Colpire le sinistre

Fu sicuramente all’indomani della presa di conoscenza del risultato delle urne della consultazione del 26 maggio 1952 che il problema del contenimento dei ‘rossi’ nelle aziende pubbliche si drammatizzò e prese avvio il piano teso a colpire in modo sistematico la sinistra, per bloccarne i successivi sviluppi. Fondamentale allo scopo fu la decisione di colpire il cuore del sindacato socialcomunista e della commissione interna: eccetto alcuni casi sporadici tutti i licenziati dell’Arsenale Militare erano impegnati in attività di partito o di rappresentanza operaia.

Era una condizione che non si registrava soltanto negli stabilimenti militari. In quegli anni, in tutta Italia, il ceto padronale stava avviando una fase di riscatto post-resistenziale e, nelle fabbriche, riconquistavano potere e autorità, spalleggiati, se così si può dire, da un governo centrale disposto a chiudere più di un occhio su questa strategia d’intimidazione.

Paul Ginsborg storico inglese che ha vagliato da vicino i fenomeni sociali legati alla ricostruzione dell’Italia post-bellica, scrive: “Ai membri delle commissioni interne era proibito spostarsi dalle fabbriche durante le ore di lavoro, non ricevevano più permessi retribuiti per compiti sindacali, ne era loro permesso, dentro le fabbriche, di affiggere avvisi o di avere una stanza in cui riunirsi. Con simili limitazioni, i rappresentanti degli operai persero rapidamente terreno di fronte ai capireparto, i quali avevano piena libertà di risolvere i problemi quotidiani. La direzione rifiutava di collaborare con le commissioni interne dominate dalla CGIL….” [1].

In questo regresso sorprendente della condizione operaia agì l’interesse e l’influenza del governo americano per le aziende italiane. Un interesse che non era economico, ma politico, caratterizzato da una strategia mirata a far recedere gli operai dalle lusinghe del PCI [2].

L’ambasciatrice statunitense in Italia, la famigerata Claire Booth Luce, ebbe a rimproverare l’amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta, perché “a lato dei larghi sacrifici fatti dagli Usa – oltre un miliardo di dollari – la situazione del comunismo in Italia, in luogo di retrocedere, parrebbe in continuo progresso” [3].

Per giunta, i membri del Congresso americano erano rimasti sfavorevolmente impressionati dalla consolidata forza della CGIL nelle commissioni interne e dallo scarso progresso della nuova sigla sindacale, d’ispirazione cattolica, democristiana e filoatlantica [3Bis].

Tenendo bene presente il quadro d’insieme è possibile comprendere la situazione locale, il fatto nel particolare.

Le persone da noi intervistate affermano che, all’inizio del 1952, si dovettero preparare delle ‘liste di proscrizione’ che, dopo un sommario controllo, furono esposte ai massimi gradi del ministero della Difesa per le azioni di intimidazione. [4]

A chi va addebitata l’iniziativa della compilazione degli elenchi? Difficile dire con sicurezza dove possa essere stata ordita la macchinazione. Per Augusto Morelli il piano ebbe un’impronta parrocchiale, o almeno la parrocchia, anzi la sacrestia e chi la frequentava, ne dovevano essere al corrente da qualche tempo, e un episodio capitato proprio a lui, che era consigliere comunale e presidente dell’Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.) lo avrebbe confermato pienamente. Racconta Morelli: “Qualche giorno prima (del licenziamento, n.d.a.) era stato affisso ai muri, verso le undici di notte, un manifesto che diceva: ‘Il compagno Augusto Morelli, segretario della sezione del Partito Comunista di La Maddalena, è stato, con decreto del prefetto di Sassari n. 2020, vergognosamente destituito da presidente dell’E.C.A. per gravi irregolarità amministrative. L’autorità giudiziaria dovrebbe denunciarlo ’ [5].

