Correva l’anno 1768

Mentre alcuni marinai tirano su una dozzina di baracche nei pressi di Cala Gavetta; questo spingerà anche numerosi abitanti di “Collo Piano” (“La Villa”), dove erano fino ad allora concentrate quasi tutte le abitazioni dei pastori corsi, ad iniziare una “discesa” verso il mare che si concluderà nel giro di qualche anno. Le prime aree ad essere occupate sono quelle attorno a Cala Gavetta e lungo il pendio dello Spiniccio. Si dà il via alla edificazione di una chiesetta, dedicata a Santa Maria Maddalena, in prossimità de “La Villa”. Sono gli stessi abitanti a trasportare le pietre, la calce, l’acqua e a dare una mano ai muratori che tirano su i muri, viene nominato il primo parroco, don Virgilio Mannu, che resterà in carica fino al 1773. (E’ interessante notare che dal 1768 ad oggi si conteranno appena 12 parroci)

Il ripopolamento dell’isola di La Maddalena, con la nascita di un borgo marinaro presso Cala Gavetta e di una nuova comunità, composta da emigrati còrsi e da coloni galluresi, amministrata da un bailo dotato di giurisdizione civile e criminale, costituì un esperimento riuscito di colonizzazione. Il nuovo insediamento divenne ben presto un’importante piazzaforte militare a presidio dell’ arcipelago, delle Bocche e delle coste della vicina Gallura. Rimasero invece sulla carta i progetti, elaborati dal censore generale Giuseppe Cossu, di colonizzare con lucchesi e corsi la valle del Coghinas e i territori adiacenti al Sasso di Chiaramonti. La prima era una zona costiera infestata dalla malaria, nelle cui spiagge spopolate si effettuavano le «clandestine estrazioni» verso la Corsica. Il Sasso era stato sempre il rifugio prediletto delle quadrillas di banditi dediti al contrabbando. Le condizioni erano assai favorevoli per i nuovi colonizzatori con esenzioni quinquennali da qualsiasi tributo baronale o regio. Ma la qualità dei terreni era scadente (“intemperiosi» quelli del Coghinas, improduttivi quelli di Chiaramonti), tale da scoraggiare ogni stanziamento di coloni «forestieri. Anche le deserte marine di Terranova, completamente prive di torri e di vedette costiere, con le isole disabitate di Tavolara e di Molara, con le piccole, riparate cale in cui potevano agevolmente attraccare le imbarcazioni corse erano luoghi estremamente propizi per le «tratte» clandestine. Ma le imbarcazioni negli anni del «blocco continentale» non saranno solo corse o toscane. Nel luglio del 1812, ad esempio, furono esportati di «sfroso» dal «porto delle saline» su un «bastimento» inglese e su uno spagnolo 100 buoi e 50 cantari (poco più di 2 quintali) di miele: i contrabbandieri colti in flagrante erano tutti di Terranova.

gennaio

Che la diocesi di Ampurias e Civita avesse riposto una particolare attenzione sull’arcipelago di La Maddalena lo attesta la sollecitudine con la quale provvide ad istituire, nel gennaio del 1768, la parrocchia di Santa Maria Maddalena, a nominare parroco il canonico Virgilio Mannu e ad autorizzare la costruzione della chiesa. Erano trascorsi appena tre mesi dall’occupazione militare sabauda delle isole dell’Arcipelago e con quegli atti, il vescovo Pietro Paolo Carta, non solo inglobava nella propria giurisdizione ecclesiastica le Isole ed i suoi abitanti corsi, fino ad allora inconfutabilmente orbitanti nelle cure dei parroci di Bonifacio, ma riconosceva altresì la legittimità dell’intervento militare di re Carlo Emanuele di Savoia a discapito dell’agonizzante Repubblica di Genova alla quale, e solo per pochi mesi ancora, la Corsica sarebbe appartenuta prima di essere ceduta alla Francia. Infatti, sempre nel gennaio, il maggiore La Rocchetta, prima di lasciare l’isola, in quanto richiamato per aver esaurito il suo mandato, nell’esporre al viceré i bisogni della popolazione, lo informava, tra l’altro: “…Questa gente mi ha anche detto che essi sarebbero molto riconoscenti se Vostra Eccellenza avesse la bontà di ordinare la costruzione di una Chiesa. Quando mi hanno fatto tale proposta li ho invitati a costruirsela essi stessi, dal momento che è a loro che deve servire. Mi hanno esposto la loro miseria, e si sono offerti di raccogliere le pietre, la terra grassa, e portare l’acqua, come anche di fornire ogni giorno dei paesani per servire i muratori a condizione che Vostra Eccellenza provveda a far pagare i muratori e gli strumenti per l’opera”. Appena due anni dopo, nel 1770, venivano iniziati nei pressi della “Villa”, poco distante dall’abitato di “Collo Piano”, i lavori di costruzione della chiesetta della Trinità, allora dedicata a Santa Maria Maddalena. Non sappiamo quando furono ultimati i lavori, ma data la modesta mole della costruzione non dovettero avere lunga durata ed il Baldacci dà per certo che dallo stesso 1770 vi si cominciarono a tumulare i morti. Nel 1776, comunque, in una relazione diretta al viceré dal capitano ingegnere Cochis, si apprende che la chiesa era “…di già costrutta” e ne veniva rappresentata l’ubicazione in una planimetria allegata alla relazione stessa.

21 gennaio

Che la Sardegna sia stata il granaio di Roma è certamente un mito da sfatare; durante la dominazione romana l’isola produsse grano solo perché fu imposta ai sardi una monocultura il cui prodotto veniva quasi totalmente esportato con conseguente danno derivante dal contenimento della transumanza o del nomadismo dei pastori nuragici e l’accentuazione della conflittualità fra le popolazioni indigene resistenti e quelle romanizzate che oltre alle pianure dovano sfruttare le micro-regioni alla base delle montagne abitate dai pastori. La produzione isolana, tuttavia, per le particolari condizioni geomorfologiche del territorio e per la preminenza della pastorizia, sebbene qualitativamente apprezzabile, non poté certamente raggiungere mai risultati di convenienza economica. I primi abitatori di La Maddalena, difatti, riuscivano a stento a sopravvivere coltivando con una rotazione di 7-8 anni una scarsa quantità di grano e di orzo e fra le prime cose che i pastori corsi chiesero ai sardo-piemontesi che li avevano occupati nel 1767, inibendo loro i contatti con la Corsica, furono le sementi d’orzo che essi solevano comprare a credito dai mercanti bonifacini. In una memoria del maggiore La Rocchetta, comandante del corpo di spedizione che aveva preso possesso delle isole, diretta al viceré Vittorio Ludovico Des-Hayes il 21 gennaio 1768, si legge, tra l’altro: “…sia qui che a Caprera vi è un numero di famiglie indigenti che hanno bisogno di soccorso per sopravvivere. Questa povera gente aveva in passato la risorsa dei mercanti di Bonifacio, i quali facevano loro credito con restituzione al tempo del raccolto. Questa porta è chiusa per loro, perché i Bonifacini non osano consegnare alcunché; essi non possono dunque passare l’inverno se la benevolenza di Vostra Eccellenza non arriva loro in soccorso. Chiedono dell’orzo a credito per non indebitarsi troppo, impegnandosi a pagarlo al tempo del raccolto”.

