Correva l’anno 1789

La documentazione scovata nell’Archivio di Stato di Cagliari, tra i dispacci viceregi indirizzati alla Segreteria per gli affari di guerra e marina presso Sua Maestà in Torino, ci fornisce alcune notizie sul parroco Giacomo Mossa e sui primi decenni di storia maddalenina. Succeduto nel 1773 a Virgilio Mannu, fu parroco (o pro-parroco come sino al 1785 si qualificò) fino al 1799, cioè per ben 26 anni. Furono anni importanti per la giovane comunità isolana, da poco annessa allo Stato sabaudo, anni che videro la popolazione passare dagli originari 185 abitanti del 1767 agli oltre 800 della fine del secolo, che videro consolidarsi la guarnigione militare, la costruzione di alcuni fortini, il progressivo spostamento della popolazione sul mare, l’istituzione del Consiglio Comunitativo, la costruzione della nuova chiesa parrocchiale a Cala Gavetta dopo quella costruita sul Colle Piano (attuale SS. Trinità), il tentativo di occupazione da parte delle truppe rivoluzionarie franco-corse, la progressiva trasformazione da una economia agro-pastorale ad una fondata sui proventi della navigazione, sulla pesca e sul servizio sulle Regie navi. Non sappiamo quanti anni avesse Giacomo Mossa quando giunse a La Maddalena, né di dove fosse originario. Probabilmente era di età matura se appena dopo 16 anni di presenza nell’Isola, come vedremo nella documentazione del 1789 (fornitaci da Salvatore Sanna) viene definito “di età avanzata” e nel 1793, dopo i vittoriosi combattimenti contro i franco-corsi, combattimenti ai quali egli “assistette, incoraggiando i difensori”, viene considerato come “vecchio cappellano Mossa”. Certo è comunque che fu lui a dover prendere atto dell’esigenza di dover celebrar Messa, non solo nella chiesa parrocchiale del Colle Piano dove ormai risiedevano pochi abitanti ma anche “sulla marina, in casa di Monsiù De Nobili” (Aristide Garelli: L’isola della Maddalena. 1907), in una piccola stanza, capace di contenere solo una parte dei fedeli. Fu lui, dopo il 1780, a celebrar Messa nella nuova chiesa progettata dal capitano ingegner Cochis e costruita nei pressi di Cala Gavetta, più o meno dove sorge l’attuale. Fu lui, evidentemente, a chiedere ed ottenere nel 1793 dal vescovo, considerato l’ormai l’importanza assunta dalla nuova chiesa al mare, la “promozione” di questa a parrocchiale con titolo di Santa Maria Maddalena ed il “declassamento” della prima sul Colle a chiesa rinominata della “SS. Trinità”. Fu probabilmente il parroco Mossa, nel febbraio del 1793, a raccogliere, sul famoso drappo dipinto a mano, il giuramento di difesa dei capi famiglia isolani contro l’assalto franco-corso. A parte i “grandi eventi” della storia isolana, da un esame dei Registri parrocchiali di battesimo si ricava come Giacomo Mossa fu regolarmente presente a La Maddalena sino al 1783, tranne per un brevissimo periodo nel 1774 quando, in sua assenza, un battesimo viene amministrato dal “sacerdote Miche Pisano” che così sottoscrive l’atto. Dal settembre 1783, sui registri parrocchiali di battesimo, di tanto in tanto troviamo altre firme di sacerdoti (spesso di cappellani imbarcati sulle Regie navi) che lo sostituiscono perché assente o perché il battesimo viene amministrato a figli di militari della guarnigione. In tutti i casi viene specificato che il battesimo viene amministrato “cum permissione” oppure “ex consensu” del parroco Giacomo Mossa. Così, in sua assenza, nei mesi di settembre ed ottobre 1783, troviamo le firme di frà Antonio Maria à Castro Sardo, cappuccino, sacerdote degli ordini minori; tra ottobre e novembre 1785 troviamo le firme di Ludovico Carta, “ex civitate Calari”, cappellano, imbarcato sulla regia mezza galera “Beata Margherita”; nel giugno 1787 troviamo presente padre Giuseppe Agostino Ugas, cappellano sulla mezza galera “Santa Barbara”; tra marzo ed ottobre 1789 rileviamo invece le firme di Pietro Raimondo Doro, “calaritanus”, nuovo cappellano sulla “Santa Barbara”. E’ nell’aprile (24) del 1789 che, tra i dispacci viceregi indirizzati alla Corte di Torino risulta esserci “Una supplica del Cappellano dell’Isola di La Maddalena Sacerdote Giacomo Mossa, il quale servendo da 16 anni quella popolazione e trovandosi in età avanzata e soggetto ad acciacchi chiede la sua giubilazione. Egli gode di un trattamento di £. 300 di Piemonte sulla Regia Cassa oltre ad una razione di pane ed oltre alle £. 400 di pensione ecclesiastica assegnata sulla Mitra di Ampurias non alla di lui persona, ma al Cappellano pro tempore di detta Isola, ed implora quei benigni riguardi che piacerà a S.M. di accordargli al fine di poter onestamente sussistere sul finire dei suoi giorni. Lo spazio di soli 16 anni di servizio non sarebbe un forte titolo per lui ad aspirare ad un conveniente riposo, ma il soggiorno per un simile tempo tra una nascente popolazione, ed in luogo per così dire, deserto, ristretto, ed isolato sembra che gli suffraghi a poter meritare la Regia grazia. Egli con tal riposo verrebbe a perdere le £. 