Correva l’anno 1753

4 giugno

Nasce a Firenze l’Accademia dei Georgofili.

21 settembre

Una lettera del Bogino al comandante Guibert, ci informa che le regie galere, nella solita crociera estiva nei mari della Sardegna, avevano predato una galeotta di Biserta; il Guibert domandava quali fossero le regole per la ripartizione delle prede barbaresche, il Bogino rispondeva dicendo che era sempre in vigore il vecchio regolamento del 1715. Ed ancora, nel 1754, in seguito ad una cattura di una galeotta barbaresca, predata nei mari di Sardegna dalle galere Padrona e Santa Barbara, si ripropose il problema della spartizione del bottino. Si decise di utilizzare il regolamento del 1715, malgrado gli interrogativi che questo suscitava nelle autorità sabaude. Nella stessa crociera estiva, le due galere catturarono anche una gondola dei contrabbandieri di Bonifacio. La gondola era carica di 29 cantari di formaggio, una pelle di bue e sei di capra. In quegl’anni nelle Bocche di Bonifacio era sviluppato il contrabbando di merci tra la Sardegna e la Corsica. In questo senso erano attivi i trafficanti bonifacini, i quali “esportavano” merci senza pagare i relativi dazi. Cosicché ogni estate le regie galere, quando transitavano in quelle acque, si dedicavano alla lotta al contrabbando. A tal proposito, nella seconda metà del secolo XVIII furono armate alcune gondole regie in appoggio al menzionato felucone San Gavino. La gondola corsa catturata nel 1754 fu venduta a Cagliari per £ 293 di Sardegna, ossia £ 472 di Piemonte. Un terzo, £ 137:6:8, spettò agli equipaggi delle regie galere. Il rimanente, £ 314:13:4, toccava, invece, alle regie finanze. Di queste, £ 188:16 rimasero all’Intendenza generale di Sardegna, mentre £ 94:8 toccarono a Sua Maestà. Le campagne continuarono anche negli anni successivi.
Il 22 aprile del 1756 il cavalier Guibert richiedeva all’Ufficio generale del soldo dei rinforzi per la crociera estiva, che fu alquanto sfortunata visto che si concluse con una burrasca il 2 luglio.
Le galere, pesantemente danneggiate, si rifugiarono nel porto di Genova, dove effettuarono le dovute riparazioni. La spesa fu di £ 10.921:19:10. I lavori di riparazione furono terminati a Villafranca nel gennaio del 1757; furono spese £ 51.050:16:7.
La campagna dell’estate del 1757 fu sicuramente più fortunata, vista la cattura di una galeotta di Tripoli da cui si ricavarono ben 24 schiavi barbareschi.
Nel 1758 fu la volta di un altro battello bonifacino, venduto per £ 200; il Guibert chiese di poter devolvere l’intera somma alla chiesa parrocchiale di Villafranca.
La campagna del 1760 fu, invece, tragica. La crociera era stata anticipata a maggio in modo da permettere la scorta del reggimento Wanghenheim, destinato ad Alghero. La truppa doveva essere trasportata da 6 tartane, mentre il servizio di scorta sarebbe stato assicurato dalle galere Padrona e Santa Barbara. La prima era comandata dal cavalier di Blonay, coadiuvato dal luogotenente Bouckland e dal sottotenente Deville; il capitano della fanteria imbarcata era il signor Gagna. La seconda era capitanata dal cavalier Balbiano, il luogotenente sarebbe dovuto essere il signor Caluso, che non partecipò alla campagna a causa di un infortunio avvenuto due giorni prima della partenza; il sottotenente era il cavalier Maccarani, mentre il capitano della truppa era il signor Blingin.
