1948. Le elezioni del 18 aprile

Nei primi mesi del 1947 la fiducia degli Italiani nella nuova democrazia era vicina allo zero: il costo della vita risultava superiore di 34 volte a quello del 1938; l’indice dei prezzi all’ingrosso lo era di 40 volte; inoltre, bastarono poche settimane perché questi stessi indici salissero rispettivamente a 44 e 52 volte. La speculazione imperversava da più parti. La cartamoneta si deprezzava quotidianamente, favorendo di conseguenza l’inasprirsi dell’inflazione: il pane era sottoposto a ‘prezzo politico’, mentre la crescente spesa pubblica necessaria vista la disastrosa situazione socioeconomica del Paese innalzava il deficit statale verso picchi mai raggiunti prima. Nel corso dell’estate il nuovo governo De Gasperi fronteggiò con decisione il drammatico contesto nazionale: fu varata la linea Einaudi, un insieme di norme atte a stabilizzare la moneta e frenare le speculazioni finanziarie. In pochi mesi si riuscì ad assestare positivamente la congiuntura economica; crebbe il bilancio statale e i prezzi all’ingrosso scesero gradualmente. Alla fine del 1947 il costo della vita era calato dell’8%. Ma i costi sociali dell’azione governativa risultarono altissimi, contribuendo a mantenere esplosivo il clima politico del Paese. Nel Dicembre 1947, infatti, l’Italia contava ufficialmente quasi due milioni di disoccupati e oltre quattro milioni di poveri, più della metà dei quali risiedevano nel Sud. Era una condizione drammatica, insostenibile. Iniziò un nuovo biennio rosso, punteggiato da proteste, agitazioni, scontri di piazza, feriti e morti. A quanto provocato dalla fame e dal disagio sociale si aggiunsero i gesti clamorosi dettati da motivi politici: a Milano, in ottobre, Giorgio Magenes, dirigente dell’Uomo Qualunque, fu linciato da una folla di operai comunisti con l’accusa di avere finanziato bande fasciste durante l’occupazione tedesca; il mese successivo Giancarlo Pajetta, esponente di spicco del PCI, e gruppi di ex partigiani occuparono la prefettura del capoluogo lombardo per protestare contro la rimozione da prefetto di Ettore Troilo, uno degli ultimi funzionari di quel livello insediati dalla Resistenza. Solo l’intervento mediatore di De Gasperi e Togliatti riuscì a far sgombrare pacificamente la prefettura. Per alcune ore ci si trovò a un passo da uno scontro armato dalle conseguenze imprevedibili: la tragedia si evitò per un soffio” [1].

La contrapposizione fra il vecchio ed il nuovo, fra chi cercava di spingere la nazione sul cammino tracciato dallo spirito della Resistenza e chi tendeva a mantenerlo legato alle vecchie logiche di potere, si stava inasprendo sempre di più, e sempre di più le gerarchie ecclesiastiche, spinte a ciò dal sacro terrore del comunismo, si schieravano apertamente con il governo e con il conservatorismo di destra.

Nel radiomessaggio natalizio del 1947 lo stesso Pio XII chiamò ripetutamente i cattolici all’impegno diretto nell’imminente campagna elettorale: ‘Disertore e traditore sarebbe chiunque volesse prestare la sua collaborazione materiale, i suoi servigi, le sue capacità, il suo aiuto, il suo voto a partiti e poteri che negano Dio, che sostituiscono la forza al diritto, la minaccia e il terrore alla libertà, che fanno della menzogna, dei contrasti, del sollevamento delle masse, altrettante armi della loro politica, che rendono impossibile la pace interna ed esterna’ [2].

Nelle settimane successive seguirono incalzanti appelli d’ogni genere da parte dell’episcopato italiano. Termini e slogan quali ‘santa crociata’ o ‘nuova Lepanto’ furono molto usati, così come si fece ricorso all’equazione, già utilizzata con successo nelle precedenti elezioni del 1946, tra buon italiano e buon cattolico.

La saldatura e la sovrapposizione tra aspetti politici e aspetti religiosi fu costante, e ciò fin dalle ‘missioni religiose popolari’, organizzate e tenute in gran numero nelle regioni considerate a rischio (Emilia-Romagna e Meridione). Tra la primavera 1947 e i primi mesi del 1948 si tennero ben 257 di queste missioni in 112 diocesi diverse, con la partecipazione massiccia di membri dell’Azione Cattolica, tutti preparati appositamente anche con corsi a carattere metodologico. Inoltre, nei paesi più remoti di tutte le regioni, furono inviati speciali carri-cinema, attrezzati per la proiezione di film tra cui spiccava Pastor Angelicus, un documentario volto ad esaltare la figura e le opere di Pio XII [2bis].

Fulcro di tutte queste iniziative propagandistiche furono i Comitati Civici, fondati e diretti da Luigi Gedda, medico, battagliero ex presidente dell’Azione Cattolica. Superando le perplessità della dirigenza DC e di buona parte dello stesso mondo cattolico, Gedda riuscì a costituire, con i Comitati Civici, una rete di contatti e forme organizzative di gran lunga superiore a quella dell’Azione Cattolica o delle semplici parrocchie. E completamente indipendente da esse. Si ponevano in tal modo premesse per futuri conflitti e reciproche ingerenze tra Comitati e Azione Cattolica, e tra Comitati e DC, vista la struttura labile del partito di De Gasperi. Ma per il momento contava l’emergenza, e il sostegno al lavoro di Gedda era indispensabile [2ter].