Correva l'anno 176831 gennaio

Apprendiamo dei primi battesimi a Maddalena, le prime due nate sono state battezzate lo stesso 31 gennaio 1768 ma Angela Maria Ornà è nata il 25 dicembre 1767 e quindi sarda. La seconda, Maria Avigna è nata corsa-genovese il 5 settembre 1767, e quindi prima dell’occupazione sarda. E’ evidente che i cognomi, scritti nel margine sinistro del registro sono stati apposti successivamente, quando i cognomi si sono “assestati”. Avigna diventa Avigià, D’Antonmarco diventa Zonza, Ornà diventa Ornano. Quest’ultimo di Caprera era nato poco prima di Maria Avigna e fu battezzato solo a marzo. Maria Avigià morì a soli tre anni e fu la prima in assoluto ad essere sepolta nella nuova chiesa allora parrocchiale di S. Maria Maddalena ed oggi dedicata alla Trinita. Da notare, i primi battesimi non avvennero nella chiesa, giacché essa fu operante non prima della primavera del 1770. Al momento dell’occupazione non esistevano all’isola chiese. Se ne dovette erigere una nuova di cui si conosce tutto, eccetto il disegno progettuale. La Roquette, comandante del distaccamento militare, relazionò della esistenza di vestigia di una chiesa e magazzino a Cala Chiesa. I battesimi quindi venivano presumibilmente officiati nelle case, e il parroco, in quanto cappellano del distaccamento, aveva stanza nel primo complesso militare eretto nel sito dell’attuale batteria della Trinita, e prima della costruzione dell’edificio di culto officiava messa e funzioni o all’aperto o nei locali del distaccamento militare. “Io parroco sottoscritto ho battezzato la bambina nata il 25 dicembre scorso da Giovanni Battista Ornano e da Santa Ferracciolu, coniugi dello stesso luogo, alla quale è stato imposto il nome di Angela Maria. Padrini furono Bartolomeo Franco di Torino, e Maria Anna Beringer Cagliari. Di tutto ciò (faccio fede) canonico Virgilio Mannu 31 gennaio 1768 La Maddalena”. Quanto riportato è contenuto nel Registro dei Battesimi della Parrocchia di Santa Maria Maddalena, ed è il primo annotato. Lo stesso giorno fu celebrato un altro battesimo, quello di una bimba di quattro mesi, con nome di Maria Avigià. È interessante notare come il primo parroco di Santa Maria Maddalena, il canonico Virgilio Mannu, fin dal primo atto annotato nel Registro dei Battesimi, il 31 gennaio 1768, con la data indichi come luogo quello di La Magdalena (con la G al posto della D). E col nome di La Caprera l’isola che, un’ottantina d’anni dopo, divenne conosciuta nel mondo per Garibaldi. La Magdalena e La Caprera che stavano per La (isola) di Magdalena e La (isola) di Caprera, e con l’articolo maiuscolo in entrambi i casi (La). Per quanti riguarda l’isola più grande, il nostro canonico pensava, evidentemente, alla Santa patrona, a quel-la Maria di Magdala che secondo la tradizione approdò su questa terra durante il suo trasferimento in Provenza.
L’articolo (La) sul nome dell’isola principale lo aveva messo anche e lo metteva anche il comandante De Roquette, colui che guidò la spedizione militare d’occupazione. Così scrisse infatti al viceré di Cagliari nel mese di ottobre del 1767: “Ho l’onore di partecipare a V.E. che il 14 corrente a mezzogiorno noi abbiamo veleggiato da Longonsar-do verso l’isola di La Maddalena, e che alle 6 di sera ero già padrone del sito della Guardia; gli abitanti sono venuti incontro a me, io ho intimato loro di dover riconoscere il nostro Augusto Sovrano quale loro Signore. Essi hanno risposto che sono e saranno sempre sottomessi al vincitore, utilizzando la frase <<viva chi vince>>. Il successivo mattino del 15 corrente gli abitanti di Caprera sono venuti a rendere omaggio”. Il comandante De Roquette indicava dunque l’isola principale col nome di “La Maddalena” e l’altra semplicemente come “Caprera”. Ad oggi i toponimi del De Roquette hanno avuto ragione su quelli del Manno.

13 febbraio

Il regolamento dell’ospedale di Cagliari viene esteso agli altri ospedali dell’isola (Sassari, Oristano, Alghero, Bosa e Ozieri).

marzo

Una lettera, diretta nel 1768 al viceré di Sardegna dalla ditta “Le Clerc & C.” di Londra, rivela le vicende di un breve ma florido commercio venutosi a creare nell’arcipelago negli anni immediatamente successivi alla costituzione della comunità maddalenina; una pagina di storia isolana di cui si è persa la memoria e che è bene ricordare per il monito che da essa ci giunge. Il documento, conservato nell’Archivio di Stato di Cagliari (Segreteria di Stato – Serie II – vol. 1275) è una richiesta di estrazione in esclusiva dalle “Isole de’ Carruggi” di un lichene del genere “roccella” avanzata dalla ditta inglese dopo la scoperta in Sardegna del prezioso vegetale.
Erano i tempi in cui Carlo Emanuele III, avendo creato il ministero per gli affari di Sardegna, aveva affidato il primo incarico al conte Bogino, passato alla storia per la crudele repressione contro il banditismo, ma anche come il più illuminato funzionario piemontese che che si sia curato della Sardegna. Questi, volendo lenire i malesseri dell’isola con il rifiorire dell’agricoltura, aveva inviato il professor Plaza, chirurgo e botanico, con l’incarico di studiare il clima, i terreni e la flora spontanea allo scopo di individuare quelle colture di facile acclimatamento e di elevato valore commerciale che si sarebbero potute attuare in terra sarda. L’operazione ebbe scarso successo, sia perché i vari esperimenti tentati con le coltivazioni del caffè, del cotone e dell’indaco ebbero modesti risultati, sia perché i sardi, da sempre dediti alla pastorizia, si rivelarono poco propensi ad adattarsi all’agricoltura. Ma nel marzo del 1768, durante una ricognizione nell’arcipelago, occupato dai piemontesi da appena cinque mesi, il Plaza ebbe la ventura di individuare la “roccella tinctoria”, un lichene utile in tintoria che era largamente appetibile sui mercati europei ed in particolar modo sul mercato inglese. I licheni del genere “oricella” o “roccella” erano infatti molto ricercati per la tintura delle stoffe di lana e di seta e per la colorazione a freddo dei marmi e degli alabastri che si eseguiva a Firenze, Parigi ed Amsterdam. Gli inglesi, poi, ne facevano largo uso per ottenere il colore rosso vivo delle divise militari e delle “giubbe rosse” della Guardia Reale. Il Plaza raccolse un abbondante campione e lo inviò al viceré, comunicandogli la scoperta e facendogli conoscere quale provvida pianta possedesse l’isola. Il campione, spedito a Torino, fu analizzato dal professor Allione che riconobbe la validità del vegetale quale pianta tintoria e ne consigliò lo sfruttamento. Fu subito raccolta una balla da un quintale che, spedita a Londra, venne sperimentata con tanto successo che gli inglesi, che fino ad allora avevano importato i licheni dalle Canarie e dal nordafrica, si mostrarono interessati al prodotto tanto che la ditta “Le Clerc & C.” ne fece un’ordinazione di 30 quintali chiedendo, come abbiamo visto, l’esclusiva per l’estrazione che non fu mai concessa. Si accese subito nell’arcipelago la “febbre della roccella” e molti furono i maddalenini si impegnarono nella ricerca del prezioso vegetale su tutte le rocce e gli anfratti delle isole. Il lichene, che gli isolani chiamavano Erba tramontana, veniva acquistato dai mercanti genovesi che fiutato il lucroso affare si erano precipitati a La Maddalena istituendo nell’isola un centro di raccolta. Nei primi anni si riuscì a spedirne oltre 200 quintali e l’esportazione annua dalla Sardegna, dopo che il Plaza lo aveva individuato anche all’Asinara e in altre località della costa nord, si aggirava sui 300 quintali. Ben presto i sardi, accortisi dei guadagni che i liguri facevano alle loro spalle concentrando il lichene a Genova e rivendendolo a prezzi altissimi, si organizzarono in proprio e La Maddalena divenne base per la spedizione del prodotto ai mercati di Marsiglia e di Livorno. Ma come tutte le corse all’oro l’avventura della “roccella” era destinata ad esaurirsi nel volgere di alcuni anni. La sconsiderata raccolta di enormi quantitativi di lichene ne compromise in breve tempo la riproduzione anche perché, com’è noto, la crescita del tallo lichenico e sempre molto lenta. E da quel lontano episodio ci giunge un severo avvertimento: quando l’uomo “perde la naturale responsabilità della propria terra” e alla razionale raccolta o coltivazione sostituisce lo “sfruttamento predatorio” compromette irreparabilmente quel grande patrimonio che la natura ha posto a sua disposizione perché egli goda degli interessi (i frutti della terra, come ammonisce la Bibbia) senza però intaccare il capitale. Ed i maddalenini, vinti dall’avidità dei guadagni, man mano che si esauriva la “roccella” cominciarono a mischiare il prodotto con l’Erba lana (Usnea barbata), un lichene molto simile, che cresce anche sui tronchi degli alberi, ma che ha scarso potere tintorio. Le “giubbe rosse” della Guardia Reale, come scrive il Cesaraccio, cominciarono a diventare sempre meno rosse fino a divenir “rosa” ed il commercio della “roccella” così proficuamente iniziato, si esaurì nel giro di un decennio. L’interesse per la “roccella”, tuttavia, non cessò del tutto; nel 1832, difatti, secondo quanto riferisce il Valery, era presente a La Maddalena il suddito britannico William Sarderson Craig, dipendente della Cassa Mackintosh di Glasgow, divenuto poi console inglese a Cagliari, il quale aveva ripreso con profitto il commercio del lichene. Quest’attività durò solo pochi anni, ma certamente in quell’occasione le giubbe della Guardia Reale ridivennero rosse. (A. Ciotta)

