Arrivo a Longosardo

Muniti della patente di sanità che ci è stata rilasciata ad Ajaccio e che abbiamo avuto cura di far vistare dal vice console d’Italia, andiamo a chiedere il permesso di entrata: il doganiere italiano, che cammina avanti e indietro sul molo, ci prega molto educatamente di attendere, nella lancia, l’arrivo dell’agente sanitario. Poiché ci teniamo a visitare sommariamente la città prima della notte, chiamiamo un ragazzino e lo incarichiamo di andare a cercare questo onorevole funzionario. Il ragazzo si lancia e ritorna subito dicendoci che il signor Agente avrà presto finito di cenare e che sta per scendere. Doveva essere un pasto eccellente, poiché come suor Anna, non vediamo arrivare nessuno. Dopo un’ora passata a mugugnare ed a uscire dalla lancia che entra bagnandoci i piedi, scorgiamo un brigadiere delle dogane al quale mostriamo vivamente la nostra patente. In maniera molto educata questo eccellente brigadiere ci spiega che bisogna attendere l’arrivo di un funzionario più gallonato di lui. Dieci minuti dopo appare infine un terzo doganiere che, sempre molto educatamente, ci dichiara che non è del tutto incaricato del servizio della Sanità, ma che noi possiamo sbarcare; si stupisce anche che ci abbiano fatto attendere un’ora e mezzo e, infine si profonde in scuse. La nostra collera presto svanisce: come infastidirsi con della gente così educata? Saltiamo a terra e ci arrampichiamo prontamente per il sentiero che conduce alla città.
Durante la nostra noiosa attesa, abbiano potuto gettare un colpo d’occhio sullo stretto budello che forma il golfo di Longosardo. Lungo 2 terzi di miglio e largo 160 metri, questo canale, la cui entrata è abbastanza difficile, offre un buon approdo ai battelli di un medio tonnellaggio; benché manchi di fondo sulle rive come all’estremità sud, è per le torpediniere un eccellente ricovero.
Al nostro arrivo troviamo all’ancora solo un cutter italiano di circa 50 ts, alcune tartane e due piccoli battelli da pesca.
Alla Marina, una sola Casa, quella del corpo di guardia della dogana; ad Est un vecchio castello in rovina; a Sud, belle pianure che sembrano ben coltivate, la coltura della vigna è molto fiorente in questa regione, i giardini che scopriamo racchiudono principalmente aranceti e melograni.
Dopo un quarto d’ora di salita, arriviamo alla città; Longosardo, che gli abitanti del paese chiamano Santa Teresa (di) Gallura, produce sul viaggiatore una profonda impressione di tristezza. Quando, attraversata la città, ci si arresta sul promontorio che viene avanti al largo, ci si accorge, tornando indietro, di un terreno spazzato, o più esattamente raso dal vento. Al crepuscolo, l’effetto è grandioso: da un lato il mare cosparso di scogli, dall’altro la terra nuda, desolata; ci si sente schiacciati da questo stato selvaggio della natura.
Nella città, strade abbastanza larghe si intersecano ad angolo retto: al centro, una piazza immensa, senza un albero, circondata da costruzioni eterogenee; le case, generalmente basse, sono coperte di tegole incavate che hanno avuto la cura di cementare: dappertutto si estendono alti e lunghi muri destinati a proteggere i giardini. Ci si trova nel dominio del vento. Così per contro, il paese è sano; i ragazzi e le ragazze appaiono di una fiorente salute, nessuna traccia di malaria.
D’improvviso ci fermiamo sorpresi, il dialetto corso risuona alle nostre orecchie: noi ci ricordiamo allora che Longosardo era una volta, così come La Maddalena, il rifugio preferito dei banditi corsi; speriamo che, come i deportati in Australia, essi abbiano dato inizio ad una discendenza di brava gente.
Non non siamo rimasti abbastanza a lungo per poterci informare se, come a La Maddalena, molte famiglie di Longosardo hanno dei nomi di origine corsa.
Nel frattempo, la notte è arrivata, ci affrettiamo a rientrare a bordo. Il barometro è stazionario a 770 m/m, il termometro è sceso a 26°; nel porto, mare calmo ma sempre una bella brezza.
– Mercoledì 30 giugno, tutti sono sul ponte alle 5 del mattino. Il barometro è sceso a 708 m/m; il vento da S/O, che non ha mai cessato di soffiare tutta la notte, continua questa mattina: ne approfittiamo per salpare e, alle 6 e mezzo, lasciamo Longo Sardo. Fuori il mare è mosso, poiché viaggiamo molto bene con il fiocco soltanto, pensiamo sia inutile issare la randa per un tragitto così breve. Quando doppiamo punta Falcone il vento, che certamente non cessa di esserci favorevole, gira a N/O; passiamo così col vento in poppa a un terzo di miglia dallo scoglio di Paganetto che segnala una boa sormontata da una meda, il tutto in cattivo stato; lasciamo alla nostra destra i porti profondi di Porto Pozzo, di Porto Liscia, di Porto Pollo e andiamo verso Punta Sardegna. Eccoci nell’arcipelago sardo, il mare calma un po’; vediamo a Nord le isole francesi di Lavezzi e di Cavallo, ad Est il gruppo italiano, Razzoli, Budelli, Spargi, San Stefano, La Maddalena che ci nasconde Caprera, a Sud la Sardegna con le sue coste frastagliate e le sue montagne a terrazze.