Anche il governo si mosse con abilità, sfruttando tutte le leve a disposizione. In particolare, si usarono i cinegiornali della ‘Settimana Incom’, che ogni cinematografo era tenuto a proiettare negli intervalli dei normali spettacoli. Nel corso dell’intero inverno 1947/48 furono preparate ben 124 edizioni di tali cinegiornali, proponendo numerosi servizi sugli aiuti americani e sull’amicizia tra Stati Uniti e Italia [2quater].

Determinante fu il sostegno diretto americano alla campagna elettorale della DC. L’ambasciatore a Roma, James Dunn, girò in lungo e in largo per l’Italia; visitò scuole e ospedali; inaugurò ponti e strade costruiti con il contributo americano; si fece sempre trovare nei porti al momento dell’arrivo delle navi che trasportavano gli aiuti da Oltreoceano. Le trasmissioni radio in lingua italiana della “Voice of America” furono potenziate e utilizzate a fondo. Soprattutto, fu decisivo il sostegno finanziario dato da Washington al partito democristiano e alle altre forze anticomuniste. Esso coinvolse istituzioni cattoliche, organizzazioni sindacali e persino amministrazioni pubbliche. Tra il marzo e l’aprile 1948 De Gasperi e i suoi uomini ricevettero oltre 500 mila dollari e tonnellate di materiali da stampa, attraverso i canali più disparati e impensabili (aiuti dell’European Recovery Program’ (meglio noto come Piano Marshall, N.d.a.), fondi privati raccolti negli USA, fondi raccolti dalla Santa Sede ecc.). Parte di questi contributi pervenne anche agli altri partiti di governo, compresi i socialdemocratici di Saragat. D’altra parte anche il Fronte Popolare ricorse all’aiuto sovietico per finanziarsi. Mosca inviò al PCI ingenti somme di denaro e materiali per la campagna elettorale, usando metodi complicati e stranissimi (ad esempio facendo arrivare clandestinamente tali contributi dalla Jugoslavia in mazzette da 100 dollari l’uno; oppure comprando migliaia d’arance in favore dell’Unità ecc.) [3].

Nell’anno 1948, per molti versi decisivo delle sorti della giovane repubblica, si ebbero le prime, vere, consultazioni politiche del dopo fascismo per l’elezione dei deputati e dei senatori. In un clima molto acceso, il confronto si sviluppò sui temi ormai consolidati della contrapposizione fra l’ideologia politica occidentale, guidata dal filoamericanismo/atlantismo, e l’ideologia socialcomunista, guidata dai paesi del blocco orientale europeo con l’Unione Sovietica in prima linea. Una contrapposizione che riverberava i suoi effetti sulla politica economica e programmatica, sulla scelta di campo in tema di diritti del proletariato urbano e rurale, sulla necessità di avviare una riforma agraria moderna, sullo sviluppo dell’istruzione ai ceti meno abbienti.

L’ideologia socialcomunista, o di sinistra, preconizzava interventi massicci dello stato a sostegno delle economie povere, del lavoro precario, dello sviluppo sociale delle campagne, dell’avvio di un’industrializzazione guidata e controllata dallo stato e dai sindacati dei lavoratori, la diminuzione dei balzelli a carico dei ceti più deboli, l’assegnazione delle terre ai contadini. Tutto il contrario delle ideologie politiche libertarie e di economia imprenditoriale che spiravano da oltre Atlantico. In questa contrapposizione trovavano posto e si rimescolavano processi altrettanto corposi capaci di catalizzare gli interessi di milioni di persone, come la posizione della Chiesa nell’agone politico ancor più rafforzata dalla concessione del voto alle donne e desiderosa di riassumere quel ruolo di guida della famiglia e dell’educazione che il fascismo aveva tentato a volte dolorosamente di strapparle, come i timori del ceto medio e piccolo imprenditoriale agognante ad una ripresa la più vasta possibile di ricostruzione nazionale, le ossessioni della borghesia che individuava nell’ascesa del socialcomunismo la minaccia più sostanziale al proprio prestigio e alla propria ripresa economica.[4]

La contrapposizione fra la destra e la sinistra, quindi, negli anni che corrono fra la fine delle ostilità alle elezioni del 18 aprile 1948, assunse in tutt’Italia un andamento crescente, e i due schieramenti non lesinarono i mezzi pur di arrivare a battere l’avversario, dovunque e comunque visto che non esisteva un solo punto programmatico assimilabile nella propria valenza politica. La chiesa poteva contare su un’organizzazione di primo ordine e la gettò nella mischia.

La Democrazia Cristiana poté fare affidamento su 282 diocesi, 25.647 parrocchie, 66.351 chiese, 3.172 case religiose maschili, 16.248 case religiose femminili, 4.456 istituti di assistenza e beneficenza, oltre 232.571 assistiti, senza contare i 249.042 ecclesiastici di cui 71.072 preti, 27.107 religiosi professi e 150.843 religiose professe.

Un esercito immenso di persone tutte votate ad una sola e ben chiara direttiva: battere il comunismo [5].

La battaglia fu vinta a prezzo di un’intrusione incontrollata nella sfera privata di milioni d’individui a cui non era certo difficile far giungere la propria voce sostenuta dall’associazionismo cattolico, dagli enti sportivi, dalle rappresentanze di coltivatori o di lavoratori salariati ed anche attraverso quelle istituzioni volute dal fascismo e alla cui dirigenza erano stati posti, dopo il 25 luglio 1943, uomini che abbandonata la camicia nera, si erano convertiti al nuovo credo politico portato avanti dai movimenti moderati e cattolici.

