Correva l’anno 1553

Correva l'anno 155320 maggio

Da Bastia al Capo Corso, i corsari al comando di Dragut, «fanno segni di brutto (cioè sparano per mettere in guardia) e nella Fortezza di Capraia si sente anche il rumore di cannonate provenienti da Bastia». Gli uomini sui campi tendono l’ orecchio, scuotono la testa. Il giorno dopo si avvistano presso l’ isola tre galeotte sospette. Tre capraiesi escono a remi dal Trattoio, coraggiosi, per studiare le mosse dei presunti corsari, ma i corsari sono più furbi, piombano su di loro, un capraiese viene ucciso. Nel frattempo giunge la notizia che altri corsari, sbucati chi sa da dove, «hanno catturato la figlia di Manuello con altre sette fanciulle di età fra i dodici e i quattordici anni, che erano in campagna a raccogliere le messi, e anche due giovani che erano fuori della fortezza. A queste notizie, dieci giovani armati escono dalla fortezza, raggiungono tre turchi e riescono a liberare uno dei giovani catturati», mentre gli altri turchi fuggono con le loro prede. Che sorte avranno avuto le povere ragazze fra i dodici e i quattordici anni? Chissà? «Tutto il paese piomba nella più nera disperazione e riversa la colpa di quanto è avvenuto sui soldati della torre dello Zenobito, che talvolta abbandonano la torre lasciandovi un solo uomo di guardia». La vicenda ha un seguito. La notizia dell’ incursione giunge a Bastia e qualche giorno dopo il gesuita padre Silvestro da Landino ne dà notizia, niente meno, a padre Ignazio di Loyola. Il podestà Domenico Peroxio, che governa Bastia, «vista la rabbia dei capraiesi informa le Compere (scrive a Genova, dunque, nda) delle accuse che essi muovono al castellano». Alle Compere aprono un’ inchiesta. Alla fine assolvono tutti. Le persone sono importanti, ma è anche importante la merce. è straordinaria la cura minuziosa con cui si fa l’inventario di merce catturata e poi recuperata, con scambio di lettere fra Capraia, Corsica, Genova: lettere che viaggiano attraverso il mare alle modesta velocità di un veliero quando soffia il vento, e poi sulla terraferma alla velocità ancora più modesta di un messo che va a piedi. Il 24 dicembre 1617 giunge in porto uno schifo (imbarcazione a remi). Che cosa c’ è a bordo? C’ è la merce recuperata da una nave abbandonata in mezzo al mare. Il Commissario che governa la Capraia, col cavaliere Nicola Noceto, va a ispezionarlo. E lo scrivano prende nota: ci sono «quattro remi, un materassino di pelle e altri oggetti per dormire dei marinai, i loro cappotti e alcuni sacchetti con le loro camicie e vestiti, sei archibugi, la carta da navigare del padrone e un fagotto fasciato con carta con dentro 25 palmi di teletta vellutata, con fondo in raso bianco, destinata alle figlie di Pietro Murtedi». Il Commissario fa portare gli archibugi e la carta da navigare al sicuro in casa sua, nella Fortezza. Ma non è ancora soddisfatto: «Con molta diligenza egli continua l’ interrogatorio per sapere se i marinai avevano salvato altra roba e infine viene a sapere che essi avevano nascosto sotto la sabbia del porto una cassetta» (eccola lì, ancor oggi, la sabbia del porto: ora ci sono i bagnanti). La cassetta è prontamente recuperata e vi si trovano «quattro pezze di raso e due pezze di tessuto di saia leggera, che il Commissario tiene in deposito». Ancora non basta. Tre dei marinai si presentano al Commissario e si dicono insospettiti perché la cassetta