Angelo Pigurina

Angelo Pigurina

Il suo nome non figura tra quelli entrati nella leggenda del Risorgimento. Ed è persino sconosciuto nella sua terra natale, la Sardegna. Eppure il colonnello Angelo Pigurina, originario di Cagliari dove era nato nel 1815, fu un valoroso garibaldino della prima ora. Amico personale e ufficiale fidatissimo del Generale, gli fu a fianco in Sud America e poi in Italia. Trascorse una vita avventurosa tra campi di battaglia e scontri navali, tra guerre d’Indipendenza e rivoluzioni, ferito nella presa di Roma del 1850 ed emigrato definitivamente a Montevideo dove morì nel 1878. Aveva 63 anni. A Cagliari non c’è ricordo di questo eroico personaggio, degno di un romanzo di Alexander Dumas. La storia di Pigurina, pazientemente ricostruita da alcuni studiosi, emerge dall’epistolario di Garibaldi e dal suo Memoriale in lingua spagnola. E compare anche nel Diccionario Biogràfico de Los Italianos en El Uruguay, un volume con le biografie di mille emigrati. I cagliaritani citati sono solo due: il garibaldino Pigurina e Giovanni Battista Fà, medico generoso che si dedicò a curare gli emigrati e i poveri della periferia di Montevideo. Di Pigurina ne parlerà oggi al convegno organizzato a Villacidro sulle emigrazioni insulari del Mediterraneo in Sud America, la ricercatrice Rita Marras che sta setacciando i documenti dell’epoca per approfondire la biografia di un personaggio davvero eccezionale, ancorché poco noto, se non addirittura ignorato. Oltre alle due pagine in italiano e spagnolo del Diccionario (pubblicato nel 1920 a Parigi) esiste un saggio di Salvatore Candido uscito sul Bollettino Bibliografico della Sardegna del 1992. Candido (scomparso due anni fa e a lungo addetto culturale dell’ambasciata italiana nella capitale argentina) ripercorre la vita del garibaldino cagliaritano attraverso l’Epistolario del Generale con 322 lettere, la maggior parte inedite, rintracciate negli archivi di Montevideo e di Buenos Aires. Altre notizie compaiono nelle Memorie del Generale e poi nel Memoriale scritto dallo stesso Pigurina e lasciato in eredità ai figli. Ne ebbe quattro: il maggiore lo chiamò Efisio, in onore del santo della sua città a cui rimase sempre legato. Il nome di Pigurina – ricorda Candido – compare per la prima volta in una lettera del 1843 che Garibaldi inviò al ministro della Guerra del governo di Montevideo. Il Generale all’epoca era a capo della Escuadrilla nacional, la flottiglia da guerra impegnata nella difesa della capitale uruguayana. Nella lettera Garibaldi proponeva la promozione al grado di capitano del tenente di Marina Angelo Pigurina proponendo per lui il comando di una delle navi. Proposta evidentemente accolta visto che in una successiva lettera si parla del valoroso comportamento dell’ufficiale cagliaritano in uno scontro navale. L’amicizia con Garibaldi risaliva a dieci anni prima, quando nel 1834 l’appena diciannovenne Pigurina si era arruolato nella Marina militare sarda e aveva partecipato al tentativo rivoluzionario di Genova e della Savoia. In quella circostanza fu catturato e finì in prigione. Liberato nel 1836 si trasferì a Montevideo e ritrovò Garibaldi che nel frattempo era diventato comandante della Marina uruguayana. Garibaldi lo volle con sè a bordo di una delle sue navi e poi gli offrì di comandare una delle compagnie della Legione italiana che nel 1846 andava costituendo con l’obiettivo di rientrare a combattere per l’unità del Regno sardo. Anche Pigurina si preparò a tornare in patria. Prima di seguire le sue imprese in Italia, è interessante aprire una parentesi che mostra il lato umano del giovane ufficiale. L’episodio, citato nel Diccionario, racconta il matrimonio di Angelo con una tredicenne uruguayana, Maria Dadana, nel 1845 (da cui