Il 1943, l’anno della fame e della paura

Dopo il bombardamento del 10 aprile Io sfollamento immediato, obbligatorio, aveva allontanato tutti gli abitanti di La Maddalena che non fossero impegnati nel funzionamento o nella difesa della base militare o nei servizi civili indispensabili. La maggior parte delle famiglie erano partite in fretta, nei giorni immediatamente seguenti, con mezzi organizzati con grande tempestività; già l’11 aprile il commissario Rocca chiedeva, con telegramma, alle Strade Ferrate Sarde, treni straordinari per il trasferimento dei profughi e l’aumento dei vagoni dei convogli normali. Le tristi carovane si avviavano verso destini incerti e case sconosciute, molti trovarono accoglienze buone, rapporti di grande solidarietà nei paesi ospiti, ma altri affrontarono situazioni di profondo disagio, dovute soprattutto alla dilagante povertà. Lo stesso commissario Rocca dovette più volte intervenire per garantire agli esuli almeno i diritti determinati dalla loro situazione. Il 7 giugno ’45 doveva ancora ricorrere al Podestà di Tempio per denunciare che le frazioni di Bassacutena e S. Pasquale rifiutavano il pagamento del sussidio dovuto agli sfollati.
Qualche decina di famiglie preferì, ricorrendo a dichiarazioni compiacenti delle autorità, restare nell’isola, allontanandosi pero dal centro abitato e andando cosi ad occupare le poche case rurali esistenti, soprattutto a nord della città, oltre il cimitero.
Ad Abbatoggia e a Vena Longa erano acquartierate due compagnie; la prima, di mitraglieri da posizione, occupava, per il comando, parte della casa Ornano situata sulla collinetta che domina la costa dal Poggio Tondo all’Isuleddu e, per la truppa, edificio situato nella zona pianeggiante, all’inizio del sentiero che sale alle abitazioni, di fronte all’attuale bivio per Bassa Trinita. Nella piana che da Vena Longa porta al bacino dell’acquedotto, i soldati del 391° fruivano, per la cucina, della casa rurale di punta della Gatta (attuale “Locanda del Mirto”), anch’essa appartenente alla famiglia Ornano, e trovarono sistemazione in tende nella campagna retrostante. In tutte queste zone si trovavano alcune famiglie di civili con le quali, naturalmente, si creava un rapporto di solidarietà e anche di amicizia. I soldati, lontani dai loro affetti familiari, con piacere giocavano con i bambini, cedevano loro una parte del rancio, e non si adiravano poi tanto quando qualcuno di loro cacciava con la fionda le colombe del prezioso “allevamento”.
La fame, questo spettro ancora oggi dominante nei ricordi delle persone che ci hanno parlato di quel tempo, giustificava tutto, ora si può sorridere al ricordo del pane con i vermi cotti, della brodaglia delle mense nella quale galleggiavano insetti (riso e babauzzi nella definizione di Edilio Branca), delle scorpacciate di mandorle e fichi d’india con le loro spiacevoli conseguenze, dei furtarelli nei piccoli orti che qualcuno si ostinava a curare pur sapendo che non sarebbe arrivato a gustare i frutti del suo lavoro, delle galline custodite gelosamente a casa e controllate a vista per evitare la perdita delle uova: allora era questione vitale cercare qualcosa da mangiare e per chi non aveva niente e “utilizzava” per così dire le piccole risorse alimentari presenti, i richiami della coscienza che sconsigliavano sommessamente le incursioni nei possedimenti altrui, venivano messi a tacere come il grillo parlante di Pinocchio.
Tutto ciò era corollario di una situazione di sfascio che vedeva, su un piano più alto, la ormai cronica mancanza di carburante, di armamenti, di mezzi da trasporto idonei, cose delle quali i comandi si lamentavano inutilmente.