400 di cui vorrà godere il successore. Questi sul principio del suo impiego, e pendente la vita del Mossa, potrebbe contentarsi di tal pensione ecclesiastica, oltre una razione di pane, nel qual caso non verrebbe ad aggravarsi di troppo la Regia Cassa”. Non siamo in grado di stabilire con certezza il ‘livello’ del trattamento economico del parroco Mossa (beneficiario di un doppio compenso, da Regio cappellano e da parroco), soprattutto in riferimento al ‘potere d’acquisto’ del denaro del tempo. C’è tuttavia da ritenere che non doveva essere modesto se, come è affermato nel dispaccio, il parroco Mossa, pur di andare in pensione, sarebbe stato disposto a rinunciare (tra quello ‘governativo’ e quello ‘diocesano’) ad oltre la metà dei suoi introiti. D’altra parte, e qui un confronto ci pare attendibile, appena 4 anni dopo, per i fatti d’arme del 1793, al nocchiere Domenico Millelire fu accordato dal Re, oltre alla medaglia d’oro, anche “il trattenimento di £ 300” e al fratello Agostino furono “accordate £ 200 annue”. Comunque sia in un nuovo dispaccio viceregio indirizzato alla Segreteria per gli affari di guerra e marina presso Sua Maestà in Torino, datato 13 giugno 1789, così si afferma: “Ho scritto al Sig. Comandante delle Isola Intermedie che ove il Sacerdote da lui suggerito per succedere dell’attuale Cappellano Giacomo Mossa abbia i necessari requisiti, e voglia contentarsi di rimanere come aggiunto in sollievo del detto Cappellano con l’annuo assegnamento di £. 300 di Piemonte ed una razione di pane, me lo accenni, mentre io ve lo stabilirò, siccome mi riservo di fare, o di lui, o di altro Sacerdote, che aspiri alla sopravvivenza di detto Cappellano a seconda del regio permesso da Sua Maestà compartitomi, il che non vi è dubbio, che non ecciterà anche la dovuta riconoscenza degli Isolani della Maddalena per vantaggio che loro si va a procurare di aver l’assistenza di due Ecclesiastici”. Una volta destituito, il Gallone presentò al Consiglio Comunitativo il “libro di sua gestione”, giudicato “corretto” dallo stesso Consiglio, contrariamente – evidentemente – alla opinione del parroco il quale, sempre secondo la lettera del Consiglio Comunitativo, alla Chiesa maddalenina “giammai à datto recuperare un lume, neppure una candela per accendersi”. Il Consiglio, ricordato che il pulpito “che oggi in questa Chiesa esiste fatto da sue spese, e dalla sua pietà”, si appella quindi al Viceré, non solo per la reintegrazione del Gallone, ma anche per il riconoscimento del proprio diritto alla nomina dell’amministratore. Il documento, datato 12 ottobre 1797, reca “il segno di croce” del sindaco Battista Millelire e dei consiglieri Giò Battista Pittaluga, Matteo Coltolo e Michele Costantino. Porta invece la firma di Chirigo Zonza, consigliere, unico “letterato”del Consiglio. Alla lettera non fece seguito alcun provvedimento. In calce alla stessa è infatti annotato, a firma del Viceré Marchese Filippo Vivalda, con data Cagliari 10 novembre 1797, che “Avendo già provveduto Monsignore Vescovo d’Ampurias colla reintegrazione del predetto Galloni all’ufficio di cui si tratta, non si fa luogo ad alcuna provvidenza”. Dell’episodio descritto conosciamo solamente la versione – di parte, critica e polemica – del Consiglio Comunitativo isolano. Sarebbe interessante conoscere anche quella del parroco Mossa, per avere un quadro completo, di riequilibrio, della vicenda. Anche se la reintegrazione del Gallone, decretata pochi mesi dopo dal vescovo di Ampurias e Civita mons. Antonio Arras Minutili, contro il provvedimento del parroco, lascia intendere non poco sulla vicenda. Don Giacomo Mossa, parroco di Santa Maria Maddalena dal 1773 e Regio Cappellano militare, già dal 1789 aveva chiesto la propria “giubilazione”, ma solo alla fine di settembre del 1799 (due anni dopo la vicenda narrata) lasciò La Maddalena rientrando a Calangianus, suo paese natale, dove morì l’11 ottobre dello stesso anno, all’età di 65 anni (come risulta nell’archivio parrocchiale di Calangianus). Del Mossa si sa che pochi mesi prima, in data 4 luglio 1799, con testamento, delegava il fratello a ritirare i frutti dei suoi possedimenti per pagare le spese per “le scuole pubbliche cioè la scoletta, la scuola mista dei rudimenti fino alla sintassi e quella di umanità e retorica”, scuola che fu istituita a Calangianus, e che funzionò per alcuni anni all’inizio dell’ottocento.

