non potevano essere, accettate. P. svolse un’intensa attività sindacale e politica, nella patria del socialismo reale, soprattutto tra i lavoratori portuali. Nell’agosto del 1936 fu fra i firmatari dell’appello Per la salvezza dell’Italia, pubblicato su Lo Stato Operaio.

Dopo la guerra di Spagna diresse a Mosca una scuola internazionale per i reduci, pur conservando in Italia incarichi dirigenziali di partito.

Fino al giugno del 1941 lavorò per la radio sovietica. E’ anche grazie a questa sua esperienza che Togliatti lo incaricò di curare la trasmissione clandestina comunista che andava a sovrapporsi alle trasmissioni dell’EIAR fascista, svolgendovi un’azione di disturbo. La trasmissione di P. si intitolava ‘La voce della verità ’ e il propagandista ufficiale del ‘regime’, Mario Appelius, costretto replicare sovente a P., soleva definirlo ‘lo spettro ’. Fu funzionante dal 1941 sino al giorno della liberazione di Roma, il 4 giugno 1944.

Nel giugno 1945, P. rientrò in Italia e in Sardegna, dopo più di vent’ anni di esilio. Fu segretario della Federazione di Sassari del PCI (dal 1945 al 1949), membro della Consulta Regionale, deputato per tre legislature (eletto nel 1948 per la prima volta) . Nel 1964 successe a Velio Spanu al Senato.

Morì a Sassari il 24 maggio del 1984.

Cfr. G.MELIS, Luigi Polano: un rivoluzionario negli anni di ferro. In L’antifascismo in Sardegna, a cura di M. BRIGAGLIA, F. MANCONI, A. MATTONE, G. MELIS, vol. I. Cagliari, 1986. Pagg. 130-134.

[2] Mancano dall’elenco stilato da Luigi Polano: Nino Virgona, Silvio Rinaldi, Giovanni D’Oriano, Michelino Mureddu e Mario Carta. Tutti, tranne Virgona, calciatore dilettante nella società calcistica ‘Proletaria’ – un nome, un programma – erano vicini alla DC. Come pone in evidenza monsignor Capula nei suo Diari, i ‘non comunisti’, insieme a Paolo Deleuchi, ritornarono presto a lavorare alle dipendenze del Ministero della Difesa.

[3] AA. PP. Cit.

[4] Ibidem.