In città pochissime erano le donne, quasi tutte molto giovani, impiegate come “militarizzate”, presso la sede decentrata della Base Navale o negli Uffici pubblici (Comune e Poste) che raggiungevano, a piedi o in bicicletta, attraversando la città deserta; molte non riuscirono mai a superare il senso di imbarazzo e di paura derivato dal trovarsi spesso sole per strade frequentate solo da militari. Per lunghi mesi, infatti, le case abbandonate in fretta, rimasero chiuse; le vie deserte non risuonavano più di giochi di bambini o voci di donne, gli uomini restavano quasi tutta la giornata nei posti di lavoro, militari e militarizzati fruivano delle mense di servizio dove le magre razioni non facevano altro che acuire, soprattutto nei giovani, l’abisso della fame. Quando, per qualche giorno, saltuariamente, potevano recarsi presso le famiglie sfollate, riuscivano a trovare, con gli affetti familiari, sprazzi di una vita quasi normale e con sempre maggiore tristezza ritornavano alla poco allegra situazione della Base militare.
Per superare le restrizioni decretate si doveva ricorrere a comportamenti incoscienti o azzardati: una ragazza sfollata (Franca Valle), alla quale non era consentito rientrare dalla campagna di Oddastru alle spalle di Palau, dove la famiglia si era trasferita, per raggiungere per raggiungere il padre e il nonno che continuavano ad abitare nelle case dei Colmi, attraversò tranquillamente il mare, da Barca Brujata, su un canotto, vestita da soldato, rischiando per se stessa e per chi l’accompagnava. Un giovane operaio (Tonino Conti) assegnato alla nave appoggio Pacinotti ancorata alle Saline, stanco di passare il suo tempo a bordo o, nei momenti di libertà, girando per stazzi a scambiare sigarette greche con roba da mangiare, decise di abbandonare il suo posto per rientrare a La Maddalena e, giunto qui, di ricorrere ai buoni uffici di un’amica, segretaria del comandante della Base navale, per rientrare in arsenale: non si era reso conto di poter essere giudicato e condannato per diserzione
Il bombardamento del 10 aprile aveva, dopo tre anni di guerra, mostrato che la tanto lodata base che pareva intoccabile, era fragile in realtà, che il nemico poteva arrivare indisturbato, distruggere ed uccidere.
La fitta rete di avvistamento e le poderose fortificazioni, con le migliaia di uomini impegnate non erano servite a difendersi in pochi minuti, 500 tonnellate di bombe avevano distrutto buona parte dell’arsenale militare, affondato il Trieste, seriamente danneggiato il Gorizia e, soprattutto, provocato circa 200 morti. La paura, che tino al 10 aprile era stata quasi inesistente, era diventata abituale compagna che gli allarmi frequenti contribuivano a tenere ben desta, creando una nuova coscienza: la Base non incuteva timore agli Alleati e, dopo quella prova del 10 aprile, bisognava attendersene altre prove forse più due.
Fino ad allora un atteggiamento di superiorità aveva contraddistinto i rapporti tra i maddalenini e quei cagliaritani trasferiti dalla loro città in seguito ai bombardamenti di febbraio; essi, che avevano provato la terribile esperienza, scattavano al primo segnale di allarme, gridavano, qualcuno sveniva, suscitando l’ilarità di chi si sentiva intoccabile. Nei primi mesi dell’anno, invece, a La Maddalena si erano verificati degli episodi curiosi: forse a causa di mancata segnalazione per farsi riconoscere, aerei italiani che sorvolano l’Estuario erano stati bersagliati dai tiri delle contraeree; ne erano seguite caustiche battute sulle nostre difese e amare risate. Tutti sapevano che gli aerei alleati avvistati di tanto in tanto erano irraggiungibili all’alta quota alla quale volavano e che le armi contraeree non sempre funzionavano a dovere, ma, fino a che si trattava di pochi minuti di fuoco contro innocui ricognitori, la fiducia nella imprendibilità della Base rimaneva salda.
Dopo il 10 aprile l’esperienza era ormai comune: in tutti lo stesso terrore che si ripresentasse con l’allarme non più seguito dal volo innocuo di un ricognitore inseguito dall’inutile contraerea, ma da bombardamenti, distruzione, morte. Maggio fu segnato da tre di questi terribili momenti.
E un altro sentimento si faceva strada nei ragionamenti che nei posti di lavoro, nei rifugi, nelle mense, gli uomini facevano fra loro che le offese di febbraio e marzo a Cagliari, di aprile e maggio a La Maddalena potevano significare la volontà degli Alleati di operare uno sbarco sulle coste sarde; il che avrebbe significato per La Maddalena la certezza di scontri sanguinosi. L’intensificarsi delle ricognizioni nemiche a partire dal 31 maggio e per tutto il mese di giugno parevano avvalorare questi sospetti. Le voci allarmanti ma esagerate e senza riscontri, di cattura, da parte dei servizi di vigilanza dei battaglioni costieri sardi, di commandos alleati sbarcati nottetempo, amplificavano la paura.
