Buonaparte, i corsi e la Francia

La Francia giacobina e rivoluzionaria aveva preso in seria considerazione l’opportunità di intraprendere una operazione di guerra all’indomani dello scacco subito da Vittorio Amedeo III, nella Savoia e nel circondario di Nizza.
La spedizione, caldeggiata da più parti, mirava a infliggere un’altra dura lezione ad un sovrano bigotto e oscurantista, comunque contrario tenacemente alla ventata di “Libertà, Uguaglianza e Fratellanza” che aveva preso a spirare da Parigi. L’onda lunga della rivoluzione avrebbe dovuto colpire contemporaneamente i due maggiori poli difensivi della Sardegna, Cagliari e La Maddalena: La prima, sede della Corte d’oltre mare, della burocrazia e del potere finanziario; la seconda, 867 anime, centro nevralgico di operazioni marittime, strategiche e tattiche nel Mediterraneo, cordone ombelicale della Corsica, che per il tramite della sua gente, aveva tenuto in piedi, fino a quel momento, un fiorente contrabbando.
Non a caso la prima idea di questa spedizione era stata del bonifacino Antonio Constantini, noto commerciante di grano, deputato dell’Assemblea legislativa, sindaco della cittadella genovese, ed è datata 14 Maggio 1792. Aveva però approvato il progetto, dopo quella data, il Commissario Generale del Dipartimento della Corsica, Cristoforo Saliceti di Bastia e il generale Carnot. Per cui si può dire senza ombra di dubbio che, mentre si dichiarava guerra a Vittorio Amedeo III, il piano di invasione della Sardegna, elaborato già nei minimi dettagli, era da ritenersi operativo a tutti gli effetti.
La Maddalena, fino al 7 Dicembre del 1792, non poteva contare che su sei soldati in attività di servizio, essendo gli altri ammalati, e anche a voler mobilitare i maschi adulti, in condizioni di imbracciare proficuamente le armi, non si sarebbero mai superate le quaranta unità. Scarseggiavano inoltre munizioni e vettovagliamento.
L’11 Gennaio giunsero, per pressante richiesta del maggiore Riccio, comandante dell’Isola, due reparti di fucilieri del reggimento svizzero di Courten, di stanza a Sassari. Un centinaio di volontari giunse dalla Gallura. Per cui al momento dell’attacco dei gallo-corsi, la forza isolana consisteva in circa 500 uomini. Gli altri galluresi a cavallo vennero inquadrati sotto il luogotenente colonnello Giacomo Manca di Thiesi e tenuti al coperto dietro le alture della costa.
A Cala Gavetta, una insenatura naturale e a sud di La Maddalena, si trovavano in sosta operativa le vecchie unità della Reale Marina Sarda, tra cui le mezze galere La Beata Margherita, e la Santa Barbara cedute dalla Corte Napoletana nel 1782 e nel 1783, la galeotta, Il Serpente, una piccola nave, le furet, tre gondole. Queste navi, per la verità molto male in arnese (tanto che fin dal settembre del 1792, da Torino era stato dato al Vicerè l’ordine di radiarle dal quadro della marina sarda, per costruirne di nuove in sostituzione) contavano complessivamente 363 uomini di equipaggio, ufficiali compresi.
Contemporaneamente alla disfatta di Cagliari, i francesi subivano un’altra cocente umiliazione nell’attacco contro le isolette di La Maddalena. Il diverbio era stato voluto dai dirigenti politici e militari della Corsica non soltanto per soddisfare un’antica aspirazione degli abitanti di Bonifacio, che da parecchi decenni pretendevano di rientrare in possesso dell’Arcipelago, ma anche per impegnare separatamente i volontari nazionali corsi dopo i Gravi incidenti di Bastia e di Ajaccio con i soldati regolari e i marinai della flotta.
