Cronologia delle Bocche di Bonifacio. Correva l'anno 1297

Correva l’anno 1297

Il 4 aprile 1297 papa Bonifacio VIII, per risolvere diplomaticamente la guerra del Vespro – scoppiata nel 1282 fra Angioini e Aragonesi per il possesso della Sicilia – istituiva motu proprio l’ipotetico regnum Sardinie et Corsice e lo infeudava a Giacomo II, sovrano della Corona d’Aragona, dietro il pagamento di un censo feudale e il giuramento di fedeltà. La concessione del regnum era, in realtà, un atto puramente nominale: le isole geografiche di Sardegna e di Corsica erano già politicamente e istituzionalmente conformate e, come scrive Casula, «nei loro confronti il papa dava solo una licentia invadendi». Era necessario sviluppare un’azione diplomatica e militare per rendere effettiva la sovranità della Corona su quei territori, a scapito o con il consenso delle entità statuali e giuridiche esistenti, che erano: in Sardegna i possedimenti oltremarini del Comune di Pisa – rappresentati dai territori dei “decaduti” regni giudicali di Càlari e di Gallura – le Signorie territoriali dei Doria, dei Malaspina e dei Donoratico, il Regno o “Giudicato” d’Arborea; mentre la Corsica, contesa fra Pisa e Genova, dal 1299 sarebbe appartenuta stabilmente alla Repubblica ligure e al Banco di San Giorgio (sino al 1769) e non venne mai conquistata dai Catalano-aragonesi.
Il possesso della Sardegna, perfettamente in linea con la politica di espansione mediterranea della Corona d’Aragona4, poneva gravi problemi sul piano diplomatico, in quanto la posizione strategica dell’isola avrebbe facilitato alla Corona il controllo delle rotte commerciali tirreniche a discapito delle Repubbliche di Pisa e di Genova, che da secoli basavano le propria fortuna economica sulla frequentazioni di quelle rotte ed avevano acquisito in Sardegna larghi interessi politici e commerciali.
Il possesso dell’isola offriva, indubbiamente, interessanti prospettive economiche all’Aragona: la Sardegna aveva fama di possedere una ricca produzione cerealicola, specie nel “giudicato” d’Arborea e nella “curatoria” di Trexenta; fiorenti saline nel Cagliaritano; ricche miniere d’argento nel Sulcis e nel Sigerro; preziosi coralli nei mari nord-occidentali dell’isola e tutti quei prodotti (pellami, formaggi, carni, vino, olio, frutta secca) derivanti dalle attività agro-pastorali cui erano dedite le popolazioni locali. Ma fu il Papato, almeno inizialmente, che trasse il maggiore vantaggio dalla conquista: un versamento di 2.000 marchi (circa 500 chili) d’argento annui come censo feudale da parte del sovrano aragonese e l’estensione all’isola dei meccanismi di centralismo e fiscalismo elaborati dalla curia avignonese. Meno fortunate furono, invece, la società e la stessa Chiesa sarde, sulle quali si abbatté indistintamente il sistema feudale importato dai conquistatori, realizzato in maniera rigorosa su quasi tutto il territorio isolano.
La campagna militare per la conquista della Sardegna, iniziata solo nel 1323, fu preceduta da una lunga strategia diplomatica, condotta da Giacomo II con grande abilità, al fine di trovare il maggior numero di consensi presso le diverse realtà politiche isolane. Alleanze e rapporti di tipo feudale furono istaurati con i “giudici” d’Arborea, con i Donoratico, con i Doria e con i Malaspina che, in funzione anti-pisana, offrirono in varia misura il loro appoggio, accettando un rapporto di dipendenza feudale che nel tempo si sarebbe rivelato estremamente insidioso. Nel propiziare la conquista catalano-aragonese, oltre il favore di quasi tutti i pontefici – salvo Giovanni XXII (1316-1334) che fece di tutto per scoraggiarla –, ebbe un ruolo importante la grande ostilità verso i Pisani, molto diffusa nella società e nella Chiesa sarde, che si esprimeva in un’attesa quasi messianica nella prossima “venuta” del re d’Aragona. Negli intenti di Giacomo II la campagna militare per la conquista del regnum si sarebbe dovuta limitare ad uno scontro con Pisa, già isolata diplomaticamente, per l’occupazione dei territori sardi in suo possesso: gli ex-“giudicati” di Càlari e Gallura.
Le operazioni militari, iniziate nel giugno del 1323 con lo sbarco di un potente esercito, comandato dall’infante Alfonso, nel golfo di Palma di Sulcis, si conclusero nel 1326: in tre anni Pisa perse tutti i suoi possedimenti, comprese le città fortificate di Villa di Chiesa (l’odierna Iglesias) e Castel di Castro (oggi Castello, quartiere storico della città di Cagliari); solo le “curatorie” di Gippi e Trexenta rimasero in mano ai Pisani, divenuti anch’essi feudatari della Corona d’Aragona, sino al 1365. Anche la città di Sassari, fiorente comune “pazionato” nel Nord dell’isola cresciuto sotto l’egida della Repubblica di Genova, veniva ben presto acquisita alla causa della Corona. Una campagna militare difficile e dispendiosa, in termini di vite umane e di risorse finanziarie, aveva permesso a Giacomo II di occupare tre quarti dell’isola, primo nucleo del regnum Sardiniae et Corsicae, istituito nel Castrum di Bonaria il 19 giugno 1324 e aggregato in unione reale alla Corona d’Aragona.
Ma i malcontenti e le ostilità, interne ed esterne all’isola, non tardarono a manifestarsi in tutta la loro gravità. Genova in primis, preoccupata per le conseguenze che sarebbero derivate da una stabile dominazione aragonese sulla Sardegna e sui mari adiacenti, fomentò continue ribellioni a Sassari, la “città inquieta”, e da parte di alcune famiglie genovesi profondamente radicate nel Nord dell’isola: i sardo-liguri Doria e Malaspina. Il conflitto fra Genova e la Corona d’Aragona, esploso apertamente nel 1330, fu una delle conseguenze più importanti sul piano internazionale della presenza catalano-aragonese in Sardegna; lo stato di tensione instauratosi fra le due potenze per il dominio del Tirreno ebbe ripercussioni in area mediterranea per alcuni secoli, incrementando continue azioni di guerra di corsa, non sempre distinguibili dalla pirateria, che a partire dalla seconda metà del Trecento e ancora nel Quattrocento agirono spesso a discapito delle attività mercantili.