Adesione al documento di Muzzetto e amicizia con Garibaldi

Nel 1862 Mamia firmò la supplica che il Vicario generale capitolare Tommaso Muzzetto, a nome suo e del clero della diocesi, inviava al papa Pio IX pregandolo di rinunciare al potere temporale. Al contrario di Raimondo Turtas (che pone l’accento sul fatto che il 57% dei preti censiti nel 1841 avevano firmato l’appello, dimostrando che il fenomeno non era affatto circoscritto), Nanni Columbano, riprendendo la tesi di Damiano Filia, pensa che le firme dei preti della diocesi poste in calce a quella del vicario generale non vadano considerate come prova di un vero convincimento o come una adesione alle sue idee quanto piuttosto come appoggio ad un documento ufficiale della curia del quale non avevano appieno capito l’importanza politica; a conferma di questa interpretazione fa notare che su diciannove fra canonici e beneficiati di Tempio, che avevano potuto discutere ampiamente della proposta pericolosa di Muzzetto, solo uno sottoscrisse quelle carte, mentre lo fecero quasi tutti quelli delle parrocchie periferiche ai quali era stato presentato da un messaggero un po’ particolare, il distributore dei biglietti di imposta, cioè un funzionario della Curia; forse, fa capire Columbano, essi non valutarono affatto la portata e il rischio implicito in quel documento che si apriva con ” il bacio del sacro piede di Pio IX’.
Secondo Giovan Matteo Bianco “la posizione di Mamia sicuramente venne molto apprezzata da Giuseppe Garibaldi, che, in qualità di deputato del Regno d’Italia si preoccupò di fargli conferire il titolo di cavaliere e di fargli ottenere una pensione”.
Il rapporto con Garibaldi, in effetti, è abbastanza curioso: che l’anticlericale e massone Eroe dei due mondi manifestasse simpatia per un prete non meraviglia tanto quanto il fatto che la stessa simpatia venisse da un prete piuttosto tradizionalista che mal sopportava gli atteggiamenti ferocemente contrari alla Chiesa da parte della corte garibaldina in cui alcuni spretati rivestivano importanti ruoli. Aveva accettato di celebrare a Caprera, e non nella chiesa parrocchiale, il matrimonio fra Teresita Garibaldi e Stefano Canzio il 26 maggio 1861: si può immaginare quanto fosse fuori luogo la presenza di un prete vestito con i paramenti sacerdotali in una casa dove l’anticlericalismo era normale. L’atto trascritto nel registro della chiesa ci dice che i testimoni furono il generale Giuseppe La Masa di Termini antica Imera in Sicilia e Nicolò Susini Ornano che, in quel momento era sindaco e anche fabbriciere della parrocchia. Strani miscugli di uomini e di idee, probabilmente legati solo da stima reciproca che faceva superare le barriere ideologiche.
Anche l’anticlericalismo viscerale di alcuni sembra, a volte, solo di facciata, non abbastanza potente da durare intatto fino al momento della morte quando il timore dell’aldilà, e forse anche il ricordo della fede infantile, scuotono le certezze passate. Sembra questa la situazione che spinse un garibaldino mangiapreti come Giovanni Battista Culiolo, noto come Maggior Leggero, a mandare a chiamare il parroco Mamia nel momento in cui, pare per un avvelenamento da funghi, stava per morire. Mamia avrà certamente gioito, e non solo per il fatto che stava recuperando un’anima persa.
Luigi Piras ricorda l’amicizia fra Mamia e Garibaldi con un episodio: “Del buon vicario si ricorda anche che una volta si era recato a far visita al Generale Garibaldi a Caprera, con due bottiglie di vino speciale. Colà giunto il fidato Maggior Leggero senz’altro lo licenziò, dicendogli che il Generale non riceveva i preti. Il vicario, sorpreso e mortificato, aveva già preso la via del ritorno per Cala Garibaldi (allora non esisteva ancora il ponte di Moneta) dove un canotto lo attendeva; ma a metà strada, il vecchio mad-dalenino Pitzoi, che gli correva dietro, lo assicurava che il Generale lo attendeva. E così il buon vicario stette oltre un’ora in lieta conversazione col Generale il quale gli fece le debite scuse per l’incidente“.
E Domenico Culiolo, in un articolo del giornale Progredendo, del 1896, scriveva: “Spesse fiate [Garibaldi] fece partecipi del suo modesto desco gli isolani e più volte il parroco cavalier Mamia Addis di sentimenti libéralissimi. Un giorno l’invito cadeva nella vigilia di Corpus Domini. Oggi è vigilia, disse il generale sedendo. Rispose franco il reverendo Mamia: ma io dico non convenga badare a quel che entra, piuttosto a quel che esce di bocca. No, no, continuò pronto l’eroe che intese il latino, oggi è vigilia anche per me. Ed il pranzo consistette in un minestrone alla genovese ed in un bollito di pesci”.
Da uomo pratico Mamia si interessò dei beni della Chiesa senza trascurare la possibilità di recuperare crediti sotto qualunque forma, anche attraverso la citazione in pretura dei debitori: a volte si trattava di somme rilevanti come quella dovuta dalla famiglia Sircana, per la quale Mamia ottenne l’esproprio e la vendita di una casa, o quella che gli eredi Lamberti, ormai residenti a Genova, avrebbero dovuto pagare alla Chiesa annualmente per lascito testamentario: vista l’inadempienza di anni, Mamia chiese al pretore di potersi rifare sugli affitti di una casa a La Maddalena, ottenendone sentenza favorevole.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma