Cambiamento globale

Nel 2009 la temperatura media dell’acqua degli oceani è aumentata di un grado e quella del Mediterraneo di 0,6°C. Detto così sembra poca cosa, ma è un dato enorme, che non ha precedenti negli ultimi 150 anni, da quando cioè le misurazioni sono effettuate con metodiche comparabili. Sono queste le notizie più recenti sul fronte del cambiamento globale che sta sotto gli occhi di tutti e che sta spingendo tutte le nazioni del pianeta ad assumere impegni concordati sulla riduzione delle emissioni di gas serra per invertire una tendenza che altresì appare a molti ormai irreversibile. Nonostante alcune voci contrarie, poche e strumentali, la comunità scientifica è concorde sul definire che l’innalzamento delle temperature deriva da un’impennata del tasso di CO2 derivante dalle attività umane che stanno accelerando in modo abnorme il naturale processo di riscaldamento del pianeta tipico della fase interglaciale che stiamo vivendo. Ma le conseguenze non sono soltanto relative alle temperature: è il clima nel suo complesso che cambia e le conseguenze sono un inasprimento dei fenomeni di siccità nella stagione estiva con precipitazioni brevi ma molto violente e la possibilità di inverni molto freddi. Una radicalizzazione del clima che è già evidente in Sardegna e in particolare in Gallura dove da alcuni anni si ripetono fenomeni di precipitazioni che si scaricano sul territorio con effetti drammatici che creano non solo danni alle cose e alle proprietà,ma che provocano anche perdite di vite umane. La deforestazione causata dagli incendi e dall’uso improprio dei territori, l’utilizzo di ambiti fluviali per costruire villaggi e strutture ricettive, la regimazione di torrenti e corsi d’acqua amplificano la gravità degli eventi meteorologici con effetti disastrosi sulla terraferma.

Il mare non è esente dal cambiamento globale: il dato più appariscente riguarda le temperature dell’acqua che nel periodo estivo nelle baie riparate raggiungono 30° C, ma soprattutto anche a profondità intorno a 40 m permangono per lunghi periodi a 26° C, con assenza di termoclino. Per molti organismi la temperatura è un fattore di condizionamento alla distribuzione e per molti altri ha effetti diretti sul ciclo biologico, avendo ad esempio il ruolo di fattore scatenante dell’attività riproduttiva.

Le conseguenze sono evidenti, ma spesso la temperatura è solo uno dei fattori che accelerano il cambiamento.
Nel nostro mare si è assistito nel 2003, nel 2005 e nel 2008 ad un fenomeno di morìa diffusa di alcune specie di gorgonie, analogo all’evento accaduto nel 1999 lungo le coste settentrionali del Tirreno che non aveva avuto conseguenze sui popolamenti sardi. In particolare la paramuricea (Paramuricea clavata) e secondariamente la gorgonia gialla (Eunicella cavolinii) hanno subìto il riscaldamento con la perdita improvvisa dello strato vivente e con un progressivo abbassamento della quota alla quale si incontrano colonie vitali. Prima del 2003 il limite superiore giungeva a circa 15 metri, al termine del 2008 si è abbassato di 20 m e oggi la quota dove non si incontrano colonie malate è a 35 m.

Sono in corso ricerche per comprendere il fenomeno e in particolare per interpretarne le cause. Ad oggi la spiegazione più plausibile è la seguente: il periodo di massimo riscaldamento corrisponde al momento in cui la disponibilità di cibo per le gorgonie è al minimo e quindi corrisponde ad una situazione di stress naturale; a ciò si aggiunge il fatto che la temperatura elevata rende vitali una serie di agenti patogeni, vibrioni in particolare, che agiscono sugli animali già sotto stress, causando la necrosi di parte dei tessuti, fino alla loro scomparsa. Successivamente sulle parti nude degli scheletri si insediano altri organismi che accelerano il soffocamento delle aree ancora vitali, ingigantendo il risultato. Il fattore temperatura inoltre si abbina ad altri aspetti, come quello della proliferazione di alghe filamentose e di mucillagini che tendono a ricoprire le colonie soffocandole e introducendo ulteriori fattori di stress.