15 aprile

Nel 1788, le intemperie (in modo particolare la permanenza di vento secco, come ricorda un rapporto dell’intendenza del 15 aprile 1789 sono all’origine di un cattivo raccolto di cereali, (orzo soprattutto), particolarmente evidente nella provincia di Ajaccio. Con diverse gradazioni, tuttavia, le zone più colpite dell’isola sono la Casinca, la Castagniccia, il Nebbio, il Capo Corso, Bastia, la zona di Corte, la provincia di Vico, il Sartenese, Bonifacio. Il cattivo raccolto porta delle conseguenze molto più serie rispetto alle crisi che colpiscono in quel periodo la Francia e l’Italia. In Corsica, la situazione e aggravata da un inverno rigoroso, insostenibile per il bestiame. Malgrado interdizioni e multe, i contadini del Bozio (zona di Corte) sono costretti a tagliare per tutto l’inverno delle frasche per nutrire le bestie, minacciate dalla carestia.
Il cattivo raccolto si trasforma rapidamente in carestia, sotto l’effetto di meccanismi legati più ai rapporti sociali ed all’atteggiamento contraddittorio dell’amministrazione reale, che al clima. Intendenza e subdelegati tentano di frenare una speculazione ed un rialzo dei prezzi che gli appaltatori della tassa, i grandi proprietari ed i grossi commercianti (di Bastia soprattutto) nutrono e rinforzano sulla base anche del gioco delle istituzioni fiscali e delle decisioni governative. Si può, grazie soprattutto al lungo rapporto dell’intendenza dell’aprile 1789197, delineare il carattere generale di questo processo. Inquieti, fin dall’ottobre 1788, per la situazione delle regioni di Ajaccio e di Vico198, l’amministratore ed il subdelegato generale si sforzano di inviare orzo e castagne in enormi quantità in diverse zone della Corsica. Nel gennaio 1789, essi tentano anche di vietare le esportazioni fuori dall’isola. I Nobili Dodici si oppongono invocando la necessita, per gli appaltatori detentori delle scorte, di esportare e vendere ad alto prezzo per pagare la Cassa della Corsica. I grandi commercianti di Bastia, alla fine dell’inverno 1789, appena il mare si calma, spediscono in fretta delle grandi quantità di castagne a Livorno, dove il grano e carissimo. Nel Capo Corso, che si era rifornito in Italia (via Livorno)… si riesporta in Provenza per approfittare degli alti prezzi di Tolone (dove domina la carestia). Premi e direttive pubblicate dall’amministrazione reale incitano ad andare in questa direzione.
Insomma, le derrate scarseggiano ed i prezzi aumentano in Corsica, in marzo ed aprile, nelle zone di Ajaccio, Vico, Bonifacio ma anche in quelle di Bastia, di Corte, del Capo Corso e di Calvi. Gli appaltatori corsi accumulano scorte aspettando che i prezzi si impennino ancora, per vendere ciò che non hanno esportato; essi realizzano dei profitti mentre la carestia e la mancanza di sementi diventano ossessive per le
famiglie povere delle pievi attorno a Bastia, Ajaccio, Vico, Corte. Questi fatti sono testimoniati dalle richieste d’aiuto a Souiris, subdelegato di Ajaccio199: questo personaggio decide, verso la meta di aprile del 1789, di bloccare l’aggravamento della carestia con l’invio di navi finanziate dai commercianti di Sartena e soprattutto di Bastia, e con l’acquisto del carico di due barche armeggiate ad Ajaccio. In realtà le sue azioni sono dettate più dalla paura delle sommosse popolari che dal senso dello Stato.
In generale, l’amministrazione reale sembra voler frenare ogni misura che trascinerebbe la caduta dei prezzi in poco tempo. Un’inchiesta della municipalità di Bastia (del marzo-aprile 1790) e la corrispondenza delle autorità dell’Ancien Regime mostrano che l’editto del Consiglio del 9 maggio 1789, che accordava dei premi a chi esportava delle derrate in Corsica, non e stato pubblicato, ne affisso nell’isola, ≪sotto pretesto che prima che l’ordinanza giunga in Corsica, il paese era approvvigionato, il raccolto di orzo già fatto, quella di grano imminente”. Il paese viene rifornito cosi poco e cosi male, che il timore della carestia si manifesta frequentemente nella zona di Bastia per tutta l’estate e l’autunno del 1789.