Grossi problemi invece nasceranno proprio per i comunisti: gli oltre 8 milioni di votanti di sinistra, che scelsero di schierarsi ‘contro’. La crociata contro di loro si avvalse in parecchi casi di mezzi spicci, di coercizione delle coscienze, puntando a massimizzare la paura del nuovo che veniva individuata nel collettivismo economico, paventato come un vero e proprio ‘salto nel buio’ da cui l’Italia avrebbe potuto non uscire mai più. E quello che stava avvenendo nei paesi dell’est europeo sottoposti all’influenza politico-militare di Mosca era lì a dimostrarlo. Si parlò di contrapposizione di civiltà, e forse in un certo senso era vero, di strutture sociali, sollecitando a guardare all’America come l’epigona della felicità sociale, la nazione del facile guadagno e, infine, la nazione ‘amica’ che all’inizio dell’inverno 1947 aveva offerto alla povera Italia centinaia di milioni di dollari per una sollecita e comoda ripresa economica. A votare per la Democrazia Cristiana, sostenitrice di un’America amica e generosa, c’era tutto da guadagnare. Questo era il messaggio da far passare. Per questo disegno d’indottrinamento delle coscienze le istituzioni cattoliche puntarono sulle più consolidate delle istituzioni italiche: il campanile, e la famiglia, vista nella sua componente femminile. La chiesa ebbe il compito primario di mettere decisamente all’opera parrocchiane, mogli, sorelle, fidanzate, amiche, della parte avversa. S’iniziò con le raccomandazioni, poi si riferirono le disposizioni del papa, poi, il 29 giugno 1949, si puntò il dito contro le donne amiche, compagne o parenti dei comunisti. Paradossalmente un’indagine sociologica del periodo riferiva che i comunisti erano anche buoni cristiani e frequentavano le parrocchie, seppure non erano praticanti, e le loro donne andavano regolarmente a messa la domenica. E si confessavano anche, come è facile desumere dal tono dell’avviso sacro in riferimento al sacramento della confessione, minacciante la scomunica loro e dei loro uomini.

Il 29 giugno 1949 rappresentò un punto di spartiacque tra ciò che era stato e ciò che poteva essere per milioni e milioni di italiani. Costringeva ad una scelta di campo, a schierarsi. La scomunica e l’accusa d’apostasia per chi frequentava e sosteneva il partito comunista gettò pesanti tormenti esistenziali nella società italiana, nelle scuole, nelle istituzioni, nella famiglia stessa, che a tutt’oggi dobbiamo onestamente dire che non sono ancora del tutto cancellati. L’Unità divenne la cartina di tornasole dei reietti: chi la leggeva o la faceva leggere o diffondeva il foglio fondato da Antonio Gramsci era potenzialmente un apostata, uno scomunicato, uno che faceva politica, ma nel senso più deteriore del termine.

Ma torniamo al clima politico che si respirava in Italia, e ovviamente anche a La Maddalena, in quell’anno cruciale per la nostra storia che fu il 1948 e sentiamo ancora come ne parla la studiosa Simona Pellizza: “La situazione internazionale stava volgendo al peggio, tanto che il 1947 può essere considerato l’anno iniziale della guerra fredda: la dottrina Truman (marzo 1947) e il piano Marshall (5 giugno 1947) segnarono l’irrigidimento della politica americana e l’elaborazione della teoria del contenimento contro la minaccia comunista; fu in questo contesto che maturò la rottura definitiva della collaborazione governativa tra DC e Sinistre in Italia e in altri paesi, anche se agirono motivazioni e cause di carattere nazionale, sì che non è possibile pensare a un piano preordinato da Washington. Diversamente, sull’altro versante, si andava accentuando la pressione sovietica sull’Europa, con la cacciata dei leader avversari dai paesi orientali e la nascita del Cominform alla Conferenza di Szlarska Poreba (settembre 1947). A tale conferenza furono presenti, per il PCI, Luigi Longo ed Eugenio Reale, che si ritrovarono più volte sottoposti alle accuse brucianti dei compagni sovietici e jugoslavi, duramente contrari alla politica impostata da Togliatti e ritenuta troppo moderata” [4bis].

Posto di fronte alle scelte politiche sancite dalla conferenza di Szlarska Poreba, il PCI fu costretto a ridurre la propria politica sempre più succube della linea sovietica, introducendo pertanto gravi contraddizioni nello sviluppo originale del comunismo italiano. Solo pochi membri, tra i quali Umberto Terracini, si opposero a tale svolta: ma un brusco rimprovero della segreteria del partito li sottomise definitivamente. Le fratture internazionali costrinsero anche il PSI a un deciso mutamento di rotta, avviando anche per quel partito una sorta di ‘cominformizzazione’ forzata. Fino a quel momento, infatti, Nenni aveva ricercato con passione un collegamento tra Oriente e Occidente attraverso la formula della ‘solidarietà internazionale’. Ma lo sviluppo della guerra fredda lo costrinse ad allinearsi sui temi e sui giudizi fatti propri dal PCI. Così anche i socialisti recepirono senza discussioni le tesi di Mosca e del nuovo corso comunista. [4ter]

L’esito di questo percorso politico fu la nascita del ‘Fronte Popolare ’, la cui assemblea costitutiva si tenne a Roma il 28 dicembre 1947. Sotto quest’etichetta PCI e PSI sarebbero andati all’imminente voto per il primo Parlamento dell’Italia repubblicana. L’iniziativa risultava motivata da diversi fattori, tra i quali la consapevolezza dello scontro radicale e decisivo ormai in atto. Ma la scelta frontista non convinse tutti gli esponenti dei due partiti: nei socialisti, dure furono le critiche di Sandro Pertini e Riccardo Lombardi, che temevano la subordinazione ai comunisti; nel PCI, invece, lo stesso Togliatti nutriva perplessità verso l’alleanza col partito di Nenni, poiché essa negava tutta la sua precedente politica di grandi alleanze e di impegno per evitare l’isolamento della sinistra nel contesto politico-sociale del Paese. D’altra parte, dopo le dure critiche piovute dal Cominform, non si poteva respingere una simile opzione e, in ogni caso, almeno il PSI sarebbe restato strettamente legato alle scelte comuniste. Il Fronte stabilì dunque di presentare liste uniche adottando come simbolo una stella con sovrapposto il volto di Giuseppe Garibaldi; e raccolse l’adesione pure di formazioni politiche minori (Movimento Cristiano per la Pace ecc.) e di diverse organizzazioni parallele di categoria (Alleanza Femminile, Costituente della Terra ecc.).

