1949. L’Italia nella NATO e il Piano Marshall

[…] L’Italia si presenta alla politica americana sotto una molteplicità di aspetti tutti in qualche modo significativi: come paese di confine nell’Europa meridionale dell’ipotizzato schieramento difensivo ‘atlantico-mediterraneo’ così come la Norvegia lo sarebbe stato dell’Europa settentrionale; come componente insostituibile, quale che fosse l’attuale debolezza del governo, la fragilità e la scarsa compattezza dello stato della società italiani, della civiltà occidentale e pertanto dello schieramento internazionale che voleva costruire a sua difesa; come paese prominente nel Mediterraneo, di un settore geografico, cioè, nel quale gli Stati Uniti si erano impegnati prima che altrove ad opporsi all’espansione sovietica e all’affermazione del comunismo; e infine come campo di esperimento classico di una democrazia ristrutturata sotto tutela ed influenza americana, che era diventato un punto d’onore (oltre che un intento primario nell’ambito della ‘guerra fredda’). In questo senso le elezioni del 18 aprile rappresentano l’apice di questa fase della politica italiana verso l’Italia postfascista, articolata, oltre che su un sostegno economico che dura ormai da quasi cinque anni, sulla promessa della difesa militare dell’Italia uscita dallo status di potenza vinta e sull’appoggio esteso, multiforme e deciso ai partiti politici di democrazia occidentale. Non a caso l’impegno americano in quelle elezioni è stato pittorescamente descritto con l’espressione “Taking off the gloves”: un’impresa, cioè, in cui ‘ci si era levati i guanti ” [1]. Il momento specifico della considerazione del governo americano per la situazione dell’Italia cade fra l’inizio del 1947 e l’inizio del 1949, quando, con la firma del trattato del Nord Atlantico (4 aprile 1949) l’Italia entrò a pieno titolo nel novero dell’alleanza strategica chiamata a fronteggiare, prima politicamente e poi militarmente – se necessario con la forza – l’espansione del comunismo verso occidente. “Questa più precisa linea di politica italiana degli Stati Uniti portò l’America ad assumere precisi impegni militari in Italia prima che in ogni paese firmatario dell’alleanza del 4 aprile 1949” [1bis].

Ma c’era anche l’aiuto economico, sostanziale, che poteva essere usato come deterrente anticomunista: il Piano Marshall. “Nella speranza degli artefici della politica america – chiarisce Barié – il Piano Marshall aveva, come si sa, significato alternativo alla necessità di intervenire militarmente per difendere l’Europa. Nel caso italiano, però, questo valore alternativo generale era in qualche modo ridotto in partenza dall’impegno dichiarato di difendere il paese da attacchi esterni. La fragilità della democrazia nel periodo indicato, la vicinanza della più inquietante e battagliera nazione comunista al di fuori (ma in questo periodo ancora sotto la guida) dell’Unione Sovietica, la Jugoslavia di Tito; la collocazione della penisola e delle isole italiane nell’area strategicamente vitale del Mediterraneo; le responsabilità assunte dagli americani in più di quattro anni di occupazione, stanno alle spalle della dichiarazione del presidente Truman del 13 dicembre 1947 che impegna gli Stati Uniti a prendere in considerazione le misure più opportune da adottare per il mantenimento della pace e della sicurezza in Italia”. [2]

Secondo Ennio Di Nolfo, il Piano Marshall individua il momento culminate “della rielaborazione degli obbiettivi della politica estera americana, dinanzi alla scoperta di una realtà diversa da quella attesa durante la guerra contro la Germania”. Sempre secondo l’autore, la coscienza dell’esistenza di questo problema raggiunge il suo culmine negli anni fra il 1947 e 1950, che è anche il momento in cui matura la constatazione dello scontro inevitabile fra le superpotenze, ossia “le esigenze di questo scontro, il formarsi delle regole che determinano la natura del sistema bipolare (e) tendono a condizionare tutta la vita internazionale, imponendosi alle esigenze particolari dei singoli soggetti minori o agli aspetti periferici della politica estera delle singole superpotenze”. Tutto questo quadro in rapido movimento portò a definire, ad esempio, un documento del ‘War State Navy Coordinating Committee’ di questo tenore: “La sicurezza degli Stati Uniti è l’interesse fondamentale al quale l’aiuto da parte degli Stati Uniti a Paesi stranieri deve servire (…). Gli Stati Uniti hanno oggi bisogno di amici nel mondo e in particolare debbono preoccuparsi che altre nazioni non passino sotto l’influenza di alcuna nazione ostile”. [3]

Una tale esigenza, dobbiamo dire, calza perfettamente con le successive prese di posizioni del governo italiano indirizzate a tenere sotto stretto controllo ogni esuberanza da parte socialcomunista, fosse essa a livello politico che sindacale, specialmente nei luoghi di lavoro e nelle strutture controllate direttamente dal governo, com’era il caso dell’Arsenale Militare della Maddalena.