Anche ad Ajaccio, all’inizio del mese di agosto 1789, mentre si aspetta il nuovo raccolto, l’inquietudine e l’emozione sono ancora cosi vivi che la popolazione cerca di opporsi con la forza alla partenza per Rogliano di due barche capocorsine cariche di cereali.
Le conseguenze della carestia sono gravi: si inaspriscono tutte le contraddizioni dei rapporti sociali derivate dalle confische dello stato e dei grandi proprietari sul reddito contadino. In un periodo di forte carestia, di accaparramento, di speculazione, questi processi di sfruttamento sono obiettivamente più pesanti; sono sentiti dai contadini in maniera ancora più insopportabile.
La tassa diretta (non dedotta dalle sementi) diventa sempre piu difficile da pagare.
Nella primavera del 1789, in Balagna, nel Nebbio, in Casinca, in Castagniccia, nel Rostino, nella provincia di Ajaccio, i contadini sono costretti a chiedere degli anticipi in sementi agli appaltatori, anticipi da rimborsare a tasso d’usura e con le more della tassa non pagata. Nell’agosto e nel settembre 1789, gli appaltatori premono sulle guardie per fare ritirare la tassa con la forza; i contadini devono pagare anche le decime. Peraltro, l’azione delle tasse sul commercio continua a farsi sentire: esse irritano la borghesia e sono considerate responsabili del rialzo del costo della vita per le masse popolari.
In questo contesto di impoverimento della maggioranza dei piccoli contadini, gli abitanti di alcuni villaggi (e il caso a Tralonca e di Santa Lucia di Mercurio nel Cortenese) invadono i boschi in inverno per tagliare la frasca ed evitare la moria del bestiame; il mantenimento delle pratiche pastorali diventa vitale. La repressione si amplifica: le multe per reati agrari e forestali si moltiplicano e si aggiungono a quelle dei periodi anteriori. Questi prelievi, impossibili da pagare, contribuiscono ad esasperare (negli attuali dipartimenti di Bastia, di Corte, di Ajaccio e nel settore di Bonifacio) la collera popolare. Si riscontra un analogo appesantimento della situazione (che, in numerose pievi, si unisce ad altri fenomeni) per le tasse devolute ai conti, ai marchesi ed agli altri concessionari dei grandi domini: tasse come il terratico e l’erbatico pesano su terre che i contadini giudicano di loro appartenenza; la mediocrità dei raccolti e la carestia, rendono ancora più insopportabile il pagamento di tasse ai Signori.
L’alto costo della vita crea problemi anche per il pubblico impiego: si ravvivano le rivendicazioni dei pescatori, dei marinai (sottomessi alle tasse per uso boschivo), degli artigiani delle corporazioni di Bastia e di Ajaccio. La collera per la concorrenza dei pescatori napoletani, per l’impiego di stranieri (cioè di individui che non sono ne corsi, ne francesi e risiedono in Corsica) sulle barche (particolarmente le navi postali) si esaspera. A Bastia, sarà uno dei temi principali dell’assemblea generale rivoluzionaria del 14 agosto 1789. L’alto costo della vita e la carestia acuiscono anche il problema del lavoro nei campi. Il subdelegato di Ajaccio segnala l’esistenza, nelle pievi vicine, di centinaia di capifamiglia costretti a cercare lavoro salariato per sopravvivere: l’esercito li costringe a costruire strade e ponti ed a lavorare gratuitamente nei vigneti del Demanio. Souiris si rallegra di questa situazione perché obbliga numerosi piccoli contadini a lavorare a basso costo, favorendo gli interessi dei grandi proprietari, costretti a pagare profumatamente i lavoratori specializzati.

