Come liberare Caprera dai cinghiali

Dopo l’istituzione della “Riserva Naturale Orientata” di Caprera, che ebbe come prima conseguenza la chiusura dell’isola ad ogni attività venatoria, l’opinione pubblica maddalenina si è divisa, come al solito, in due fazioni. Da un lato quelli favorevoli alla riserva come strumento di salvaguardia del notevole patrimonio naturalistico dell’isola, rimasto inalterato grazie al regime di demanialità ed alla presenza dei militari, dall’altro quelli contrari. La maggior levata di scudi è però venuta da parte dei cacciatori che per far valere i loro diritti venatori hanno perfino varato una lista civica, per un certo periodo rappresentata in consiglio comunale, e costituito un comitato che, all’insegna di “Caprera libera”, propone la riapertura della caccia nell’isola. 

Qualche anno addietro, con un’azione chiaramente provocatoria, sono state introdotte clandestinamente a Caprera alcune coppie di cinghiali che, moltiplicatisi a dismisura nel giro di poco tempo, hanno creato seri danni ed altrettanto seri pericoli. Il cinghiale, difatti, non è certamente compatibile con la riserva sia per i danni che la sua presenza comporta alle specie botaniche e faunistiche che si intende proteggere, sia per i pericoli ai quali possono essere esposti i visitatori in caso di incontro con qualche esemplare particolarmente aggressivo.

Lo stesso Garibaldi, che aveva introdotto nell’isola un gran numero di asini, di cavalli, ovini, bovini e animali da cortile, non ebbe mai maiali, ritenendoli, da buon ecologo qual’era, dannosi alla natura stessa di Caprera. D’altro canto l’Eroe, come all’epoca notarono e riferirono quasi tutti i visitatori, non tenne mai animali chiusi o legati e non avrebbe certamente potuto lasciare dei suini in libertà.

Il suo predecessore Richard Forman Collins, però, non ebbe certo di questi scrupoli e da buon inglese, non volendo rinunciare alla colazione mattutina a base di “bacon”, introdusse a Caprera un buon numero di maiali che, inselvatichiti e sfuggiti ad ogni controllo, avevano invaso l’isola creando pericoli non minori di quelli degli attuali cinghiali.

La cosa assunse proporzioni tali da far intervenire il consiglio comunale di La Maddalena che, non sapendo come eliminare i suini, si rivolse all’intendente provinciale perchè adottasse i provvedimenti del caso. A rivelarci l’episodio è una lettera del 17dicembre 1842 con la quale gli amministratori maddalenini così si rivolgevano all’autorità: “Ill.mo Sig. Intendente della Provincia,
Notizie certe pervenute a questo Sindaco e Consiglio Comunale, risultano che sull’isola di Caprera vi esistono una quantità di animali porcini tanto nocivi e proibiti dalle leggi, e siccome altra via non potrebbesi trovare se non quella della giustizia, pregasi la S.V.Ill.ma di porre argini a simili abusi. Ha l’onore intanto di raffermarsi con distinto rispetto di V.S. Ill.ma”.

Seguono le firme del sindaco Tomaso Zonza, dei consiglieri Filippo Martinetti, Giò Batta Millelire, Giò Scanu, Pietro Alibertini e Antonio Pittaluga ed infine del notaio Salvatore Sini in veste di segretario.

La situazione non doveva essere certo dissimile da quella odierna; la presnza dei suini era certamente antigiuridica (lo stesso sindaco dice che erano “proibiti dalle leggi”), ma è pur evidente che l’autorità comunale non aveva strumenti per intervenire sui terreni posseduti dal Collins dei quali, peraltro, rivendicava la proprietà ritenendo illegittimi gli atti di cessione fatti all’inglese dai pastori di Caprera che a suo tempo erano stati assegnatari di quelle terre.

Non sappiamo come le autorità abbiano a suo tempo risolto il problema, ma siamo certi che con una buona muta di cani ed un buon numero di cacciatori e battitori la presenza dei cinghiali poteva essere eliminata in breve tempo, salvo poi a ripetersi l’operazione negli anni successivi se qualche coppia di suini fosse sfuggita alla spedizione punitiva. E’ infatti certo che i maiali di Collins continuarono ancora a scorazzare nell’isola per oltre un ventennio. Quando nel 1857 Speranza von Schwartz si recò a Caprera per ottenere da Garibaldi le sue memorie incontrò un giorno il vecchio Giovanni Battista Ferracciolo che tornava dalla caccia con due cinghiali, L’anziano pastore, che qualche anno prima aveva venduto a Garibaldi parte di Caprera riservandosi però il diritto di continuare ad abitarvi, precisò: “…su quest’isola…i cinghiali che si cacciano non sono che una degenerazione dei maiali domestici”.