marzo

Il Des Hayes scrisse a Torino che il vescovo aveva deciso di costruire a sue spese “una piccola chiesa” nelle vicinanze del complesso militare sotto lo sperone della Guardia e che aveva attivato il mastro muratore tempiese Agostino Pisano. Vedi anche: La prima chiesa alla Guardia della Villa

1 marzo

Il tenente d’artiglieria Theseo riferisce ai suoi superiori di aver predisposto, subito dopo l’occupazione, trinceramenti provvisori alla Guardia della Villa e a Cala Villamarina. Il Vassallo di Blondel ne ha realizzato a sua volta, uno a Punta Sardegna (Palau). Per la costruzione dei trinceramenti e della chiesetta sono stati impiegati muratori e scalpellini di Tempio.

2 marzo

L’editto «per la moderazione degli interessi del denaro nel Regno di Sardegna» introduce nuove norme contro le usure.

20 marzo

L’editto «per la nuova monetazione» riordina le monete del regno stabilendone peso, titolo e valore e fissandone il cambio con le monete degli altri Stati.

27 marzo

Fu giorno fausto per la piccola comunità maddalenina e caprerina nonché per quella militare che da pochi mesi aveva occupato l’Arcipelago. In quel giorno, che era di domenica, venne infatti battezzato un bimbo, il primo maschietto, nato il 3 settembre 1967, nato “francese” (da poco la Corsica era passata dalla Repubblica di Genova alla Francia con essa, di fatto, l’arcipelago maddalenino) ma ormai sardo-piemontese del Regno di Sardegna a tutti gli effetti. Ma a differenza delle due bimbe coetanee, battezzate il 31 gennaio precedente (ugualmente di domenica), che erano nate nell’isola di La Magdalena, il piccolo Antonio Marco Zonza aveva visto la luce a La Caprera. Era figlio di Giulio di Anton Marco e di Maria Francesca Ornà. I padrini furono Pietro Millelire di La Magdalena e Magdalena d’Anton Marco (probabilmente zia paterna). A differenza delle due bimbe dunque, i cui genitori scelsero padrini (militari) e madrine non maddalenini, in questo caso erano tutti locali. Anzi, a mettere la mano sul capo del bimbo fu Pietro Millelire considerato dai comandanti militari occupanti, per forza, intelligenza e capacità, il capo della piccola comunità. Pastore in origine, pare si si dedicato poi al commercio. Costui non era, come altri, nato in Corsica, ma a Maddalena il 4 novembre del 1728 (quando la Corsica e in pratica anche le nostre isole facevano parte della Repubblica di Genova) ed era figlio di Leone (originario di Sorbola, in corso Surbuddà). Fu battezzato a Bonifacio e a Bonifacio si sposò, due volte. Ebbe quattro figli, tra cui Agostino, e Domenico (l’eroe). Quando battezzò il piccolo Antonio Marco Zonza, Pietro Millelire aveva 40 anni. Dunque il nostro bravo parroco, il primo parroco di Santa Maria Maddalena, don Virgilio Mannu, canonico della Collegiata di Tempio, era arrivato in poche settimane a celebrare tre battesini. Quando il primo matrimonio?

aprile

Il parroco, don Virgilio Mannu, aveva celebrato la Settimana Santa, per la prima volta in queste isole, perlomeno da quando i monaci benedettini del Medio Evo avevano lasciato le isolette (Santa Maria, Santo Stefano e forse la stessa isola madre) a causa delle incursioni islamico-barbaresche. Certamente non poté salire a Tempio, o meglio a Castelsardo, sede della Diocesi (come fanno ora i nostri preti) per la Messa Crismale (e rimane un problema sapere come poi gli siano giunti gli olii sacri) ma certamente il Venerdì Santo celebrò la Via Crucis, all’aperto probabilmente. La giornata di Pasqua 1768 dovette cadere in aprile, e c’è da ritenere che alla Messa fossero presenti, oltre ai militari anche tanti civili che abitavano le isole di La Magdalena e La Caprera.
Di chiesa ancora non ne aveva, il nostro parroco (la costruzione inizierà a giugno), pur tuttavia gli era stato assegnato un piccolo alloggio, uno dei primi ad essere stato costruito, nella zona alta dell’attuale regione Trinità. Tra le attività che svolgeva c’era sicuramente quella del catechismo ai bambini ed agli adulti, le messe domenicali e magari anche infrasettimanali, le confessioni e le comunioni. Aveva celebrato un funerale e tre battesimi. Un ruolo che il parroco probabilmente dovette esercitare fu quello di interprete, oggi si direbbe di mediatore culturale. Qui infatti erano diverse le lingue e dialetti che si parlavano; il corso da parte degli abitanti originari, il cagliaritano-campidanese da parte dei militari occupanti, oltre al piemontese, e anche un po’ di gallurese, visto poco dopo l’occupazione militare di qualche mese prima (14 ottobre 1767), era stati fatti arrivare d Tempio, per realizzare fortificazioni e casermaggi, falegnami, taglia pietre e ferraioli. Gli atti e le lettere ufficiali venivano redatti in francese.
Lui il nostro canonico della collegiata di Tempio, che gli atti ufficiali li scriveva invece in latino, ma che probabilmente masticava un po’ di francese (era un uomo che aveva studiato), probabilmente capiva il cagliaritano-campidanese, e da buon gallurese era in grado di comunicare agevolmente con i corsi indigeni. Ebbe a svolgere quindi, il canonico Virgilio Mannu, anche un ruolo di trait d’union, o come oggi si direbbe di mediatore culturale, tra le diverse comunità non particolarmente affini, che abitavano, da pochissimo tempo, queste isole, e che costituivano erano la sua parrocchia e i suoi parrocchiani.

Lo stato in cui si trovava l’originaria popolazione corsa delle isole, nella primavera del 1768, doveva es-sere piuttosto critico, dal punto di vista economico sicuramente ma anche morale, perlomeno dal punto di vista del parroco Virgilio Mannu. Una sorta di censimento redatto dai militari rilevava diversi nuclei familiari, con mariti e mogli, ma in molti casi, com’era usuale all’epoca, sia in Corsica che in Sardegna, erano piuttosto frequenti le convivenze, i “concubinaggi”, come poi una certa documentazione negli anni successivi testimonierà. A La Magdalena e a La Caprera le cose non dovevano essere molto diverse, visto anche che per sposarsi, fino ad allora, ci si doveva recare a Bonifacio.
Uno degli impegni del parroco Mannu dovette essere quello di portare le coppie che erano già diventate famiglie, al matrimonio. Tuttavia, fino al 1772, il registro parrocchiale non attesta alcun matrimonio, ma solo perché le prime pagine di quel libro non ci sono purtroppo pervenute. Ciò non significa però che nell’anno 1768 non ne abbia celebrato. Il censimento del quale prima si accennava riportava la presenza di 114 abitanti a Maddalena e 71 a Caprera, per un totale di 135 persone. I capifamiglia erano 21 a Maddalena (di cui una vedova) e 15 a Caprera (di cui 2 vedove). Tra le due isole c’erano 31 “figliuoli abili alle armi”, 39 “figliuoli inabili alle armi” cioè minori, e ben 49 “figlie”, cioè ragazze e donne non maritate.
Il piccolo corpo di spedizione contava invece 140 uomini, di cui 113 soldati, 5 cannonieri, un amministrativo, una quindicina di sottufficiali, 2 tamburi, 2 falegnami, un cuoco, un capitano e un maggiore, La Rocchetta, il più alto in grado.
Il quale, in una lettera al viceré di Cagliari del 21 gennaio 1768, scritta in francese, riferiva che “Sia qui (a La Magdalena) che a Caprera, vi è un numero di famiglie indigenti che hanno bisogno di soccorso per sopravvivere. Questa povera gente aveva in passato la risorsa dei mercanti di Bonifacio, i quali facevano loro credito con restituzione al tempo del raccolto. Questa porta ora è chiusa per loro, perché i bonifacini non osano più consegnare alcunché; Essi non possono dunque passare l’inverno se la bene-volenza di vostra Eccellenza non arriva in loro soccorso. Chiedono dell’orzo a credito per non indebitarsi troppo, impegnandosi a pagarlo al raccolto”. La Corte Viceregia di Cagliari accettò la richiesta e da Tempio furono inviati 63 saltarelli di orzo e 250 di grano, la cui distribuzione fu affidata a Pietro Millelire.