Era un evidente falso, fatto circolare dalla sacrestia e dalla DC, perché Morelli era presidente dell’ente ma non gli era stata mai mossa alcuna lagnanza. Quali erano dunque le gravi responsabilità attribuitegli? Aver dato assistenza a familiari di dirigenti comunisti quali Luigi Birardi, padre di Mario, che andava in farmacia a comperare medicine con i sussidi dell’E.C.A., come pure la madre e i fratelli di Mario Filinesi?. “Fu immediatamente chiesto un incontro con il prefetto di Sassari, dove mi recai accompagnato dal deputato sardo Luigi Polano e dal comitato E.C.A. al completo – continua l’ex dirigente del PCI – Si fece osservare, in primo luogo, che nel periodo della mia presidenza si era data assistenza a circa 900 persone, che si erano assistiti anziani cittadini maddalenini, che l’assistenza riguardava il prelievo dalla farmacia di medicine per curare le loro malattie. Il prefetto, dopo aver ascoltato le nostre argomentazioni, allargò le braccia facendo capire di esser stato male informato. A quel punto Polano domandò che fosse ritirato il decreto. Il Prefetto rispose negativamente dichiarando che questo non era nelle sue possibilità”[6]. Come facevano i democristiani isolani a sapere in anticipo quello che sarebbe accaduto? Ma c’è un altro segnale inquietante. Gli appunti lasciati da don Salvatore Capula, parroco di Santa Maria Maddalena, riferiscono che fu Giovannino Campus, un suo fedelissimo e consigliere comunale DC, ai primi di giugno del 1952, ad avergli comunicato che sarebbero arrivate delle lettere di non rinnovo del contratto di lavoro per alcuni dipendenti dell’Arsenale. Cosa che gli venne confermata dal comandante del Comando Marina Emilio Berengan nel primo pomeriggio del 24 giugno. In un’altra occasione ancora don Capula ebbe a pronunciare una frase emblematica “(…) Perché si capisce che se fossi stato io l’artefice dei licenziamenti, avrei colpito ben altri capi del socialcomunismo locale” [7]. E sicuramente questo è vero. Per uniforme ammissione dei licenziati, fra coloro che ‘subirono’ c’erano anche operai non comunisti, altri certamente disinteressati alla politica, qualcuno addirittura di tendenza filo ecclesiale. Qualche democristiano riconosciuto ricevette una lettera di diffida. Insomma, si trattò di un tentativo, oculato, di fare credere che i licenziamenti non avessero un fine politico? Anche questa ipotesi è difficile da sostenere con certezza, e rimane tale. Alcuni dei nostri intervistati sono, però, disposti ad ammetterla.

Il parroco era un uomo del suo tempo. Gestiva il potere a livello locale anche se era azzardato definirlo il vero artefice della complotto anticomunista. Don Salvatore Capula stava da una parte, dalla ‘sua’ parte, che era quella ecclesiastica e papalina. Pio XII, aveva voluto mobilitare i cattolici in funzione anticomunista, in un momento cruciale della storia d’Italia, quello della ricostruzione.

Per adempiere al suo disegno il papa confidava sulla forza della parola. Se il governo nazionale non lo ascoltava egli parlava alla gente e si serviva dei parroci dotati di particolare carisma, capaci di fare presa sulle masse. Il quasi cinquantenne don Capula era ascoltato dai maddalenini. Alcuni lo veneravano altri lo temevano. Parlava poco in privato, centellinava le parole e dosava i silenzi in maniera strumentale.

Se non fosse lecito, per le leggi degli uomini, che un prete si occupi di politica, allora certamente sarei un fuorilegge e non avrei alcuna difficoltà a dichiarami colpevole – ebbe a dire don Capula, commentando le sue scelte di campo e adoperando un linguaggio schietto, inusuale, per chi lo conosceva bene. [8]

L’uomo che, nonostante le sua capacità personali, il suo spessore umano, il suo ricco bagaglio dottrinale, la sua profonda cultura e la sua trascinante oratoria, rimase per oltre mezzo secolo su un’isola, rinunciando a ricoprire posizioni più importanti nella gerarchia vaticana, ammetteva di aver indirizzato le sue fatiche alla guida e all’organizzazione della comunità che aveva rivitalizzato durante la ricostruzione post-bellica.

Voleva forzare la mano del destino e quella degli uomini, il prete divenuto famoso per aver aiutato Benito Mussolini, deposto duce del fascismo, a stilare un bilancio della propria vita, fra quattro mura di prigionia [9].

Sull’impegno in nome e a favore della comunità maddalenina, che l’ebbe parroco per 64 anni, sino al 24 gennaio 1998, condotto con la sua tempra e, ovviamente, con la sua mentalità, il parroco ha scritto: “Ho partecipato con passione alle vicende del mio paese, ho conversato con sindaci e con presidenti, con autorità militari italiane e straniere, ho dato il mio piccolo contributo alla comunità, nella convinzione che le proprie idee vadano perseguite e difese fino in fondo”. [10]

Non fu l’artefice diretto dei licenziamenti, perché il gioco non era alla sua portata, la carica dell’evento era poderosa e lui, in fin dei conti, era solo il parroco di Forania, ambito ecclesiastico che comprendeva l’arcipelago de La Maddalena, Palau, Santa Teresa, Arzachena e San Pasquale. Ma il suo comportamento, in quel doloroso frangente, diede adito a mille illazioni. E lui non fece niente per screditarle. Il fine giustificava i mezzi.

