Bonifacio e il bonifacino

La specificità bonifacina poggia essenzialmente su motivazioni di carattere storico e linguistico, che a loro volta trovano però spiegazione anche nelle peculiari condizioni geografiche del territorio. La municipalità di Bonifacio occupa infatti l’estremità meridionale della Corsica, a sud della linea che unisce il ponte di Vintilegne, sulla costa occidentale, al golfo di Santa Manza sul versante tirrenico. Il territorio di 13.800 ettari per 65 chilometri di costa comprende anche l’arcipelago di Lavezzi nello stretto che divide la Corsica dalla Sardegna, noto per l’appunto col nome di Bocche di Bonifacio.

Unico centro del comprensorio è la cittadina di Bonifacio, nettamente divisa tra una parte più antica (Bunifaziu propriu), sulla sommità di un promontorio calcareo che definisce verso terra una sorta di fiordo, e una parte più recente (A Marina) sviluppatasi in fondo al golfo. Il resto del territorio, a macchia e bosco, è scarsamente popolato, caratterizzato da emergenze di architettura spontanea in pietra a secco (baracun) di un tipo comune in un’ampia area del bacino mediterraneo. Ma le cause del particolarismo bonifacino sono legate in primo luogo alle origini stesse dell’insediamento. Il territorio, già popolato in epoca preistorica, fu occupato nel IX secolo dai Pisani. Passata a Genova nel 1195, la città fu ampliata e ripopolata con 1200 famiglie di volontari provenienti dalle Riviere, alle quali vennero garantiti significativi privilegi e un’ampia autonomia comunale: in virtù di essa i Bonifacini avevano diritto di battere moneta, di eleggere i propri rappresentanti – responsabili direttamente davanti al potere centrale e non al governatore di Corsica – ed erano esentati dai tributi. Fino al 1768 Bonifacio si resse quindi come una sorta di città-stato, una repubblica autonoma che basava la propria economia soprattutto sul commercio e la pesca (almeno in una prima fase) e poi sull’agricoltura e su altre risorse.

La posizione strategica della città ne fece l’oggetto di memorabili assedi, da parte di Alfonso d’Aragona dal 15 agosto 1420 al 5 gennaio 1421, poi, nel quadro del sostegno dato da quelle potenze ai ribelli corsi, nel 1523 a opera dei Francesi e dei Turchi, che infine la misero a sacco. Caratteristica costante della storia di Bonifacio fu sempre, quindi, la netta separazione rispetto ai Corsi del retroterra, confermata dalla costante fedeltà a Genova anche durante le ricorrenti rivolte che interessarono il resto dell’isola. Anche quando nel 1528 una pestilenza ne decimò gli abitanti, che ammontavano allora a forse 5000 unità, Bonifacio fu nuovamente popolata da elementi provenienti dalla Liguria, e solo all’inizio dell’Ottocento, quando il centro conobbe un discreto rilancio come porto mercantile e peschereccio, diverse famiglie d’origine corsa cominciarono a integrarsi con la popolazione originaria. Al contempo un discreto apporto demografico, nel quartiere della Marina, venne offerto anche dall’immigrazione di pescatori d’origine italiana meridionale, soprattutto napoletani, ponzesi e siciliani.

Oggi Bonifacio ha una popolazione di circa 2.800 abitanti e un’economia basata principalmente sul turismo, anche se discreto rilievo conservano ancora la pesca e i trasporti via mare con la Sardegna: in netta crisi appare invece l’agricoltura, in passato praticata da fittavoli d’origine corsa (Pialinchi) essenzialmente per soddisfare le esigenze del mercato locale. La popolazione di Bonifacio, anche quella di più recente immigrazione, ha mantenuto una viva coscienza della propria specificità, che si manifesta in numerosi aspetti del folklore, dell’alimentazione, della pratica religiosa (l’organizzazione delle confraternite laiche ricalca ad esempio modelli tipicamente liguri) della mentalità collettiva. Sebbene assai meno conflittuali di un tempo, i rapporti con gli abitanti del retroterra permangono così all’insegna di un certo distacco, accentuato recentemente da qualche sforzo concreto di promozione della specificità culturale e idiomatica locale.