Il 12 di maggio le galere uscirono dalla darsena e si portarono sotto il palazzo Reale per imbarcare il reggimento e per attendere il vento propizio per la partenza. Il 16 la flotta uscì dal porto alle ore 6 di sera, ma a causa del vento troppo debole le due galere presero 3 tartane ciascuna al rimorchio. Con vento moderato le navi si diressero verso Calvi in Corsica. Alle 3 e mezza di notte diedero fondo nella rada di Calvi dove restarono bloccate dal vento contrario fino al 30 maggio, quando, finalmente, dopo aver fatto rifornimento di acqua, ripresero la crociera verso la Sardegna. La partenza avvenne alle quattro e mezza del mattino con rotta per Porto Conte. Le navi sabaude giunsero a destinazione il 2 giugno alle ore tre di notte. Il giorno dopo fu sbarcato il reggimento, mentre il 4 gli equipaggi andarono ad Alghero per prendere i rifornimenti.
L’8 fu imbarcato il reggimento Fatio che doveva essere trasportato a Cagliari. Il 9 le galere partirono per Cagliari e le tartane per Villafranca. Il giorno seguente le due galere diedero fondo presso l’isola di San Pietro. Dopo aver fatto l’”acquata” giunsero a Cagliari a mezzogiorno del 14 giugno.
Nel frattempo a bordo era esplosa una epidemia di febbri diarroiche. A Cagliari si fecero sbarcare i primi malati e si organizzò l’ospedale alle dipendenze del protomedico Fancello. Il 25 la situazione peggiorò anche a bordo delle galere, tanto che si decise di tenere un cerusico fisso sulle due unità.
Comunque il giorno seguente fu decisa la partenza delle galere per la solita campagna antibarbaresca.
Ma il 29 la situazione si fece tragica: anche il cerusico della Santa Barbara fu tra gli ammalati il cui numero aumentò costantemente. Alla fine del mese di giugno si erano già ammalate 139 persone, di queste 101 erano marinai della ciurma. Si contava il primo morto: era un soldato imbarcato sulle galere. Intanto, nell’improvvisato ospedale, erano giunti due medici di rinforzo del reggimento Piemonte.
Il 1° luglio si tenne una riunione a casa del conte De Nangi, generale del regno. Parteciparono: il comandante della flotta cavalier di Blonay, il commissario di guerra Sala e tutti i medici impegnati nella lotta al virus. Si decise di aumentare le cautele nella pulizia dell’ospedale e nella sepoltura dei cadaveri. A capo della struttura fu posto il cerusico Gio. Tommaso Gallina, coadiuvato dagli altri medici e dallo speziale Juan Antonio Fundony. Il 5, i medici richiesero alle autorità di aumentare le porzioni del rancio. Il giorno successivo il pane e il formaggio furono sostituiti da carne, pasta e vino. Le maggiorazioni costarono 4:2 lire per ciascun uomo alla settimana.
Il giorno 10 si diffuse la voce di un’epidemia fra gli abitanti della città. Il protomedico cominciò ad utilizzare un vino «entelmitico» per curare l’epidemia.
Il 12 il clero cominciò a fantasticare sulle origini dell’epidemia.
Il 16 la confraternita della Misericordia si rifiutò di seppellire i morti in città. Nel contempo si aprì una vertenza tra i medici Gaibiso e Marcello ed il protomedico Fancello. I primi due presentarono una relazione sulla situazione dell’ospedale, confutata dal Fancello. Il giorno seguente questi fu avvertito che sarebbe stato ucciso. Il 23 il medico Marcello venne dichiarato pazzo.
Il 24 scoppiarono dei tumulti nel borgo della Marina a causa della malattia dei marinai. Il 26 fu ucciso il cavallo del protomedico. Questi si ammalò il giorno seguente. Alla fine di luglio si avevano 158 ammalati ed un totale di 47 morti. Il 4 di agosto si sedarono i tumulti del popolo. Fino al 18 del mese la situazione continuò a peggiorare. Il 19 morì il protomedico.
Il giorno seguente si decise la partenza delle galere per il 26 o il 27 di agosto.
Il 23 si scelsero gli ammalati che potevano partire.