L’intervento di soccorso economico prese avvio nel 1947. Lo stesso George Marshall, ideatore del faraonico piano di aiuti all’Europa, in un discorso pronunciato all’università di Harvard il 5 giugno di quell’anno, invitò gli stati europei appena usciti dalla guerra ad accordarsi su di un programma di ricostruzione economica che gli Stati Uniti si dichiaravano pronti ad appoggiare e finanziare. L’offerta americana fu accolta ed esaminata dai ministri degli esteri di sedici paesi dell’Europa occidentale (tra cui l’Italia) in una conferenza che si tenne a Parigi il 12 luglio 1947.
A seguito di tale conferenza fu elaborato il programma delle richieste sulla cui base il congresso americano approvò, il 2 aprile 1948, il ‘Piano Marshall’, ovvero il piano di riconversione economica.

Il 16 aprile 1948 gli stati europei partecipanti a questo piano sottoscrissero il trattato per la cooperazione. In base all’accordo gli aiuti per la ripresa economica dell’Europa sarebbero dovuti essere assegnati dal 1948 al 1952: continuarono tuttavia oltre tale data, pur se in misura ridotta. Non era una novità: gli stati europei avevano ricevuto aiuti americani anche anteriormente al 1948 sotto varie forme.

Nel piano Marshall ogni governo disponeva a titolo gratuito dell’86% dell’aiuto americano concesso; il rimanente 14% era concesso a titolo di prestito. Inoltre ogni governo doveva costituire un ‘fondo di contropartita’ nella propria moneta nazionale. Questo fondo, in cui doveva essere versato il ricavato dalla vendita delle merci ottenute gratuitamente, doveva essere utilizzato per la ripresa e lo sviluppo economico del paese.
L’ente italiano incaricato dei prelievi fu il CIR (Comitato Interministeriale per la Ricostruzione) cui era affidato il compito di coordinare tutto ciò che concerneva tali aiuti. Dal 3 aprile 1948 al 30 giugno 1953 furono erogati all’Italia, in base al Piano, 1.578 milioni di dollari: tale somma contribuì in particolare all’assestamento del
disavanzo della bilancia commerciale italiana e di quella dei pagamenti.

Considerando che il dollaro, era quotato attorno alle 600 lire italiane, il volume di denaro che raggiunse l’Italia attraverso il piano Marshall può essere valutato attorno ai 9,4 miliardi di lire di allora. Una cifra enorme che il governo nazionale spartì fra i vari ministeri preposti alla ricostruzione, un governo nazionale che sin dal maggio del 1947 aveva fatto a meno dell’apporto della componente socialcomunista licenziandola nel secondo governo De Gasperi.

Anche il Vaticano, con la forza della capillarità ecclesiale, spingeva in quegli anni affinché le componenti socialcomuniste locali fossero messe in minoranza o, comunque, limitate o private della forza di attrazione e di convincimento che essi esercitavano sulle masse. Questo fenomeno di ‘attenzione’ delle massime gerarchie ecclesiastiche alle dinamiche sociali che gli anni ’50 stavano portando alla ribalta si pose anche, in un certo senso, in alternativa alla politica di centrismo portata avanti da Alcide De Gasperi che era, indubbiamente, dal punto di vista della dialettica politica, un figlio del Vaticano. “Nella chiesa cattolica sembrarono prevalere tendenze reazionarie, e ciò non rimase senza conseguenze nella politica interna italiana. L’eclissi di Alcide De Gasperi aveva lasciato libero il passo alle forze clericali e integraliste all’interno del mondo cattolico. Negli anni successivi al ’52, anche grazie al declino fisico di papa Pio XII, un gruppo di cardinali conservatori della Curia, fra i quali il più loquace, se non il più importante, era Alfredo Ottaviani, prese il sopravvento in Vaticano e usò pesantemente il proprio potere in Italia e in Francia” [4].

