Correva l’anno 1755

12 aprile

Il Regolamento di Carlo Emanuele III per il governo della Sardegna riordina la normativa sulle magistrature e gli uffici amministrativi del regno: espressione del disegno accentratore sabaudo, esso resterà in vigore fino ai primi decenni del secolo XIX e offrirà, per oltre mezzo secolo, le coordinate essenziali all’iniziativa regia, ministeriale e viceregia nell’isola. Nella stessa data viene soppressa la seicentesca Giunta del morbo e viene invece istituito il Magistrato di sanità.

Pasuale Paoli

16 aprile

Paoli sbarca alla foce del Golo, ben cosciente delle contraddizioni che minacciavano la rivolta dei compatrioti; secondo il suo parere, si poteva evitare la divisione soltanto concentrando il potere nelle mani di una sola persona. Da qui derivava l’impegno per elaborare delle istituzioni che elevassero la qualità della lotta e rafforzassero la coesione della nazione. Cinque giorni dopo il suo arrivo, «il 20, 21 e 22 aprile 1755, i principali capi del regno si riunirono al convento di Caccia per rimediare ai disaccordi che si manifestavano ogni giorno tra i membri del governo». Nella Consulta furono approvati regolamenti e decreti che riorganizzavano la giustizia ed abolivano la funesta pratica della vendetta: nomina d’arbitri (paceri), nomina di un giudice per ogni pieve, creazione di tribunali delle province e di un Magistrato Supremo, istituzione della pena di morte per l’assassinio e dell’esilio per la famiglia e creazione di un esercito itinerante per l’esecuzione delle sentenze. In questo modo veniva ripresa l’opera della Consulta d’Orezza del 1751 e continuata la riforma della giustizia intrapresa da Gaffori, riforma che testimoniava la presenza endemica del malessere isolano. La Consulta di Caccia doveva imprimere una nuova forma al governo isolano: il testo predisposto dai deputati corsi merita un’analisi ancora più dettagliata, perché si riconosce facilmente, dietro i provvedimenti di riforma, la volontà occulta di Paoli. Innanzitutto, nell’enunciato dei principi, era affermata solennemente e chiaramente la sovranità nazionale, che s’incarnava nel potere esecutivo: il Magistrato Supremo, delegato del potere ricevuto dal popolo. Al Magistrato erano affidati dei poteri piuttosto ampi, tali da elevarlo al di sopra dei particolarismi provinciali: si instaurò di diritto, per la prima volta, un potere forte, immagine vivente della nazione sotto il profilo istituzionale, oltre che politico. Indubbiamente questa decisione costituiva un progresso nella costruzione dello Stato nazionale, dato che fino ad allora l’autorità era divisa tra il Magistrato Supremo ed il Consiglio di Stato senza una specificazione costituzionale dei ruoli; inoltre i Generali, come Gaffori, avevano comunque esercitato una dittatura ufficiosa. Ormai il potere, legalmente definito e senza equivoci, era esercitato da un solo corpo istituzionale. La Consulta di Caccia testimonia inoltre il marchio dell’abilità e dell’astuzia politica di Paoli: il Magistrato Supremo, unico organismo direttivo, era composto da dodici presidenti di provincia e da 36 consultatori per il Diquà, e da sei presidenti ed otto consultatori per il Dilà. Il Capo Corso restava escluso fino a «quando si disponga ad unirsi in un corpo con noi». Al di là della mancata unificazione nazionale, il gran numero di membri del Magistrato, testimoniava la volontà di lasciare inattiva questa struttura, dato che per adottare una legge era sufficiente la maggioranza dei due terzi dei votanti. Nella successiva Consulta di Sant’Antonio della Casabianca del 13 ed il 14 luglio, Paoli venne nominato “Capo Generale”, ma non ricevette la totalità dei poteri: in particolare, non aveva la facoltà di siglare le “deliberazioni di Stato” e quindi non poteva concludere trattati. Nella prima Consulta il Magistrato era investito della sovranità in virtù di principi costituzionali; qui