A poco più di sei mesi dall’occupazione di La Magdalena, La Caprera e Santo Stefano, un senso di maggiore sicurezza, rispetto al passato, dovette diffondersi tra gli abitanti di queste isole. Isolati fino ad allora, da qui transitavano spesso banditi e ricercati in fuga, “padroni” corsi e genovesi o loro emissari, preti per le decime e pirati islamici. Cos’era accaduto invece da quando, a metà ottobre del 1767, senza opporsi (come avrebbero fatto?) agli occupanti sardo piemontesi, avevano pronunciarono la fatidica frase: Viva chi vince?
Intanto si erano svincolati dai “padroni” corsi, in molti casi proprietari di greggi, mandrie e sementi, es-sendo stato tagliato il cordone “ombelicale” con l’altra isola al di là delle Bocche. Il Re di Sardegna poi si era mostrato generoso inviando da Tempio quando necessario per superare il duro inverno del 1768, evitando che incorressero in una carestia. La presenza della flotta poi e dei soldati garantiva dall’incubo delle incursioni islamico-barbaresche. Giusto per capi-re di cosa stiamo parlando è il caso di citare la richiesta fatta nell’aprile del 1768 al viceré di Cagliari, da parte di alcune famiglie isolane, di interessarsi per il riscatto di tre maddalenini: Simone Giovanni Ornano, Giovanni Marco Ornano (padre e figlio) e Pasquale Millelire. Cos’era loro capitato? Tra anni prima, nel 1765, erano stati catturati dall’equipaggio di una galeotta turca a Santo Stefano, ed ora si trovavano schiavi nel Nord Africa, a Tunisi.
Fin dai primi giorni dell’occupazione, i soldati erano all’opera per i lavori di sistemazione degli alloggi e delle fortificazioni nella zona di Guardia Vecchia. Lavoro duro, anche perché si doveva procedere agli sbancamenti mentre gli stessi materiali di granito venivano utilizzati per la realizzazione delle baracche e dei magazzini. A parte il granito, tutto il resto doveva essere importato, arrivando con le navi. E per il trasporto dalla costa all’entroterra venne impiegata anche una parte di popolazione, soprattutto femminile, e molti bambini che si caricavano di legnami, di altri materiali da costruzioni e vettovagliamenti. Il lavoro svolto venne compensato in moneta (la lira sarda composta da soldi e denari) che, praticamente di colpo, apparve tra queste isole. E al baratto, anche tra gli isolani ben presto si sostituì questa forma di scambio. Era un’economia che nasceva! L’economia moderna.
E il nostro parroco? Don Virgilio Mannu garantiva ormai tutti i sacramenti, e non chiedeva decime per-ché era stipendiato col soldo militare (riceveva 23 lire di Piemonte al mese e una razione di pane al gior-no) e della Diocesi. E questo lo rendeva “popolare” tra i parrocchiani ma non solo tra loro. Note positive partirono nei primi mesi del 1768 alla volta di Cagliari, al Viceré, sul suo operato, da parte del comandante della guarnigione. E questo le girava a Castelsardo-Ampurias, dov’era il vescovo, mons. Pietro Paolo Carta, il quale sarebbe voluto venire a vedere che cosa stesse succedendo da queste parti … nella parrocchia da lui da poco istituita, l’unica durante il suo mandato episcopale. (C. Ronchi)

9 maggio

Viene celebrato il primo matrimonio. Lo si deduce da alcune corrispondenze intercorse tra il capitano Pestolazzi, che in quel momento era il comandante delle nostre isole e il viceré di Cagliari, Vittorio Lodovico d’Hallot Des Hayes. Era infatti successo che un certo cannoniere non meglio identificato che con le iniziali “S. Domenico” (di cui non sappiamo la provenienza, se sardo o continentale), giunto al seguito delle truppe d’occupazione sardo-piemontesi, e che era stato incaricato di far eseguire i lavori di approvvigionamento idrico presso sorgente di Villa Marina, nell’isola di Santo Stefano, avesse cominciato a fare gli occhi dolci ad una giovane maddalenina, corsa d’origine, della quale non conosciamo il nome e non sappiano se fosse di La Magdalena e di La Caprera. Lui doveva essere, probabilmente, piuttosto giovane e altrettanto, e forse ancora di più lo doveva essere la bella isolana. La relazione, in pochi mesi, giunse ad una promessa di matrimonio da parte del nostro giovane cannoniere. Quel che non fece però, fu di assolvere all’obbligo di darne immediata comunicazione al proprio comando militare e per questo venne punito. Ciò però non precluse il matrimonio che (si deduce dalla data della corrispondenza tra il capitano Pestolazzi e il viceré di Cagliari) fu celebrato in un giorno antecedente il 9 maggio 1768. Fu dunque una “sposa di maggio” ad inaugurare i matrimoni all’Isola, nozze benedette da don Virgilio Mannu, canonico. Certo è che il periodo del fidanzamento durò solo pochi mesi e non sappiamo quale fu l’esito di questo matrimonio, nel senso che non sappiamo se poi il nostro giovane cannoniere con la sua giovane sposa rimasero qui oppure per motivi di servizio furono trasferiti altrove. Ci piace però pensare che qui vissero felici e contenti, mettendo al mondo un po’ di figli, come succedeva allora; nuove leve, di sangue misto, della nascente comunità isolana. (C. Ronchi)