Per comprendere come si esprimeva, anche a livello di sola intimidazione, la strategia anticomunista del governo, e com’erano capillari le informazioni che pervenivano al ministero degli Interni, riportiamo un episodio accaduto a Mario Birardi, che, alla fine del 1950 fu chiamato alle armi. Il futuro sindaco andò a Taranto e dopo fu imbarcato come saldatore sull’incrociatore ‘Andrea Doria’, nave ammiraglia della flotta italiana. Evidentemente il suo credo politico era conosciuto perché poco dopo aver messo piede sulla nave fu ricevuto dal vicecomandante, in un primo momento gli propose di fare suo il segretario particolare, poi, saputo dal Ministero che era comunista fece di tutto per farlo sbarcare. Birardi, nel giro di un mese, fu trasferito all’isola di Favignana in provincia di Trapani. Qui giunto vi trovò ad accoglierlo un maresciallo originario di Marino (Roma) con cui ebbe poi un rapporto amichevole e cameratesco che lo mise in condizione di passare il resto della naja senza eccessive difficoltà, se non fosse stato per via della lontananza da casa.

La pressione si esercitava, ovviamente, sul personale militare della Difesa che, dietro l’apparente giustificazione dell’imparzialità dei comportamenti di fronte agli eventi politici nazionali, era costretto a subire limitazioni severe alla propria libertà, sia di espressione del pensiero sia di movimento.

In un’informativa fatta pervenire allo Stato Maggiore, il ministro Randolfo Pacciardi, dichiarava: “In occasione di pubblici comizi, specialmente nella Capitale, è stata riscontrata la presenza di militari delle varie armi, che si uniscono alla folla per ascoltare la parola degli oratori. Al militare, in relazione ai compiti che ad esso sono affidati nel supremo interesse della difesa del Paese, non si addice, sia pure con la sola presenza, la partecipazione a competizioni di parte; la sua astensione dalle manifestazioni stesse, lungi dall’essere definita come insensibilità politica per le correnti programmatiche dell’opinione pubblica, rappresenterà per contro la migliore garanzia del loro normale esplicarsi in virtù appunto della solida compagine delle Forze Armate che, al di sopra delle persone, vigilano, imparziali custodi, sull’integrità della Patria. I Comandanti tutti, compenetrati dell’importanza di quanto segnalato e dello spirito che anima le osservazioni mosse, svolgano opportuna opera persuasiva al fine di evitare che i propri dipendenti, sia pure con la sola presenza a comizi o simili manifestazioni, diano la sensazione di perdere di vista il fine superiore al quale giurano fedeltà e che i fini tutti congiunge” [5].

Un modo elegante e ‘patriottico’ per tarpare le ali ad ogni libertà intellettuale, singola o di gruppo, dei cittadini in uniforme, che corrispondeva esattamente al clima del momento.

Prima di quelli effettuati nel giugno del 1952, di cui parleremo diffusamente nel prossimo capitolo, si erano avuti altri licenziamenti negli stabilimenti militari de La Maddalena che, però, erano stati effettuati seguendo criteri diversi. Famosa fu la ‘regola del tre’ secondo cui tre persone legate da stretto vincolo di parentela non potevano contemporaneamente restare alle dipendenze di un ente pubblico. Furono quindi raccolte tutte le informazioni possibili sulle situazioni familiari dei dipendenti e, in seguito, inviate le lettere di licenziamento. E’ però curioso notare come, anche in quell’applicazione, finirono per essere coinvolti elementi di sinistra o simpatizzanti di sinistra. Su quel sistema di cernita del personale lavorante da avviare al congedo possediamo qualche informazione interessante. All’interno di Marimist (acronimo di Officina Mista Arsenale Militare), esisteva una commissione detta dei ‘Licenziamenti e delle Assunzioni’ che dipendeva direttamente dal direttore dello stabilimento. In una relazione riferita all’anno 1949 sono riassunti i passaggi attraverso i quali si era arrivati alla determinazione del licenziamento di alcuni dipendenti che rientravano nella ‘regola del tre’, o che erano di condizioni giudicate abbienti:

    1. Marimist: decide che si devono licenziare sei operai e la commissione “li sceglie fra quelli più abbienti (verbale n. 24). Scopo di questo licenziamento è quello di poter assumere altrettanti salariati rientrati dal servizio di leva, i cui posti, lasciati vacanti all’atto del richiamo alle armi, erano già stati occupati.

    2. Marisardegna: prima di decidere in merito vuol sapere in quale data sono avvenute le riassunzioni dei Salariati già licenziati per obblighi di leva nonché delle vedove di guerra e personale M.M.. Desidera inoltre conoscere quali vacanze si sono verificate a partire da quella data.

    3. Marimist: fornisce le notizie richieste e comunica che non occorre più licenziare i 6 operai di cui al verbale n. 24.

    4. Marinaff Roma: ricevuta notizia, di quanto contenuto nel verbale n. 24, dal Sindacato Naz. Dipendenti civili della Marina sez. La Maddalena e chiede a Marisardegna gli elementi per la risposta, facendo notare che col dp. B/8587 del 17/10/48 di Marsegrege si conferma la necessità di licenziare gli abbienti e il divieto di rimpiazzare i posti dei richiamati alle armi.