A dispetto di tanti entusiasmi e di tante facili illusioni, la battaglia elettorale del Fronte si rivelò fallimentare. Gravissimo errore di fondo fu quello di proporre uno ‘scontro di civiltà ’, nel quale le stesse sinistre avevano tutto da perdere: invece di incalzare il governo sulle conseguenze delle scelte economiche e sulle drammatiche condizioni di vita di milioni di italiani, i dirigenti del Fronte si lasciarono trascinare in una polemica quotidiana sui grandi temi della politica estera e sul confronto tra USA e URSS, un confronto che non poteva che risultare perdente. Il fascino dell’Unione Sovietica, per quanto forte, era di gran lunga inferiore all’attrattiva degli Stati Uniti; nell’immaginario collettivo e nella memoria storica degli Italiani, gli States erano la terra della facile ricchezza, delle rimesse e delle fortune degli emigranti, delle star di Hollywood, della promessa di nuovi livelli di benessere, per quanto ancora solo sognati. Per la maggioranza della popolazione, l’idea di legarsi ancora di più alla terra promessa d’oltreoceano appariva irrinunciabile, inevitabile. In più, i tragici fatti di Praga (Febbraio 1948) ebbero un enorme impatto politico ed emotivo sull’opinione pubblica italiana; impatto che fu stupidamente sottovalutato dal Fronte. Il colpo di mano dei comunisti di Klement Gottwald e l’inizio della sovietizzazione della Cecoslovacchia alimentarono dubbi e sospetti circa le reali convinzioni democratiche di Togliatti e soci.

I vertici del Fronte non tennero neppure conto delle conseguenze delle notizie, provenienti sempre dall’Est, riguardo alle persecuzioni antireligiose e alle misure quotidiane portate ai danni della Chiesa cattolica. Di fronte ad esse, l’opinione pubblica cattolica si irrigidì ulteriormente e lo stesso Pio XII sembrava convinto della possibilità reale di una persecuzione che avrebbe colpito anche la sua persona. “In una situazione del genere non potevano certo bastare le adesioni date al Fronte da un folto gruppo di intellettuali e di personalità di grande prestigio, da Corrado Alvaro a Salvatore Quasimodo, da Renato Guttuso a Giorgio Bassani, Guido Calogero e moltissimi altri di pari valore. Per di più i dirigenti del Fronte si cullarono fino all’ultimo nella certezza della vittoria, mostrando così di non sapere assolutamente cogliere gli orientamenti più profondi dell’elettorato. Fu solo in extremis che si tentò di riequilibrare la propria campagna propagandistica, ma senza convinzione né coerenza. Di ben altra efficacia, invece, si dimostrò la mobilitazione dei sostenitori della DC, attorno alla quale finirono per concentrarsi tutte le energie della Chiesa cattolica, del governo e degli Stati Uniti, costituendo un blocco decisamente imbattibile” [6]. Naturalmente soddisfatto della vittoria fu il presidente del consiglio dei ministri Alcide De Gasperi che parlava in nome di tutto il governo.

“Abbiamo dato con queste elezioni prova a essere un popolo libero, e il cosiddetto ‘governo nero’ ha fatto ogni sforzo affinché queste elezioni fossero libere come infatti libere furono. Inutile quindi ricorrere a scuse di brogli elettorali”

Tuttavia conferiva alla vittoria una valenza personale di certo parecchio più inquietante delle parole asettiche pronunciate: “Desidero segnalare le benemerenze insigni del ministro degli interni (Mario Scelba, N.d.a.) perché ha saputo servirsi delle forze dell’ordine per difendere la libertà, di tutti, amici e avversari. Che cosa sarebbe oggi l’Italia se l’esito elettorale fosse rovesciato? Oggi possiamo invece celebrare in serenità questa vittoria che è innanzitutto vittoria di dignità di popolo(…). Pur avendo in mano, sotto la nostra direzione e dei nostri colleghi di governo, tutte le forze dell’ordine e tutta l’amministrazione, noi non ne abbiamo minimamente abusato, le abbiamo messe al servizio della libertà di tutti, della libertà del popolo italiano”. [7]

Per il giornale americano ‘New York Times’ la vittoria del governo costituiva “innanzitutto la giustificazione del Piano Marshall, e più genericamente della politica americana che promette all’Italia il pane e il rispetto della sua dignità nazionale, mentre il comunismo non offre altro che armi per una guerra civile a tutto vantaggio dei sovietici”. [8]

Di tenore esattamente opposto la stampa sovietica. Radio Mosca parlò dell’esistenza di un “particolareggiato sistema d’intimidazione e di brogli elettorali preparato già molto tempo prima delle elezioni dai democristiani aiutati dalla Chiesa e dalle sue organizzazioni laiche” e che “da ogni parte d’Italia arrivava un fiume di notizie su tali brogli”. [9]

Il papa, Pio XII, voleva mobilitare i cattolici. Voleva una Chiesa in movimento. L’azione doveva svolgersi all’interno della società, forzando la mano e prevaricando ordini costituiti.

