Correva l’anno 1762

gennaio

Mentre dopo il colpo di mano del 1767 si dovette pianger miseria perchè la comunità maddalenina fosse dotata di una chiesa, ben cinque anni prima, nel 1762, un sacerdote genovese, don Tommaso Leandro Serra, venuto a conoscenza che nell’arcipelago era stanziata una popolazione priva di culto e forse avuto anche sentore delle intenzioni del governo sardo-piemontese di impadronirsi di quelle isole, si era offerto di provvedere al conforto religioso degli abitanti trasferendosi a La Maddalena con l’impegno di costruire a sue spese una chiesa a condizione però che gli venissero assegnate, per sé e per i suoi successori, le dotazioni a suo tempo conferite ai monasteri benedettini. Il prete genovese, nel gennaio del 1762, con una lettera ritrovata dal parroco di La Maddalena don Salvatore Capula nell’archivio capitolare di Castelsardo, città ove fu poi trasferita la soppressa diocesi di Civita, assorbita da quella di Ampurias, così si rivolge al vescovo Ampurias. Leggiamo, per intero, la missiva, conservata nell’archivio della Parrocchia di Santa Maria Maddalena: “Ill.mo Gen.mo Signore, Nelle isole vicine alla Sardegna, in faccia al territorio di Bonifacio, erano anticamente le Chiese Santa Maria Maddalena, San Stefano, Santa Maria, San Ponziano ed altre: fra dette isolette di Vostra Eccellenza Illustrissima e Reverendissima abitava certo popolo di Bonifacio e nelle dette Chiese ora nominate, prostavasi a Dio il dovuto culto, come si ha da pubblici documenti. Mentre in queste era priore il R.D. Michele Pietro di Bonifacio, trovasi fra esse Chiesa dotata con queste parole: Ecclesia Santa Maria de Budellis de Bonifacio, indi accresciuta dallo stesso col frutto annuo d’essa donazioni a prò d’esso Don Michele, e dè futuri Priori nel priorato fra l’isole de Budelli, così dette dal volgo, come dalli perpetui legati. Perciò consta che detta Chiesa sia stata conferita, la serie quasi di due secoli a sacerdoti di Bonifacio, sotto titolo di priore del Priorato di Santa Maria, tra l’isole de Budelli Civitate Diocesis come dalle rispettive colazioni o siano instituzioni d’essi Legati Semplice Beneficio Ecclesiastico. La barbarie di Dragut, capitano dei Turchi, atterrò la Chiesa et estinse quel popolo et a poco a poco la cupidigia dè Forestieri a vista del frutto d’essi legati, benchè tenui, ha spinto altri Ordinari a metter mano nell’altrui Diocesi, con tanto danno dè successori abitanti nell’isole suddette, quanto è vedersi senza sacerdote e senza Chiesa. Sarà quando si degnasse V.S. Illustrissima concedere il ius patronato d’essa Chiesa, e di nominare il sacerdote loro all’infrascritto supplicante, e suoi eredi, attinenti ad esso D. Michele, si curerebbe riedificare essa Chiesa di Santa Maria, o quella che dette isole fosse a maggior comodo delle Genti, che vi abitano con loro Famiglie, lontani sempre da ogni Chiesa, a culto di Dio. Assicurandosi umigliare a V.S. Illma l’accennati pubblici documenti nel tempo istesso che avrà l’onore presentare il sacerdote, o sia instituzione da farsi nel medesimo V.S. Illma Padrona. E mentre sudette cose tendono a maggior gloria di Dio all’aumento del Pastoral suo Grege, et in vantagio dell’Anime abitanti spera esserne graziato, et umilmente baciando le sacre mani le fa profondissima riverenza.
Di V.s. Illma Revma.
Um.mo Dev.mo Obb.mo Servo Sup. p.te Don Tomaso Landro Serra, Genova Gennaio 1762