Per il trasporto dei feriti si noleggiò la polacca Immacolata Concezione del patrone Gio. Batta Rossi, con bandiera maltese, per 4 lire al giorno e 20 lire al dì durante la quarantena. Il 27 durante le operazioni di carico la polacca del Rossi si incagliò nel porto. Le operazioni di disincaglio durarono tutta la notte. Alle due di notte, finalmente la flotta ripartì per Villafranca, la navigazione fu compiuta sia a vela che a remi. Il 30 le navi diedero fondo presso l’isola di Gugliastra. Qui si alzò un forte vento contrario che le costrinse a fermarsi in quel luogo fino al 2 di settembre. Alla fine di agosto gli ammalati erano 125, mentre erano morte altre 23 persone.
Il 4 le navi giunsero a Portovecchio in Corsica. Il giorno dopo si tentò di uscire, ma le condizioni del mare erano proibitive. In quei giorni di attesa a Portovecchio, un marinaio della Capraia disse di aver sentito che i “turchi” avevano attaccato una nave carica di truppe sarde. Il 10 fu fatto un altro tentativo, ma anche questa volta un forte temporale costrinse le galere a rientrare a Portovecchio. Finalmente il 12 le condizioni del mare migliorarono, permettendo alla flotta sabauda di rientrare alla base.
Giunsero a Villafranca nella sera del 14 di settembre.
Si seppe che la polacca era stata veramente attaccata dai turchi. In totale erano morte 81 persone.
A Cagliari erano rimasti 49 ammalati gravi, mentre la polacca ne aveva trasportati 102. La polacca che trasportò gli ammalati fu attaccata da cinque legni barbareschi, ma la difesa disperata e valorosa dei sette soldati della fanteria di marina permise alla nave di arrivare a Villafranca. Protagonista dell’episodio fu il soldato Gio. Francesco Turat, che per il suo eroico comportamento fu promosso sottotenente con una paga annua di lire 397 ed una maggior porzione giornaliera.
Altri episodi riguardanti il pericolo turco sono ricordati nelle Lettere particolari del comandante De Paterson. Si tratta della corrispondenza del comandante del porto di Villafranca con la Segreteria degli Interni. Per esempio il 28 aprile del 1749 si segnalava la presenza di due sciabecchi barbareschi tra la Corsica e la costa provenzale. Sempre nella stessa lettera vi era la testimonianza di un patrone svedese di nome Zaccaria Scaal, che trasportava un carico di sale da Trapani diretto alle gabelle del Regno di Sardegna, il quale disse di aver visto presso Capo Corso tre sciabecchi algerini.
Nel maggio del 1749 il De Paterson riferiva al Saint-Laurent, che una nave veneziana carica di caffè era stata predata nei pressi delle isole di Hyères. Mentre un patrone sabaudo aveva sentito a Genova che 15 bastimenti genovesi erano stati predati nel canale di Piombino. La Repubblica di Genova aveva fatto uscire immediatamente tre galere, una mezza galera e due barche da 14 pezzi di cannone per dare la caccia ai legni barbareschi.
Nel marzo del 1754 si ebbe notizia a Villafranca che un patrone di Oneglia aveva respinto, sulle coste spagnole, un attacco di due sciabecchi della Barberia. Il 24 giugno dello stesso anno il De Paterson riferiva che nelle acque di Antibes si erano viste quattro galeotte tunisine, le quali predarono due pinchi di Laigueglia; gli equipaggi liguri si salvarono con le scialuppe. Le stesse galeotte, nel mese di luglio, predarono in quelle acque anche una polacca napoletana e una barca catalana. Infine si diressero verso Tunisi.
La campagna delle galere sabaude del 1761 andò meglio di quella disastrosa dell’anno precedente. La flotta regia catturò in quell’occasione uno sciabecco algerino nei mari di Sardegna e alcune barche di contrabbandieri bonifacini.
Dopo la riforma degli anni sessanta, si modificarono i regolamenti sulla ripartizione delle prede effettuate dalle regie fregate. Nelle istruzioni al comandante del vascello del 1765 si indicava la procedura da tenersi in caso di prede: si ordinava di effettuare un’inventario delle cose presenti a bordo e di portare la preda nei porti di Villafranca o di Cagliari per la vendita.