Luigi XV

15 maggio

Il trattato di Versailles fu stipulato tra la Repubblica di Genova e la Francia, firmato dal plenipotenziario genovese, Agostino Paolo Domenico Sorba, e dal ministro francese, il duca Étienne François de Choiseul. In base al trattato la Repubblica di Genova offrì la Corsica come garanzia per i debiti contratti (pari a circa due milioni di lire genovesi) verso il re di Francia Luigi XV, che aveva inviato proprie truppe sull’isola a sostegno di Genova contro i Còrsi in rivolta. La Corsica si trovava nell’orbita della Repubblica di Genova e poi sotto la sua diretta dominazione sin dal 1284. Durante il XVIII secolo Genova, ormai in piena decadenza, si trovava ad affrontare una lunga rivolta dei Còrsi, che mirava ad ottenere l’indipendenza della grande isola mediterranea. Ridotta a controllare solo alcune piazzeforti e porti, la Repubblica dovette assistere persino all’autoproclamazione di un avventuriero tedesco, Teodoro di Neuhoff, a re di Corsica; proclamazione realizzata con l’appoggio della corona britannica che nel mar Mediterraneo, già controllava Minorca e Gibilterra. In Francia, dopo il disastro della battaglia di Rossbach e le numerose disfatte nelle colonie, Étienne François de Choiseul, successivamente alla testa della diplomazia e dei ministeri della guerra e della marina, cercava di finire rapidamente la guerra e frenare la caduta del potere francese su scala globale ed europea. Il trattato di Parigi (1763) confermò la sconfitta francese, con la perdita della Nuova Francia in Nord America e dei domini francesi in India a favore dei britannici, tranne Pondicherry, Karaikal, Yanam e Mahe. Agendo come segretario di Stato agli affari esteri di Francia, Choiseul mirava ad occupare posizioni strategiche nel Mediterraneo per opporsi, in tal modo, alla crescente potenza britannica ed evitare quindi un accerchiamento anche a sud, dove la Corsica occupa una posizione strategicamente importante. Nello stesso tempo la situazione politica dell’isola era la più fragile nello scacchiere mediterraneo: essa era già oggetto delle mire inglesi e, conseguentemente, divenne un obbiettivo fondamentale e prezioso anche per il ministro francese. Incapace di opporsi da sola alla rivolta còrsa, Genova, dopo aver ricevuto un sostegno non decisivo da parte delle truppe imperiali, si vide costretta ad appellarsi al re di Francia per ottenere truppe d’occupazione da inviare per reprimere la ribellione. Choiseul astutamente vide in questo appello l’occasione che aspettava per occupare l’isola senza rischiare di scatenare un nuovo conflitto europeo che la Francia in quel momento non avrebbe potuto sostenere. Migliaia di soldati francesi, per conto del governo genovese ed a sue spese, furono così inviati a presidiare le principali fortezze dell’isola contro i Còrsi che le assediano. Choiseul cercò di tenere le truppe rinchiuse a guardia dei porti e delle fortezze còrse piuttosto che impiegarle per attaccare e spazzare via la rivolta, atteggiandosi quasi a mediatore tra i Còrsi e Genova. Nel giro di pochi anni, in una situazione di stallo e senza aver nulla ottenuto, l’antica Repubblica si trovò indebitata verso il re di Francia per una cifra di due milioni di lire d’argento, al di là delle sue possibilità economiche. Così Choiseul costrinse di fatto Genova a cedere ai Francesi il controllo dell’isola. Questo però non portò all’immediato controllo dell’isola da parte della Francia, poiché sarà necessaria una nuova e più corposa spedizione militare contro i Còrsi, nel maggio 1769 (l’8 e 9 maggio ricordiamo la battaglia di Ponte Nuovo). Genova avrebbe continuato a versare sussidi per dieci anni, fino al 1778. La Francia aveva probabilmente valutato che dopo tale periodo, Genova sarebbe stata ridotta in una tale condizione di indigenza economica da accettare la cessione permanente dell’isola. Effettivamente la Serenissima repubblica non riuscì a ripagare la cifra pattuita con Luigi XV per la “pacificazione” dell’isola, entro i dieci anni previsti nei due articoli finali. La Francia dunque, dal 1778, considera l’isola parte integrante del suo territorio. Ma in realtà nessun trattato di cessione definitiva della Corsica alla francia è mai stato firmato. Nel 1789, Genova, la cui economia è tornata florida, è in grado di restituire la cifra, e domanda la restituzione dell’isola di Corsica al nuovo governo francese. La richiesta, che arriva in pieno periodo rivoluzionario, viene male accolta dai Francesi, e non si concretizzerà mai. Il 30 novembre 1789 un decreto dichiara direttamente la Corsica parte integrante del territorio francese. Nel dicembre dello stesso anno la Repubblica di Genova protesta formalmente. Nuove proteste ufficiali nel 1793. Nel 1793, infine, la repubblica francese promulga un decreto: “Tutti i trattati esistenti tra la Francia e Genova saranno fedelmente eseguiti.” Ma questo, come sappiamo, non fu mai attuato.

Pasquale Paoli, già nel 1755 e nel 1763, aveva preso dei contatti segreti con Luigi XV per concertare una sorta di sovranità nominale dell’isola sotto la protezione della Francia, in cambio della cessione di alcuni porti. L’atteggiamento neutrale delle truppe francesi sbarcate dopo il primo trattato di Compiègne (1756), le offerte d’amicizia del loro capo, il marchese di Castries, convinsero Paoli della possibilità di intendersi con Parigi e – approfittando della rivalità francoinglese nel Mediterraneo – d’ottenere per la Corsica un protettorato francese. Ma si trattava inevitabilmente di un dialogo tra sordi: Choiseul non poteva nascondere l’irritazione davanti alle pretese esorbitanti del Generale, mentre Paoli giocava d’astuzia per non urtare la sensibilità del terribile ministro. Dopo alterne proposte e scambi reciproci di accuse, Choiseul propose a Paoli la sovranità nominale e la corona del regno di Corsica «sotto la sovranità di Genova e la garanzia della Francia», rivendicando solo la cessione di qualche porto. A questa proposta Paoli pose la condizione della rinuncia di Genova ad ogni diritto sull’isola, che doveva essere considerata come «uno Stato totalmente libero ed indipendente» (lettera del 18 maggio 1766). La successiva azione di forza di Choiseul, che occupò nel gennaio 1768 Bastia, San Fiorenzo e tutto il Capo Corso ponendole sotto diretta amministrazione francese, sancì la rottura definitiva dei rapporti fra i due uomini (lettera del maggio 1768). Il 15 maggio 1768, infine, accadde l’irrimediabile: venne siglato il trattato di Versailles tra Genova e la Francia per la cessione della Corsica. Il secondo trattato di Compiégne stava per scadere e la Francia doveva ritirare le sue truppe dalla Corsica, ma la capitolazione dell’isola di Capraia nel 1767 per mano dei ribelli e l’incapacità per Genova di sedare la rivoluzione fecero precipitare la situazione. Choiseul giocò abilmente attorno alla paura della disfatta militare: prendendo a pretesto una mossa maldestra di Genova (che, dal gennaio al luglio 1767 aveva dato rifugio in Corsica a migliaia di gesuiti cacciati dalla Spagna, nello stesso momento in cui il re di Francia stava per espellerli dal suo regno), decise di far evacuare Calvi, Algajola ed Ajaccio. La Repubblica comprese di dover valutare la decisione che si era sempre rifiutata di esaminare: l’abbandono totale dell’isola. Nelle sedute del Minor Consiglio, a Genova, il nobile Doria affermava pubblicamente che: «bisogna dire chiaramente ai francesi che intendiamo abbandonare la Corsica» (2 marzo 1767). Il doge Marcello Durazzo credette di trovare la soluzione giuridica del problema della sovranità di Genova sull’isola proponendo un deposito indefinito della Corsica alla Francia. Il 4 luglio 1767, con l’intermediazione dell’ambasciatore genovese a Versailles, Agostino Sorba, Genova propose la cessazione della sovranità dell’isola, in cambio dell’abbandono dei crediti reali e di qualche sussidio supplementare. In seguito a progetti, controprogetti, ricatti di Choiseul, ipotesi di un intervento inglese, sardo o toscano, pressioni ed intimidazioni su Paoli ed ogni sorta di sottigliezza diplomatica, si arrivò finalmente, il 15 maggio 1768, al trattato di Versailles. Il primo articolo del nuovo trattato (composto in tutto di 16 articoli e 2 commi segreti), prevedeva che Bastia, S.Fiorenzo, Algajola, Calvi, Ajaccio, Bonifacio «e tutte le altre piazze, forti, torri o porti» fossero occupate da truppe francesi. L’articolo 2° precisava che questa occupazione militare si accompagnava a «tutti i diritti di sovranità» e serviva come risarcimento per le spese impiegate dalla Francia fino a quel momento. L’abbandono della sovranità «intera ed assoluta» era richiamato dall’articolo 3°, ma, da un lato, si vietava la cessione dell’isola «in favore di terzi senza il consenso della Repubblica», dall’altro, si riconosceva la fine della sovranità francese nel caso in cui la Repubblica fosse stata in grado di risarcire le spese dell’occupazione (art. 4°). La sovranità francese era considerata estesa all’isola sia come entità territoriale, sia come personalità giuridica (inclusi, pertanto, i poteri sull’amministrazione della giustizia, delle finanze, ecc…). Infine i due articoli segreti rassicuravano Genova sulla totale impossibilità che la Francia concedesse l’indipendenza ai corsi e disciplinavano un sussidio di 200.000 lire tornesi l’anno per dieci anni alla Repubblica. Il trattato di Versailles non ha mai cessato d’alimentare polemiche tra gli studiosi di storia corsa. La questione è sempre la stessa: si tratta di capire se la Corsica sia stata venduta da Genova alla Francia e a quali condizioni. Apparentemente il trattato sembrava affermare esplicitamente, nel sottotitolo, la «Conservazione dell’isola di Corsica alla Repubblica di Genova». Nel concreto, però, si è trattato di una vera e propria compravendita: questa formula non era altro che una precauzione oratoria nei confronti delle altre potenze europee, per mascherare, con la finzione della cessione temporanea, la realtà di una vendita. Bisognerebbe capire se si sia trattato di una vendita tout court o di un contratto, dato che quest’ultima interpretazione risulta, dai documenti d’archivio e dalle testimonianze dell’epoca, la tesi più accreditata. Ma i contemporanei più perspicaci non avevano dubbi al riguardo: nel 1777 Vergennes scrisse che «l’intenzione del Re era di comprare la Corsica irrevocabilmente e che la denominazione data all’acquisto era una simulazione», mentre Voltaire, nel Précis du siècle de Louis XV affermava che: «con questo trattato il regno di Corsica non è affatto donato al Re di Francia, ma è comprato… resta ancora da sapere se gli uomini hanno il diritto di vendere altri uomini: ma è una questione che non si esaminerà mai in nessun trattato».