Il gesuita Riccardo Lombardi, tenace predicatore, era detto il ‘microfono di Dio’, il fenomeno mediatico dell’epoca [10]. Attraverso i comizi di padre Lombardi, i suoi interventi alla Radio Vaticana, le sue conferenze pubbliche, l’inquietudine del papa contro il pericolo comunista si rendeva manifesta e si armava. Il prete organizzò la crociata della bontà nel 1949, fu la voce ufficiale dell’Anno Santo del 1950, tramò insieme all’avvocato Umberto Ortolani, massone, futuro membro della loggia ‘P2’, ben introdotto nelle stanze vaticane, per portare i neofascisti al governo, in funzione anticomunista (operazione Sturzo, dove il papa spingeva per un’alleanza fra la DC e le destre) e per far accettare universalmente la ‘legge truffa’ degasperiana [11]. Lombardi dai microfoni dell’emittente della Santa Sede incalzava i comunisti inveendo contro di loro e adoperando un linguaggio ingiurioso: “mascalzoni”, “delinquenti”, “falsi”, “il vostro cibo è veleno e la vostra voce è la menzogna”.

Lo faceva durante la campagna elettorale per le amministrative del Comune di Roma: giammai la città eterna e custode della dottrina cattolica sarebbe dovuta cadere nelle mani del fautori del male, rappresentati dal blocco delle sinistre [12].

Mutatis mutandis, la stessa, identica situazione, ebbe a verificarsi nell’isola più militarizzata d’Italia, La Maddalena. Qui, all’estrema periferia dell’impero, il ‘microfono di Dio’ era adoperato con maestria da don Salvatore Capula, che parlava dal pulpito e studiava le tattiche dietro l’altare, con i suoi fedelissimi, dell’Azione Cattolica e della DC [13]. La sola differenza fra Roma e La Maddalena stava nel fatto che la stragrande maggioranza dei padri di famiglia dell’isola si guadagnava il pane lavorando sotto lo stato e molti di questi giovani virgulti indigeni si erano fatti raccomandare dal parroco, ben inserito negli ambienti militari e ministeriali, per essere assunti in Arsenale.

Questi furono i risultati delle urne:

A) CAMERA DEI DEPUTATI:

Democrazia Cristiana

12.712.562

48,5

305

Fronte Democratico Popolare

8.137.047

31

183

Partito Socialdemocratico Italiano

1.853.346

7,1

33

P.L.I. – Uomo Qualunque

1.004.889

3,8

19

Partito Nazionale Monarchico – A.d.n.l.

729.174

2,8

14

Partito Repubblicano Italiano

562.477

2,5

9

Movimento Sociale Italiano

526.670

2

6

Contadini

96.025

0,3

1

Altre liste

502.960

2

4

TOTALI

26.130.150

100

574

B) SENATO DELLA REPUBBLICA:

Democrazia Cristiana

10.899.640

48,1

131

Fronte Democratico Popolare

6.969.122

30,8

72

P.L.I. – Uomo Qualunque

1.216.934

5,4

7

Partito Socialdemocratico Italiano

943.219

4,2

8

P.R.I. – P.S.D.I.

607.792

2,7

4

Partito Repubblicano Italiano

594.178

2,6

4

Partito Nazionale Monarchico – A.d.n.l.

393.510

1,7

3

Süd Tiroler Volkspartei

95.046

0,4

2

Altre liste

937.489

4,1

6

TOTALI

22.657.290

100

237

Le elezioni politiche del 18 aprile 1948 a La Maddalena.

  1. SENATO DELLA REPUBBLICA (Votanti 5.106)

  • Polo (PSLI): 98

  • Cassitta (Fronte): 1.633

  • Perantoni (Blocco): 101

  • Puggioni (Sardisti): 22

  • Azara (DC): 3.252.

  1. CAMERA DEI DEPUTATI (Votanti 6.287)

  • Pax: voti 6

  • Fronte: 2.072 (32,9%)

  • Pensionati: 9

  • Socialismo: 155

  • M.N.D.S.: 15

  • M.S.I.: 229

  • Repubblicani: 66

  • Lega Sarda: 9

  • Monarchia: 35

  • Blocco: 159

  • Democrazia Cristiana: 3.518 (55,9%)

  • Sardisti: 14.

(‘Nuova Sardegna’ n. 95 del 22 aprile 1948)

Anche a La Maddalena, nelle elezioni politiche, celebrate due anni appresso quelle amministrative, si evidenziava la forte presa della Democrazia Cristiana sull’elettorato. Anzi tale presa era aumentata raggiungendo, nella pratica, la maggioranza assoluta con un lusinghiero 55,9% dei consensi che andava di certo oltre le aspettative degli stessi sostenitori dello scudo crociato. In una situazione di questo genere, sostenuta da una parallela realtà in tutto il resto della Penisola, i democristiani della Maddalena potevano ben dire di avere non soltanto conquistato e consolidato i numeri della vittoria, ma anche di aver ottenuto il più largo consenso al governo incarnato in quel momento dalla giunta guidata dall’ex maresciallo dei carabinieri Giuseppino Merella.

Il ritorno delle prerogative di libertà aveva portato con sé un rinnovato vigore democratico ed operativo che, fu recepito dalle forze più giovani e più attente al cambiamento dei tempi, specialmente da coloro che avevano avuto modo di coltivare – anche segretamente – il sogno di una partecipazione alla vita politica. Fra più attivi c’era il gruppo del Movimento Giovanile Socialista che aveva come punto di riferimento la sezione (ricostituita) del Partilo Socialista Italiano ‘Giacomo Matteotti’.