non era legata. Si torna allo schifo, si fanno altre ricerche sotto alcune tavole, si scoprono «sette paia di calze, tre di seta nera e le altre di flanella colorata». Il Commissario, «preso atto del comportamento virtuoso dei tre marinai, regala loro sei lire, moneta di Genova». L’importanza che si dà a ogni singola partita, fra merci rubate e ritrovate, è incredibile. Ogni metro di stoffa dà luogo a scambi di lettere (con quel servizio postale così precario, così macchinoso) fra Capraia, Corsica, Genova, per denunciare furti, per reclamare oggetti, per premiare o punire persone. Su una nave abbandonata in mezzo al mare dall’equipaggio (forse è stato catturato) e dagli assalitori, quasi finita sugli scogli, salvata all’ultimo momento da un prode che si tuffa (siamo ai primi di luglio del 1554), si trova molta merce, subito si fa un inventario (lo firma il cancelliere e notaio Francesco Chiappe), lo si manda, niente meno, a Genova. E da Genova rispondono: il proprietario è stato rintracciato, si chiama Giò Francesco, è di Taggia. E mancano 18 pezze «di panno albagio», cioè (precisa il nostro Moresco) un panno grossolano di colore bianco. Il Commissario convoca allora il popolo nella piazza della Fortezza, e annuncia che, se qualcuno dà notizia entro tre giorni di quel panno mancante (e da lui rubato, evidentemente: ma non occorre dirlo), «la pena di 10 scudi gli sarà dimezzata. Il nome di colui che accusa un altro sarà tenuto segreto». Nessuno si fa vivo. Intanto arriva un incaricato per recuperare la nave: e paga a chi l’ha salvata «un beveraggio di nove scudi d’ oro». Che sorte avevano i cristiani fatti schiavi? Quando non dovevano imbarcarsi sulle galere come rematori, erano trattati con umanità, alla stregua di normali domestici. Potevano incontrare i cristiani in visita, affidargli qualche lettera. Il primo ottobre 1623 uno schiavo, Domenico di Francesco, scrive alla famiglia che abita alla Capraia: «Carissima consorte, questa per darvi avviso come io sto bene e il simile spero che sia di tutti voi di casa. Ho ricevuto due vostre lettere dalle quali mi sembra di avervi visti tutti e mi hanno fatto molto piacere. Come sapete io speravo di venire da voi quest’ anno ma non ho potuto perché il mio padrone dice che vuole quattrocento scudi e io li sto raccogliendo e spero, a Dio piacendo, di poter tornare a casa il prossimo anno». Domenico scrive poi di avere avuto notizia che le cannonate della Capraia avevano fatto vittime e danni su una galera turca, e l’ informazione ha un seguito divertente. Il cannoniere fortunato, che si chiama Pasquale Morgana, informato del suo successo e incoraggiato dal Commissario, manda a Genova una lettera, indirizzata ai «Serenissimi et Eccelentissimi Signori e Padroni miei Osservantissimi», in cui vanta «il gran danno con morte d’ huomini» prodotto dalle sue cannonate, e supplica le loro Signorie Serenissime «con tutto il cuore ad haver memoria della mia servitù di tanto tempo facendomi gratia di accrescere di qualche cosa la mia paga, che hora è la più minima che sia nel Presidio». Chiede un aumento di stipendio, insomma. Passa un anno, e da Genova arriva una lettera indirizzata al Commissario, con l’ annuncio di un aumento di due lire ogni mese, «sicché gli si pagheranno sedici lire invece di quattordici». Fra i cristiani catturati dai turchi vi sono quelli che rinnegano la loro religione e si convertono all’Islam. Alcuni