22 maggio

I deputati della Dieta, riunita a Corte, giurarono solennemente di «vincere o morire» ed ordinarono una leva generale di tutti gli uomini validi dai sedici ai sessanta anni. Un primo scontro tra gli indipendentisti ed i francesi a Borgo vide la disfatta delle truppe reali: a Versailles si cominciava già a parlare di rinuncia, ma l’insistenza di Choiseul convinse il Re a continuare l’azione militare. La seconda fase della guerra tra corsi e francesi cominciò nella primavera del 1769. La campagna non durò molto: anche se Paoli poteva contare su un esercito numeroso quanto quello francese, i suoi uomini erano male equipaggiati e poco armati. Egli commise un errore tattico, rimproveratogli da Napoleone: quello di aver rinunciato alla guerriglia ed aver accettato una battaglia in campo aperto con dei soldati di mestiere. Probabilmente Paoli accettò lo scontro aperto per ragioni politiche: la guerriglia gli avrebbe sicuramente permesso di mantenere il controllo della macchia, ma i nazionali rischiavano di passare, agli occhi dell’opinione internazionale, per dei fuorilegge. Inoltre Paoli cercava una battaglia campale per impedire sedizioni e fratture all’interno del fronte nazionale: la guerra costituiva un importante fattore di coesione interna. Lo spiegamento delle operazioni mostra come il piano francese fosse concepito intelligentemente: gli ordini prevedevano di non attaccare i villaggi, di seguire la linea di marcia e di portarsi sul Golo. L’8 maggio Paoli lanciò una controffensiva non riuscendo, però, a sfondare le linee francesi. Passando il Golo a Ponte Novo la colonna corsa avanzò in direzione di Lento per sorprendere il fianco dell’esercito francese, ma subì il contrattacco di Vaux. Il Ponte Novo era cassato da un muro dietro al quale Paoli aveva piazzato dei mercenari svizzeri e prussiani con l’ordine di tirare su chiunque si presentasse. Obbedendo alla lettera, i mercenari spararono sui nazionali che, presi tra due fuochi, trovarono la morte sul ponte o nelle acque del fiume. Questa battaglia segnò la fine dell’indipendenza corsa: lo scontro, che L’effetto psicologico fu terribile: le pievi, una ad una, si sottomisero ai francesi. La sconfitta fu dovuta anche al tradimento dei luogotenenti e degli alleati del Generale: al di là dell’inferiorità tattica dei corsi, bisogna sottolineare l’esistenza di un forte partito francese. Corruzione, interesse personale, arrivismo, simpatia sincera e disinteressata, sfiducia nei riguardi di Paoli, tutto contribuì a minare dall’interno la resistenza nazionale. Le dichiarazioni ambigue dei capi francesi spingevano i corsi a dissociarsi dai tentativi indipendentisti e facevano sperare nella fine del dominio genovese, mostrando l’inutilità della resistenza militare nei confronti di un’invasione liberatrice. La stessa indipendenza dell’isola veniva posta come pura utopia: il governo di Paoli aveva ormai perso credibilità. Il notabilato isolano, eterogeneo, ma compatto nella difesa dei propri interessi, non vedeva più in Paoli un garante del potere politicoamministrativo ed alla prova dei fatti tutte le crepe dell’edificio paolino fecero crollare la struttura portante. Quali siano state le motivazioni profonde, la realtà era sotto agli occhi: la rivoluzione di Corsica era fallita.

giugno

Con il trattato di Versailles, l’agonizzante Repubblica di Genova, indebitata fino al collo con la Francia, metteva a garanzia del proprio debito tutta la Corsica. La Francia, quell’isola, l’aveva già occupata militarmente, essendo intervenuta in aiuto di Genova contro i rivoluzionari di Pasquale Paoli. Con quel trattato, praticamente, la Corsica diventava francese. Questo passaggio aveva fomentato speranze di riconquista delle isole dell’Arcipelago da parte corsa, magari con un colpo di mano militare, visto che attraverso questioni legali e diplomatiche non se ne prendeva testa. Da parte corsa si voleva il ritorno di queste nostre isole, passate al Regno di Sardegna con il blitz del 14 ottobre 1767, sia perché erano abitate da corsi sia perché qui c’erano terre delle quali qualche corso rivendicava la proprietà, sia perché c’erano i raccolti soprattutto il bestiame. Nondimeno a fomentare la rivendicazione c’era la Parrocchia di Bonifacio con i suoi preti e i suoi frati. Anche costoro mal sopportavano “l’annessione” alla Diocesi anglo-gallurese di queste terre e della sua popolazione. Il vescovo Pietro Paolo Carta s’era affrettato ad istituire la Parrocchia di Santa Maria Maddalena mandandovi addirittura un canonico, don Virgilio Mannu, ma ancora nella primavera del 1768 non si era deciso a dare il via ai lavori di costruzione della chiesa. Ci fu un fatto che, probabilmente, diede lo scossone decisivo. A fine di maggio del 1768 si presentarono a Cala Gavetta due frati francescani, provenienti da Bonifacio, chiedendo di poter effettuare una questua tra i militari e la popolazione civile. La richiesta mise in allarme sia il comandante militare sia il parroco Mannu. C’era il sospetto che costoro potessero approfittare della loro presenza a La Magdalena e a La Caprera per sobillare la popolazione corso-isolana contro i sardo-piemontesi favorendo, magari con un’insurrezione, un ritorno alla Corsica. E c’era anche il rischio, questo più che fondato, che una volta ritornati a Bonifacio i due frati francescani potessero riferire alle autorità corso-francesi sul numero dei militari presenti, sulle navi in porto e sulle fortificazioni che erano state realizzate, insomma sul sistema difensivo dell’Arcipelago. C’è da dire che non solo non furono fatti sbarcare, i due frati sospetti-sobillatori e sospetti-spie, ma furono rispediti senza tanti complimenti a Bonifacio. Ciò tuttavia indusse, finalmente, il vescovo, anche per non scontentare pericolosamente la popolazione, a mettere mano alle casse diocesane e a dare il via alla costruzione della chiesa, ubicata al Collo Piano, l’attuale zona della Trinita. La zona fu scelta perché qui erano concentrate maggiormente sia la pur esigua popolazione corsa sia quella militare (qualcuno con famiglia). A posare la prima pietra e a impartire la solenne benedizione fu il canonico Virgilio Mannu, alla presenza della popolazione e di un drappello di militari. I lavori erano stati affidati al mastro da muro di pietra, Agostino Pisano, tempiese. Erano i primi di giugno del 1768. I lavori della chiesa (ci vorranno un paio d’anni perché venga completata), situata nella zona attuale della Trinita, vicina ai costruiti (e in costruzione) trinceramenti militari di granito e di legno di Guardia Vecchia e a quello che si poteva considerare un grande stazzo, laddove cioè, in diverse capanne, abitava un numero consistente di abitanti d’origine corsa. In un baraccone di tavole e travetti di lungo 25 piedi e largo 7, inizialmente destinato solo a magazzino del grano ma risultato per questo solo scopo troppo grande, fu fatta una divisione in tre parti; la maggiore destinata al magazzino del grano appunto, la seconda per l’alloggio dell’ufficiale del soldo e del cappellano, la terza per l’ufficiale subalterno. È scritto una relazione che detto caseggiato, e quindi anche l’alloggio del parroco-cappellano, era fatto di tavole, ed era coperto oltre che dalle tavole dalla pagliuola. Tavole e travetti erano giunti dalla Corsica e la ferramenta necessaria “dalle piazze del Regno”. A costruirlo furono falegnami di Tempio che si erano adoperati per preparare le tavole per l’incastro e fare le porte e le finestre. Sappiamo dunque che don Virgilio Mannu, ancora senza la sua chiesa, aveva però nella zona di Guardia Vecchia il proprio alloggio e anche sappiamo chi erano i suoi vicini di casa… In qualcuno di questi magazzini probabilmente celebrava Messa o all’aperto nella buona stagione. Dal suo alloggio si spostava a piedi verso Cala Gavetta (ci voleva un’ora di cammino per l’impervio sentiero scosceso salvo quando qualcuno gli metteva a disposizione un mulo o un asinello), dove nel frattempo era stato costruito una piccola banchina e i primi baraccamenti e magazzini. Per recarsi alla piccola guarnigione di Caprera coma anche a visitare i circa 70 abitanti che lì abitavano, sparpagliati in alcune capanne, vi si recava con la barca dei rifornimenti, partendo da Cala Gavetta. Come con la barca dei rifornimenti don Virgilio Mannu raggiungeva la piccola guarnigione di Santo Stefano. Diciamo che, per il momento (1768), la zona di Guardia Vecchia-Trinità rappresentava il centro della comunità militare (con il proprio comando), religiosa (col parroco) e anche in qualche maniera, sebbene in embrione, civile. Anche se c’è da dire che già dai primi anni mesi del 1768 chi avesse avuto un minimo di lungimiranza avrebbe facilmente pronosticato che in poco tempo l’asse portante di quella giovane e nascente comunità si sarebbe spostato proprio ad un’ora di cammino di là, e cioè sul mare, nella riparata Cala Gavetta e nelle adiacenti spiagge e coste di Cala Mangiavolpe e zona Renella (attuale Piazza Comando). Un’altra considerazione: Sappiamo che i falegnami erano tempiesi, i muratori anche ed erano di Tempio e zone limitrofe anche gli spaccapietre. Costoro erano alcune decine. Essendo anche in buona parte giovani, si portarono qui, dove c’era molto lavoro, le loro famiglie, e qualcun altro di loro mise ben presto su famiglia con qualche ragazza del luogo. All’originario nucleo corso dunque cominciava ad aggiungersi, fin dagli albori, una componente sempre più importante gallurese, oltre a quella eterogenea dell’ambiente militare. (C. Ronchi)