Nel 1945, poi, la ripresa delle attività in Arsenale, dopo la parentesi dell’occupazione tedesca della città nel settembre 1943, aveva portato alcuni giovani intraprendenti della sinistra ad iscriversi alla scuola allievi operai, il corso 1945/48.

Durante i momenti di libertà, fuori del lavoro, questi giovani usavano riunirsi nella sezione del Partito Socialista di Piazza Matteotti e qui i più grandi, tenevano loro delle lezioni di politica che poi, gli allievi discutevano passeggiando in paese o riunendosi fra loro.

Stava nascendo la futura classe dirigente di una comunità che vantava forti ascendenze operaie che traevano radici nei lavoratori del granito nei primi anni del secolo o nei pescatori della cooperativa [13bis].

Mario Birardi, ex parlamentare PCI ed ex sindaco de La Maddalena ricorda: “Si leggeva molto e le letture che ci affascinavano erano ovviamente le letture a contenuto sociale, rivendicativo, come poteva essere ‘Don Basilio’, o ‘Il Calendario del Popolo’,‘Vie Nuove’ ed altre riviste molto impegnate” [14].

Nasceva in tal modo, e si accresceva, l’interesse per l’impegno sociale e politico.

All’interno dell’Arsenale, nella Scuola Allievi Operai, la vicinanza di tanti elementi di tendenze di sinistra, portava ad un costante scambio di opinioni sui massimi avvenimenti e ad un affinamento sia di idee che di metodi, anche se il legame molto forte che la chiesa aveva, e aveva adesso più che mai, con le alte gerarchie militari acuiva il pericolo di punizioni o anche di radiazioni che erano viste in modo drammatico stante la scarsezza di mezzi di sostentamento.

Ma non era sempre così. Ad esempio, durante le lezioni di religione, tenute dal cappellano militare don Virgilio Frigeri, la discussione politica, moderatamente politica, ma comunque significativa in quel contesto, aveva voce e forza, proprio tramite le sollecitazioni del sacerdote .

Alcuni di questi giovani socialisti finirono poi con il propendere verso interessi più marcatamente di rivendicazione sociale e passarono nelle file del Partito Comunista, a seguito della crisi fra socialisti e comunisti e all’uscita dal governo delle sinistre nel 1947 [15].

Durante la milizia nel Partito Socialista, questi elementi più radicali erano guardati con una certa simpatia da una parte dei compagni, come elementi capaci di frenare lo ‘scivolamento’ del PSI. verso posizioni più morbide, al limite del sostegno al gruppo che poi porterà alla nascita del Partito Socialista Democratico. Molto presto la loro azione si definì con un passaggio verso la posizione più dinamica del PCI.

Il 18 aprile a La Maddalena è ricordato dai compagni del Fronte Popolare, come un giorno di cocente sconfitta. La propaganda elettorale era stata lunga e combattuta. Nelle sezioni del PCI e del PSI, le forze più giovani, come quelle raggruppate ne ‘L’Avanguardia Garibaldina, che era praticamente l’organizzazione giovanile del Fronte Popolare avevano lavorato molto.

“Ci restammo male – afferma oggi Mario Birardi – perché eravamo convinti che la sinistra avrebbe ottenuto la maggioranza a livello nazionale, e noi sull’isola, avevamo fatto del nostro meglio.

Quando il risultato si palesò in tutta la sua essenza, nella sezione di Via XX Settembre, qualcuno pianse. Furono specialmente le compagne a piangere, una delusione forte, che noi, però cercammo che di superare facendo appello alla nostra forza giovanile. Uscimmo per la città con il fiore rosso al petto e le bandiere – eravamo 300/400 persone almeno – in silenzio, a confermare la nostra volontà ed il nostro immutato impegno verso il cambiamento”.

La presenza della componente di sinistra in Arsenale non era irrilevante In seguito all’attentato a Palmiro Togliatti, si inscenò una manifestazione. “Tutti uscimmo dall’Arsenale e marciammo fino a La Maddalena, senza che le forze dell’ordine si muovessero ad impedircelo, d’altronde noi facemmo rispettare l’ordine e non successe nulla di grave” [16].

Fu proprio dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, il 14 luglio 1948, che l’azione repressiva nei confronti dei comunisti si fece aggressiva da parte del governo, motivata dal timore che potessero esserci dei tafferugli [16bis]. Il ministro degli interni Scelba il 26 luglio aveva rilasciato all’’United Press’ un’intervista per certi versi premonitrice e chiarificatrice del comportamento del governo nei successivi anni ’50. “Il PCI – aveva dichiarato Mario Scelba, allora ministro degli Interni – è una sezione italiana del partito comunista bolscevico, (e) le sezioni del partito comunista bolscevico operanti nei vari paesi hanno a portata di mano piani insurrezionali aggiornati a seconda del mutare delle situazioni internazionali (…). I fatti accaduti in Italia dopo l’attentato a Togliatti ne sono una prova manifesta” [16ter].