Quasi a conferma di queste notizie, intorno al 15 luglio, erano arrivati alla caserma Regina Elena, di passaggio diretti ad altra destinazione in continente, alcuni prigionieri inglesi, australiani e americani provenienti dall’Africa. Erano stati sistemati all’interno di un casermone privo di luce, in condizioni disagiate accentuate dal fatto che la maggior parte di loro era affetta da malaria e reclamava un trattamento più umano. Lorenzo Grondona, allora ufficiale richiamato, in assenza del comandante Guccini che in quei giorni si era sposato e godeva del congedo matrimoniale, li aveva fatti visitare dal dottor Dettori che aveva confermato le precarie condizioni di salute. Intorno a questi prigionieri si favoleggiava di una articolare carta topografica, ritrovata, si diceva, da un sottotenente siciliano, stampata su un quadrato di seta impermeabilizzata e gommata ai bordi, che rappresentava da un lato il golfo di Policastro e dall’altro la Sardegna. Le ipotesi sul significato di questo ritrovamento si diffondevano enfatizzandosi. Qualcuno azzardava che potevano essere tutte manovre dei servizi di intelligence per far credere che si stesse preparando per la Sardegna l’invasione che invece doveva avvenire altrove, ma la maggior parte vedeva, nell’improvviso accentuarsi i, per numero e gravita, dei bombardamenti, una preparazione degli Alleati con la distruzione preventiva di obiettivi militari importanti delle zone da occupare. Del resto le notizie che filtravano dagli ufficiali superiori non facevano che confermare tali supposizioni, avvalorate all’arrivo di una compagnia di genieri, ospitati nella caserma Regina Elena, col compito di minare le banchine di tutto l’Estuario.
Con la paura dell’approssimarsi del nemico si faceva strada anche una ingenua quanto drammatica ricerca del colpevole, del o dei responsabili dei disastri, che dovevano pur esserci da qualche parte e che, pian piano, venivano identificati: erano i militari traditori, quelli che passavano le notizie importanti attraverso i sistemi mirabolanti che la più fervida fantasia popolare poteva inventare. Alla Maddalena, Brivonesi, con la sua moglie inglese, rappresentava la perfetta figura del traditore: vedremo meglio il suo ruolo. Qualcuno raccontava che il 10 aprile da Vena Fiorita si era cercato di avvertire La Maddalena del bombardamento imminente ma che nessuno aveva risposto all’allarme: e quel bombardamento veniva messo in stretta relazione con l’arrivo annunciato di un centinaio di aerei dell’Asse che avrebbero reso impossibile ai nemici il sorvolo dei cieli sardi; avvertiti di questo pericolo gli anglo-americani avrebbero accelerato l’incursione sulla Maddalena. Per avvalorare la tesi di militari traditori si ricordava il caso avvenuto ben lontano dalla Sardegna, di un attendente che avrebbe casualmente scoperto un alto ufficiale nell’atto di telegrafare agli alleati i movimenti degli aerei per il bombardamento di Alessandria d’Egitto.
Ma anche fra i civili antifascisti maddalenini si identificavano cospiratori e spie: il massone Domenico Tanca aveva trovato, secondo queste bizzarre ricostruzioni, un sistema per avvertire gli alleati del traffico in entrata o in uscita dei sommergibili che sarebbero diventati prede sicure: avrebbe inviato telegrammi che parlavano di arrivi e partenze di arance e limoni.