22 luglio

Fu per la prima volta la festa patronale di Santa Maria Maddalena, e per la prima volta fu la festa dell’identità religiosa e civile di coloro che abitavano le isole di La Magdalena e La Caprera. Fino ad allora questa Santa non era stata festeggiata in queste isole, la più grande delle quali di lei portava il nome, quantomeno in forma ufficiale, con una parrocchia costituita, un parroco, alcune autorità sebbene militari, una popolazione stabile. Ognuno di costoro faceva riferimento, per le questioni religiose, che allora più di oggi permeavano la vita delle persone, ai santi dei loro luoghi d’origine: i pastori corsi a quelli della parte meridionale di quell’isola (Corsica Suttana); i soldati della guarnigione militare e i marinai delle navi ai santi venerati nei loro diversi paesi di provenienza, che erano nel resto della Sardegna, in Liguria e Piemonte; il parroco Mannu a quelli di Tempio e dintorni. Per la prima volta tutti costoro pregarono insieme, e misero i loro destini, sotto la protezione di questa Donna che per prima vide Gesù Risorto e lo testimoniò. Un momento collettivo vibrante, dunque, il primo momento di un comunità che trovava in Maria di Magdala la propria identità religiosa e, di conseguenza, civile. La parrocchia era stata istituita appena 7 mesi prima e l’occupazione militare c’era stata da 9 mesi. Non abbiamo nessun documento o testimonianza (almeno per ora) su quella Prima Festa Patronale. Possiamo ipotizzare che la Messa solenne fu celebrata dal parroco Virgilio Mannu, all’aperto o semiaperto perché la chiesa era ancora in costruzione. Non sappiamo se ci fosse una statua a rappresentare la Santa o un quadro. Probabilmente la Messa fu celebrata di lato all’attuale chiesetta della Trinita, in quello che era il centro del villaggio civico-militare. In quella campagna infatti s’affacciavano gli usci delle semplici capanne degli (ex) corsi, già divenuti sudditi del Re Savoia di Sardegna; e c’erano le fortificazioni e i baraccamenti che erano stati realizzate nell’attuale batteria della Trinita, che erano divenuti anche alloggi degli ufficiali e dei sottufficiali, dalla truppa e del parroco. Era lì che si svolgeva, in embrione, la vita della nascente comunità. Chissà se il parroco Virgilio Mannu, tempiese, nell’estate del 1768, approfittando della sua presenza a La Magdalena e considerato il gran caldo che dovette anche allora fare, pensò bene di farsi qualche bagno a mare per trarne refrigerio … Pensando ai nostri attuali preti, quantomeno a quelli più giovani e a quelli che dal resto della Sardegna, dal Continente e dal resto del mondo giungono d’estate qui (e vi ritornano) ci sarebbe da ritenere di sì. In effetti all’epoca ciò non era usuale, tantomeno per un prete, per cui l’unico refrigerio per il nostro grondante sacerdote sarà stato solo da secchi d’acqua issati a braccia da uno dei pozzi scavati vicino al suo alloggio, che era nei pressi dell’attuale chiesetta della Trinita, allora in costruzione (i lavori erano iniziati a giugno). Il nostro parroco era giunto alla fine dell’anno precedente alla Maddalena inviato dal vescovo. Era un canonico della collegiata di Tempio, quindi una figura importante, e da lì ne chiedevano il ritorno. E dopo tanti mesi trascorsi nei disagi, in un’isoletta da frontiera, dove tutto era da costruire (anche la Chiesa come abbiamo visto) anche il buon Virgilio Mannu doveva sentire un po’ di nostalgia non solo per i suoi affetti ma anche per gli agi che il suo rango gli assicurava, e per potersi di nuovo confrontare e per poter dialogare con persone, preti e laici, che non fossero solo pastori corsi e militari e marinai più o meno ignoranti. Da oltre un secolo a Tempio aveva sede un collegio dei padri Scolopi dove si insegnavano latino, filosofia, musica e teologia e dalla fine del ‘600 era stato aperto un monastero di suore cappuccine. Le famiglie nobiliari che vivevano nel centro della cittadina avevano costruito i bei palazzi giunti fino a noi e alcune strade erano già lastricate. Mentre a La Magdalena e La Caprera si contavano poco più di 200 abitanti, ad Olbia-Terranova ne aveva circa 400, a Tempio se ne contavano oltre 4.000. Il canonico Virgilio Mannu, celebrata per la prima volta la festa patronale di Santa Maria Maddalena e la festa dell’Assunta (il 15 agosto), sul finire dell’estate, anche in concomitanza con la vendemmia, lasciò per qualche tempo l’arcipelago e i suoi abitanti per trascorrere un breve periodo a Tempio.