Una decina d’anni fa l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga ebbe a dichiarare a proposito di quei frangenti: “Antonio Segni nel ’48 mi ha mandato a prendere le armi, in previsione di un possibile tentativo di golpe comunista nel 1948 dopo l’attentato a Togliatti o come risposta alla vittoria elettorale della DC. Giustificato perché a quel tempo i comunisti disponevano più armi loro che l’intero esercito italiano” [16quater1]. Ed ancora il ministro Scelba: “Posso solo dire che non avremmo ceduto il potere. Reclutammo uomini affidabili, creando una serie di poteri per l’emergenza”. E’ possibile immaginare che fra quei ‘poteri per l’emergenza’ fosse incluso anche quello di redigere elenchi di persone ‘scomode’ da neutralizzare? Quegli elenchi vennero bene al momento adatto quando si trattò di fare un ‘repulisti’ nelle aziende private e, maggiormente, in quelle pubbliche? L’immaginazione, in questo caso, non è tanto distante dalla realtà.

Nella realtà dei fatti non furono però i dirigenti noti del partito ad essere colpiti. “[…] Ciò che si vuol colpire sono i quadri intermedi del partito e del sindacato. Settemila persone vengono rinviate a giudizio, specie nelle province del Sud e nella Toscana: 1.796 denunciate in Toscana, 992 in Puglia. Ai prefetti giunge una circolare che invita ad agire ‘energicamente contro dirigenti Camere del lavoro’ risultando ‘che centri organizzatori atti insurrezionali blocchi stradali ecc. sono state le Camere del lavoro’. Nel Nord, in Emilia in particolare, si scatena la campagna antipartigiana […].

Ecco le cifre della grande repressione tra il luglio del ’48 e la prima metà del ’50: 62 lavoratori uccisi, di cui 48 comunisti; 3.126 feriti, fra 2.367 comunisti; 92.169 fermati, fra cui 73.870 comunisti” [16quater].

Gli operai comunisti della Maddalena, qualche anno dopo, non sarebbero stati colpiti a caso, tutt’altro.

Si temeva la rivolta. Si credeva che i partito comunista e quello socialista avessero la possibilità di operare una ribellione in tutta Italia, specie nelle regioni ‘rosse’ per favorire la creazione di un governo di sinistra amico o satellite dell’Unione Sovietica [16 quinquies].

E le indagini più o meno segrete delle forze dell’ordine sembravano provarlo.

Il cantiere navale, covo di ‘rivoluzionari’, secondo la visione delle gerarchie militari, da cui dipendeva l’amministrazione e il controllo, non solo meramente aziendale, dello stabilimento, erano pronte a contrastare con ogni mezzo, lecito o illecito, la paventata ‘rivolta popolare’.

L’ammiraglio Antonio Cocco, che fu comandate della piazzaforte maddalenina dal 1971 al 1974, riporta nelle sue memorie un episodio sconcertante [17].

Il 21 febbraio del 1948, l’ancor giovane tenente di vascello fu destinato al Gruppo Navi Uso Locale della base de La Maddalena, con l’incarico di comandante della Motozattera 726.

“Pochi giorni prima delle elezioni del 18 aprile […] mi fu ordinato di ormeggiarmi di punta al moletto antistante l’ospedale della Marina, il che mi sorprese per la posizione inusuale – racconta l’alto ufficiale della Marina Militare – La sera precedente le elezioni furono imbarcate sulla motozattera due mitragliatrici Breda, di non normale dotazione di bordo. Come è ben noto la campagna elettorale si era svolta con toni molto accesi fra i due blocchi: quello socialcomunista e delle sinistre e quello democristiano e comunque di centro”.

Cocco spiega che la posizione di ormeggio del natante era considerata strategica perché situata ai bordi dell’unica strada che divideva allora La Maddalena dalla frazione di Moneta, borgata ritenuta una roccaforte delle sinistre, in quanto prevalentemente abitata da operai dipendenti dalla Marina Militare .

“Il mio compito era molto semplice: in caso di vittoria dei ‘rossi’ avrei dovuto evitare che essi occupassero il centro de La Maddalena, con qualsiasi mezzo, anche con l’uso delle mitragliatrici. Per mia fortuna, l’esito delle elezioni non fu in linea con le previsioni: sia La Maddalena, sia Moneta, diedero una grande maggioranza contraria alle sinistre e le mitragliatrici rimasero inoperose, con grande fortuna di tutti, ma innanzitutto mia che, in caso contrario, avrei dovuto eseguire ordini che mi ripugnavano! E se, malauguratamente, fossi stato costretto a ordinare di aprire il fuoco, che avrebbero fatto i serventi?Avrebbero sparato sulla folla o, piuttosto, su chi aveva dato l’ordine?” [18].

T. Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] S. PELLIZZA. Le Elezioni del 1948. Marsilio Editore. Milano 2004.

[2] Ibidem.

[2bis] Ibidem.

[2ter] Cfr. L. GEDDA, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare. Ed. Mondadori, Milano 1998. “(…) un insegnamento fondamentale ai cattolici italiani impegnati ad assolvere un dovere elettorale; non è sufficiente l’esistenza di uno o più partiti di ispirazione cristiana, ma è necessario che esista una struttura politica non partitica in ogni diocesi; cioè che esistano un Comitato nazionale e dei Comitati diocesani composti da cattolici autentici e non interessati a una candidatura personale” (pag. 115).

[2quater] S. PELLIZZA, Le elezioni … . Cit.

[3] S. PELLIZZA, Ibidem. Cfr. anche G. BOCCA, Palmiro Togliatti. Roma, 1992. Pagg. 442 e ss.

[4].Cfr. G. CANDELORO, Il Movimento cattolico in Italia, Roma, 1982. Pagg. 528-542.

[4bis] Cfr. G. BOCCA, Palmiro Togliatti. Cit.

[4ter] Ibidem.

[5] S. PELLIZZA. Op. Cit.

[6] Ibidem.

[7] ANSA. Comunicato stampa delle ore 21,45 del giorno 21 aprile 1948.