La notizia dello sbarco alleato in Sicilia era arrivata anche a La Maddalena e, forse a seguito di questo fatto, due dei prigionieri custoditi a Regina Elena erano riusciti a fuggire inerpicandosi sulla collina alle spalle degli edifici militari, erano fortunosamente arrivati a Piticchia dove, impossessatisi di una barca, avevano preso il mare cercando di allontanarsi verso nord. Avevano ingannato i soldati del battaglione costiero, che dalle loro postazioni a Punti Rossi li avevano intercettati, rispondendo in tedesco. Ma la loro fuga non era durata molto: ripresi e riportati in caserma, erano stati picchiati e maltrattati da alcuni soldati agli ordini di un ufficiale maddalenino sul quale fu aperta un’inchiesta di far intervenire la Croce Rossa perché fossero rispettate le convenzioni internazionali rimase inascoltata. Lorenzo Grondona li ricorda sporchi e malandati mentre cercavano di ripulirsi nella grande vasca dove si abbeveravano i muli. In seguito, quando l’armistizio trasformò i nemici in amici, Grondona riscontrò uno degli ex prigionieri che gli si rivolse nel classico linguaggio degli italo americani confessandogli di aver fatto finta di non capire nulla durante la sua detenzione, ma di aver seguito, invece, ogni dialogo che si svolgeva attorno a lui.
Nella speranza di capire meglio i fatti nazionali, sempre più numerosi erano ormai gli ascoltatori di Radio Londra, che si riunivano la sera, intorno ai pochi apparecchi disponibili, segretamente, per sentire, dopo le prime note della Quinta sinfonia di Beethoven, le notizie a volte strabilianti che, invece, il bollettino ufficiale, ascoltato sui posti di lavoro in piedi come chiedeva il regolamento, nascondeva o camuffava: il volume di ascolto era bassissimo per timore che dall’esterno qualche fascista solerte denunciasse il proprietario dell’apparecchio e i suoi ospiti ascoltatori.
Si discuteva fra amici certi, senza mai esprimere opinioni troppo infervorate di fronte a un pubblico che poteva nascondere qualche nemico, anche se, in una realtà piccola come la nostra, si era abbastanza sicuri di conoscere perfettamente e classificare quasi tutti: i fascisti accesi, intolleranti; gli opportunisti; quelli che preferivano tenere gelosamente custoditi i loro pareri e apparentemente professavano una residua fede nel regime; molti giovani operai che, con orecchie attente e sincero entusiasmo, seguivano i discorsi e le idee di alcuni “vecchi” antifascisti; quelli, numerosi, che non aspettavano altro che la fine del dramma, sorretti dalla speranza del ritorno a una normalità di vita che prescindeva da scelte politiche; un gruppetto di antifascisti, generalmente stimati, alcuni dei quali massoni, che venivano tutti tenuti d’occhio dal Regime, non per prevenire azioni di disturbo difficilmente pensabili o ipotizzabili in una piazzaforte come questa, ma per umiliarne le idee. A uno di loro era stato messo a soqquadro il piccolo negozio in via XX Settembre; un altro, più focoso, aveva subito un processo per aver affibbiato un calcio ad un “graduato” della milizia ma aveva potuto continuare ad insolentire a suo modo “il tribunale del sughero” perché forte della sua appartenenza ad una famiglia troppo importante per poter essere impunemente maltrattata; i più sfortunati, guarda caso i più umili, avevano anche sopportato purghe e manganellate.
Tutto ciò era momentaneamente sopito di fronte all’incalzare delle notizie esterne, ma creava un sostrato ben presente che emergeva nelle discussioni di quei mesi.
In questo clima gli importanti avvenimenti nazionali di quell’estate portavano speranze o alimentavano timori. La caduta di Mussolini poteva significare la fine della guerra? Il suo improvviso arrivo come prigioniero, il 7 agosto, e la sua altrettanta improvvisa partenza il 27 dallo stesso mese avevano suscitato curiosità e riportato alla memoria le occasioni di alma visita quando tutto pareva andare meglio.
Ma ora quali conseguenze si potevano prevedere? Gli ordini di servizio emessi il 3 agosto e diramati in tutte le postazioni abolivano il “saluto romano e gli emblemi del passato regime”, ma sospendevano contemporaneamente tutte le licenze, anche agli operai militarizzati, “tranne che per motivi eccezionali da vagliarsi col massimo rigore e in base a sicura documentazione”, e perfino i “brevi permessi domenicali, anche se da usufruirsi in sede”?
E la MILMART, da Mussolini voluta e organizzata, con la sua particolare composizione, avrebbe accettato la caduta del suo capo? L’ammiraglio Brivonesi per primo non si fidava di quel personale: egli aveva notizia che nei locali della mensa FAM di Guardia Vecchia gli ufficiali della MILMART intavolavano discussioni sul regime fascista invitando i militari a portare a casa, alla fine del conflitto, che molti ritenevano prossimo, “fucili e bombe a mano per prepararsi a ripristinare il passato regime”.