15 agosto

Chissà se il parroco Virgilio Mannu, tempiese, nell’estate, approfittando della sua presenza a La Magdalena e considerato il gran caldo che dovette anche allora fare, pensò bene di farsi qualche bagno a mare per trarne refrigerio … Pensando ai nostri attuali preti, quantomeno a quelli più giovani e a quelli che dal resto della Sardegna, dal Continente e dal resto del mondo giungono d’estate qui (e vi ritornano) ci sarebbe da ritenere di sì. In effetti all’epoca ciò non era usuale, tantomeno per un prete, per cui l’unico refrigerio per il nostro grondante sacerdote sarà stato solo da secchi d’acqua issati a braccia da uno dei pozzi scavati vicino al suo alloggio, che era nei pressi dell’attuale chiesetta della Trinita, allora in costruzione (i lavori erano iniziati a giugno). Il nostro parroco era giunto alla fine dell’anno precedente alla Maddalena inviato dal vescovo. Era un canonico della collegiata di Tempio, quindi una figura importante, e da lì ne chiedevano il ritorno. E dopo tanti mesi trascorsi nei disagi, in un’isoletta da frontiera, dove tutto era da costruire (anche la Chiesa come abbiamo visto) anche il buon Virgilio Mannu doveva sentire un po’ di nostalgia non solo per i suoi affetti ma anche per gli agi che il suo rango gli assicurava, e per potersi di nuovo confrontare e per poter dialogare con persone, preti e laici, che non fossero solo pastori corsi e militari e marinai più o meno ignoranti. Da oltre un secolo a Tempio aveva sede un collegio dei padri Scolopi dove si insegnavano latino, filosofia, musica e teologia e dalla fine del ‘600 era stato aperto un monastero di suore cappuccine. Le famiglie nobiliari che vivevano nel centro della cittadina avevano costruito i bei palazzi giunti fino a noi e alcune strade erano già lastricate. Mentre a La Magdalena e La Caprera si contavano poco più di 200 abitanti, ad Olbia-Terranova ne aveva circa 400, a Tempio se ne contavano oltre 4.000. Il canonico Virgilio Mannu, celebrata per la prima volta la festa patronale di Santa Maria Maddalena e la festa dell’Assunta (il 15 agosto), sul finire dell’estate, anche in concomitanza con la vendemmia, lasciò per qualche tempo l’arcipelago e i suoi abitanti per trascorrere un breve periodo a Tempio.

18 settembre

Dopo il passaggio della Corsica alla Francia in seguito al Trattato di Versailles firmato il 15 maggio 1768 tra la Repubblica di Genova e il Regno di Francia. Luigi XV e il suo ministro Choiseul avevano inviato un corpo di spedizione francese per mettere fine all’indipendenza dell’isola e al governo di Pasquale Paoli. Una consulta chiesta da Pasquale Paoli si svolgeva a Corte, nello stesso periodo le armate di Luigi XV portavano la guerra fino in Casinca e i paesi di Biguglia, Furiani, Olmeta di Tuda venivano saccheggiati. La guerra si intensificò e i paolisti risposero ad ogni colpo delle armate francesi, i paolisti catturarono anche due compagnie reali a Penta di Casinca e combatterono al grido di Patria è Libertà.

14 ottobre

La comunità di La Magdalena e la Caprera celebrò il proprio primo anno di vita. Composta per la parte militare da meno di un centinaio tra soldati e marinai e da circa 200 persone (tra uomini, donne e bambini) per quanto riguarda gli abitanti originari, non raggiungeva le 300 anime. E tutte facevano riferimento ad un comandante militare e ad un cappellano-parroco. A dire la verità tutto ci fu, riguardo a queste due figure “istituzionali”, che avrebbero dovuto essere il punto di riferimento per l’appena nata comunità, che la stabilità. In 12 mesi di comandanti militari se ne alternarono ben 3 (e il quarto era in arrivo), e di preti ce ne furono 2 (con il terzo anche lui in arrivo). Dopo il maggiore La Rocchetta, a dicembre 1767 gli succedette nel comando delle Isole il capitano Pestalozzi (facente parte anche del corpo d’occupazione), il quale da maggio fu sostituito dal capitano Duret, il quale a ottobre era già in procinto di andare via per essere sostituito, a novembre, nel comando, dal comandante Willy. Riguardo al cappellano, prete Michele Demontis giunto al seguito delle truppe d’occupazione a ottobre 1767 già dal novembre successivo accusò gravi problemi di salute. Pare avesse contratto la malaria che gli produsse forti febbri e problemi alla vista tanto che a metà dicembre arrivò in sua sostituzione don Virgilio Mannu. Il quale però, come abbiamo visto nella puntata precedente, dopo essersi recato a Tempio a settembre, aveva chiesto a sua volta di essere sostituito. La qual cosa non dovette piacere particolarmente agli abitanti delle isole, che già si erano abituati a questo sacerdote in buona salute e temprato, intelligente e di buona cultura, piuttosto disponibile con tutti, che aveva avviato la Parrocchia, battezzato bimbi, celebrato matrimoni, fatto funerali e insegnato il catechismo a piccoli e grandi. Che aveva fatto da “mediatore culturale” (come abbiamo già visto in altre puntate), da interprete (tra cagliaritani, galluresi, corsi, piemontesi, toscani ecc.), e che s’era anche adoperato per dirimere alcune controversie tra pastori. Ad ogni buon conto, se Messa solenne ci fu, in occasione del primo anniversario della nascita della comunità maddalenina, come è verosimile che sia stato, quel 14 ottobre del 1768, a celebrarla fu il canonico Virgilio Mannu ed in prima fila c’era il capitano Duret, insieme agli altri militari ed ai “civili” isolani d’origine corsa (la Corsica nel frattempo era stata occupata dall’esercito francese), piuttosto sicuri, a quel punto, d’aver fatto, un anno prima, col grido “Viva chi vince”, come vedremo nella prossima puntata, la scelta giusta.

Ma dove fu celebrata? Al Collo Piano (attuale Trinita) vicino alla chiesetta in costruzione.  I lavori, su progetto e calcoli dell’ingegnere militare Buzzolino, erano iniziati a giugno del 1768 ad opera del mastro di Tempio Agostino Pisano. Costui, terminato lo scavo delle fondamenta (che non dovettero essere molto profonde considerata la forte presenza di granito), già dal mese di luglio cominciò a tirar su il muro perimetrale per il quale aveva necessità di utilizzare la calce. Non trovandosene fino a Tempio, fece domanda ai comandi militari, tramite il vescovo, di averne in prestito da quella utilizzata le per le costruzioni militari. Gliene fu assegnata un po’, a patto che si impegnasse per la restituzione. I lavori procedettero ma ad ottobre erano ancora in alto mare e di lì a poco si sarebbero interrotti per la prima volta, anche perché mancavano le pietre che gli isolani si erano impegnati a reperire e trasportare. In quell’anno però molte cose erano cambiate. La presenza del sacerdote aveva assicurato l’amministrazione di 6 battesimi (Assunta Maria Ornano e Maria Avigià il 31 gennaio, Assunta Zonza il 27 marzo, Santa Zicavo il 24 giugno, Maria Millelire il 6 agosto e Pasquale Polverino Culiolo il 26 ottobre); la celebrazione almeno di un matrimonio a maggio (tra il militare “S. Domenico” ed una giovane isolana); la celebrazione di tre funerali (Giuseppe Ornano il 9 agosto, Giovanni Bruscher di 40 anni il 15 settembre e S.Michele il 2 ottobre, questi ultimi due militari del Corpo Franco). Una comunità giovane e sana quella isolana, e prolifera, che sebbene non ci fossero le medicine di oggi vantava nati in numero doppio rispetto ai morti (6 a 3); a differenza di ora, tempi in cui registriamo l’esatto, triste, contrario. Abbiamo concluso la puntata precedente scrivendo che i “civili” isolani d’origine corsa, a quel punto, col grido “Viva chi vince”, si erano tutti o quasi convinti d’aver fatto la scelta giusta. Alcuni motivi li abbiano già visti. A questi c’è da aggiungere che molti di loro, col passaggio di stato, s’erano affrancati dai padroni corsi, diventando proprietari del bestiame. Che in numero sempre più numeroso cominciavano a “lavorare” per il re sabaudo, offrendo manodopera e servizi (come abbiamo già avuto modo di vedere). Ma c’era anche un altro aspetto molto importante. Quello di una maggiore sicurezza rispetto al rischio, tutt’altro che teorico, di incursioni islamico-barbaresche. Del resto, in quel lontano 1768 c’erano tre isolani che erano stati catturati qualche anno prima, durante un’incursione barbaresca, ed erano ancora schiavi nel Nord Africa. E a metà di quell’ottobre 1768 ben 12 galere tunisine erano state avvistate tra la Corsica e l’Arcipelago. (C. Ronchi)