Correva l’anno 1587

Nel tentativo di perseguire una politica agricola in Corsica, Genova andava incontro a degli ostacoli enormi. Il primo e più importante riguardava la proprietà del suolo; il secondo la manodopera; il terzo problema era il capitale. Per risolvere il primo problema Genova decise di trasformare le parti più fertili della Corsica in feudi. A partire dal 1587, la Dominante infeudò una parte del demanio pubblico sotto forma di latifondi ereditari. Tutto questo si evince sia dai termini usati nei documenti ufficiali (in cui si parla di feudum perpetuum, nobile, liberum, francum e alienabilis), sia dalle direttive approvate dai Serenissimi Collegi: i cittadini diventavano vassalli di un Signore che possedeva tutti i diritti sovrani (specialmente il potere giudiziario di primo grado), ed erano obbligati a corrispondere una taglia diretta (in aggiunta alle imposte versate alla Repubblica). Infine, sulle terre strappate ai legittimi proprietari, si installavano dei coloni liguri venuti da Genova o dalla Riviera. Dopo alterne vicende, furono costituiti due soli feudi: quello delle Porette-Fiumorbo e quello di Porto Vecchio. Come era prevedibile, i corsi si opposero all’immigrazione di nuovi coloni venuti dal continente e soprattutto si mostrarono ostili alle misure che li privavano dei loro beni e dei terreni adibiti al pascolo e alla transumanza. I Dodici si fecero interpreti di questo malessere, anche se, alla prova dei fatti, questa politica d’infeudazione si rivelò un fallimento: il feudo delle Porette, alla fine del XVII secolo, diventò una semplice concessione enfiteutica, mentre quello di Porto Vecchio non ebbe più successo dei precedenti tentativi di compravendita del Banco di San Giorgio: decimati dalla malaria, i coloni si esaurirono progressivamente e non furono rimpiazzati da successivi insediamenti; la città cadde in rovina e il feudo si esaurì nel 1662, con la morte dell’ultimo feudatario.
Genova prese atto di questo fallimento e a partire dal 1630 si orientò verso un altro tipo di capitalizzazione del territorio. Per capire meglio la qualità del cambiamento operato dai genovesi nella politica agricola, si può confrontare il decreto del 1638 con quello del 1587 che istituiva il sistema di infeudazione. La differenza – essenziale – appare già dai termini: non si trattava più di “feudi”, ma di “enfiteusi”; il cambiamento qualitativo è enorme. Genova controllava il dominio diretto del suolo e i diritti ad esso collegati, mentre l’enfiteuta godeva unicamente della superficie coltivabile.
Nonostante i casi di decadenza, comunque, l’affittuario entrava in possesso di un bene alienabile e trasmissibile (in caso di enfiteusi perpetua) ai discendenti diretti. Si delineava, in questo modo, una classe di affittuari agricoli che costituì la base della nuova borghesia rurale. A questo si aggiungeva la possibilità di ricevere dalla Repubblica degli accordi di prestito a tasso normale: si trattava, insomma, di nuova linfa per un’economia già povera ed esasperata dal fiscalismo.
La seconda differenza, non meno importante, rispetto al decreto del 1587, consiste nel cambiamento di obiettivi.
Certamente la produzione di cereali restava la preoccupazione principale, anche perché la fame di grano non era ancora diminuita: la peste nera del 1630, oltre alla decimazione della popolazione, aveva fatto levitare le richieste di derrate sul continente. Tuttavia Genova tendeva ad una diversificazione delle colture, incoraggiando le piantagioni degli alberi e delle vigne e la crescita ed il miglioramento della soccida, senza contare l’invito diretto all’abbandono del vecchio sistema del debbio, ed alla sua sostituzione con il dissodamento in profondità. Una terza differenza, non meno importante, è l’apertura delle enfiteusi agli isolani. Quando l’infeudazione era riservata ai genovesi, i corsi potevano accedere alla proprietà soltanto in linea di principio, perché la mancanza di denaro impediva l’accesso ai territori più estesi. Sul piano dell’efficacia, la nuova politica si chiuse con un bilancio in attivo non indifferente. Le enfiteusi erano quantitativamente maggiori dei feudi creati nel 1587 e durarono a lungo: gli atti notarili dell’epoca riportano pochi fallimenti, mentre gli affitti (procoi) entrarono in crisi soltanto alla fine del XVII secolo.

Lo studio dell’attività portuaria è fondamentale per capire l’effettivo miglioramento dell’agricoltura corsa. L’aumento delle esportazioni di cereali è stato notevole ed aumentarono anche gli scambi da porto a porto. In generale raddoppiò la produzione di vino, di grano e di olio d’oliva. Quanto agli altri prodotti naturali (fave, lupini), essi seguono la stessa curva ascendente, senza contare l’aumento della produzione di materie prime come il legname ed il ferro. Ultimo ed importante indice di una evidente prosperità è l’ammontare degli introiti percepiti in Corsica da Genova tra il 1704 ed il 1705, dato che provenivano almeno all’80% dai diritti di circolazione, dalla vendita delle merci e da diverse tasse, triplicate rispetto al 1575. In poche parole, la Corsica era passata da un tipo d’economia a circuito chiuso (tranne il Capo Corso, che è sempre stato la valvola di sfogo del surplus agricolo) ad un’economia estensiva. Date queste premesse, l’economia corsa sotto la dominazione genovese sembra aver avuto un forte bilancio positivo. In effetti, l’attivo della nuova politica economica genovese in Corsica era importante per controbilanciare il passivo della bilancia commerciale: dal punto di vista sociale, i corsi sono stati vittime di una discriminazione che li ha privati della maggior parte dei frutti di questa crescita. La nuova politica economica della Repubblica, nonostante molti aspetti positivi, era comunque commisurata ai bisogni della capitale. Lo stesso sviluppo dell’arboricoltura era motivato dal bisogno di generi alimentari della Dominante e la regolamentazione del libero pascolo si rivelò col passare del tempo un motivo di contrasto sociale.