Correva l’anno 1779

Allorquando intorno al 1779, ben dodici anni dopo che le truppe del regno di Sardegna avevano occupato le isole dell’arcipelago, sottomettendo alla sovranità di Carlo Emanuele III la popolazione corsa che vi si era stanziata, i francesi, sollecitati dalla Comunità di Bonifacio che fin dal primo momento aveva contestato l’invasione sarda e rivendicato i suoi diritti sulle isole, si risolsero finalmente a portare avanti le mai sopite aspettative dei bonifacini e a condurre presso la Corte dei Savoia una intensa azione diplomatica al fine di dirimere l’annosa controversia sull’appartenenza delle isole intermedie tra i due stati che si fronteggiavano sulle Bocche di Bonifacio. L’iniziativa della Corte di Versailles, da tempo preannunciata ai rappresentanti diplomatici sardi, era stata preceduta da una affannosa ricerca da ambo le parti di prove e documenti che, a prescindere dalla posizione geografica delle isole e della loro adiacenza alle coste galluresi dalla quale scaturiva sulla base del principio della contiguità territoriale una presunzione di dipendenza dell’arcipelago dal regno sardo, attestassero inequivocabilmente l’esercizio della sovranità e della giurisdizione posto concretamente in essere in passato dalle parti in contesa. Com’è noto, dopo la lunga dominazione spagnola ed un breve periodo di amministrazione austriaca, la Casa Savoia, con l’atto di cessione sottoscritto a Cagliari l’8 agosto 1720, aveva preso formale possesso della Sardegna che le era stata assegnata con il trattato di Londra del 1718. In tale documento non veniva fatta alcuna menzione delle isole adiacenti alla Sardegna, neppure a quelle di notevoli dimensioni quali San Pietro, Carloforte e l’Asinara, ma era semplicemente detto che il regno veniva ceduto con tutte le sue pertinenze. Parimenti, quando la repubblica francese, con il trattato di Versailles del 15 maggio 1768 stipulato con la repubblica di Genova, aveva acquistato la Corsica, delle nostre isolette, ritenute disabitate, ma di fatto occupate sia pure stagionalmente da pastori bonifacini, non fu fatto alcun cenno. Nell’inedito testo manoscritto “Il Contrasto Corso Sardo” compilato a Bonifacio nel 1779, col sottotitolo esplicativo Dialoghi famigliari fra Don Miones Sardo e Monsieur de Stian Corso intorno alla Bocche di Bonifacio ultimamente (1776) occupate dal governo sardo, dalli quali risulta ad evidenza di fatto di esser elleno pleno jure di spettanza della Francia“, si legge: (parla Don Miones) “Come mai e per qual ragione l’isola della Maddalena, che avete detto che anticamente Busonara chiamavasi, ha cambiato in oggi (1779) il nome di Busonara in quello di Maddalena?” (Risponde) il còrso monsieur de Stian): “Di tal cambiamento di nome io non so darvene alcuna positiva ragione. So ben che nelle Vite che ho letto, della Santa Penitente Maddalena, si legge di uno strepitoso prodigio veduto in un’isola della quale lo scrittore non solo tace il nome, ma il mare ancora ov’ella contienesi. Se sì un prodigioso miracolo sia o no successo nella Busonara io non lo so. Dico che, se colà fussesi ammirato, sarebbe assai credibile ch’ella, atteso il miracolo operato in essa da Dio per intercessione di questa Santa Penitente, avesse cambiato il nome di Busonara in quello di Maddalena… ma di una tal cognizione lasciamone il pensiero a chi vuol averlo“. Questo documento ci svela molto riguardo a quell’idea di una certa “pia leggenda che vuole che S.M. Maddalena fosse stata abbandonata dai suoi persecutori su di una fragile barchetta,in balia delle onde.