fanno carriera: un calabrese, Giovanni Dionigi Galeni, sotto il nome di Uluj Ali, e conosciuto di rimbalzo fra i cristiani come Occhialì, diventa nel Cinquecento ammiraglio della flotta turca. Anche un ligure, Benedetto d’Arrì di Levanto, sotto il nome di Ustadh Murad, diventa nel Seicento, della flotta turca, addirittura il comandante in capo. E che dire di quel capraiese che, come Menelao a Troia, distrugge Carloforte per gelosia? Aveva sposato, quando ancora era un perfetto cristiano, una giovinetta di Carloforte, presumibilmente una genovese come tutti già allora (siamo nel Settecento) nell’isola. La sciagurata lo tradisce. Furente, lui emigra a Tunisi, si fa musulmano, fa carriera, e convince i turchi a compiere una spedizione punitiva: cinque velieri, un migliaio di uomini. I tunisini arrivano a Carloforte la notte del 2 settembre 1798, sbarcano di soppiatto, mozzano la testa alla sentinella, poi mettono l’ isola a ferro e fuoco: irrompono nelle case, uccidono, stuprano, catturano. Pochi si salvano: il console inglese, il prete che si nasconde in una tomba, e chi è riuscito a fuggire in collina. «I popolani atterriti – scrive uno storico dell’ Ottocento, Martini – erano afferrati senza contrasto e incatenati. Incatenavansi i vecchi, i fanciulli quali trovavansi giacenti nei loro letti a quell’ora avanzata di notte. Le donne avevano anche a paventare onta e villanie; e alcune di quelle disgraziate furono trafitte dal pugnale dei barbari in sullo stesso loro letto perché avevano ricusato fortemente gli immondi loro abbracciamenti. La prima a esser colta e abbracciata con gelosa rabbia, e riservata a non so qual destino, fu la consorte del capraiese». La guerra di corsa, ce lo ricorda Fernand Braudel, c’è sempre stata, dai tempi di Cervantes, di Boccaccio, di Omero. C’ è stata prima dei turchi, e dopo. Anche i francesi (con lettere di autorizzazione alla corsa firmate da grandi personaggi, magari da Richelieu), anche gli spagnoli l’ hanno fatta nei nostri mari. I corsari del Mediterraneo, ci consola Braudel, erano un po’ meno violenti di quelli degli oceani. Le loro incursioni rappresentavano dunque per i naviganti un pericolo in più: chi si avventurava sul mare temeva il libeccio, temeva la burrasca, come adesso, e temeva in più l’ arrembaggio, che poteva significare la cattura, la schiavitù. L’ ho già detto: cominciavi il viaggio dalla Mortola, come adesso, credevi di concluderlo a Livorno, invece finivi ad Algeri. Un pericolo in più: ma la natura umana accetta tutto. Solo nella prima metà del Cinquecento si combatté una guerra più pericolosa di quella di corsa, una guerra campale. Quello fu il secolo del grande confronto diretto fra Cristianesimo e Islam, Carlo V da una parte, Solimano il Magnifico dall’altra. Ogni anno due grandi flotte scendevano dalla Spagna e dalla Turchia, si affrontavano a metà strada. Khair ed-Din, cioè il famigerato Barbarossa, era il comandante supremo dei turchi, l’ antagonista di Andrea Doria, che comandava la flotta cristiana. Dragut era il suo luogotenente più spietato Vediamo che cosa combina. Nel 1540, Dragut ha la base a Gerba, l’ isola al largo della Tunisia. E decide di risalire con la flotta il Tirreno, per seminare distruzione e morte. Andrea Doria è a Messina: quando ha notizia che Dragut è partito con le sue navi, che fa rotta verso Nord, ordina a Giannettino, suo nipote, di inseguirlo, con venti