CronologiaMillecinquecento

Correva l’anno 1528

Un anonimo artista di Bonifacio realizza la pregevole statua in alabastro rappresentante la Vergine di Buoncammino, realizzata ancora in stile rinascimentale. La scultura, che è datata, è conservata nella chiesa di Buoncammino a Santa Teresa Gallura.

Bonifacio affondava lentamente in una letargia economica terminata solo nel XIX secolo. La sua popolazione passò da 5.000 abitanti nel 1528 a 700 in seguito alla peste (nello stesso anno), per risalire a 2.000 alla fine del XVII secolo (ed a 2.500 a metà del XVIII). Il porto, all’incirca nel 1627, era il 5° dei porti genovesi in Corsica ed al 16° posto tra i porti isolani, con un traffico molto ridotto, in seguito alla grave crisi agricola del territorio circostante. Le esportazioni rappresentavano una parte infima del totale (6%) ed i marinai del Capo arrivavano sulla piazza per fare concorrenza. Con il passare del tempo la situazione non migliorò: alla fine del XVII secolo le esportazioni di grano ammontavano a soli 43 ettolitri sul totale di 7.800 di tutti i porti corsi; al contrario, l’importazione d’olio aumentò sensibilmente, confermando la povertà dell’entroterra. La città esisteva soltanto grazie alle importazioni e all’intervento dei navigli corsi e stranieri. (questi dati sulla consistenza della popolazione bonifacina, riferiti da Giustiniani, sono messi in dubbio dagli studiosi moderni. La cappella di San Rocco, edificata sulla rampa di accesso alla cittadella, nel punto in cui sarebbe morto l’ultimo appestato, resta a testimonianza della fine di questo infausto periodo)

Le città propriamente corse, tutte dislocate all’interno dell’isola, in posizione difensiva, non superarono mai la caratteristica di grossi borghi (come Vico, Vescovato e Cervione): nel 1686 Corte contava appena 1.750 abitanti e Sartena 1.200; nel 1741 le due città raggiunsero rispettivamente la cifra di 1760 e 2.090 abitanti. Altra caratteristica comune era la presenza di una guarnigione genovese (talvolta anche di un nucleo civile ligure) anche se, comunque, l’elemento indigeno era preponderante. Inoltre, al carattere difensivo (visibile a Corte e Sartena) si univa un’eminente funzione agricola, perfino più importante, come a Vescovato, della funzione religiosa (residenza del vescovo). Tuttavia, ed è questa la differenza più grande rispetto agli altri borghi, la funzione militare era predominante. Simi ha potuto affermare a ragione che a Corte «il ruolo difensivo assorbe tutte le sue attività; Corte non è una città, ma semplicemente una piazzaforte». La situazione era leggermente diversa per Sartena, che sorvegliava la ricca valle del Rizzanese ed il golfo del Valinco, vie d’accesso obbligate per i barbareschi, ma anche (grazie alle marine: Tizzano, Campomoro, Propriano), punti di contatto e di scambio tra il mondo rurale dell’interno ed il commercio marittimo. Ancora un’altra differenza fondamentale: Corte era al centro di una regione essenzialmente pastorale, mentre Sartena era lo snodo di un territorio vasto e ricco, in cui la pastorizia era sviluppata quanto l’agricoltura. Infine, non si può dimenticare la profonda differenza della rispettiva struttura agraria: Corte era in piena Terra di comune, Sartena nella Terra dei Signori. Nella prima le terre comunali rappresentavano il 90% del totale, nell’altra tutta la terra apparteneva ai latifondisti.

Per quanto riguarda le altre cittadine dell’interno, almeno per quelle di cui abbiamo fonti sufficienti, è utile enumerare le cifre fornite da Mons. Mascardi, Visitatore Apostolico. A partire dall’anno 1646 nel Capo Corso: Luri contava 200 fuochi e 1.200 anime, Pino 85 fuochi e 1.500 anime, Meria 100 fuochi e 450 anime, Rogliano 244 fuochi e 1.500 anime, Centuri 140 fuochi e 700 anime, Cagnano 113 fuochi e 365 anime. Nella pieve di Brando: Vescovato, 126 fuochi e 700 anime. Cifre modeste, ma generalmente confermate. Ghisoni aveva 800 abitanti nel 1589, 900 nel 1686; Aleria scese a 60 abitanti nel 1686; Vivario, 450; Venaco, 530; Tallano, 400; Levie, 200; Zicavo, 900; Zonza, 100; Carbini meno di 600; Grosseto, 300; Cervione, sede del vescovo d’Aleria, alla fine del XVI secolo, contava solo 400 persone (1571), ed arriva appena a 700 nel 1787; Fozzano da 500 abitanti passa a 368 nel 1715. L’impressione dominante è quindi che l’isola, fatta eccezione per Bastia ed Ajaccio, nella seconda metà del XVII abbia conosciuto una crisi demografica strettamente legata al ristagno economico. La Corsica appariva come un aggregato di tante piccole comunità sparse in un semi-deserto umano (con le eccezioni del Capo Corso, della Castagniccia e della Balagna), aggravato dall’inesistenza quasi totale di vie di comunicazione.