Finalmente il 24 aprile del 1768 arrivò il nuovo regolamento per la spartizione delle prede effettuate dalla flotta regia. La prima parte ricalcava precisamente le istruzioni del 1715, l’unica differenza era quella relativa al valore di uno schiavo: lire 100.
Due quinti continuavano a spettare alle regie finanze, mentre il rimanente veniva così suddiviso: al capo squadra 50 piastre, al capitano di vascello o fregata 20 piastre, ai luogotenenti 10 piastre, ai sottotenenti 6 piastre e così via fino ai marinai di terza classe ai quali spettava mezza piastra. Avevano diritto al bottino tutti gli uomini presenti a bordo durante il combattimento. Infine «ove seguissero le prede per mezzo del sciabecco o galeotta in tempo, che trovandosi nelli stessi mari le Reali navi operassero sotto la protezione di queste ne spetterà uno di tre quinti all’equipaggio». Ancora negli anni Sessanta la ripartizione delle prede fatte ai danni dei contrabbandieri non era regolata dalla stessa normativa che si aveva nei casi delle catture barbaresche. Una memoria dell’avvocato Bardesono del 1769 riportava che i proventi di quelle prede andavano divisi al regio fisco. I problemi erano sorti dopo la cattura di tre gondole bonifacine: una vuota e due erano cariche di grano e di buoi. Il ricavato era stato di £ 1.123:15:8110.
Era operativo, sul finire di quel decennio, il felucone San Gavino comandato dal capitano De Nobili.
Il 12 novembre del 1772 alle ore 8 del mattino comparve, nei pressi dell’isola di Tavolara, una galeotta barbaresca. Il De Nobili, benché avesse quasi tutto l’equipaggio del felucone in missione con le gondole,
riuscì allora a formare un equipaggio di fortuna con gli abitanti della zona. La galeotta si nascose nei pressi dell’isola del Mortorio, ma il De Nobili riuscì a scovarla e ad attaccarla: dopo mezz’ora di combattimento la vittoria era dei sardi. Tra questi vi furono tre feriti lievi «con un male che però guarisce con un poco d’acquavita», mentre tra i ventuno turchi, che formavano l’equipaggio, vi furono tre morti, sei riuscirono a rifugiarsi a terra e 12 furono catturati. La lettera fu spedita a terra dalla quarantena che il felucone doveva fare nell’isola del Mortorio. Dell’episodio è conservata anche la relazione che si fece al viceré di Sardegna. La galeotta era di Tunisi e viaggiava con patenti, false, delle corti d’Inghilterra, Svezia, Francia, Venezia, Danimarca e Norvegia.
Aveva 31 uomini di equipaggio ed era comandata dal Rais Iousouf Marazzi; si trattava di una galeotta di tredici banchi ben costruita ed in buono stato. Dalla Goulette aveva fatto vela per Calibia (Qulaybiyad) ad oriente di Capo Bon, dove avevano disertato tre turchi. Dalle coste tunisine aveva fatto rotta per la Sicilia e poi per la Sardegna. Il 7 di novembre aveva predato, alla distanza di 36 miglia dall’Asinara, una tartana genovese denominata S. Ermo comandata dal patrone Bernardo Ratto e con quattro uomini di equipaggio, i quali si salvarono con la scialuppa in Corsica. Il 12 si era rifugiata nei pressi dell’isola del Mortorio e qui era stata catturata dal felucone del comandante De Nobili. La relazione continuava dicendo che il giorno 13 fu ritrovato uno dei turchi fuggiti, mentre altri due furono rintracciati su una scialuppa: uno era morto. Mancavano dunque ancora tre turchi dispersi per la ricerca dei quali vennero allertati i dragoni di stanza nell’isola. I barbareschi catturati erano in buono stato, ma, per controllarne la salute, fu inviato il delegato del magistrato di sanità di Tempio Lucifero Maria Mura. Non fu rilevato nessun morbo, per cui la quarantena fu accorciata a 25 giorni fino al 7 dicembre. Due anni più tardi il comandante De Nobili riuscì nella stessa impresa sempre nei pressi dell’isola del Mortorio. La preda fu effettuata il 2 novembre del 1774 alle ore 3 e 3/4 della notte: si trattava di una galeotta di undici banchi, due alberi, armata di un cannone, due petrieri, sei fucili, dieci sciabole e una giara piena di polvere di 25 libbre.
