Armando Segato: Quando l’Ilva non riconobbe un campione

Un amico gli consigliò di recarsi in Sardegna, per cercarsi una squadra onde sbarcare il lunario, poiché aveva avuto problemi col suo allenatore. Dopo Cagliari, dove giocò, arrivò a La Maddalena, con una piccola valigia di fibra marrone, dove teneva tutta la sua fortuna: una maglietta sbiadita, un pantaloncino nero consumato, un paio di scarpe da pallone molto usate. Erano le quattordici di una giornata calma, settembrina. Il baldo giovane dopo le indicazioni di alcuni passanti attraversò Piazza Garibaldi, Piazza di Chiesa, via Ilva, arrivò al campo sportivo, allora in terra battuta. I ragazzi della squadra locale stavano per iniziare l’allenamento. Un dirigente gli andò incontro. Parlottarono, poi si infilarono negli spogliatoi uscendone entrambi subito dopo. Il giovane in tenuta d’allenamento r il dirigente in cravatta. Lo accompagnò vicino al muro delle tribune, gli consegnò un pallone e gli disse: “Fai palleggi, testate, divertiti. Io ti guarderò dalla tribuna”. Il giovane palleggiò, sbattè il pallone contro il muro, tempestando di testate la sfera sgonfia. Dopo venti minuti il ‘Moggi’ locale, lo prese sottobraccio e lo condusse negli spogliatoi; si rivestì. Poi con la sua valigetta attraversò il campo ed il giovane baldo e fiducioso varcò il portone di ferro, muto, a testa bassa, avvilito e sparì.
Un mio caro amico, Salvatore Puddu, sportivo generoso e cordiale, morto prematuramente, che seguiva gli allenamenti notò la scena e chiese al selezionatore chi era quel giovane. Rispose “Salvatò, per bocchi e brocchi, ci teniamo i nostri, almeno non costano nulla!”. Salvatore Puddu aveva una buona memoria e si scrisse quel nome nella sua mente. Tutto finì lì. Passarono alcuni mesi. Un giorno, il buon Salvatore mi trovò in Piazza Garibaldi e mi fece leggere il Corriere dello Sport. Vi era scritto che quel giocatore scartato nella nostra isola l’aveva acquistato come mediano la Fiorentina. E qualche tempo dopo fu convocato addirittura in Nazionale, diventandone un punto di riferimento di fiducia e di serietà professionale.
Due anni passarono in fretta ed il “sorvegliato speciale di Salvatore” faceva sempre nuovi progressi. Noi da lontano seguivamo le sue fortune sportive! E Salvatore mi portava a leggere gli articoli sportivi, dove descrivevano i meriti, la serietà del “suo” giocatore.
Un bel giorno un tassista accompagnò fino alla chiesetta della Trìnita un giovane sportivo. Lui entrò, accese una grossa candela e si inginocchiò ai piedi della SS. Trinità. Come Salvatore abbia fatto a saper questo fatto, tutt’oggi è un mistero. Fatto sta che lui venne a sapere la venuta del suo eroe: venne a trovarmi e con la sua macchina mi portò alla Trìnita. Entrammo nella chiesetta e poiché la grossa candela era spenta, salvatore avvicinandola ad un lumicino la riaccese. Ai piedi della grande statua della SS Trinità, vi era un biglietto da visita bianco: lo leggemmo entrambi. Vi era scritto a mano: “Per grazia ricevuta, umile e modesto giocatore di pallone, sentitamente ringrazia. Grazie Armando Segato”.
Al nostro amico gli si era chiusa una finestra ma gli si era aperto un grande, bello campo sportivo! Infatti Armando Segato esordì in nazionale nel 1953 contro l’Egitto. Venne convocato per i mondiali nel 1954 e il 6 maggio 1959 fu il capitano degli azzurri che per la prima volta uscirono imbattuti dal mitico Wembley, contro l’Inghilterra. Divenne una bandiera della gloriosa Viola, dove giocò per ben 8 campionati per 216 partite in A. Armando Segato, divenuto allenatore, morì il 19 febbraio 1973, per un terribile morbo.

Racconto scritto dall’allora giovane maddalenino Giovanni Murgia, pubblicato sul settimanale isolano Il Vento nel gennaio del 2011

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