velieri. Ma Dragut ha vari giorni di vantaggio. Fra Bosa e Alghero, lungo la costa della Sardegna, cattura un galeone calabrese. Poi risale verso l’Asinara, fra la Sardegna e la Corsica. Sta in agguato. Per fortuna, un marinaio calabrese è fuggito dal galeone, dà l’allarme: il podestà di Bonifacio, informato, scrive al Governatore della Corsica, gli comunica che Dragut è in zona. Dragut lascia intanto le Bocche di Bonifacio, fa rotta verso la Capraia. E la conquista. «Il 6 giugno – scrive Moresco – un’ imbarcazione bastiese passa nelle vicinanze dell isola e il padrone, all’arrivo a Bastia, riferisce di aver visto nel porto di Capraia la flotta corsara che stava sbarcando numerosi turchi, e che vi erano uomini a terra che trascinavano a forza di braccia quattro pezzi di artiglieria e munizioni verso la chiesetta posta nelle vicinanze della spiaggia» (La chiesetta che dal Duecento ha visto tante cose è ancora lì, intatta). «Portati i cannoni davanti alla muraglia che protegge il paese, per due giorni i turchi lo bombardano, riuscendo a creare nella muraglia un pertugio tramite il quale raggiungono e fanno prigionieri gli abitanti superstiti. I capraiesi si difendono valorosamente con i loro archibugi e con un moschetto, ma alla fine, degli oltre duecento abitanti, trentacinque uomini e cinque donne rimangono uccisi, mentre centosessantacinque vengono condotti prigionieri sulle navi corsare. Il rumore dei tiri di artiglieria giunge fino a Bastia~». Una tragedia. Chi va oggi alla Capraia (presumibilmente in vacanza) vede stagliarsi contro il cielo, a picco sul mare, i drammatici resti di un castello. Più in basso, a mezza costa sul porto, scorge una torre, elegante nella sua solidità. La costruzione dell’ uno e dell’ altra, del castello e della torre, fu decisa dopo il passaggio di Dragut, disastroso per l’ isola. Quanto a Dragut, finì male. Distrutta la Capraia, fece rotta su Capo Corso (a una ventina di miglia), lo doppiò, proseguì verso sud. Saccheggiò due villaggi, Pino e Lumio. Infine, alla Girolata, «quei cani di turchi» si ancorarono, per prendere fiato. E furono sorpresi dalla flotta di Giannettino, che distrusse e catturò le loro navi, fece prigioniero lo stesso Dragut. La prigionia durò quattro anni, fino a quando Andrea Doria non accettò, fra molte recriminazioni, il riscatto. Ma i capraiesi da lui catturati riebbero la libertà, tornarono sull’isola, ricostruirono le loro case. I corsi fecero una sottoscrizione per aiutarli. Vedi anche: Dragut, un corsaro nelle acque dell’arcipelago

giugno

Il podestà della città corsa di Bonifacio aveva comunicato al maggiore del villaggio di Tempio che da un patrono di nave aveva ricevuto l’avviso che la flotta di Dragut era giunta a Capo Campanella, tra Capri e la penisola sorrentina, puntando verso la Sardegna. Nell’isola fervevano intanto le operazioni di difesa. Non era facile, in mancanza di torri litoranee, presidiare con la sola cavalleria miliziana le estese e disabitate coste della Sardegna orientale. I baroni dovevano provvedere a proprie spese alla difesa dei territori feudali: il 15 luglio don Salvatore Aymerich, amministratore dei Maça Carroç, incaricava l’ officiale della Barbagia di Seulo di arruolare 100 uomini nelle truppe miliziane. Il 20 luglio la flotta turca, composta da 112 imbarcazioni tra galere e navi da carico, fu avvistata a circa 30 miglia da Cagliari mentre navigava verso nord.