L’impresa, poco rilevante se si considera l’esiguità della posta e la scarsezza degli uomini e degli armamenti impegnati, è invece degna di ricordo perché vi sostenne il battesimo di fuoco il giovanissimo Napoleone Bonaparte.
Oscuro ma ambizioso ufficiale di artiglieria, aveva lasciato temporaneamente l’esercito e, dopo un breve soggiorno a Parigi, era ritornato nell’isola nativa nel momento in cui si allestiva la spedizione contro la Sardegna. Incapace di restare inattivo, chiese ed ottenne di assumere, col grado di tenente colonnello, il comando di uno dei quattro battaglioni di volontari destinati alle operazioni nello stretto di Bonifacio. La situazione di questi volontari non era molto dissimile da quella dei volontari marsigliesi: anch’essi riottosi alla disciplina e male organizzati, disertavano facilmente e si abbandonavano a saccheggi furti e devastazioni.
Con tali soldati il compito del generale Colonna-Cesari, incaricato dal Paoli e dal Truguet di guidare la spedizione, si presentava quanto mai difficile, nonostante lo zelo e il patriottismo spiegato dal Bonaparte e dagli altri ufficiali nel cercare di dare ordine e disciplina ai reparti. Quando, ai primi di febbraio del 1793, avvenne il concentramento dei battaglioni nella cittadina di Bonifacio, il comandante Colonna-Cesari si rese personalmente conto dei rischi dell’impresa: ispezionando i reparti egli si avvide che le truppe erano in fermento perché non ricevevano il soldo da tre mesi, che i bastimenti da trasporto erano insufficienti, che la corvetta destinata a proteggere il convoglio non era in grado di opporsi efficacemente alle due mezze galere sarde che incrociavano costantemente nelle acque di La Maddalena e che gli equipaggi, formati in massima parte da provenzali della peggiore risma reclutati all’ultimo momento, non davano alcun affidamento. Questi marinai, ogni volta che scendevano a terra, si abbandonavano a clamorosi eccessi di fanatismo rivoluzionario. Poco mancò che il 9 febbraio essi non uccidessero Napoleone nel corso di una manifestazione giacobina. Dopo aver percorso le vie tortuose e strette di Bonifacio cantando la “Carmagnola” e il “Caira”, si erano fermati in gran numero nella pubblica piazza per danzarvi scompostamente la farandola provenzale. Napoleone era presente. Irritato per uno spettacolo così indecoroso, non esitò a manifestare la sua disapprovazione alzando le spalle. Bastò quel gesto per suscitare l’immediata reazione dei marinai: i più vicini si scagliarono contro il giovane ufficiale, che si diede alla fuga e cercò riparo sotto un portico. Per sua avventura accorse un sottufficiale, che fece scudo del corpo al suo superiore e con un colpo di stiletto ben assestato stese morto uno degli assalitori. Gli altri, impauriti, si ritirarono in buon ordine.
L’episodio è significativo non tanto perché si riferisce ad un personaggio destinato alla celebrità, quanto perché vale a dimostrare che anche la spedizione di La Maddalena era destinata a fallire per l’indisciplina dei soldati. Il 22 febbraio la corvetta “Fauvette”, armata di 24 cannoni, scortò verso l’Arcipelago un convoglio di 16 piccoli bastimenti portanti a bordo poco meno di 800 uomini. I piani operativi predisposti dal Colonna-Cesari e dal suo stato maggiore prevedevano l’occupazione dell’isolotto di Santo Stefano, il successivo bombardamento delle postazioni nemiche che difendevano la cittadina di La Maddalena ed infine lo sbarco nell’isola principale.
Nonostante il fuoco di interdizione delle due navi da guerra sarde e delle batterie costiere, lo sbarco dei franco-corsi a Santo Stefano fu relativamente facile. Il piccolo presidio si arrese senza combattere e Napoleone poté con tutta tranquillità installare una batteria di cannoni da campagna rinforzata da un obice e da altri pezzi di minor calibro. All’alba del 24 ebbe inizio il bombardamento. L’isoletta della Maddalena era difesa da una guarnigione di 150 soldati di ordinanza e da un contingente di 300 miliziani.