il Generale, sommo capo, viene assistito da un Consiglio di Stato, vale a dire dal Magistrato, ricevendo legalmente il potere esecutivo. Si tratta di un salto di qualità enorme rispetto alla posizione già occupata da Gaffori: Paoli si presentava come l’eletto ed il portavoce della nazione, sottoposto solo al controllo del suo organismo dirigente, il Consiglio di Stato. A Sant’Antonio della Casabianca furono affermati con forza i principi dello Stato: il popolo corso era dichiarato indipendente ed il benessere della nazione doveva essere assicurato da una costituzione. Il pensiero di numerosi filosofi del XVIII secolo, che identificavano la nazione con la libertà ed il contratto sociale, si ripresentava nei principi generali del testo costituzionale. Queste linee ideologiche di fondo non furono più riprese nelle altre Consulte: si trovano enunciate per la prima ed ultima volta nel 1755, come un fatto acquisito, di cui non bisognava più occuparsi. Lo stesso può essere detto per la definizione dei poteri del Generale: le sue prerogative furono fissate una volta per tutte nella prima consulta e non venne più scritto alcun articolo sulle sue funzioni. La Consulta aveva stabilito anche la composizione del Consiglio di Stato, che aveva la suprema autorità nella sfera politica, militare ed economica. Il Consiglio era composto di 36 presidenti e 108 consiglieri, che si riunivano in udienza plenaria due volte l’anno; i presidenti cambiavano a rotazione di tre ogni mese, i consiglieri ogni dieci giorni; questi ultimi formavano con il Generale, membro del Consiglio di Stato, l’organo esecutivo. Così il Generale non sarebbe stato più eletto dal Consiglio di Stato, ma ne diventava un membro a pieno titolo: in parole povere, il generalato era un incarico legale. Da un punto di vista giuridico-costituzionale, il potere di Paoli risultò enormemente rafforzato: egli aveva un ruolo predominante nel Consiglio di Stato, di cui era il solo elemento permanente e il suo voto valeva il doppio degli altri. L’evoluzione costituzionale era così terminata: la razionalizzazione delle istituzioni testimoniava un forte senso dello Stato da parte del Legislatore, che intendeva certamente dare una coscienza nazionale alle popolazioni dell’isola. Paoli, tuttavia, non aveva completamente debellato il fronte interno: l’ostilità di molti notabili era serrata. Una volta eliminato il pericolo del clan Matra (con cui era iniziata una guerra intestina nel 1757), Paoli cercò di estendere il proprio potere sul Diladamonti. Nel Dilà, nonostante qualche amico fidato (Santo Folacci, Pietro Maria Cacciaguerra), Paoli doveva scontrarsi con i partigiani del partito genovese e del partito francese. Inizialmente ostili, i Signori finirono per allinearsi definitivamente nel 1763. La loro ostilità era strettamente connessa agli interessi dell’aristocrazia feudale ed a quelli della Chiesa, che rifiutava la politica giurisdizionalista di Paoli. L’ostilità si trasformò in alleanza quando Paoli, sottilmente, si riconciliò con il Vaticano rimettendo al Visitatore Apostolico i fondi delle rendite ecclesiastiche a partire dall’aprile 1760. I corsi partitanti per la Francia subirono una sorte simile: essi si dichiararono risolutamente ostili a Genova ed a Paoli già dal settembre 1757; ma con un’incredibile abilità diplomatica Paoli propose ad Antonio Colonna (capo del partito francese) il comando dell’intero Diladamonti. Privato, nel frattempo, dell’appoggio militare dei francesi, Colonna accettò la proposta nell’agosto del 1758; la sua deposizione, nel 1761, ad opera di un luogotenente di Paoli eliminava definitivamente l’ultimo ostacolo all’unità dell’isola. La Corsica venne sottomessa ben presto all’autorità del Generale, tranne le grandi città della costa: questo fatto costituiva una fonte di incertezza sull’avvenire dello Stato e si rivelò una delle debolezze del Governo rivoluzionario.