29 luglio

La flotta franco-turca di Dragut, dà fondo all’isola di Tavolara in Sardegna, dove 3 fuste comandate dallo Zoppo sbarcano nei pressi di Terranova (Olbia). I turchi irrompono nella città spopolata, saccheggiano ed incendiano sistematicamente le abitazioni. Dragut giunge alle Bocche di Bonifacio, vi si rifornisce d’acqua, giunge nel golfo di Sant’Amanza e risale la costa fino a Solenzara. Ad agosto tocca l’isola di Montecristo. Depredato nuovamente il monastero, si spinge verso Porto Ercole dove sono imbarcate sulle sue galee le truppe del Termes. Avanza verso l’isola d’Elba. I turchi sbarcano a Portolongone, incendiano Capoliveri e la pieve di San Michele. Si muovono verso Rio. Gli abitanti si rifugiano nella fortezza di Giove, colpita dal fuoco dell’artiglieria. Segue la resa dei superstiti. Sono date alle fiamme le chiese di Sant’Ilario, di San Pietro e la pieve di San Giovanni. Sono devastate Marciana Marina, Pomonte e Poggio (incendio della pieve di San Lorenzo). I corsari tentano pure di impadronirsi di Cosmopoli (Portoferraio) alla cui difesa si trova Lucantonio Cuppano. Interviene la flotta toscana di Jacopo d’Appiano (4 galee) che bombarda gli attaccanti dall’imboccatura del porto. Dragut fa sbarcare al Capo Bianco numerosi turchi, subito avvistati dalle guardie. Lucantonio Cuppano e Jacopo d’Appiano non aspettano l’assalto degli avversari. L’Appiano esce dal porto con le sue galee, si porta a ridosso del Capo Bianco e fa sbarcare 50 archibugieri. Anche Dragut scende a terra e dà il segnale d’attacco. I turchi sono il bersaglio degli archibugieri e dei cannoni della città. Ne muoiono una quarantina, fra cui anche il comito della galea dello stesso Dragut. E’ ordinata la ritirata. Ad analogo insuccesso è destinata l’azione ai danni di Piombino. Ricominciano le recriminazioni e le lamentele dei turchi nei confronti dei francesi: i saccheggi, la razzia di bestiame sufficiente a sfamare con la loro carne gli equipaggi della flotta non hanno dato risultati redditizi in termini di bottino come da speranze iniziali. Le persone catturate sono 300; i morti 100, i feriti circa 50 e 60 i catturati dalla popolazione. Paulin de la Garde si riporta con gli alleati sotto Porto Ercole ed induce Dragut ad una spedizione in Corsica alla testa di un centinaio di galee. Mustafa Kara è inviato con 12 galee verso l’isola di Pianosa; questa è messa a ferro e fuoco e ne sono tratti schiavi tutti gli abitanti, un migliaio di persone. Dragut punta verso la Corsica per sostenervi l’azione di Sampiero Corso e del Termes contro imperiali e genovesi. Cannoneggia la città di Bastia che gli apre le porte; conquista Calvi e Bonifacio (che si arrende a patti dopo alcuni sanguinosi assalti). Il presidio di 1200 uomini esce dalla località con Antonio da Carmetto. Dragut non osserva le condizioni stabilite, si lancia contro i soldati e li riduce in schiavitù con i loro famigliari. Chi resiste, viene ucciso. Dragut pretende dai francesi 30000 scudi a compenso delle munizioni consumate nei tre assedi e per i regali che ha dovuto fare ai suoi rais perché se ne stiano quieti e non mandino i loro uomini al saccheggio. Il Termes e Paulin de la Garde gli rilasciano una lettera di credito, pagabile a Costantinopoli nel termine di cinque mesi; nello stesso tempo inviano un loro messaggero al residente francese con l’invito di non riconoscere alcuna somma perché le munizioni utilizzate sono di proprietà del sultano. Con l’occupazione di Bonifacio Dragut lascia la Corsica per riversarsi sulle coste settentrionali della Sardegna alla testa di 60 galee e 7 tra galeotte e fuste. A fine settembre mette nuovamente a sacco Terranova e fa dare alle fiamme la località. Il governatore di Logudoro, Gerardo Zatrillas, alla testa di numerose squadre a cavallo controlla le spiagge ed impedisce devastazioni maggiori. Rifornitosi d’acqua all’isola di Tavolara, prosegue per le isole Eolie. Giunge all’altezza di Salina; 12 galee si recano a perlustrare la baia di Canino, nell’isola di Lipari, mentre le altre si presentano davanti all’isola di Vulcano. Una burrasca fa disperdere 2 galee; altre sono danneggiate dalle onde con notevoli danni e perdite di uomini; una terza galea è colpita dalla fortezza di Lipari dopo essersi troppo avvicinata alla costa. I turchi non possono neppure rifornirsi d’acqua perché le cisterne sono state avvelenate. Dragut si ferma a Vulcano per recuperare le 2 galee dispersesi a causa della tempesta e per recuperare quanto caduto in mare dalle sue navi sospinto a terra dal vento.