Correva l’anno 1256

Nel 1256, anno dell’abbattimento del giudicato di Cagliari troviamo il Visconti fra i protagonisti di un interessante documento di area genovese. In quell’anno Girardo de Corrigia, podestà di Genova, da una parte, e Raimondo Berengario e Ugo Mercadero, ambasciatori della comunità di Grasse, dall’altra, stipulavano il rinnovo per ventinove anni di una convenzione commerciale firmata la prima volta dalle due città nel lontano 1171. In base all’accordo, gli abitanti di Grasse non si sarebbero recati a commerciare a Pisa se non in caso di specifiche paci fra questa città e Genova, retaggio, questo, delle lunghe lotte per la supremazia nell’alto Tirreno, che aveva portato a momenti di intensa attività diplomatica fra le repubbliche marinare italiane e le comunità provenzali, ma, anche, a momenti di tensioni e scontri cruenti. Tra i nomina consiliariorum et ceterorum de compagnis che firmano per Genova, da intendersi come i personaggi principali che intrattenevano i più proficui rapporti commerciali nell’alto Tirreno, troviamo Johannes Vicecomes e Beltramis Vicecomes, a testimonianza degli interessi a tutto campo della famiglia Visconti e della loro autonomia rispetto alle politiche commerciali della madrepatria. (Tra i firmatari troviamo anche un esponente della famiglia pisana dei Bancherio, che avevano forti interessi anche in Castel di Cagliari, come visto per il documento conservato in Archivio della Certosa di Calci, Fondo Diplomatico, n° 39, 22 febbraio 1223, pergamena 402, relativo all’acquisto di un terreno all’interno del Castello di Castro.) In tale momento storico fluido e incerto i traffici di Genova e di Bonifacio trovavano comunque in Gallura un loro spazio, talvolta importante. La prima area in cui si trovavano ad operare i mercanti còrsi era quella della costa più settentrionale e della Bucinaria, un arcipelago di isole fra le quali si distingueva quella di La Maddalena. Tali isole, però, spesso davano ospitalità a pirati e altri malintenzionati, i quali, oltre che ad aggredire le imbarcazioni di questo o quell’altro mercante, talvolta arrivavano a devastare i litorali. Come nel caso di alcune navi pirata che si erano rifugiate in un’isola della Bucinaria dopo aver devastato un villaggio còrso (doc. DCXXXII). L’area settentrionale, nonostante l’assenza di una vera città, dopo la scomparsa dell’antica Olbia, faceva capo alla diocesi di Civita, attorno alla quale si raccoglieva un insieme di piccoli villaggi, fra i quali i più importanti erano quelli di Verro e Villa Mayor. In effetti per l’epoca precedente al XIV secolo non abbiamo alcuna notizia esplicita dell’esistenza della futura città di Terranova: essa non compare nei portolani duecenteschi, come il “Liber de existencia riveriarum”, o il “Compasso da navigare”, né è menzionata nel “Portolano di Grazia Pauli”, più tardo degli altri due libri, né tanto meno nelle relative carte nautiche; inoltre, Terranova non viene nominata nella relazione della visita pastorale in Sardegna di Federico Visconti, Arcivescovo di Pisa, del 1263 (si parla infatti del suo arrivo a Civita); Terranova non compare nemmeno nella documentazione commerciale, come le tabelle degli interessi marittimi del 1160, del 1233 e del 1281 (anche qui si parla di Civita et tota Bucinaria). Per quanto riguarda gli anni della documentazione del notaio Tealdo, i mercanti genovesi e bonifacini che si recano nel territorio per commerciare i loro prodotti si recano in due centri ben distinti: Civita e villa Mayor, mentre Terranova non viene mai menzionata. Più a meridione esistevano invece alcuni centri già molto attivi dal punto di vista commerciale: Posada e Orosei, con la vicina villa vescovile di Galtellì. Da tempo i mercanti pisani esercitavano la loro azione nel territorio ed erano probabilmente già organizzati in colonie di mercanti residenti, simili a quella che incontreremo ad Orosei al momento della conquista pisana. Ma anche la presenza genovese non doveva essere trascurabile: nel porto di Cedrone ricordato nelle incerte trascrizioni del Vitale riconosciamo il porto fluviale del Cedrino, ricordato in 9 documenti, ben distinto dal centro urbano di Orosei, presente in 2 documenti. A Cedrone/Cedrino, durante la prima metà del XIII secolo venivano a commerciare mercanti bonifacini e liguri e la città di Genova aveva un suo console nella persona di Giacomo Gatti. Inoltre doveva esserci sul posto un qualche hospicium che accoglieva i naviganti, perché Pietro Scriba, che doveva solvere una somma a Raimondo di Noli, procuratore di Rubaldino Simoneto, rimaneva “apud Cedronem”. Dalla lettura degli atti notarili originali, conservati nell’Archivio di Stato di Genova, si potrebbe chiarire se la regione di Gonario/Gunariam ricordata più volte nella documentazione corrisponda in realtà a quella di Galurio/Galuriam, come sembra altamente probabile dagli indizi presenti nei regesti del Vitale. In particolare, nel documento in cui si menziona Civita si dice che Giovanni Monleone, Nicoloso de Campo ed Enrico di Finale ricevono da Ottone de Murta tanto per lire 8 gen. “quas Domino propizio in Gonario usque Civita negociandi causa portare debemus ad fortunam dei et rerum ipsarum eundo, redeundo et stando”. Mercanti sardi appaiono costantemente fra gli atti inerenti la regione; i più rappresentati sono Guantino Spano e Ottone de Murta, i quali spesso fanno società insieme e sempre insieme sono in contatto con mercanti bonifacini o comunque corsi, fra questi Giovanni di Sanguinaria. Naturalmente anche i mercanti sardi estendevano la loro azione sull’isola gemella, sia a Bonifacio che nelle valle del Taravo, dove incontriamo Giovanni Sardo. Ma non solo sardi e corsi troviamo commerciare fra le due isole. Ad essi si aggiungevano altri personaggi, talvolta provenienti da molto lontano, come Jacopo di Malta, molto attivo nei porti sia della Corsica che della Sardegna. Troviamo Jacopo sia a Bonifacio che in Cinarca, come operatore o come testimone di contratti. Lo vediamo anche attivo in Sardegna, nella curatorìa di Romangia e a Portotorres ma si spinge anche in Gallura, fino al porto del Cedrino, che raggiungeva dai porti turritani: si trattava indubbiamente di un uomo impegnato a stringere legami solidi fra le due sponde isolane. La stragrande maggioranza dei documenti relativi alla Sardegna riguarda, dunque, l’area settentrionale, ma non mancano notizie sull’Arborea, Cagliari e addirittura su Santa Igia, l’antica capitale del giudicato cagliaritano, che nel 1258 sarà conquistata e distrutta dal comune di Pisa.