Inoltre da informazioni riservate, provenienti da alcuni elementi dell’esercito, Brivonesi sapeva che al comando DICAT gli ufficiali MILMART facevano riunioni fra loro, coordinati dal seniore Ferrari, il quale mostrava grande accordo con il tenente di vascello della marina tedesca del semaforo di Guardia Vecchia e con altri due ufficiali germanici addetti direttamente al comando FAM.
Un elemento fondamentale che non poteva essere trascurato nei discorsi, a qualsiasi livello, era l’atteggiamento dei tedeschi che, nell’arcipelago, occupavano diverse postazioni presso le batterie e, in città, alcuni caseggiati come l’Ospedale Garibaldi, adibito a magazzino di scorte alimentari e carburante e la casa della famiglia Fucigna, in via Passino, dove sette o otto soldati con un apparecchio radio portatile, assicuravano le comunicazioni fra i presidi dislocati nell’arcipelago e il comando di Lungerhausen. Si sapeva che anche fra loro c’erano alcuni contrari al regime di Hitler, ma erano austriaci, rari e forse isolati dai loro stessi camerati, e costituivano più una curiosità per i giovani operai che avevano modo di incontrarli che un punto di riferimento.
I contatti che i tedeschi avevano con la popolazione erano molto limitati, prima di tutto dalla difficoltà di comunicazione rappresentata dalla lingua, ma anche da una certa paura che quella gente ordinata, fredda, difficile ai contatti umani suscitava. Eppure in occasioni di lavori di riparazioni ai loro mezzi essi si trovavano accanto gli operai dell’arsenale, molti dei quali giovanissimi, solo allora, a volte, pareva nascere un rapporto che rassomigliava all’amicizia e, accorgendosi della fame che i nostri operai dovevano sopportare, qualcuno di loro allungava un po’ delle provviste relativamente abbondanti delle quali fruivano.
I giovani soldati delle motozattere tedesche facevano il bagno a Cala Gavetta dove erano ormeggiati i loro mezzi e, a mare era naturale che la loro quasi innata riservatezza si sciogliesse con i coetanei maddalenini nei giochi abituali. Talvolta, quando qualche ragazzo isolano esagerava o non capiva che i giochi dovevano considerarsi finiti, visto che la lingua non veniva in soccorso per le necessarie spiegazioni, qualcuno dalla motozattera adoperava la spingarda e, con getti d’acqua ben indirizzati, sopperiva a inviti e parole, riportando ad un clima più congeniale il rapporto momentaneamente rilassato.
A Santo Stefano i pochi tedeschi a guardia del deposito siluri dividevano con altrettanti marinai italiani, il piazzale di Villamarina e la tavola per la mensa. Forse a causa dell’isolamento che spingeva a contatti ravvicinati, i rapporti erano buoni anche con le due sole famiglie abitanti l’isola, quelle di Battista Serra e del capo cava Marcello Molinari tanto che, quando dopo il bombardamento del 10 aprile questi dovettero sfollare nella campagne di Palau, a Monti Canu, i Serra affidarono la custodia del podere e della casa ai marinai italiani, o di stanza al casotto approdo cavi, mentre Molinari lasciò orto e galline ai tedeschi, più tranquillo per questo affidamento perché sperava che, essendo più forniti di vettovaglie, avrebbero utilizzato le uova, ma risparmiato le preziose galline.
I rapporti ufficiali fra i due alleati erano tenuti a La Maddalena dal colonnello Uneus, ufficiale di collegamento presso l’Ammiragliato che dipendeva dal comandante della divisione.
Apparentemente nulla era cambiato dopo il 25 luglio, ma il comando tedesco di Lungerhausen non doveva essere tranquillo sull’atteggiamento degli italiani, pur senza far apparire sospetti di tradimento, aveva cercato di garantirsi un controllo sulle batterie dello Stretto di Bonifacio e dell’Arcipelago, chiedendo di inviare presso ognuna di esse, “tre o quattro militari che fungessero da interpreti nelle richieste di fuoco che eventualmente avrebbero potuto fare unità germaniche impegnate nella lotta antisbarco”. Il generale Basso aveva negato il permesso.