Correva l'anno 1779
Nicchia disegnata da Cochis nel 1779

27 agosto

Ben presto, come era stato nelle previsioni e nelle promesse degli occupanti, la comunità còrsa, in parte dedita ai primi commerci ed in parte impiegata nel servizio delle regie navi iniziò l’esodo verso Cala Gavetta, e fu la chiesetta della Trinità a trovarsi a notevole distanza dal già popoloso borgo voluto dal De Nobili. Va detto che a quei tempi la chiesa, oltre a soddisfare i bisogni spirituali era unico luogo di incontro e di apprendimento; assolveva le funzioni di stato civile registrando nascite, matrimoni e morti; provvedeva all’educazione e all’istruzione dei fanciulli; assisteva concretamente i poveri; sorvegliava la morigeratezza dei costumi ed era in pratica il fulcro della vita comunitaria. Non a caso tutte le nuove leggi, disposizioni o provvidenze, sia che provenissero dal governo, sia che fossero emesse da uffici del dipartimento o da autorità locali, venivano sempre inviate ai parroci con la raccomandazione “…di spiegarli dal pulpito in volgare affinché tutti ne possano venire in cognizione”. Per tali nuove esigenze i maddalenini inviavano al viceré una supplica con la quale chiedevano l’erezione di una seconda chiesa al centro della borgata; appena tre mesi dopo il capitano ingegnere Cochis, sebbene a suo tempo avesse osteggiato il trasferimento dell’abitato a Cala Gavetta, aveva già approntato i disegni ed il preventivo per un costo complessivo di lire 10.464. Vedi anche La costruzione della chiesa alla marina

2 ottobre

Un biglietto regio riconosce l’istituzione della diocesi di Galtellì, disposta dal pontefice, con sede episcopale a Nuoro: prosegue l’azione di ripristino delle antiche diocesi soppresse dopo il tracollo demografico del secolo XIV.