    5. Marisardegna: fornisce a Marinaff gli elementi per la risposta e nello stesso tempo chiede a Marimist La Maddalena e al nucleo P.M. la situazione patrimoniale di tutti i dipendenti operai allo scopo di licenziare quelli che non hanno necessità di lavoro. Inoltre chiede, con lettera al nucleo P.M. la situazione patrimoniale di 4 operai fra quelli proposti per il licenziamento con verbale n. 24 più un altro mai citato prima.

    6. Nucleo P.M.: fornisce le notizie richieste da Marisardegna circa i 5 nominativi indicati. Per tutti gli altri operai di Marimist dice che ha in corso ricerche e quanto prima comunicherà i risultati.

    7. Marimist: scrive al comando Carabinieri La Maddalena e per conos. a Marisardegna chiedendo l’elenco della situazione patrimoniale dei dipendenti operai da inviare a Marisardegna.

    8. Marisardegna: prende tutta la pratica e la manda a noi, dicendo che è nostra competenza risolverla in quanto Marimist è passata alle nostre dipendenze dal 10/2/49. Desidera però conoscere gli ulteriori sviluppi” [6].

Delle informazioni rese dal Nucleo P.M. (Polizia Militare) ne citiamo una, diretta a Marisardegna, in cui si trascrivono le condizioni patrimoniali di un dipendente, Virgilio Licheri, da noi intervistato, che ci ha informato su questo episodio [7]. Le informative finivano a Marisardegna che, a sua volta, le inviava alla Direzione Arsenale e al Ministero, per le operazioni di competenza. Una di queste fu ricevuta a Marisardegna il giorno 26 marzo 1949 (protocollo d’arrivo n. 238) ed aveva il seguente tenore: “Prosecuzione foglio n. 8/611 del 10 marzo c.a. Il dipendente Nucleo di Polizia Militare ha esperito gli accertamenti in merito alla situazione patrimoniale degli operai di Marimist La Maddalena. Trasmetto in allegato singole informazioni relative ai salariati: a) – che risultano proprietari di beni immobili; b) – che svolgono oltre al lavoro presso Marimist La Maddalena, altre attività con mezzi propri; c – che hanno altre persone dello stesso nucleo familiare impiegate presso la predetta Officina Lavori. Richiamo l’attenzione di codesto Comando sulle disposizioni contenute nel paragrafo 3 lettera b) del dispaccio n. 1582 in data 25 marzo 1947 del soppresso Marisosta, confermato da Marisegrege col dispaccio n. B8587 del 17 ottobre 1948 – paragrafo 3°”.

La firma in calce è quella del comandante di Marisardegna, contrammiraglio Luigi Cei Martini [8].

Come si può constatare le disposizioni applicate il 24 giugno 1952 e il 22 dicembre 1956 ebbero precedenti illustri.

T. Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] E. DI NOLFO, Il Piano Marshall e la guerra fredda. Tratto in particolare da H.B. PRICE, Bureaucracy and Marshall Plan and its Meaning. Itahaca (USA), 1955, et alii.

[1bis] Ibidem

[2] Ibidem. Pag. 143/144.

[3] Cfr. G. ALPEROVITZ, Un asso nella manica. La diplomazia atomica americana da Potsdam a Hiroscima. Torino, 1966.

[4] N. KOGAN, L’Italia del dopoguerra. Edizioni Laterza, Bari 1975. Pag 114.

[5] Dispaccio del Gabinetto Difesa n. 11/3008 del 14 agosto 1950.

[6] Purtroppo non siamo riusciti a stabilire la data esatta della relazione, con tutta probabilità inviata alla Direzione Generale degli Operai di Roma, né a chi era diretta. La data è sicuramente posteriore al febbraio del 1949, ma non sappiamo se ebbe esito in qualche modo.

[7] Questo il testo dell’informativa: “Licheri Virgilio fu Francesco e di Masala Antonia Angela, convive con la propria madre, casalinga e con i fratelli: – Roberto, coniugato, non convivente, operaio Maribase. – Mario, celibe, convivente, operaio Maribase. – Egidio, coniugato, non convivente, operaio presso Maribase. I Licheri Virgilio e Mario posseggono, in La Maddalena, una casa ciascuno composta di due vani (ereditata dal padre). La madre possiede un piccolo appezzamento di terreno con casa colonica. Non esplicano altra proficua attività”.

[8] Luigi Cei Martini. Contrammiraglio, guidò il Comando Militare Marittimo Autonomo in Sardegna dal 20 luglio 1948 al 31 luglio 1950. Era comandante quando fu trasferito il Comando da La Maddalena a Cagliari nell’ottobre 1948.