Correva l’anno 1728

16 gennaio

Il sovrano consente al viceré di utilizzare le galere per azioni di corsa.

8 aprile

Il piemontese Giovanni Battista Lomellini, vescovo di Alghero, celebra il sinodo diocesano. Inizia la serie dei sinodi sabaudi.

31 maggio

Il conte Guglielmo Beltramo, reggente la Reale Cancelleria, porta a termine la sua fondamentale Raccolta degli usi ecclesiastici del regno.

11 maggio

In seguito all’epidemia di peste che colpì l’isola greca di Zante, il Marchese di Costanze, Viceré di Sardegna dettava le regole di sanità a proposito della peste nelle isole Ionie e nei paesi ottomani. Tra l’altro, in esso si ordinava ai pastori presenti nelle isole Intermedie, ed avuta notizia che alcuni Corsi tenevano ivi bestiami a pascolo, ne chiedeva informazioni ai Conservatori della sanità della Marina di Tempio. Avuta conferma della circostanza, dubitava che i pastori corsi non potessero un giorno stimarsi padroni di quelle isole per l’uso fattone per tanti anni e proponeva si facesse loro intimidazione di pagare un canone per quei pascoli, simulando reclami avuti da supposti proprietari e stimava opportuno appoggiare l’intimazione con la presenza delle galere.

20 giugno

Il viceré ordina il censimento del raccolto nei villaggi e convoglia le eccedenze sul mercato della capitale.

7 luglio

In occasione della peste del 1728 i “conservatori di sanità” delle marine di Gallura presero l’iniziativa di denunciare alla corte viceregia di Cagliari i limiti della loro azione di tutela nel territorio di competenza. La presenza di pastori corsi in alcune isole delle Bocche, incontrollata e incontrollabile, era per loro fonte di grande preoccupazione rispetto all’importante funzione a cui erano chiamati, di evitare cioè la contaminazione dell’interno del regno da agenti di contagio provenienti dal mare. Tanto più in una realtà di per sé già difficile da controllare, in un comprensorio costiero che da Longonsardo a S. Lucia di Posada era privo di qualsiasi presidio di torri, e con una minima presenza umana aggregata in abitato solo a Terranova a est e a Castelaragonese ad ovest. A partire dalla lettera dei conservatori di sanità della Gallura, don Martino Riccio e don Isidoro Guglielmo, datata da Tempio il 7 luglio di quel 1728, il governo sardo prendeva per la prima volta conoscenza del caso maddalenino. In una memoria riassuntiva degli avvenimenti si legge, infatti, che in quella occasione i due diligenti funzionari rilevarono che: “risulta molti essere gli anni che sono li corsi bonifacini co’ loro bestiami nel possesso delle isole suddette, senz’altro titolo che quello del possesso”. L’utilizzo delle isole da parte di pastori corsi, si diceva inoltre, avveniva nell’indifferenza dei pastori galluresi, che avevano nella valle del Liscia, del Surrau e di Arzachena un abbondante territorio a disposizione e di migliore qualità, sia per i pascoli che per le semine.

8 agosto

Nella disputa sulla peste e sulla questione del diritto di proprietà sulle nostre isole, il commissario bonifacino Pallavicini si fece parte diligente e condusse una propria inchiesta che produsse la verbalizzazione, di tre testimonianze pressoché univoche rispetto l’utilizzo remoto e recente delle isole Intermedie da parte di bonifacini e di pastori corsi alle loro dipendenze. Il primo testimone fu l’ottantaquattrenne Simone Lantero che dichiarò che gli risultava che le isole, sebbene frequentemente assalite dai turchi con prede di uomini, donne e ragazzi, erano state abitate e utilizzate per pascolo da bonifacini e dal loro bestiame custodito da pastori alle loro dipendenze. Lui stesso aveva visto corsi recarsi con i loro attrezzi a seminare biade nelle isole e pastori con le bestie, e anche lui vi aveva inviato al pascolo dei somari. Il secondo testimone fu un ottantunenne patrone marittimo bonifacino, Francesco Pittaluga fu Pietro, che avviò la sua dichiarazione affermando che già da giovane marinaio era più volte stato nelle isole. In esse aveva sempre trovato molti bonifacini a seminare le biade e molti pastori a custodire il bestiame degli stessi bonifacini. Il testimone precisò, inoltre, che negli anni addietro la presenza nelle isole era più numerosa e che era stata più volte decimata da incursioni barbaresche. Anche lui confermò che quei pastori custodivano il bestiame di proprietari di Bonifacio, e aggiunse che gli risultava che i delitti commessi nelle isole vedevano i processi celebrati a Bonifacio. L’ultimo testimone fu un altro vecchio ottantacinquenne sempre di Bonifacio, omonimo del precedente Francesco Pitaluga ma fu Paolo. Quest’ultimo, oltre a ripetere che dei bonifacini avevano seminato e raccolto biade in quelle isole e dei pastori governato il loro bestiame, verbalizzò che lui stesso molte volte aveva seminato e raccolto, e che con il proprio padre, almeno sessant’anni prima vi si recava a caccia di cinghiali e cervi. Vedi anche: Dal litigio sulla peste al litigio sul diritto di proprietà

5 ottobre

L’interessamento immediato del regno sardo all’arcipelago cominciò nel 1728, anno in cui il marchese di Cortanze, Vicerè di Sardegna, “scrisse al Re….proponendo al superiore governo che si intimasse ai Bonifacini delle isole di riconoscere la sovranità di S. M. Sarda mediante la corresponsione di un tenue affitto. Nel caso che l’intimazione non avesse avuto effetto, si sarebbe dovuto ricorrere alla forza servendosi delle galere che annualmente dalla base di Villafranca si portavano in Sardegna per compiere la perlustrazione delle coste e allontanare la minaccia delle incursioni barbaresche” Il Re rispose in data 5 ottobre “consigliando un atteggiamento di prudenza: approvava non solo il disegno di far sentire la presenza di navi sarde nei paraggi dello stretto di Bonifacio, in modo che vi fosse impedito il contrabbando, ma anche quello di indurre i pastori corsi al pagamento del canone; era invece alieno ad ogni dimostrazione di forza che potesse creare delle complicazioni con la repubblica di Genova; in tutti i casi era necessario che si facessero diligenti ricerche per rintracciare eventuali titoli di sovranità su quelle isole”. Gli atti del 1728 documentano una situazione di disagio nei confini settentrionali della Gallura, considerati come porta aperta al contrabbando; situazione che un buon piemontese non poteva tollerare. Tuttavia sono da notare due fatti:
1 – la saggezza con cui il governo centrale manovra la questione, in vista di complicazioni non desiderate con la vicina Repubblica;
2 – la questione giuridica della sovranità sulle isole. Questione alla quale sin da allora si cercò, invano, di dare una risposta rovistando gli archivi della Sardegna.
Comunque si volle procedere egualmente a comunicare agli interessati le condizioni stabilite dal governo sardo per poter utilizzare le isole e nel 1729 compaiono le galere della Marina sarda.

18 dicembre

Un pregone contro il banditismo prevede la sospensione dei privilegi di casta per i nobili che favoriscano dei banditi. Nello stesso anno il censimento ordinato per la redistribuzione dei carichi fiscali da una popolazione di 310 000 abitanti, distribuiti in 82 500 ‘‘fuochi’’.