Bietola comune

Bietola comune (nome scientifico Beta vulgaris subspecie maritima, nome locale erbetta o bietula)

Le piogge abbondanti fanno spuntare diverse specie erbacee spontanee che si raccolgono per uso commestibile: fra queste la lattaredda e la bietula. La prima fiorisce in diversi periodi dell’anno, la seconda a fine primavera. Per entrambe, però, è importante che la raccolta sia lontana dal momento della fioritura in cui le foglie diventano dure e gli steli più legnosi.

È pianta erbacea perenne alta intorno al mezzo metro, che diversamente da altre biete non presenta la radice ingrossata ma una fittonante ed è provvista di un cespo fogliare costituito dalle tipiche foglie spatolate, carnose, lucenti e dal lungo picciolo, che assume aspetti diversi, fin quasi ad arrivare ad essere disteso al suolo. I piccioli presentano variazioni di colore, arrivando ad essere più o meno arrossati.

Dal cespo basale all’inizio dell’estate origina un fusto fiorifero eretto, ramificato, anch’esso variabile nel colore, che porta un’infiorescenza con glomeruli di piccoli fiori verdi.

Nella antica Grecia e a Roma erano conosciute, coltivate e consumate, la bieta da erbe, quella da costa e la rossa, ma si utilizzavano anche quelle selvatiche. È anche riportato che Marziale e Apicio discutessero sui modi di cucinarle

Nel corso del Medioevo si ottenne quella da foraggio e a partire dal Settecento, con la scoperta del saccarosio nelle radici della Beta vulgaris, fu a poco a poco ottenuta la varietà da zucchero che conosciamo.

Oltre che per l’alimentazione le diverse varietà di biete sono stata anche variamente e abbondantemente usate in passato a scopo terapeutico, anche se oggi questa e le altre simili specie sono oramai scarsamente usate.

Ad esse si attribuiscono ancora proprietà antianemiche e antinfettive mentre un tempo l’uso più importante era quello contro i tumori, in particolare quelli dell’intestino e dell’apparato genitale femminile. Il succo della barbabietola veniva usato come rimedio per l’anemia, le malattie del cervello, l’ittero, problemi al fegato e alla milza, per le ulcere, contro il mal di testa e il mal di denti.

Il decotto è ancora usato in alcune località del Pianeta contro le emorroidi. La pianta, foglie e radici, è talvolta usata nella veterinaria popolare, oltre che a scopo cosmetico o per evitare forfora e caduta dei capelli.

Della bieta marittima si consumano i nuovi getti e le foglie tenere. All’iniziare dell’antesi l’erba comincia ad avere un cattivo sapore.
Si può consumare com’è tradizione: frequentemente lessata, anche come alimento-medicinale contro la stitichezza, o in zuppe e minestre, da sola o per accompagnare fave e altri legumi, e ancor più spesso asciutta e condita con olio e limone, ripassata o meno in padella con olio e aglio, e volendo insaporita con l’aggiunta di pangrattato, formaggio e prezzemolo.
Si segnala anche stufata o rosolata con aglio e pomodoro, peperoncino, e piccoli pezzetti di formaggio, o soffritta insieme a patate.
Costituisce la base per il ripieno di tipiche focacce, sempre più spesso però sostituita per comodità dagli spinaci.
L’uso in cucina di questa bieta spontanea è frequente in Sardegna e Corsica, usata come appena detto, ma anche per frittate, ripieni per pasticci e torte salate, e per tutte quelle ricette che vengono suggerite per le erbette.
L’uso frequente della bieta marittima è segnalata in molti paesi del Mediterraneo – in Turchia anche cruda in insalata – e in Gran Bretagna.

Oggi anche sulla nostra isola, sono in pochi a raccoglierla per consumarla come insalata cruda, sola o mischiata ad altre erba, ma un tempo essa era una componente essenziale della minestra povera, con o senza legumi, insaporita a volte con un pezzo di carne di maiale, condita con gli spicchi dell’aglio angolare (a sambula), e spesso fatta di sole piante spontanee quali il grespino (a cardamignò) e la borragine (a burraccia o lingua di boiu); a quest’ultima, che non è troppo frequente nell’arcipelago, si sostituiva spesso la bietola selvatica, nella sua sottospecie marittima. Essa cresce vicinissima al mare per cui è a volte coperta di foglie secche di posidonia: cresce molto appressata al suolo, forse per difendersi dal vento, ha foglie triangolari o romboidali, che richiamano l’aspetto di una freccia, più piccole di quelle delle altre bietole, ma molto più carnose. Nella cucina isolana l’erbetta trovava diverse applicazioni: dalla minestra già detta alle frittate, ma soprattutto nell’adattamento locale della famosa torta pasqualina genovese, sformato salato contenente, oltre alla bietola, uova e ricotta.