Arriva il viceré Balbiano. Il piano di casa Millelire

La prima notizia dell’arrivo all’isola del viceré ci viene da una lettera scritta da Chevillard il 13 maggio al guardia minore della torre di Longonsardo, Francesco Pinna, che per una operazione di intelligence arrivò in copia anche a Cagliari. Il luogotenente Chevillard reclamava le somme relative alle due ultime “estrazioni” da lui concesse a dei bonifacini. “Già saprà – aggiunse – che S.E. il viceré, il sig. generale delle armi e diversi ufficiali sono giunti in questa popolazione domenica sera, pochi minuti dopo comparve anche la regia fregata, la quale va intorneando in queste acque, si attende a momenti de’ vascelli inglesi”.
Di queste affermazioni solo quella relativa allo sbarco di Balbiano e compagni risulta completamente vera, per le altre si trattò di un bluff che Chevillard lanciò con millanteria maliziosa all’interno di un tentativo di aggregazione di galluresi propagandando loro una situazione favorevole, data per certa, ed invece mai di fatto veramente esistita. Si trattava di convincere gli indecisi, quelli che non avevano motivo di essere già schierati, o anche coloro che si orientavano per solo interesse, che quella sarebbe stata la parte vincente. Tale bluf si coniugò con l’ipotesi di una vera e propria “scissura” del regno che prevedeva, secondo le pretese del già governatore cav. Merli anche lui arrivato alla Maddalena, la rivincita con la sede del nuovo governo sardo a Sassari. Una simile ipotesi fu tentata ancora una volta anche nell’anno successivo in un nefasto gioco di antagonismo tra i due Capi della Sardegna.
La fregata millantata era l’Alceste, assegnata dagli inglesi alla piccola marina del regno sardo come bottino di guerra a seguito della vicenda dell’assedio di Tolone del ’92. La nuova fregata ex francese ricevette gli equipaggi e lo stato maggiore della vecchia San Vittorio, che si dovette bruciare nella stessa occasione, ed il suo comandante, lo scozzese capitano Ross. I vascelli inglesi erano quelli dell’Ammiraglio Hood che partecipavano alla spedizione inglese in Corsica in appoggio di quella rivolta di Pasquale Paoli che si concluse con la costituzione di un regno “unito nella persona” del re inglese Giorgio III.
Balbiano e i suoi compagni scommiatati giunsero alla Maddalena la sera di domenica 12 maggio, ed immediatamente si formò quello che noi oggi chiameremmo un “gabinetto di crisi”, riunito in permanenza nella casa del neo promosso piloto di fregata Giò Agostino Millelire.
Venne predisposto un vero e proprio piano di contrattacco che, seppur non organicamente steso per iscritto, lo si può ricostruire dall’attività di intelligence svolta dai suoi antagonisti galluresi nel controllo degli agenti maddalenini del partito di Balbiano sguinzagliati in tutto il territorio.
Per quel che si conosce dai documenti, la rivincita fu pensata possibile con la costituzione di un polo di resistenza e poi d’attacco anche militare in Gallura, contando sul forte gruppo tempiese da sempre legato agli ambienti governativi piemontesi sia in Cagliari che in Torino, e che come visto ruotava ai cugini Spano/Azara ministri feudali e quindi sui gruppi sassaresi contrari ai novatori cagliaritani e legati all’ex governatore Merli.
Il piano, ambizioso quanto ingenuo ed estemporaneo, prevedeva il rinforzo di una forza marittima con la disponibilità della fregata Alceste, e addirittura tentava di attivare una reazione dell’alleato inglese con lo strumento potente della sua flotta presente nelle acque sardo-corse.
L’unica operazione che riuscì completamente fu quella che predispose il rafforzamento del sistema difensivo della Maddalena, per resistere ad un improbabile attacco. I cannoni della Beata Margherita furono messi a terra e disposti in un nuovo sistema con quelli della batterie e del resto del piccolo armamento marittimo che dovette fare meno anche della S. Barbara, cui non riuscì di venir via da Cagliari bloccando lì preziose energie di molte decine fra i più fedeli, animosi e sperimentati maddalenini.