La parlata bonifacina, soggetta alla crisi che, in Francia come in Italia e altrove, colpisce un po’ tutte le varietà linguistiche regionali, resta infatti l’aspetto più vistoso e significativo dell’identità cittadina: la cognizione della specificità linguistica bonifacina ne è sempre stata infatti un elemento fondante. Storicamente tutto ciò non ha portato però allo sviluppo né di un atteggiamento ‘resistenziale’ nei confronti del francese, né di una significativa produzione letteraria. I più antichi testi poetici, databili agli inizi del Novecento sono stati trascritti solo in epoca più recente e riflettono comunque uno stadio della parlata contemporaneo alle prime descrizioni linguistiche.

Il carattere ligure del dialetto di Bonifacio risulta noto ai linguisti almeno a partire dalle inchieste ALF e dalla stringata presentazione fattane dal Bertoni (1915), anche se tale peculiarità si trova più volte menzionata già in relazioni di viaggio, descrizioni geografiche e altre pubblicazioni relative alla Corsica risalenti quanto meno alla seconda metà dell’Ottocento. Certo è che il dato era sfuggito a Bernardino Biondelli: se lo studioso non prende in considerazione il dialetto di Bonifacio nel Saggio sui dialetti Gallo-italici del 1853, il fatto è di per sé scontato, visto che egli considera l’intero diasistema ligure estraneo a tale tipo linguistico; ma è interessante notare come anche nel successivo Ordinamento degli idiomi e dei dialetti italici, mentre cita correttamente le colonie liguri della Sardegna e della Provenza, Biondelli sostiene che «in Corsica il dialetto principale è quello di Corte, e ne sono suddialetti quello di Bastia, Calvi, Aiaccio, Sartene e Bonifacio» (p. 185), attribuendo dunque un carattere corso al bonifacino. La mancata menzione dell’eteroglossia bonifacina da parte del Biondelli è abbastanza sorprendente se si considera che lo studioso si era premurato di disporre di un campione del dialetto di Bonifacio (come del resto aveva fatto per quello di Mons), commissionato a un ‘esperto’ locale, un sacerdote di nome Miniconi: si tratta di una versione della Parabola, pur sempre sufficiente a riconoscere i caratteri di eccentricità del bonifacino nel panorama linguistico isolano, foss’anche per mero raffronto con ciò che di esso si poteva conoscere all’epoca attraverso le raccolte di poesia popolare del Viale e del Tommaseo.