La presenza dei suini del Collins, specie di quelli inselvatichiti, non era certo compatibile con l’attività agricola di Garibaldi tanto che, come riportano le cronache dell’epoca, non pochi furono i contrasti fra l’Eroe e l’intrattabile inglese proprio a causa dei frequenti sconfinamenti dei maiali negli orti di Garibaldi. Le liti, che sfociarono talvolta in vicende giudiziarie, vennero quasi sempre sanate dall’intervento pacificatore di Daniel Roberts, conterraneo del Collins, ma sincero amico di Garibaldi. Forse il problema fu definitivamente risolto quando Garibaldi, nel 1856, acquistò gran parte dei terreni del Collins e quando l’anno successivo, alla morte del Collins, la moglie Clara vendette tutti i rimanenti terreni al figlio dell’Eroe Menotti.

Sappiamo che la Forestale di Stato, che vigila sulla riserva di Caprera, non potendo ovviamente attuare una spedizione punitiva, sta studiando un piano per la cattura dei cinghiali con l’intento di trasferirli poi in zone a loro più adatte. Sono state fatte anche delle prove di cattura in appositi recinti, ma regolarmente, nottetempo, qualcuno si è premurato di far fuggire gli animali. E siccome due e due fanno quattro non è difficile intuire quali siano stati i fini reconditi di coloro che hanno introdotto i cinghiali nell’isola. Ma non si è trattato certamente di cacciatori “veri”.

Giacomo Pala

D’altro canto, anche se con l’istituzione del Parco è ora impensabile che si possa parlare di apertura delle isole alla caccia, bisogna pur dire che le rivendicazioni dei cacciatori non trovano appigli tradizionali e giuridici nel lontano passato. La caccia a Caprera era stata consentita, con molte limitazioni, nell’immediato dopoguerra quando, venuti meno gli interessi militari su tutta l’isola, da decenni inaccessibile, la stessa era stata prima parzialmente e poi quasi totalmente dismessa. Prima del totale esproprio dell’isola e dell’inibizione di accesso ai civili, vigeva già a Caprera un divieto di caccia e ce lo rivela una lettera scritta nel giugno del 1907 da Ricciotti Garibaldi al deputato Alessandro Fortis, politico e patriota, che l’anno prima era stato presidente del Consiglio dei Ministri. In essa Ricciotti, perorando una iniziativa della moglie che voleva veder realizzato uno dei sogni di Garibaldi, dopo aver chiesto l’appoggio del Fortis ad una proposta di legge presentata dal deputato gallurese Giacomo Pala per l’erezione a La Maddalena di un ospedale, diceva: “Mia moglie Costanza, che si dedica con amore a tutto quello che riguarda Caprera sino ad aver ottenuto dalle Autorità di proibire assolutamente la caccia e la distruzione degli uccelletti a Caprera ricordandosi che l’ultimo desiderio espresso da mio padre fu che fossero curate le piccole capinere, con la sua attività tutta inglese si è messa a realizzare quest’idea del vecchio Generale”.

Il divieto di caccia a Caprera era dunque stato già istituito in passato per rispetto alle ultime volontà di Garibaldi che, in punto di morte, vedendo che la moglie Francesca stava per allontanare due capinere che si erano posate sul davanzale della finestra, aveva sussurrato “…non disturbate le capinere, forse sono le anime delle mie bambine; quando sarò morto portate loro del miglio”.

Scartata dunque l’ipotesi che venga riaperta la caccia a Caprera, il problema dei cinghiali passa ora al comitato di gestione del Parco. Oggi le spedizioni punitive non possono certamente essere attuate: i cacciatori, “quelli veri”, si rifiuteranno di abbattere questi animali che, sia pure selvatici, si sono abituati ormai a convivere con l’uomo, in un’isola frequentatissima, non disdegnando talvolta di avvicinare i visitatori e accettare il cibo quasi dalle loro mani.

Il problema deve essere dunque definitivamente affrontato e risolto nel rispetto della salvaguardia della natura, dei diritti dei cittadini e, perchè no, nel rispetto dei diritti degli inconsapevoli ed incolpevoli “animali porcini” vaganti nell’isola.

Antonio Ciotta