Correva l’anno 1731

Correva l'anno 1731

gennaio

Il patrone provenzale Giacomo Gioja, denunciò al tribunale di Bonifacio 15 pastori maddalenini per aver depredato la merce della sua polacca naufragata nelle acque di S. Stefano il 24 dicembre del 1730, reclamandone la restituzione. Secondo il suo esposto, la mercanzia era stata salvata dal naufragio dai suoi 13 marinai, che imbarcatola in una scialuppa la trasportarono a terra nell’isolotto di S. Stefano. Ricoverata in una baracca costruita alla bisogna e custodita dagli stessi, non poteva considerarsi res nullius, per cui quella dei maddalenini doveva ritenersi una vera e propria rapina a mano armata.

16 marzo

Secondo trattato di Vienna: l’imperatore riconosce i diritti di don Carlos in Italia.

23 aprile

Tre leudi di Bonifacio, armati dal giusdicente locale Salvatore Squarciafico su istanza di Marcello Mattarana, un nobile del posto che ne prese il comando, salparono per andare in traccia di un legno barbaresco che fu predato entro la fine della giornata.

3 maggio

Il reggente la Reale Cancelleria, conte Filippo Domenico Beraudo di Pralormo, informava Carlo Francesco Ferrero, marchese d’Ormea, segretario di Stato per gli Affari interni, di aver inviato al nuovo sovrano, Carlo Emanuele III, un ampio memoriale «sovra lo stato» del Regno di Sardegna, richiestogli l’anno precedente da Vittorio Amedeo II . La carica di reggente, dopo quella viceregia, era la più importante del Regno: già dal periodo spagnolo presiedeva il tribunale supremo della Reale Udienza ed era il «consultore nato» del viceré. Non del tutto a torto Antonio Marongiu l’aveva definito come il «primo ministro del governo viceregio». Già dall’inizio del dominio sabaudo si era affermata la prassi di elaborare estese e dettagliate relazioni volte ad offrire un quadro “veridico”, e talvolta disincantato, delle condizioni dell’isola. Emblematica è in questo senso l’anonima ed ampia Veridica Relazione (probabilmente del 1720) nella quale venivano affrontati i problemi ancora irrisolti relativi al «governo politico secolare», alla situazione militare, al contenzioso ecclesiastico, al soppresso tribunale dell’Inquisizione, alle entrate demaniali, allo «stato attuale della Real Hazienda», alle «rendite certe», ai mezzi che si sarebbero potuti praticare per «accrescere il Regio Patrimonio anche con evidente beneficio del Pubblico». La funzione delle relazioni era quella di rendere edotta la Segreteria di Stato sulle condizioni della Sardegna, ma anche quella di fornire al monarca e ai suoi più stretti collaboratori, in una logica tipica dello Stato assoluto, tutti gli elementi necessari per l’elaborazione di una linea politica sul governo del Regno che trovava concreta attuazione nella stesura delle “istruzioni” al viceré (una pratica già affermatasi nei secoli XVI-XVII), tese ad esplicitare e sintetizzare le direttive sovrane. Nel 1720, al momento dell’atto di cessione della Sardegna, il ministero torinese aveva raccolto nei propri archivi una gran massa di informazioni di natura storica, politica ed economica, su quella lontana e quasi sconosciuta isola mediterranea. La contraddittoria esperienza del governo della Sicilia aveva spinto la Corona ad assumere una linea estremamente cauta per evitare di commettere quei fatali errori che erano stati pagati duramente con la latente ostilità della nobiltà e dei ceti privilegiati ed infine con la perdita del Regno a causa della spedizione e dell’invasione spagnola del 1717. All’indomani della presa di possesso, il primo viceré piemontese, il barone Filippo Guglielmo Pallavicino di Saint Rémy, aveva inviato a Torino diverse relazioni con dettagliati ragguagli sull’intero complesso della vita civile, istituzionale ed economica della Sardegna. In esse venivano ampiamente descritte le divisioni interne alla nobiltà tra filo-asburgici e filo-borbonici, le pesanti conseguenze della guerra di successione, la povertà delle risorse economiche, la debolezza del commercio, la grave situazione della vita ecclesiastica, a causa di un mancato accordo con la Santa Sede a proposito del patronato regio, il contrabbando e la dilagante criminalità nelle campagne, lo strapotere feudale nei villaggi, le lentezze e le disfunzioni della macchina amministrativa e giudiziaria, l’incombente eredità della dominazione spagnola con la sua salda influenza culturale e linguistica. La Segreteria di Stato agli Interni, che sovrintendeva agli affari politici del Regno, governava da lontano la Sardegna proprio grazie alle informazioni, ai dati statistici, ai suggerimenti e alle proposte fornite dal viceré, dall’intendente generale, dai magistrati e dai funzionari nei loro memoriali, pareri e relazioni. La Relazione del reggente, tuttavia, si differenzia notevolmente da quelle dei suoi predecessori, in particolare per il taglio eminentemente istituzionale, attento ad evidenziare i problemi più complessi e pressanti: dall’introduzione dell’italiano come lingua di Stato all’atteggiamento dei sudditi nei confronti del dominio sabaudo, dalla necessità o meno di convocare il Parlamento generale alla drammatica emergenza criminale, dal complesso confronto con la Chiesa sui problemi giurisdizionali alla spinosa questione dell’amministrazione della giustizia, dalle prerogative della Reale Udienza alle disfunzioni della legislazione patria, fino ad alcuni brevi cenni all’economia sarda e ai mezzi per potenziarla. Scrivendo al ministro, Beraudo metteva le mani avanti sulle «molte imperfezioni delle quali» il memoriale «abbondava». Confidava inoltre che, a proposito dei giudici civili e criminali della Reale Udienza, aveva stimato di non «dipingere il carattere di ciascheduno d’essi, come cosa molto scabrosa» e, per evitare giudizi affrettati, aveva deciso di «poner sott gl’occhi» della Segreteria di Stato torinese «il complesso di questo Magistrato che veramente è tale, quale l’ho rappresentato particolarizzando solamente ciò che è degno di special lode». Si rendeva conto, però, delle «infinite debolezze» del suo lavoro, domandando quindi al ministro «compatimento per le aggiunte e correzioni, che si vedon in gran numero, mentre m’è mancato tempo – sottolineava – […] per ridurla al netto, a segno che non me ne rimane, se non un primo abbozzo totalmente informe e fuori d’uso; quindi bisognoso di tante et altre maggiori indulgenze». Nonostante l’atteggiamento prudente e persino cortigiano, la Relazione del conte di Pralormo ci offre un quadro vivo e realistico dei problemi istituzionali del Regno che rivelano uno spirito acuto e distaccato. Si tratta, infatti, di uno dei più interessanti documenti del governo piemontese dei primi anni trenta del Settecento in Sardegna.

5 maggio

Portando a compimento l’opera paterna Carlo Emanuele III pubblica in Piemonte l’editto di perequazione dei tributi fondiari.

6 agosto

Clemente XII annulla i concordati stipulati col Piemonte dal precedente pontefice.

30 ottobre

Il sovrano invita il viceré a difendere le prerogative regie e a sostenere contemporaneamente il riordinamento della Chiesa sarda.