28 novembre

Il bailo Fravega presenta i piani della chiesa ai maggiori esponenti della comunità fra i quali Antonio Ornano, Pietro Cogliolo, Giovanni Antonio Variano, (il primo Sindaco di cui si abbia notizia: tale Giovanni Antonio Variano. (al contrario di quanto detto sui parroci, avrà una schiera lunghissima di successori) Ignazio Serra dell’Isola di Caprera, “…ed altri capi famiglia dei più benemeriti”. La spesa dovette apparire eccessiva e gli isolani, non potendola affrontare, si dichiararono disposti a contribuire con la loro opera materiale impegnandosi a collaborare nei lavori senza alcun compenso ed a trasportare il necessario per la fabbrica. Il 19 dicembre 1779 il progetto del Cochis fu inviato al vescovo di Ampurias, il quale, pur essendosi nello stesso anno recato nell’isola per la prima visita pastorale nella storia di La Maddalena, con scarsa solerzia, solo il 26 agosto 1780 lo rimetteva al viceré con una lunga e motivata lettera. “Detta chiesa – dice il vescovo – è necessarissima perché tutta la popolazione trovasi alla marina e la chiesa già fatta è lontana in circa d’un ora di strada tutta scoscesa. La Messa si dice adesso, in giorni festivi in casa di Monsiù De Nobili, contro ogni regola della Chiesa, perché non è luogo destinato né benedetto dal Vescovo per tale uso sacro, se il tempo è cattivo, che non possono stare in piazza, ne resta priva la metà di essi, che non possono stare dentro la piccola stanza, dove celebra la Messa il Cappellano, quale deve dirne un’altra nell’istesso giorno nell’antica chiesa per pochi altri, che ivi sono rimasti per non voler abbassare alla marina. Io che ho veduto tutto l’anno passato a mie spese, ho lasciato nello stesso disordine le cose, non essendo risanato da quelli isolani, né posso meno per questa povera gente …che compatire la mancanza che vedo per il culto Divino, ed anche per pascolo spirtituale di missioni, ed esercizi pubblici, che tutto bisogna farsi con la moneta, e non con parole”. Appena un anno dopo, con il consenso di tutti, si diede inizio ai lavori; la nuova chiesa, sebbene non completa, venne dedicata a Santa Maria Maddalena e la vecchia chiesetta fu consacrata alla SS. Trinità. Dallo stesso balio, apprendiamo le prime notizie relative al tentativo di stabilire una classe elementare nell’isola risalgono al 1779; Bartolomeo Fravega relazionava al viceré sulla necessità di far riunire le famiglie ancora abitanti a Caprera a quelle di La Maddalena, attribuendo loro “idee e termini selvatici che giungendo qua se ne spoglieranno, come se né quasi spogliato questi della Maddalena” Egli così giustifica la necessità della riunione: “Sarà anche una carità far riunire quelle sette famiglie qui assieme alle altre per apprendere un giorno la dottrina cristiana acciò possano sapere che vi è un Dio che premia i buoni e castiga i cattivi, perché se resteranno collà saranno sempre privi di quei lumi che sono necessari a un cristiano per essere guidato al cielo. Giorni scorsi capitò qui un certo uomo e cominciò a far la scuola e la dottrina cristiana ai ragazzi, con pensiero di avere un numero di ragazzi che fosse sufficiente a darci almeno sei scudi al mese per poter vivere, ma non riuscì fattibile incontrar qui più di tre scudi e mezzo, e con questo salario non poteva vivere unico motivo d’aver cessato la scuola e la dottrina“. Questa la trascrizione integrale del documento in oggetto: “Atto di sottomissione dei popolatori dell’isola Maddalena di far trasporti dei materiali necessari per l’implorata fabbrica d’una chiesa parrocchiale”. “L’anno del Signore mille settecento settanta nove ed alli ventiotto del mese di novembre in l’isola Maddalena e nella curia giudiziale avanti a me bailo e testimoni sottoscritti, si sono fatti comparire personalmente Antonio Ornano del fu Giuseppe, Pietro Cogliolo del fu Domenico, Antonio Giovanni Variano del vivente Domenico, il primo sindaco e li altri due consiglieri di questa popolazione, li due primi della presente isola Maddalena ed il terzo della Caprera, come altresì Pietro Millelire del fu Leone, Silvestro Panzano del fu Nicolao, Matteo Cogliolo del fu Domenico, Antonio Cogliolo fu Giò Battista, Francesco Ornano fu Giuseppe, Matteo Cogliolo fu Giò Battista, Tomaso Ornano del vivente Simone Giovanni, Giacomo Polverino del vivente Pasquale, Giovanni Battista Pittaluga del vivente Pietro, Domenico Polverino del vivente Pasquale e Stefano Durbecco tutti capi di famiglia de’ più benestanti della detta isola Maddalena, e finalmente Domenico Variano, Giò Battista Ziccao del fu Giovanni, Marco Maria Zicao del fu Giovanni e Ignazio Serra dell’isola Caprera, ed al tempo stesso il sottoscritto bailo le a presentato il disegno e calcolo per la spesa da farsi alla fabbrica della nuova chiesa che devesi erigere in questa nuova popolazione a beneficio di questi popolatori ed essendo stati interrogati gli sovranominati sindaco, consiglieri e capi di famiglia dall’infrascritto bailo di quali opere e travagli sarebbesi obbligata la comunità di contribuire a torno della suddetta fabbrica, e dopo di avere maturamente pensato e conformemente bilanciate l’attuali miserie di questi popolatori si sono tutti di un anime determinati anche a nome di tutta la comunità, di sottomettersi come si sottomettono di spontanea e libera volontà di trasportare tutti quanti i materiali di ogni qualità che saranno necessari alla detta fabbrica, dal posto dove saranno da altre persone fatti e travagliati alla vicinanza dove verrà piantata detta chiesa, e quell’altri materiali d’ogni specie che giungeranno da fuori gli trasporteranno dalla sponda del mare di questa popolazione alla vicinanza della medema fabbrica mediante che i succitati popolatori vengono provveduti di carrette, carri e ceste, ed inviolabilmente osservare e per segno di verità fanno tutti un segno di croce per essere illetterati a riserva di uno [Stefano Durbecco, n.d.a.]. Testimoni Ambrogio Pistarini e Giovanni Battista Roland”. Il documento è importante anche perché ci da’ notizia per la prima volta del sindaco e del consiglio di comunità maddalenino. Quasi senz’altro non si tratta del primo sindaco in assoluto, poiché allora gli incarichi duravano un solo anno e il nostro primo consiglio e il nostro primo sindaco erano stati nominati nel 1778. Piuttosto che della decisione di costruire la chiesa, si tratta della decisione di concorrere alla sua costruzione con gli impegni che si leggono. Il viceré non fu soddisfatto e chiese di più.