L’equipaggio era formato da 22 uomini; il comandante era il Rais Assen Grittili di Candia, il sottorais era Allì Salatino. La galeotta era costruita con legno di pino, era lunga 45 piedi e quattro polsi, larga 7 piedi e un polso, profonda 4 piedi e 4 polsi. I due esperti nautici nominati dal viceré stimarono che il valore totale della preda fosse di scudi 150 e mezzo.
Nel 1780, nei mari di Nizza, fu predata, da una galeotta tunisina, una tartana toscana denominata Stella Mattutina, comandata dal patrone Paolo Lazzarini.
La nave toscana fu poi recuperata dalla fregata San Vittorio nei pressi dell’isola di San Pietro.
La preda fu venduta per £ 22.866:14 compreso il prodotto della vendita del carico di carne salata e «dedotte le spese per la vendita della suddetta preda». Il patrone Lazzarini richiese la restituzione della preda; fatto il ricorso presso il tribunale del Consolato del Mare riuscì ad ottenere la metà dei proventi della vendita della nave e del carico, ossia £ 10.295:7. Il rimanente fu ripartito seguendo i regolamenti del 1768 e del 1715.
Abbiamo visto che la presenza dei barbareschi fu costante nel corso del secolo XVIII; con la confusione provocata dalla Rivoluzione francese ci fu una recrudescenza delle spedizioni corsare dei barbareschi.
La loro attività cessò definitivamente solo con la presa di Algeri nel 1830.

Correva l'anno 175320 ottobre

Le costanti richieste di aiuto contro i ribelli da parte di Genova segnano l’inizio del secondo intervento militare francese in Corsica, guidato dal marchese di Cursay. Salvaguardando la sovranità teorica di Genova, egli tendeva a prendere la direzione dell’amministrazione pubblica per mostrare alla popolazione che il benessere, la prosperità ed il progresso non erano possibili, in Corsica, senza l’aiuto diretto e disinteressato della Francia. La debolezza dei soldati effettivi al suo seguito impediva una ripresa delle ostilità: l’azione del Marchese si limitò, pertanto, alla consegna delle piazze occupate dagli insorti. Riportata la pace nell’isola, Cursay s’impegnò attivamente nella riforma dell’amministrazione: il primo obiettivo era di ristabilire, con il concorso dei capi corsi, una giustizia imparziale e severa, anche con l’aiuto delle spedizioni punitive e delle esecuzioni dei colpevoli. Il secondo obiettivo era di ridare vita ad un’economia indebolita dalle incessanti operazioni militari: Cursay ripartì equamente le imposte, da cui si potevano detrarre i fondi per le infrastrutture; aumentò la remunerazione per gli agenti dello Stato; ridusse i diritti d’esportazione per i prodotti agricoli (olio, castagne), aumentando le tasse d’entrata (classica politica protezionista che doveva favorire la ripresa economica); pianificò lo sviluppo marittimo della Balagna e del Capo, ricostruì i ponti e le strade; tutto questo in cambio della possibilità, per i francesi, di sfruttare le risorse del territorio isolano (boschi, castagne, vino, olio, ecc.). Il terzo obiettivo del generale era di legare i notabili al partito francese: egli sfruttò alla perfezione la sete di titoli e di riconoscimenti ufficiali dei notabili, emarginando il basso clero. Coinvolse la borghesia mercantile nello sviluppo del sistema dell’istruzione (Cursay promise di costruire l’Università che i corsi attendevano da tempo) e nella vita culturale (ridiede vita all’Accademia dei vagabondi, fondata nel 1659, ma inattiva da circa 25 anni) incarnando a pieno, agli