La versione bonifacina della Parabola, redatta tra il 1835 e il 1850 e destinata a rimanere inedita fino al 1918 è legata dunque alle ricognizioni di Biondelli sui dialetti liguri nella fase di gestazione del Saggio del 1853 e ai dilemmi dell’autore sull’inserimento o meno di tale gruppo nel contesto dei dialetti galloitalici. Ed è quanto meno strano che l’attenzione del Biondelli (che per il fatto stesso di avere sollecitato un testo nel dialetto della remota località insulare doveva quanto meno avere sentore della sua originalità) non sia stata richiamata da forme come ciù “più”, figiou “figlio”, giandi “ghiande”, ciamaou “chiamato”, diou “dito”. Questo piccolo enigma, interessante per la storia della dialettologia cosiddetta ‘prescientifica’ italiana, si associa ad altre curiose reticenze storiche in merito ai dialetti liguri della Sardegna e della Corsica: come l’assenza di riferimenti al bonifacino e al tabarchino da parte dello stesso Ascoli e la mancata citazione del tabarchino da parte del Bertoni tra le «colonie dialettali italiane», al punto che bisognerà attendere di fatto il noto saggio bottiglioniano del 1928 per vedere realmente valorizzati (e non senza errori anche pesanti di prospettiva, come si anticipava) questi dialetti insulari. (È interessante notare ad esempio che Biondelli non si premurò, a quanto consta, di disporre di materiali relativi a Carloforte e a Calasetta. È possibile che egli fosse al corrente della sostanziale aderenza del tabarchino alla fonetica del genovese moderno, e che pertanto quella parlata risultasse, dal suo punto di vista eminentemente classificatorio, di scarso interesse. Un giudizio di questo genere si ritrova non a caso in una lettera del Bonaparte allo stesso Biondelli (Londra, 16 aprile 1866), dove commentando alcuni materiali di area sarda fornitigli dallo Spano, lo studioso sosteneva: «La differenza del majorchino parmi maggiore che quella dell’algherese […]. Lo stesso dico del genovese di S. Pietro e del corso della Maddalena. Io son d’avviso che il catalano, il corso ed il genovese si parlino in Sardegna, ma non già che si debba ammettere un corso, un genovese ed un catalano costituenti tre dialetti proprj della Sardegna. Voglio dire che il maddalenese differisce pochissimo dal corso meridionale di Corsica, che il genovese di S. Pietro si è la varietà tabarchina del continente, e che l’algherese, ridotto a ortografia e fonetica, sia più prossimo al catalano, non solo del majorchino, ma sì anche dello stesso valenziano» (E. BARATELLA, A. ZAMBONI, Lettere di Luigi Luciano Bonaparte a Bernardino Biondelli (1857-1872), in «Rivista italiana di dialettologia», 18 (1994), pp. 79-136, a pp. 128-129). Il pensiero del Bonaparte verrà ulteriormente precisato all’inizio dell’anno successivo in una lettera allo Spano (Parigi, 5 gennaio 1867): «Il genovese, il corso ed il catalano sono parlati in Sardegna, ma non vi costituiscono né famiglia esclusiva di quest’isola come il logudorese e il cagliaritano, né tampoco dialetti esclusivi della medesima come il tempiese e il sassarese, ma semplici varietà insignificanti del genovese, del catalano e del corso» (A. DETTORI, La collaborazione dello Spano alle traduzioni bibliche di Luigi Luciano Bonaparte, in «Studi sardi», 25 (1980), pp. 285-335, a p. 335). Secondo Bonaparte dunque, che disponeva anche di materiali liguri fornitigli dai lessicografi liguri Giuseppe Olivieri e Giovanni Casaccia, il tabarchino non si era evoluto autonomamente, nel corso dei trecento anni del ‘distacco’ dalla madrepatria, rispetto al genovese continentale, né, a quanto pare, si differenziava da esso per caratteristiche arcaizzanti tali da farlo considerare qualcosa di più che una varietà «insignificante» del tipo metropolitano. Rispetto a queste considerazioni non prive di acume, l’analisi linguistica del tabarchino fornita da G. BOTTIGLIONI, L’antico genovese e le isole linguistiche sardo-corse, in «L’Italia Dialettale», 4 (1928), pp. 1-60, 130-149, rappresenterà per certi aspetti un significativo regresso.)

Quale che sia il significato da attribuire al mancato riconoscimento del carattere ligure del bonifacino da parte di Biondelli, sta di fatto che il suo episodico interesse nei confronti di questo dialetto si concretizzò nel documento poi edito dal Salvioni: e il valore storico di esso trascende abbondantemente le vicende che ho fin qui brevemente riassunto. Infatti la versione della Parabola costituisce, anzitutto, il più antico testo in bonifacino finora noto, anteriore di alcuni decenni all’epoca a partire dalla quale la documentazione di questa parlata, affidata agli atlanti linguistici, agli studi e alle raccolte lessicali, diventerà in certo qual modo continua; inoltre, come vedremo di seguito, alcune informazioni che se ne possono desumere consentono osservazioni che, senza sovvertire i fondamenti della descrizione della parlata quale si desume dagli studi più aggiornati, aggiungono alcuni particolari alla storia del bonifacino in diacronia, che permettono a loro volta di ‘leggere’ meglio certi aspetti della realtà attuale di questo dialetto. Queste e altre considerazioni mi hanno indotto a tentare di valorizzare il breve testo, anzitutto ripubblicandolo, e compiendone poi una sistematica analisi linguistica, che mi ha consentito di sviluppare alcune osservazioni basate soprattutto sul confronto con i dati della letteratura scientifica e con gli altri materiali bonifacini oggi disponibili.

F.Toso