La chiesa, istituzionalmente, non sosteneva, né criminalizzava, alcun partito o movimento politico. Però, aveva una visione evangelica del mondo e dell’uomo che si avvicinava ai valori espressi dalla Democrazia Cristiana, il partito che dichiarava di ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa.

A giustificare il comportamento ufficialmente imparziale della sacrestia de La Maddalena di fronte al grande dramma politico che stava investendo l’isola e l’Italia [11] in quei frangenti bastavano le parole di papa Pio XII e i suoi palesi comportamenti in difesa della tradizione conservatrice e cattolica.

T. Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] P. GINSBORG, Storia d’Italia, dal dopoguerra a oggi, Torino, 1989, p. 258.

[2] S. COLARIZI, Storia dei partiti dell’Italia repubblicana. Ed. Laterza, Bari. 1994. Pagg. 136 e ss.. Dopo il 18 aprile 1948 “(…) la destra non intende consentire alla sinistra di rialzare la testa; fino a quando ha in mano la carta della minaccia comunista, vuole usarla per distruggere il nemico sconfitto sul campo elettorale. Né a soddisfare i reazionari basta la politica repressiva di Scelba che pure è riuscito a mettere sulla difensiva socialisti e comunisti, ma non ad eliminare la loro forza dal paese: il Pci, quinta colonna di Mosca, va messo fuori legge e il Psi può anche fare la stessa fine se non si stacca in tempo dal carro comunista”.

[3] Claire Booth Luce. Era nata il 10 aprile 1903 a New York. Dopo aver studiato di teatro, durante il conflitto fu assunta come giornalista di guerra dal prestigioso Life per conto del quale viaggiò molto, specie in Asia. Nel 1952 entrò al Senato come rappresentate repubblicana, e in seguito (marzo 1953) fu inviata come ambasciatrice a Roma. “Si mostrò molto sensibile alla lotta contro il movimento socialista in Italia, temendo che le forze di sinistra potessero interferire sugli aiuti americani alle industrie italiane. Probabilmente il più notevole fatto della sua presenza in Italia si verificò nell’ottobre del 1954, quando si attivò per comporre la controversia fra l’Italia e la Jugoslavia in merito alle direttive dell’Onu sull’amministrazione del territorio di Trieste” (Cfr. Women come to the Front. Library of the U.S. Congress, Washington D.C., 2006). Morì il 9 ottobre 1987.

[3bis] Il 4 giugno 1949 era nata la FIL (Federazione Italiana Lavoratori) che si fuse presto con gli elementi di astrazione democristiana della CGIL e divenne la CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori). La spaccatura divenne insanabile durante gli scioperi che erano seguiti all’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948. (Cfr. I. MONTANELLI – A. CERVI, L’Italia del Novecento. Ed. BUR Milano, 2000. Pagg. 353 e ss ).

[4] P. GINSBORG, Storia, cit.

[5] Il ministro della difesa era Randolfo Pacciardi. Il governo era il VII dicastero De Gasperi (26 luglio 1951/07 luglio 1953).

[6] Testimonianza di Augusto Morelli.

[7] G.C. TUSCERI: Il Governatore. Cit. Pag. 109.

[8] Ritroviamo questa frase riportata integralmente in alcuni appunti dattiloscritti, che contengono le riflessioni dell’ormai anziano sacerdote sui fatti accaduti a La Maddalena durante il suo ministero. Salvatore Capula parla in prima persona e i pensieri che esprime sono attribuibili a lui, senza tema di smentita. Il titolo provvisorio assegnato a questa sorta di memorie inedite è: “Come gli alberi, lungo la riva del fiume”. Il brano citato è a p. 67.

[9] Nella Villa Webber, dove Benito Mussolini era tenuto prigioniero, nell’agosto del 1943, don Capula, durante uno degli incontri riservati che ebbe con il duce, pronunciò una frase divenuta celebre: “Lei che non è sempre stato grande nella fortuna, lo sia nella disgrazia”. L’esule era stato toccato nel profondo dell’animo. Fu conversione per l’ex capo del governo allontanatosi dalla fede? Il segreto, don Capula, se lo è portato nella tomba.

[10] S. CAPULA, Come gli alberi, cit. p. 67.

[11] Secondo alcune stime delle organizzazioni sindacali i licenziati per motivi politici fra il 1952 e il 1956 raggiunsero la ragguardevole cifra di circa 2.200 unità.