[8] Ibidem. Ore 11,35 del 22 aprile 1948.

[9] Ibidem. Ore 23,20 del 22 aprile 1948.

[10] G. ZIZOLA, Il microfono di Dio. Milano, 1990, p. 254 e ss.

[11] In vista delle elezioni politiche del 1953 il governo presieduto da Alcide De Gasperi fece approvare dal Parlamento una legge che decretava un ‘premio di maggioranza’ alla coalizione che avesse ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Le sinistre si opposero tenacemente e definirono la legge come ‘truffa’. Il premio di maggioranza non scattò perché la coalizione governativa arrivò raggiunse il 49,85% dei voti contro il 35% della coalizione di sinistra. (Su questo argomento: Cfr. N. KOGAN, Storia politica dell’Italia repubblicana. Bari 1990. Pagg. 81 e ss; S. FLAMIGNI, La tela del ragno. Milano 2004. Pag. 8; G. COLARIZZI, La seconda guerra mondiale e la repubblica. In ‘Storia d’Italia’, a cura di G. GALASSO. Torino 1984, Pagg. 621 e ss; V. CASTRONOVO, R. DE FELICE, P. SCOPPOLA, L’Italia del novecento. Torino 2004, Pagg. 357/389).

[12] G. ZIZOLA, Il microfono … . Cit .

[13] Per uno studio approfondito della figura e dell’opera di don Salvatore Capula, e dell’influenza da lui esercitata sulla società isolana nel periodo passato a dirigere la parrocchia (1934-1998), si rimanda al volume di G.C. TUSCERI, Il governatore. Ed. Paolo Sorba. La Maddalena 2000.

[13bis] A titolo di esempio sulla presenza di operai comunisti a La Maddalena citiamo la “Proposta di rimpatrio con foglio di via obbligatorio”, inviato dal maresciallo maggiore Luigi Corona, comandate della stazione dei Carabinieri Reali de La Maddalena. Il documento fu inviato al Podestà de La Maddalena, il 22 settembre 1927. La persona di cui si proponeva il rimpatrio era un tale Bonfiglio Matteuzzi, scalpellino nella cava di granito di Cala Francese, del quale era richiesto l’allontanamento da La Maddalena e il rientro forzato nel proprio comune d’origine, Casellina di Torre, non lontano da Firenze, con il divieto di non far più ritorno nel comune da cui era stato fatto partire. Matteuzzi “da informazioni assunte” era risultato essere “fervente simpatizzante del partito comunista”. In precedenza, per ragioni politiche gli era stato negato il passaporto che gli era indispensabile per recarsi a lavorare in Francia.

Da ricordare anche la società dei pescatori, costituita nel 1919, Cfr. Statuto della società fra i pescatori di La Maddalena. La Maddalena, 1919. Primo presidente della Società Cooperativa Pescatori fu Luigi Birardi, padre di Mario. Alla fine dell’800 “Era stata fondata anche una locale sezione della Federazione dei Lavoratori del mare, un’organizzazione politica che, a livello nazionale, era legata ai circoli repubblicani. Ancora oggi, a La Maddalena, in piazza XXIII Febbraio, nel palazzo che ospitava la sezione, è visibile l’insegna” (T. ABATE, Giacomo Pala e La Maddalena: un porto di terza classe. In Almanacco Maddalenino. Vol. I. La Maddalena, 2002).

[14] Testimonianza orale dell’on. Mario Birardi.

[15] Una sezione clandestina del PCI fu fondata da un gruppo di antifascisti: Salvuccio Magnasco, Costante Castelli, Tomaso Palitta, Giuseppe Rassu, Nuccio Pinna, Francesco Cotrone e tre giovani diciottenni: Antonio Conti, Fulvio Palitta e Novaro Sorba. Il primo incontro ebbe luogo nel mese di giugno del 1943 all’ultimo piano del palazzo dove abita la famiglia Montella, nella piazza S. Maria Maddalena (testimonianza di Tonino Conti).

[16] Testimonianza orale dell’on. Mario Birardi.

[16bis] Sull’attentato a Palmiro Togliatti: cfr. G. GOZZINI, Hanno sparato a Togliatti. Milano, 1998

[16ter] G. BOCCA, Palmiro Togliatti. Cit. Pagg. 480 e ss.

[16quater] Ibidem.

[16quater1] Cfr. ‘Il Corriere della Sera’ del 13 gennaio 1992.

[16quinquies] Sull’ipotizzata organizzazione di rivolta clandestina promossa dal PCI, Pietro Secchia (1903-1973), responsabile organizzativo del partito, ha affermato: “Non si lottava per il socialismo, ma per un’Italia rinnovata e veramente democratica basata su nuove strutture sociali i cui pilastri avrebbero dovuto essere le formazioni partigiane, tutte le organizzazioni e gli organismi sorti durante la guerra di liberazione. L’insurrezione nazionale per la quale lottavamo non si poneva e non poteva porsi il problema della realizzazione della rivoluzione socialista, della dittatura del proletariato, ecc. ma neppure si proponeva il ritorno alla vecchia democrazia prefascista; lottavamo per realizzare una nuova democrazia, una democrazia progressiva che avrebbe potuto realizzarsi soltanto con delle profonde riforme strutturali e sociali col ricreare dalle fondamenta tutto l’apparato amministrativo e statale”. Cfr. Voce ‘Pietro Secchia’ in: F. ANDREUCCI-T. DETTI, Dizionario biografico del Movimento Operaio. Ed. Riuniti, Roma 1981

[17] A. COCCO, Memorie. Roma, 2004 (Edizione fuori commercio) Pag. 104 e ss.

[18] Ibidem.