Anche la costa gallurese fronteggiante l’Arcipelago era presidiata da reparti di truppe miliziane, protette da una batteria trasportata nottetempo dal nocchiere Domenico Millelire sulla punta di Palau. Il bombardamento di La Maddalena fu intensissimo e molto preciso. Narrano che Napoleone in persona puntasse i pezzi. Una sessantina di bombe caddero a segno danneggiando le abitazioni, provocando il panico tra la popolazione e riducendo l’efficienza delle batterie sarde.
La sera del 24 fu tenuto nella torre di Santo Stefano un consiglio di guerra. Il generale Colonna-Cesari predispose per il giorno dopo uno sbarco in forze si La Maddalena, mentre la corvetta avrebbe tenuto a bada le due mezze galere sarde. I preparativi si svolsero con grande alacrità ed entusiasmo; meno entusiasti si mostrarono gli equipaggi della corvetta e delle altre imbarcazioni minori, che già paventavano gli effetti del fuoco incrociato delle batterie sarde e di una scialuppa cannoniera approntata dal Millelire per meglio bersagliare il nemico da distanza ravvicinata. Il comandante sardo, cav. Costantin, aveva intanto preparato un contrattacco su Santo Stefano per prevenire il temuto sbarco nemico su La Maddalena e a Caprera.
Ma nella notte tra il 25 ed il 26 tanto i suoi piani quanto quelli del Colonna-Cesari furono impediti da un fatto imprevisto. L’equipaggio della corvetta francese si era ammutinato e si apprestava a rientrare a Bonifacio, lasciando senza difesa le truppe sbarcate. Il comandante corso si recò subito a bordo, ma invano cercò di convincere i marinai che la vittoria era a portata di mano; a nulla valse il suo gesto melodrammatico di invocare con un pianto dirotto la fiducia e la comprensione degli ammutinati. Quei riottosi non si mossero, anzi minacciarono di appenderlo alla lanterna.
Così al Colonna- Cesari fu giocoforza arrendersi di fronte alla realtà dei fatti e dare l’ordine della immediata ritirata. Napoleone e gli altri ufficiali ne furono stupefatti, ma per paura di restare isolati dovettero ubbidire. Le truppe, poco prima tanto piene di entusiasmo, gridarono al tradimento, ed in preda alla più grande confusione si precipitarono a riva invocando il “si salvi chi può”. L’imbarco avvenne in mezzo ad un disordine indescrivibile; in tutto quel trambusto ebbe buon gioco la scialuppa cannoniera di Domenico Millelire, che poté efficacemente mitragliare le imbarcazioni in ritirata.
A Santo Stefano i franco-corsi lasciarono tutti i cannoni, le munizioni e le salmerie. Particolarmente deluso e indispettito per la piega degli avvenimenti si mostrò Napoleone, che non mancò di manifestare con vivacità polemica il suo disappunto, rivolgendo al Colonna-Cesari frasi non ripetibili e inviando poi al ministro della guerra una relazione dei fatti. Pagarono a caro prezzo le conseguenze della disfatta il generale Colonna-Cesari e Pasquale Paoli. Il primo cadde in tale discredito da essere lasciato per sempre in disparte, soprannominato eroe di “La Maddalena” e dileggiato con l’infamante appellativo di “pleureur” (piagnone) per le lacrime di impotenza da lui versate nella funesta notte del 25 febbraio davanti all’equipaggio della “Fauvette”.
Paoli, accusato di alto tradimento e chiamato a giustificarsi davanti alla sbarra della Convenzione Nazionale, preferì passare all’opposizione alleandosi con gli Inglesi, lottare ancora una volta per l’indipendenza della sua isola.