ebbe i quattro figli). Era in corso la Guerra Grande sul Rio della Plata e Pigurina ebbe da Garibaldi l’incarico di portare un messaggio al comandante dell’Esercito sull’altra riva del fiume. Il compito era arduo e rischioso, il ritorno incerto. Così Pigurina chiese al Generale di poter celebrare senza riti il matrimonio per non lasciare ‘compromessa’ la giovanissima compagna. Poco prima di imbarcarsi poté impalmare la sua amata con una semplice funzione officiata da un sacerdote sulla spiaggia. La spedizione andò a buon fine e Angelo tornò sano e salvo. Siamo nel 1848 e Garibaldi parte per l’Italia con Pigurina e altri 65 legionari. Durante la prima guerra d’Indipendenza il giovane cagliaritano ebbe il comando di una compagnia composta interamente da studenti dell’Università di Pavia. «A me toccò l’onore di comandare questo battaglione di volontari tanto intelligenti che valorosi» scrisse Pigurina nel suo Memoriale. E Garibaldi conferma nelle Memorie l’eroico comportamento dei pavesi che assalirono gli austriaci con la baionetta durante lo scontro della Beccaccia nei pressi di Luino. Era il 14 agosto, quattro giorni dopo l’armistizio di Salasco che in seguito alla sconfitta di Custoza aveva posto fine alla prima fase della guerra. In quella occasione i volontari garibaldini, tra legionari e studenti, opposero una strenua resistenza agli austriaci imbaldanziti dalla fresca vittoria. Nell’ottobre del 1848 Garibaldi decise che era giunto il momento di riprendere le armi. Così si diresse a Roma per difendere la città eterna che lo aveva chiamato in soccorso. Con lui c’era il fedelissimo Pigurina che il 3 giugno combatté sul bastione San Pancrazio per respingere l’attacco dei francesi. Durante i furibondi scontri il cagliaritano fu ferito gravemente da una fucilata. E quindi non poté seguire Garibaldi nella sua leggendaria fuga che portò alla dispersione di quattromila garibaldini e alla morte di Anita nelle valli di Comacchio. Nel suo saggio Salvatore Candido riprende il memoriale dell’ufficiale sardo, di cui ebbe modo di leggerne una copia della traduzione in spagnolo. Con le ferite ancora aperte Pigurina riuscì a fuggire da Roma e a rifugiarsi «in Cagliari, il mio paese natìo». «Non rividi Garibaldi- scrisse l’ufficiale – se non tre mesi dopo quando giunse in Sardegna a bordo della nave Amalfitano (in realtà si chiamava Malfitano). Da lui ricevetti una lettera che diceva: amico Angelo, per disposizione del Governo Sardo sono condotto in esilio nell’isola di La Maddalena e poiché tu sei stato compagno nelle mie glorie e nei miei pericoli, spero che lo sia anche nell’esilio». Così Pigurina poté riabbracciare il Generale a bordo della nave e insieme alla moglie e ai figli lo accompagnò a La Maddalena. Ma qui avvenne un fatto inaspettato. Arrivato nell’arcipelago il comandante dell’isola gli impedì di sbarcare, ordinandogli di continuare per Genova. Così voleva il Governo di Torino. «Allora Garibaldi mi consigliò di tornare in America, nostra seconda Patria». «Non è lontano il giorno – gli disse – in cui la nostra Patria avrà bisogno di noi e, allora, mio buon amico torneremo a riunirci». Era il 1858. Pigurina a Montevideo assunse il comando della Legione italiana e rimase nell’Esercito ancora a lungo. Nel 1860 ricevette da Garibaldi un’ultima lettera con la quale lo invitava a raggiungerlo in Italia per una nuova campagna risorgimentale. Ma il sardo, a malincuore, gli rispose di esser invalido per la vecchia ferita e soprattutto di non poter lasciare la moglie e quattro figli piccoli senza sostentamento. Dismessa la divisa si dedicò all’allevamento e alla campagna, circondato dall’affetto dei familiari e dei tanti amici ex legionari. Morì in Uruguay senza più aver rivisto il Generale e la sua amata Sardegna.