Si dovette subito pensare ai problemi della logistica più spicciola, ma non meno impegnativa, delle cosiddette “munizioni da bocca” innanzi tutto per i molti sopraggiunti in un’isola debitrice per la sopravvivenza alimentare dall’esterno, e quindi anche per l’eventuale spedizione militare contro Cagliari. L’improvvisazione con cui si dovette affrontare la questione non poté che soddisfare la sua parte più contingente, quella delle provviste per gli ospiti, e già così si evidenziò la impossibilità di mettere in piedi l’operazione più ambiziosa del vettovagliamento dell’impresa più complessiva.
Le “cariche” di viveri che il canonico Spano, il vivandiere del febbraio ’93, riuscì a spedire per l’isola furono appena sufficienti per pochi giorni. Intanto agenti maddalenini battevano le strade solitamente utilizzate dai “viandanti” di grano per indirizzarli alla Maddalena, spingendosi sin nell’Anglona. Una precisa testimonianza di un ufficiale di stanza a Luras, riportata dall’avvocato Scarpinati, denunciava che dal quel centro si “estraeva” ogni ben di Dio, grano, vino, farina e addirittura le uova sode per l’isola, al punto che i prezzi dei commestibili registrarono un’impennata difficile da sostenere. Lo stesso Scarpinati segnalò il “movimento di vari isolani per gli ovili della marina comprando i montoni a due scudi l’uno”.
Gli alti costi esigevano ampie e continue risorse finanziarie, per cui si tentò di esigere i prodotti delle “estrazioni” avvenute nel recente passato e di quelle prossime. In un documento pervenuto alla Reale Udienza, copia di un ordine di esazione firmato da Chevillard, si legge: “Per parte di S.E. si ordina al sig. Don Taras, vice guardia reale in Longonsardo di rimettere al secondo comito Cesare Zonza comandante della regia gondola La Sultana le £ 282.8.2 sarde prodotto dei diritti esatti in quel porto per varie estrazioni, il presente li servirà di ricevuta”. I due impiegati fiscali longonesi subirono solo in parte la pressione, quindi inviarono a Cagliari le copie degli ordini ricevuti e i soldi che riuscirono a sottrarre a Zonza.
Non meno importante fu il tentativo di formare un “partito” aggregando pastori e funzionari pubblici galluresi, gli uni con la sempre valida promessa che non avrebbero più dovuto pagare tasse, gli altri con l’assicurazione che il governo avrebbe tenuto presente il loro zelo e fedeltà al sovrano. Non si hanno notizie documentate della riuscita di questa operazione di reclutamento, per cui le forze a favore di Balbiano constavano dei maddalenini e dei tempiesi della fazione Spiano-Azara, tallonati da vicino dagli antagonisti partigiani del governo nazionale sardo, capeggiati dal delegato di giustizia Scarpinati, che con determinazione ne controllavano i movimenti per annullarli, battendo tutti gli ovili delle cussorgie galluresi.
Il collegamento frequente da Tempio a Maddalena fu tenuto nei due sensi dal tempiese Antonio Piras che si recò più volte all’isola, e dal prete Luca Demuro Valentino, anch’egli tempiese e viceparroco della Maddalena. “Questi scorsi giorni arrivò (il sacerdote) in questa spedito dall’isola della Maddalena – informò il solito Scarpinati – col pretesto di prendere oglio santo, costui portò una lettera al vicario generale, oglio non ne prese, come rilevai dal sacerdote di settimana ed il giorno appresso di buon mattino ripartì per detto luogo”. La comunicazione fornisce a questo punto un particolare importante. “Il fratello del vicario, dottor Gavino Spano ha parlato, per quel che missi dice, alcuni armaroli cercando canne di schioppi anche a dieci lire l’una”.

Articolo scritto da Salvatore Sanna e pubblicato dal Corisma nel primo Almanacco Maddalenino realizzato dalla casa editrice Paolo Sorba di La Maddalena

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