All’inizio di settembre, dopo la firma segreta dell’armistizio, negli Stati Maggiori si mise in moto quel meccanismo che avrebbe dovuto portare a un cambiamento di fronte degli italiani fino a quel momento alleati dei tedeschi, preparandoli a passare al fianco degli angloamericani. Fu dappertutto, come ben si sa, un caos, determinato dall’inadeguatezza dei piani allestiti dagli Stati Maggiori e, soprattutto, delle diverse situazioni locali che spesso sfuggivano alle previsioni sulle quali ordini e direttive erano approntati.
A questo si aggiunga, per quanto riguarda La Maddalena, che la Base Marittima dipendeva dal Comando delle Forze Armate della Sardegna agli ordini del gen. Basso, che doveva coordinare tutte le azioni sul territorio regionale, ma che, nei giorni cruciali del settembre ’45, il rapporto diretto dell’Ammiragliato con lo Stato Maggiore della Marina creò sovrapposizioni di ordini diversi aggiungendo disordine a disordine, contraddizione a contraddizione.
Il 3 settembre il gen. Basso riceveva il tenente Colonnello dello Stato Maggiore Donato Eberlin latore della “Memoria 44”, foglio scritto a macchina, senza intestazione ne firma che il generale doveva leggere e restituire dopo aver preso appunti, ma non copiato integralmente.
La memoria presentava per la prima volta, la possibilità di un cambiamento nei rapporti con i tedeschi che da amici e alleati, sarebbero potuto diventare nemici. Negli appunti stilati dal Basso si prendeva in considerazione la possibilità che i tedeschi facessero atti ostili contro organi di governo, tendenti a ripristinare il regime fascista; in tal caso si doveva far di tutto per “far fuori tutte le truppe tedesche esistenti (in Sardegna); successivamente tenersi pronti per altro incarico; cercare di eliminare i collegamenti e distruggere mezzi aeronautici e depositi carburante. Nessun accenno all’armistizi0 che si stava trattando. Questo probabile cambiamento di fronte comportava difficoltà obiettive, visto che la “Memoria 44” doveva restare segreta e che quindi non si sapeva bene come preparare ufficiali e soldati a “un atteggiamento ostile e aggressivo nei confronti di truppe fino a quel momento alleate con le quali si era lavorato in accordo all’unico preminente scopo della difesa dell’isola”.
Il 6 settembre Basso convocò tutti i comandanti presenti in Sardegna per dare comunicazione delle novità contenute nella famosa “Memoria” ci furono manifestazioni di sorpresa e discussioni, ma, non essendo indicati i tempi entro i quali si sarebbero dovute attuare le indicazioni previste, tutti si lasciarono con la sensazione che ci sarebbe state un periodo di preparazione utile.

Il giorno 8 all’alba l’Ammiraglio Brivonesi partiva per Roma, convocato, come il suo collega comandante dell’aeronautica, presso il Capo di Stato Maggiore probabilmente per gli stessi motivi già illustrati nella riunione del 6, con Basso, con le stesse incertezze. Al ritorno da Roma, la sera dell’8 alle 20, 15, senza avere il tempo sperato per affrontare con calma la nuova situazione, Brivonesi apprese, finalmente chiara, la notizia dell’armistizio. Ciò che era stata prospettata come possibile diventava ora una realtà difficilissima da controllare, non sole per i motivi di diffidenza nei confronti della MILMART, per la mancanza del tempo necessario per allontanare i tedeschi dai punti chiave, ma soprattutto perché Brivonesi sapeva bene di non poter contare su una forza mobile sufficiente infatti la truppa di marina presente nel locale deposito, era fermata da personale raccogliticcio, scarsamente addestrate, senza armi. Queste, spedite una prima volta il 6 luglio, non erano mai arrivate perche il piroscafo Tripoli che le trasportava era state affondate da un sommergibile inglese a largo di Capraia. La seconda spedizione era arrivata il giorno 8 settembre e la distribuzione non era ancora terminata al momento dell’annuncio dell’armistizio. Per di più la grande forza rappresentata dai due battaglioni costieri, disseminati interne a Maddalena e Caprera per prevenire possibili sbarchi anglo-americani, era praticamente inutilizzabile in caso di difesa da concentrare in punti determinati: forse a causa di queste perplessità manifestate da Brivonesi, per il giorno 9 era previsto l’arrivo di un altro battaglione costiere da utilizzare come massa di manovra mobile, evitando di sguarnire le coste.
