A proposito di identità

Intervista ad Antonio “Tonino” Conti

Esiste alla Maddalena una cultura che possa essere identificata come elemento distintivo della comunità?

C’è, ma la stiamo perdendo in modo irrevocabile. Oggi non capiamo più chi eravamo e chi siamo; ci siamo camuffati. Considero una tragedia la perdita del dialetto e delle tradizioni locali. Quando Roma conquistava una nuova regione le imponeva la propria lingua; questo logorava spiritualmente il popolo conquistato che perdeva la propria identità: quando si perde la lingua si perde tutto. Se il dialetto è morto sono morti anche gli isolani: chi non ha memoria del passato non mette pietre per il futuro. Dunque penso sia la lingua, perché densa di vita reale, il veicolo da privilegiare per la trasmissione del nostro patrimonio culturale alle nuove generazioni affinché queste diventino depositarie di un sapere antico da difendere e da diffondere. La lingua testimonia la stratificazione del tempo ed è riflesso del passato sul presente, eco di tradizioni, credenze, sentimenti, consuetudini di principi condivisi e sedimentati nei modelli sociali.

Ma la parlata isolana non è morta; molti si esprimono naturalmente in dialetto, magari in contesti familiari: basta andare nei negozi, al mercato, al cimitero per sentirlo usare soprattutto dalle donne.

E’ vero, ma si tratta di una minoranza. Anche le tradizioni si sono perdute, quelle che un tempo venivano rispettate da tutti. Faccio un esempio: alla Maddalena molti erano i naviganti che, al ritorno dai loro viaggi per prima cosa andavano alla Trinita non nella chiesa parrocchiale; si trattava di un pellegrinaggio alla chiesa che era simbolo della identità isolana, alla quale li legava la tradizione trasmessa dai vecchi e che era molto sentita.

Si può fare qualcosa per recuperare ciò che si sta perdendo?

Alcuni di noi ci hanno provato: abbiamo provato con la poesia anche se si tratta di una operazione difficile, perché a volte manca, nel lessico locale, quella duttilità che la poesia richiede; tante parole, per loro natura, non sono adatte alla espressione poetica: tarabucciulu e asfodelo hanno suoni e musicalità diverse. Ora il solo sistema da adottare è all’interno della scuola: far imparare ai bambini una poesia, studiare il dialetto, non limitandosi ad un solo sporadico momento, ma con continuità; apprendere e riproporre le tradizioni del passato. Faccio degli esempi: imparare i giochi di un tempo (trottola, le biglie), riproporre per Santa Maria Maddalena le gare tradizionali di nuoto, di barche a remi e a vela, le corse, l’albero della cuccagna, anche il ciclismo che è entrato nella nostra tradizione e oggi è facilmente riproponibile; esiste una associazione che coinvolge bambini, perché non organizzare una gara per il giorno della Santa patrona? Nelle scuole perché gli insegnanti di ginnastica non possono allenare gli studenti anche in vista di queste gare? Si richiamerebbero così, in maniera naturale, le tradizioni del passato. Invece si continua a chiamare i gruppi sardi con i loro balletti che con noi non c’entrano per niente. In questi ultimi anni sembra che la Sardegna sia sempre in festa, in estate, a far sagre e manifestazioni folcloristiche. Tutti i paesi organizzano sfilate in costume; chi un costume non ce l’ha se lo inventa.

Anche nella nostra processione di Santa Maria Maddalena ormai un gruppo sfila con un sedicente costume isolano.

Bisogna smentire questo costume che è inventato. Non esiste traccia di questo modo di vestire, nessuna memoria nei vecchi, il cui abbigliamento era ridotto a elementi semplici e abbastanza comuni che si sono conservati fino all’inizio del secolo.

G. Sotgiu – Co.Ri.S.Ma