Le alghe rappresentano un importante indicatore del cambiamento e, in particolare, di come un regime di temperature mediamente più elevate stia creando le condizioni favorevoli per l’espansione di alghe provenienti da altri bacini di clima tropicale. È il caso di Caulerpa racemosa, un’alga verde con rizomi striscianti che, entrata in Mediterraneo dal canale di Suez, sta colonizzando, con un’accelerazione senza precedenti, i fondali mediterranei ed è giunta anche in Gallura.

Indifferente alla profondità e al substrato forma un feltro molto fitto che modifica la natura del fondo anche a profondità notevoli, oltre i 40 m. Di tutt’altra natura la diffusione di un’altra specie, Caulerpa taxifolia, introdotta accidentalmente dall’uomo nella zona del Principato di Monaco e diffusa rapidamente in molte aree del Tirreno fino a raggiungere i fondali dell’Arcipelago di La Maddalena, del Golfo di Olbia e di Tavolara. La sua capacità di espansione che inizialmente sembrava inarrestabile, appare oggi essere molto inferiore a quella di Caleurpa racemosa. Non sono ancora valutabili le conseguenze del cambiamento degli habitat, indotto dall’espansione di queste alghe, per le altre specie vegetali e animali che li occupavano prima della colonizzazione.

Ad un’altra alga aliena è da addebitare il fenomeno di formazione di aggregati mucillaginosi sul fondo, poi risaliti a galla, avvenuto nel 2007 lungo tutte le coste orientali della Gallura. Il fenomeno si è ripetuto negli anni successivi,ma con intensità inferiore e in gran parte l’alga che lo ha generato è rimasta allo stato di latenza. La causa è un’alga di dimensioni microscopiche, Chrysophaeum taylori, il cui habitat tipico sono le barriere coralline dei Caraibi, del Pacifico occidentale e dell’Australia, che produce, in associazione con altre alghe, aggregati mucillaginosi, in condizioni di stress da temperature elevate, più che a causa di fenomeni di eutrofizzazione.

La diffusione di Chrysophaeum taylori è una novità nel contesto delle alghe che generano mucillagini e si inserisce nel quadro molto articolato e sempre più ricco di specie aliene che colonizzano il Mediterraneo e che, in questa fase espansiva, raggiungono anche le coste della Provincia. Non vi sono ad oggi elementi per comprendere se questa diffusione sia di origine naturale, oppure sia una conseguenza diretta di attività umane. È evidente che anche questi fenomeni sono il segnale di un cambiamento in atto che per essere compreso e per comprenderne le conseguenze richiede un costante impegno di ricerca.

Non sono solo nuove alghe a colonizzare i fondali della Provincia, ma anche molte specie animali come conseguenza di azioni dirette dell’uomo o di naturale espansione legata all’innalzamento della temperatura. Di certo dipende dalle attività umane la comparsa accidentale nel golfo interno di Olbia di una specie di bivalve, Musculista senhouisia, che forma sul fondo un feltro inestricabile, rendendo difficoltosa la raccolta delle arselle autoctone. Come siano arrivati altri molluschi tropicali è difficile da valutare: risale agli anni novanta del secolo scorso la comparsa di una lumaca di mare, Bursatella leachi, originaria del Mar Rosso, mentre è recentissimo l’arrivo nelle acque di Golfo Aranci e di Tavolara di un nudibranchio tropicale, Melibe viridis, già noto per il Mediterraneo orientale, ma assente nel Mar Rosso. Arrivano anche pesci inconfondibilmente tropicali come il pesce flauto (Fistularia commersonii) o altri che, dalle regioni meridionali, si spostano verso nord seguendo il riscaldamento delle acque, come il pesce pappagallo, avvistato nelle acque dell’isola di Molara.

Il cambiamento è in atto e non avviene in terre lontane, ma sotto i nostri occhi giorno dopo giorno. Sta a noi comprendere quale ruolo possiamo giocare non per difendere il pianeta, come dicono molti, (perché il pianeta si è sempre difeso e anche questa volta si difende da solo), ma per impedire che il cambiamento sia così drastico e così veloce da sconvolgere le nostre abitudini di vita o quanto meno per essere capaci di adeguarci senza che intere comunità umane ne soffrano conseguenze drammatiche.