Bisogna aggiungere, però, che, su tutt’altro piano decisionale, si stava pensando alla possibilità di trasferire il Re ed il governo da Roma a La Maddalena e che, per questo motivo, era stato ordinato al generale Basso di inviare nell’isola forze addestrate e numerose.
Nell’apparente calma regnante a La Maddalena la sera dell’8, quando ancora la notizia dell’armistizio non aveva sconvolto gli assetti degli alleati italo – germanici e gli animi con speranze e paure, un piccolo episodio fece apparire il mutamente dei sentimenti dei soldati tedeschi allertati dalla possibilità di qualche sostanziale cambiamento nei loro confronti. A Cala Gavetta, deve tutte sembrava precedere come sempre, un soldato imbarcato su una motozattera tedesca e delle ragazze maddalenino, Piero Sorba, erano usciti su un canotto per pescare presse le Scoglio Bianco di Santo Stefano. Sembrava una serata tranquilla; il tedesco non sapeva salpare la lenza e, quando sentiva il tocco, la tirava arretrando sugli scogli e provocando cosi l’ilarità bonaria del compagno. Ad un tratto la pace fu interrotta da un colpo di arma da fuoco e i due tornarono velocemente indietro. A Cala Gavetta un rimorchiatore in manovra per attraccare alla banchina di ponente si era avvicinato troppo ad una motozattera tedesca e da questa era partite un colpo, forse di avvertimento. Si era trattato di un incidente, che tradiva però un umore non usuale e, infatti, il clima era teso. I tedeschi manifestavano nervosismo, trafficavano a bordo attenti, spostando cassette di munizioni: l’aria cameratesca che Piero e altri come lui avevano conosciuto nel passato si era dissolta. La mobilitazione era iniziata e duro anche di notte con spostamenti di truppe ai quali non si diede la dovuta importanza. Brivonesi affermò in seguito che “movimenti compiuti dai militari tedeschi durante la notte, che sembrava avessero lo scopo di preparare un’eventuale evacuazione, avevano invece mascherato un rafforzamento dei reparti” e nessuno di quelli che avrebbero dovuto vegliare se ne era accorto.
L’annuncio dell’armistizio aveva colto tutti di sorpresa e suscitato opposte reazioni di gioia e preoccupazione. I militari in libera uscita, scambiandosi la notizia, si contagiavano l’allegria vedendo già in un prossimo futuro il ritorno definitivo a casa. In via Vittorio Emanuele dei venditori occasionali di uva dimenticavano per un momento la necessita del guadagno e distribuivano i pochi grappoli a quei ragazzi festanti in divisa. Gli operai impegnati in lavori esterni appresero la notizia prima di tornare a casa; Tonino Conti era alla mensa dell’Ospedale Vecchio: incontrando il padre e a un capo operaio, con il suo entusiasmo giovanile precorreva i tempi come se l’armistizio avesse ormai annunciato la pace e il ritorno alla normalità, mentre il padre, e come lui i più anziani, rimasero pensierosi, capendo, pur nella loro ignoranza di strategie guerresche o di sottigliezze diplomatiche, che non solo la soluzione non era a portata di mano, ma che tutto diventava più difficile. Ci si chiedeva quale sarebbe stata la reazione dei tedeschi, ben sapendo che l’intreccio delle posizioni a La Maddalena e la presenza della divisione corazzata di Lungerhausen in Sardegna, avrebbero potuto avere conseguenze disastrose nelle quali loro, i civili, militarizzati e no, avrebbero potuto essere schiacciati. Non c’era pero da fare altro che aspettare.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma

 

  1. Premessa di Settembre 1943 a La Maddalena
  2. I maddalenini
  3. I tedeschi
  4. Gli italiani
  5. Prospetto illustrativo delle batterie dell’estuario all’8 settembre 1943
  6. Il 1943, l’anno della fame e della paura 
  7. 9 settembre 1943
  8. 10 settembre 1943
  9. 11 settembre 1943
  10. 12 settembre 1943
  11. 13 settembre 1943
  12. 14 settembre 1943
  13. 15 settembre 1943
  14. 17 settembre 1943
  15. Elenco dei caduti dal 9 al 13 settembre 1943