occhi dei corsi, l’ideale del sovrano illuminato. L’ostilità dei capi rivoluzionari e la sfiducia di Genova, tuttavia, segnarono il limite estremo dell’azione del Generale. La Repubblica aveva un alleato in Chauvelin, che convinse il Ministro degli affari esteri, conte d’Argenson, della nocività di Cursay, accusato di rinfocolare la rivolta politica contro Genova e di agire sotto la spinta dell’ambizione personale. Cursay venne arrestato ed imprigionato ad Antibes alla fine del 1752, con l’accusa di non aver spiegato chiaramente al Re quale fosse la situazione in Corsica. L’amministrazione di Cursay, per quanto breve e difficile, gettò le basi della futura occupazione francese dell’isola. Anche se non si è trattato di un governo stabile, esso ha comunque rafforzato il partito francese. Con la partenza di Cursay, la situazione in Corsica peggiorò notevolmente: le truppe francesi abbandonarono l’isola e la Repubblica tentò di riprendere in mano il potere facendo annullare le ultime disposizioni giudiziarie. Infine, davanti al tentativo di Gaffori di istituire un governo provvisorio con poteri militari, giudiziari e finanziari, Genova ricorse alla soluzione estrema: l’assassinio. Gaffori, tradito dal fratello per motivi d’eredità e caduto in un agguato, venne ucciso a Corte il 20 ottobre 1753. L’omicidio di Gaffori è imputabile alle manovre del Commissario Grimaldi, che stimava la scomparsa di questo capo necessaria al ristabilimento della sovranità genovese sull’isola. Grimaldi contava, certamente, di beneficiare dell’appoggio di Giuliani e dei suoi sostenitori, favorevoli ad un’intesa con la Repubblica. Le conseguenze di questo omicidio furono particolarmente gravi, perché la maggioranza dei corsi dichiarò «una guerra eterna a Genova».

22 ottobre

L’assassinio di Gaffori non portò alcun vantaggio a Genova: i patrioti corsi decisero di continuare la lotta ad oltranza. Riunitisi a Corte il 22 ottobre 1753, essi nominarono, tra i membri del Consiglio supremo, un Direttorio di quattro membri presieduto da Clemente Paoli, il primogenito di Giacinto Paoli (ritiratosi a Napoli nel 1739), preparandosi ad una guerra senza tregua, che doveva coinvolgere gli altri paesi europei. Le grandi potenze non avevano alcun interesse a rompere l’equilibrio stabilitosi con il recente trattato di Aix-la-Chapelle (1748). Alcuni corsi, tra cui l’abate Natali, autore del celebre Disinganno, ripresero il vecchio progetto di cedere la Corsica all’Ordine di Malta. I negoziati di questa cessione prevedevano la donazione di una forte somma di denaro, destinata al mantenimento delle truppe che, dopo aver conquistato l’isola, l’avrebbero ceduta all’Ordine. Ma l’Ordine di Malta non aveva realmente intenzione di provocare una nuova guerra con le grandi potenze europee, mentre i patrioti cominciavano ad aprire gli occhi sugli intrighi, le macchinazioni e i piani nascosti dei loro inviati. Bisognava rinunciare a questi progetti e preoccuparsi della situazione interna, che era sempre più complicata. Il “Direttorio”, nonostante la buona volontà, non era in grado di gestire azioni ad ampio respiro; mancava l’intesa tra i capi rivoluzionari. Clemente Paoli, cosciente dei propri limiti, si rivolse al fratello cadetto e gli altri capi si uniformarono alla sua scelta. Entrava così in scena, proprio quando la lotta sembrava destinata a finire, l’uomo che ha incarnato agli occhi dell’Europa la libertà e l’indipendenza della Corsica.