Casa Garibaldi

Garibaldi, scelse Caprera dopo aver valutato altre isole della Maddalena e, con l’aiuto dei suoi amici, riuscì a comprarne una parte il 29 dicembre del 1855 dal pastore di origini corse, Ferracciolo e qualche anno più tardi l’altra metà dagli inglesi Collins, grazie al quotidiano Times di Londra, che aprì una sottoscrizione, raccogliendo così la somma di denaro necessaria per l’acquisto. Nell’isola vi erano 12 edifici con annessi per il ricovero della trentina di contadini e domestici, degli attrezzi agricoli e gli animali (150 bovini, 400 polli, 200 capre, 50 maiali e più di 60 asini, incluso quello denominato “Pio IX”). Garibaldi e la sua famiglia, grazie anche ad una rendita garantita dallo Stato della favolosa cifra di 100.000 lire annue (il bilancio dello Stato italiano era di un miliardo e trecento milioni di lire). riadattarono gli stabili, costruirono una nuova palazzina chiamata “Casa Bianca” (White House) e due mulini, di cui uno a vapore. A Caprera Garibaldi, da avventuriero qual’era stato, divenne il patriarca di una comunità composta da familiari, amici e servanti, tanto che l’ anarchico e rivoluzionario russo Bakunin che si recò a visitarlo nel 1864, la definì “una vera repubblica democratica e sociale”. Il Generale visse una ventina d’anni nell’isola ma non fu solo agricoltore come la retorica patriottarda ci ha ormai abituato a pensare: colui che aveva combattuto con le armi per l’unità d’Italia, divenne “il vate di Caprera” e l’isola fu meta di migliaia di persone, di misteriosi emissari e di influenti personalità. Andavano a trovarlo rappresentanti di tutti i movimenti indipendentisti o rivoluzionari europei, dai russi ai greci, agli ungheresi, ai polacchi agli spagnoli e per tutti egli aveva parole di incoraggiamento, consigli e preziose direttive. Nel settembre 1861, ad esempio, si reco’ a trovarlo l’Ambasciatore degli Stati Uniti a Torino, in apparenza per conoscere la sua posizione sull’ipotesi (propostagli da un fedelissimo del Generale) di comandare le truppe confederate del Nord nella Guerra di Secessione (Garibaldi aveva anche la cittadinanza americana). Ma l’anno seguente il Console Generale americano di Vienna e lo stesso Segretario di Stato Seward si mossero su ordine del Presidente Lincoln per smentire tale ipotesi.