Dalla lettera emerge chiaramente che una delle chiese presenti nell’arcipelago, in particolare quella esistente a Santa Maria, fu distrutta durante una delle scorrerie di Dragut; la testimonianza è, come detto, cronologicamente lontana dagli avvenimenti, ma i riferimenti precisi non possono che farla considerare davvero un documento attendibile. La lettera è insomma qualcosa di più di un indizio: essa ci attesta con buona certezza che il Dragut, non solo soggiornò nelle acque del nostro arcipelago, ma ebbe anche occasione di “agire sul territorio”, in particolare portando a termine la distruzione di una chiesa, non solo centro religioso e morale, ma certo anche economico di una comunità piccola e fragile.
Dalla lettera emerge chiaramente che una delle chiese presenti nell’arcipelago, in particolare quella esistente a Santa Maria, fu distrutta durante una delle scorrerie di Dragut; la testimonianza è, come detto, cronoogicamente lontana dagli avvenimenti, ma i riferimenti precisi non possono che farla considerare davvero un documento attendibile. La lettera è insomma qualcosa di più di un indizio: essa ci attesta con buona certezza che il Dragut, non solo soggiornò nelle acque del nostro arcipelago, ma ebbe anche occasione di “agire sul territorio”, in particolare portando a termine la distruzione di una chiesa, non solo centro religioso e morale, ma certo anche economico di una comunità piccola e fragile.
Morto Dragut, congelata la rivalità tra cristiani e ottomani dopo la battaglia di Lepanto del 1571, il peicolo barbaresco restò comunque a lungo presente nelle nosre acque. Proprio negli anni in cui don Serra scriveva la missiva sopraccitata, si assistette, secondo Aristide Garelli (L’isola della Maddalena, Venezia, 1907, pag 95), a numerose azioni piratesche, favorite anche dalla particolare situazione politica della Corsica, che dal 1768 era divenuto possedimento francese, nelle cui coste era facile trovare rifugio. Nel novembre dello stesso anno “il De Nobili col felucone San Gavino, il cui equipaggio era già rinforzato da alcuni isolani della Maddalena, che si direbbe fossero imbarcati di loro spontanea volontà, uscì in corsa nelle vicinanze delle Isole e fece preda di una galeotta con ventiquattro tunisini e nel combattimento uno dei nostri isolani rimase così gravemente ferito che cessò di vivere all’indomani”. Vedi anche: I benedettini nell’Arcipelago

7 maggio

Sette gondole bonifacine, armate dal Commissario locale su richiesta dei mercanti e dai padroni di bastimento della comunità, salparono per andare in traccia di due bastimenti ribelli. Si trattava del felucone L’Intraprendente del capitano Teramo Terami de Quercioli di Rogliano e dello scappavia Il Patriota del capitano Giorgio Rossi di Calvi, che poco tempo prima avevano predato quattro leudi di Santa Margherita che pescavano corallo lungo le coste settentrionali della Sardegna. Le gondole sorpresero i due legni mentre erano alla fonda in uno scalo sardo, “cala Seriana”, e li predarono. Durante l’azione 50 bonifacini sbarcarono a terra per tagliare ai ribelli la possibilità di fuggire verso l’interno. La violazione del territorio sabaudo provocò le vibranti proteste della Corte di Torino che chiese, ed ottenne, la consegna dei due battelli, che furono poi restituiti ai paolisti. Nell’ottobre dell’anno successivo il Commissario di Bonifacio allestì nuovamente una squadra di gondole locali, questa volta formata da sei unità, e la inviò in traccia di due galeotte barbaresche che incrociavano tra l’isola della Maddalena e le bocche di Bonifacio. Al fine di sopperire all’episodicità con cui i bastimenti armati dal Serenissimo Governo raggiungevano le acque meridionali della Corsica – impegnati com’erano nel cruciale teatro operativo nordorientale – la comunità di Bonifacio, nel 1764, chiese ai Collegi la possibilità avere un grosso felucone che si trovava nell’Arsenale di Genova, impegnandosi a finanziarne parte dell’armamento Li padroni e i marinari bonifacini dimandano un bastimento o sia felucone il quale si ritrova in darsena capace per quaranta in cinquanta uomini di equipaggio con l’armamento e la cartella solamente atteso nell’estrema necessità che si ritrovano. E la cartella importa solamente lire 15 per uomo il mese.

13 novembre

Il piemontese Giuseppe Agostino Delbecchi, vescovo di Alghero (più tardi arcivescovo di Cagliari), giunge a Roma con istruzioni del Bogino per trattare l’attribuzione delle rendite di alcune prebende canonicali all’Università di Cagliari (sull’esempio dell’Università di Torino) e ai Seminari e collegi di chierici.