Cala Ciaccaro

Un luogo assume un nome quando qualcuno lo conosce, lo usa e ha bisogno di identificarlo. Da questa base di partenza possiamo ragionare per capire se il curioso monte di sabbia, che sta fra Cala Granara e Cala Corsara a Spargi, abbia una denominazione legata alla tradizione locale.

Chi “usava” quel luogo? Non chi lavorava sul mare: per i pescatori era troppo aperto e privo di protezione in caso di maltempo e anche per i sabbiaioli non era particolarmente interessante per la raccolta della sabbia perché gli preferivano di gran lunga Cala di Trana: quindi non avevano interesse per dargli un nome. Ma non era certamente sconosciuto ai proprietari dell’isola, i Berretta, che, fin dai primi decenni dell’Ottocento ne avevano occupato la parte alta per coltivare e allevare bestiame e avevano creato, per necessità, i nomi con i quali identificare le varie zone a terra e a mare. Chiedere al signor Natalino Berretta, discendente di quei pionieri ottocenteschi, notizie su Spargi, significava aprire un libro affascinante di vicende, personaggi e luoghi: e quella montagna di sabbia un nome lo aveva eccome! era Cala Ciaccaro.

Fino a una quarantina di anni fa, pochi maddalenini la frequentavano. Poi è arrivato lo sviluppo turistico con la conseguente necessità di accompagnare i visitatori in giro per l’arcipelago. Se ne incaricarono i proprietari di imbarcazioni già usate per il trasporto passeggeri da Palau, riciclatisi in operatori turistici: alcuni seri e rispettosi delle tradizioni e della storia, altri molto disinvolti nell’adattare alle situazioni locali vicende e personaggi estranei. Raccontavano tante cose, molte delle quali inventate di sana pianta, altre orecchiate senza alcun filtro; e così alcuni dei nostri luoghi più belli, colpevoli solo di non avere un nome o di averne uno sconosciuto ai più, sono stati falsamente “nobilitati” da esotici riferimenti a luoghi o persone che niente hanno a che fare con noi. Le carte turistiche hanno tenuto a battesimo e suggellato queste invenzioni.

Così Cala Ciaccaro, che fino a quel momento era tranquilla nel suo quasi anonimato, fu travolta dalle vicende della ex regina di Persia Soraya Esfandiary, rimbalzate fino a noi dai giornali di tutto il mondo. La regina, molto bella e con dei grandi occhi verdi che tutti descrivevano come tristi, era stata ripudiata dal marito, lo scià Reza Palhavi, perché non poteva avere figli. Qualcuno disse di averla visto su uno di quegli yacht che incominciavano a frequentare Cala Gavetta e qualche altro pensò bene di attribuire il suo nome a quella montagna di sabbia di Spargi che, però, un nome lo aveva già. Ma vuoi mettere Ciaccaro con Soraya! E vuoi mettere il fascino attribuito alla Cala quando un altro qualcuno aggiungeva fioriti racconti di una notte d’amore passata dalla regina con un marinaio locale e altre corbellerie simili!

Ma, mi chiedo, che bisogno c’è di inventare queste storie per i nostri visitatori ignari quando basta metterli di fronte a Cala Ciaccaro con la sua strepitosa bellezza: non bastano la sabbia splendente, interrotta sul mare dallo sperone di granito, le piccole fenditure dalle quali spuntano scure rocce ad accrescere il contrasto cromatico, il mare chiarissimo, la corona di ajacci tutt’intorno e la presenza decorativa e preziosa dello spillone delle spiagge?

Ma non sarebbe meglio dare, in maniera semplice, informazioni sull’ambiente naturale, sulle piante e le loro specificità, sui toponimi reali e sulla loro origine?

Poiché ho accennato allo spillone delle spiagge (Armeria pungens) vorrei spiegare perché ho definito preziosa questa pianta: preziosa perché, malgrado sia molto diffusa sulle coste sarde, nell’arcipelago è rara: era presente in grande quantità nelle dune di Cala Corsara a nord della banchina, ma i lavori per il rifacimento della caserma l’avevano quasi completamente eliminata: nell’indifferenza dei committenti i mezzi meccanici passavano dovunque pestando e sconvolgendo quell’equilibrio; oggi sulle dune che faticosamente si stanno ricostituendo, insieme ai grandi cespugli di setosa timelea, alle piccole euforbie, ai gigli e all’elicriso (ma, purtroppo, anche agli invadenti fichi degli ottentotti), l’armeria è tornata ad abbellire quelle sabbie che la saggia decisione del Parco di costruire la passerella pedonale rende, finalmente, sicuri da calpestio e distruzione.

Giovanna Sotgiu