17 maggio

Il piemontese Luigi Emanuele Del Carretto, già preside del Collegio reale di Superga e ora arcivescovo di Oristano, apre il sinodo della diocesi arborense.

24 luglio

Sull’avviso che era scoppiata in Algeri una grave epidemia contagiosa, il viceré conte di Bricherasio emise un lungo e dettagliato Pregone con il quale, oltre a stabilire le cautele sanitarie e le quarantene per tutte le navi in arrivo, ordinava la costituzione delle ronde lungo tutte le coste dell’isola al fine di avvistare per tempo i bastimenti in arrivo e impedire gli approdi clandestini allora frequenti per l’introduzione o l’esportazione di merci in contrabbando. Sulla costa nordorientale della Sardegna le ronde sanitarie erano stabilite nel modo seguente: “Dalla torre di Frigiano alla torre dell’Isola Rossa cinque guardie, che si prenderanno da Castello Aragonese. Dall’Isola Rossa alla torre di Vignolas cinque guardie, che si prenderanno dalla villa di Tempio. Dalla torre di Vignolas a quella di Longon Sardo, cinque guardie delle ville del dipartimento della Gallura. Dalla torre di Longon Sardo alla torre di Santa Lucia di Posada, trenta guardie che si prenderanno dalle ville della Gallura, Terranova e baronia di Posada”. Tre anni dopo, il 10 giugno 1758, il viceré Des Hayes, nel timore di un’altra epidemia apparsa in vari porti del Mediterraneo, emetteva un ulteriore Pregone che sostanzialmente, per quanto riguardava le ronde sanitarie, ricalcava quello precedente. Stavolta, però, nominava per ciascun tratto di costa i deputati di sanità, che per il litorale che ci interessa erano don Giuseppe Riccio di Tempio, dall’Isola Rossa a Longon Sardo, e Don Giuseppe Farris di Siniscola, da Longon Sardo alla torre di Santa Lucia. Sia nel primo che nel secondo provvedimento non si fa alcun cenno alle fronteggianti isole dell’arcipelago maddalenino come se le stesse fossero disabitate, non costituissero scalo per le navi, ovvero non appartenessero alla Sardegna e ciò anche se la corte cagliaritana era certamente a conoscenza che in due precedenti pregoni sanitari emessi il 28 gennaio 1721 dal barone di S.Remy, primo viceré di Sardegna, in occasione della peste di Provenza, e l’11 maggio 1728 dal marchese di Cortanze per la peste segnalata nei porti ottomani, si era fatto chiaro cenno all’arcipelago ed era stato intimato ai pastori corsi ivi stanziati di allontanarsene trasportando a Bonifacio il bestiame da loro tenuto sulle isole. E’ ben strano (e la cosa fu poi sfruttata dai bonifacini a loro favore quando sorse la controversia appartenenza delle isole) che in questi ultimi due Pregoni che non si sia fatto alcun cenno agli abitanti dell’arcipelago i quali, invece, proprio in quegli anni erano tenuti sotto stretta osservazione per la loro connivenza con i contrabbandieri di Aggius alla cui attività venivano attribuiti i mali che affliggevano il nord della Sardegna ove i traffici illeciti, alimentati dal furto e dall’abigeato, oltre a recare grave danno all’erario, avevano dato origine al banditismo e alle faide che per decenni insanguinarono la Gallura e il Logudoro. Indubbiamente le ronde costiere, istituite in occasione delle epidemie, con la loro vigile e costante presenza sui litorali dovevano render dura la vita ai contrabbandieri anche perché, come imponeva il secondo pregone, ad ogni allarme era fatto obbligo “…a tutti i pastori, ed altre persone di qualunque sorta commoranti presso i lidi del mare doversi ben tosto ritirare coi loro bestiami e greggi dentro terra in non minore distanza di tre miglia da’ litorali, sotto pena in caso di inadempimento della vita e della confisca di detti bestiami”. Le cronache dell’epoca riportano frequenti episodi di scontri armati fra truppe e miliziani da una parte e contrabbandieri e banditi dall’altra e in tutti i resoconti ci si rammarica sempre del fatto che ad avere la meglio erano quasi sempre questi ultimi, di solito meglio armati, talvolta più numerosi e comunque favoriti dalla perfetta conoscenza di ogni anfratto e di ogni segreto passaggio che consentiva loro di praticare azioni di vera e propria guerriglia alla quale le truppe regolari non erano certamente addestrate.

16 novembre

La Corsica di Paoli diede il voto alle donne, 189 anni prima che in Francia. La Costituzione della Repubblica di Corsica con a capo Pasquale Paoli – Stato indipendente dal 1755 al 1769 anche se mai riconosciuto da altri governi – fu pioniera in questo, dato che garantiva il voto a tutti gli abitanti maggiori di 25 anni, comprese le donne (vedove o nubili). Inoltre la Corsica indipendente fu tra le prime nazioni al mondo, assieme alla Svezia nel 1708, a considerare le donne come cittadine. La costituzione venne redatta a Corte, naturalmente in lingua italiana, all’epoca ufficiale nell’isola, il 16, 17 e il 18 novembre 1755 e rimase in vigore fino alla definitiva occupazione francese dopo la Battaglia di Ponte Nuovo combattuta l’8 e il 9 maggio 1769. Con l’annessione alla Francia, la Costituzione còrsa venne abrogata, e di conseguenza anche il suffragio universale maschile e femminile. Paradossalmente la Francia, patria dei diritti dell’uomo, non fu altrettanto per i diritti della donna. Con la Rivoluzione, le donne furono considerate come “cittadini passivi” ed escluse dunque dal diritto di voto. Esclusione mantenuta nella Costituzione del 1791. Il codice civile del 1804 dona loro certi diritti civili, ma non la cittadinanza politica. Dunque la Francia, uno dei primi Paesi ad istituire il suffragio universale maschile, dovette affrontare un lungo processo per arrivare a quello femminile, che giunse solo il 21 aprile 1944 per decisione del governo provvisorio del generale de Gaulle che stabiliva “les femmes sont électrices et éligibles dans les mêmes conditions que les hommes”. 189 anni dopo Pasquale Paoli.