La Casa bianca di Caprera

Il primo ricovero di Garibaldi a Caprera fu una tenda sotto la quale bivaccò per due mesi con Menotti; ma egli aveva premura di riunire la famiglia, facendo trasferire nell’isola anche gli altri figli, Teresita e Ricciotti. Perciò, insieme col primogenito e aiutato dal fedele amico – segretario Giovanni Basso, da Felice Orrigoni e da altri compagni, si diede a restaurare una casupola di tre vani appartenuta un tempo a qualche pastore. Ma gli spazi non erano sufficienti neppure per la provvisorietà: quindi con l'”Emma” trasportò da Nizza una piccola costruzione in legno smontata e la sistemò accanto all’altra. Cinse il territorio con un muro per tenere lontane le capre fameliche e finalmente nell’estate 1856, con gran gioia della piccola comunità, giunsero Teresita e Ricciotti, accompagnati da una servetta, Battistina Ravello, per accudirli. A questo punto, la “famiglia” Garibaldi si componeva già di una decina di persone e difficilmente in seguito saremo in grado di valutarne le variazioni, perché la dimora del Generale ebbe sempre le porte aperte ai parenti, agli amici, a strane e mutevoli figure di maestri, famiglie e accoliti che andavano e venivano intorno a quell’uomo dal fascino illimitato e al nucleo centrale dei figli e delle donne che egli amò tenerissimamente.
Si mise subito mano alla costruzione definitiva di una vera casa, quella che lo stesso clan chiamò la “Casa Bianca” e che come tale sarebbe stata poi ufficialmente nota.
Mi avvalgo, a questo proposito, del lavoro scritto da Fernanda Poli per presentare il Museo Garibaldino di Caprera; è un prezioso volumetto che il lettore poteva facilmente trovare sia a Caprera che a La Maddalena, oltre che nelle librerie di Sardegna, il quale è, ad oggi, la guida più seria e completa per visitare l’eremo del Generale.
Garibaldi aveva sulle prime la presunzione di essere un ottimo architetto ed ingegnere, ma ben presto i suoi aiutanti gli fecero capire che questa non era davvero la sua vocazione, anzi era l’unico mestiere che non gli fosse congeniale. C’è il gustoso aneddoto del capomastro che gli disse: “Generale, usare la cazzuola non è affar vostro”, e lui con la modestia cristallina che gli era propria, rispose: “Hai ragione: trasporterò le pietre”. E si mise a fare tranquillamente il manovale, lavoro che svolse tranquillamente fino al termine della costruzione. Il complesso degli edifici sorse nel luogo che fin dall’inizio Garibaldi aveva prescelto, cioè al centro del versante occidentale di Caprera, rivolto a La Maddalena; si tratta di una conca granitica raccolta e passabilmente protetta dai venti.
La Poli precisa che la Casa Bianca “Presenta tutte le caratteristiche di una dimora ottocentesca planimetricamente articolata in una successione di vani intercomunicanti disposti intorno ad un piccolo ambiente privo di finestre che accoglie la scala di ingresso alla terrazza”. E fa giustamente notare che non è fatta secondo le nostre attuali coerenze razionali, ma è nata avendo come perno la famiglia senza porsi problemi privacy. “…Le stanze della casa possono assumere elasticamente funzioni diverse in relazione alla variabilità dei componenti della famiglia, nucleo tanto dilatato da accogliere nel suo interno amici e collaboratori”.
E infatti, secondo questa visione garibaldina che sta tra la semplicità tribale e la gens romana, la Casa Bianca subì nel tempo le trasformazioni e gli ampliamenti che servirono allo sviluppo che servirono agli sviluppi e ai bisogni dei suoi abitanti. Tale evidenza era uno dei fattori per cui, oggi, visitandola, si ricava l’impressione di un edificio vivo, dal quale da un momento all’altro potrebbe uscire Donna Clelia o il Generale in persona o un garibaldino o un bimbo. E soprattutto, al visitatore non superficiale, sorge la riflessone del confronto tra questa dimora al servizio dell’uomo, identica nel suo spirito alle dimore di tutte le isole, di tutti i semplici della terra, e le nostre case – scatola, anche le più lussuose, nelle quali l’uomo non può che essere l’oggetto contenuto ad adattarsi, a seconda dei casi, agli spazi dell’angusta o del benessere, pianificati astrattamente da centrali di livellamento esterne.
La Casa Bianca, crebbe come un organismo vivente e dopo appena un anno era ultimata ed abitata con tutte le sue appendici ed adiacenze, da una comunità tra le più singolari.
Delle aggiunte successive, mi limito a ricordare la “casa di ferro”, un vero e proprio fabbricato, in realtà di legno, rivestito in lamiera metallica, donata a Garibaldi dal commilitone Felice Orrigoni nel 1861: essa fu sempre destinata ai collaboratori del generale per i più svariati usi, da alloggio per gli ospiti, a segreteria, officina del legniaiolo, magazzino delle provviste. La stalla, i magazzini, l’abbeveratoio, il canile, nonché il famoso mulino a vento, furono aggiunti posteriormente al 1861.
La Casa Bianca fu costruita in blocchi di granito locale rivestiti dentro e fuori con intonaco e calce; il resto del materiale occorrente venne portato dalla Liguria a bordo dell'”Emma”.
I viaggi del cutter servivano naturalmente, come si è detto, per trasporti di merci varie per conto terzi o per commercio diretto di Garibaldi tra i porti liguri e quello sardi. Le finanze del Generale erano in uno stato più che precario ed egli nutriva sempre meno speranze di poter trarre dal cabotaggio un regolare sostentamento per la famiglia, vuoi per la scarsissima propensione all’attività commerciale, vuoi per l’attrazione sempre più forte che la terra e le attività agricole esercitavano su di lui.
A facilitargli un chiarimento sulla sua vera vocazione, fu ancora una volta il destino: nel gennaio del 1857 l’ “Emma” navigava pigramente da Genova a Caprera carica di calcina per la casa: aveva dato non poche preoccupazioni negli ultimi tempi per avarie diverse. Ora ci si mise anche il mare grosso; si era ormai in vista della Gallura, quando si videro salire dalla stiva sinistre volute di fumo; nessun dubbio; la calce era entrata in combustione. Garibaldi, Menotti e gli altri uomini fecero di tutto per spegnere l’incendio, mentre tentavano di portare la nave verso Caprera. Lottando contro il fuoco e contro le falle che frattanto si erano aperte qua e là nella chiglia, riuscirono a raggiungere l’isola, ma il comandante si rese conto che la nave era condannata, diede ordine quindi di puntare sui bassi fondali dello Scabeccio e di farvela arenare. L'”Emma” era finita. E il Generale ne trasse l’auspicio che con lei dovesse finire anche la propria lunga e travagliatissima vita da marinaio; finalmente aveva la giustificazione per dedicarsi con appassionata esclusività alla sua agricoltura.

Modellino di nave, 1876 circa. Questo modellino di nave-giocattolo fu donato dal Generale Garibaldi a suo figlio Manlio quando aveva circa 4 anni.