5 maggio

A Versailles si riuniscono gli Stati generali.

8 luglio

Le buone notizie sull’andamento del raccolto consentono di autorizzare l’esportazione dall’isola di 100.000 ettolitri di frumento.

14 luglio

La sfaldatura politica tra le classi sociali apparve chiaramente allo scoppio della Rivoluzione francese. In Corsica, a differenza di quanto accadeva in Francia, pochi segni lasciavano presagire un profondo cambiamento politico: i notabili si lamentavano, già prima dell’89, di essere tenuti all’oscuro degli affari della nazione. Un documento del 1788, che riassumeva le lamentele della Corsica, si limitava a reclamare il ritorno dell’isola sotto la tutela del Département de la Guerre, richiesta esaudita nell’agosto di quell’anno. I notabili corsi deputati agli Stati Generali insistevano per far affermare solennemente «il carattere costante, fisso, ufficiale, definitivo, stabile, irrevocabile» dell’unione dell’isola alla Francia, per far tacere le voci persistenti su un imminente ritorno della Corsica a Genova. Quando apparve orma evidente, alla convocazione degli Stati Generali del 1789, che la Corsica sarebbe stata rappresentata come tutte le altre province francesi, a parità di diritti e di riconoscimenti, scoppiò l’entusiasmo dei rappresentanti: l’assimilazione alla nazione francese aveva, in tal senso, un riconoscimento ufficiale.
Gli avvenimenti in Corsica andarono ben più velocemente di quel che credeva la classe dirigente: si passò dalla Monarchia alla Repubblica con una dinamica rivoluzionaria tipica della struttura sociale e politica dell’isola, sebbene in modo conforme al processo generale del paese: Gli isolani seguivano con un’attenzione crescente, con una specie di fiero entusiasmo, gli avvenimenti della Francia. Qualcuno si inquietava per le voci ricorrenti di una nuova cessione dell’isola a Genova, ma, al di là dei timori del Gouverneur, non avvenne alcuna sommossa generale. L’organizzazione rivoluzionaria era stata introdotta in Corsica da alcuni repubblicani, tra cui il più noto era il giovane Bonaparte: quest’ultimo, tornato nell’isola nel settembre 1789, si era attivato per la formazione delle milizie civiche e delle guardie nazionali. Bonaparte denunciava gli intrighi dell’amministrazione, formata da «avventurieri che vengono nel nostro paese solo per arricchirsi e lasciare l’esempio di un lusso sfrenato» e raggruppava, attorno al fratello Luciano e a suo zio Fesch, i notabili ajaccini per formare la nuova guardia nazionale. Lo stesso accadde a Bastia, grazie all’intervento di Saliceti. L’esempio delle due città principali contagiò, progressivamente, il resto dei villaggi dell’isola. Francesco Gaffori, nominato nel frattempo commissario per il Diladamonti, comprese che l’agitazione stava prendendo l’aspetto di una nuova rivoluzione ed abbandonò precipitosamente Ajaccio, mentre nell’isola scoppiavano dei moti spontanei in cui si mescolavano i rimpianti dell’antica nobiltà, le aspirazioni repubblicane, i sentimenti antifrancesi e le tradizionali rivendicazioni dei pastori-coltivatori. Tuttavia, la maggioranza della classe dirigente isolana era unita alla Francia da troppi interessi e si rivolse ai deputati eletti agli Stati Generali per far confermare la Corsica come «parte integrante dello Stato».

21 luglio

Guidati dal parroco, gli abitanti di Thiesi, importante villaggio del Capo Settentrionale, si ribellano al feudatario don Antonio Manca duca dell’Asinara.

agosto

Il periodo estivo ci riporta alla eterna mancanza di acqua della nostra isola, il Consiglio da presieduto da Giovanni Battista Millelire, promosse la realizzazione della fonte di Cala Chiesa, impegnando notevoli somme richieste ai cittadini attraverso una dirama (oggi la chiameremmo tassa di scopo) con la quale si finanziavano le spese comunali. Il lavoro, che veniva affidato, con convenzione, al cannoniere muratore Domenico Porro, doveva comprendere, oltre alla fonte vera e propria per il rifornimento dell’acqua da bere, anche un lavatoio e un bacino di raccolta che garantiva una vasca “per beveraggio degli animali”. Nello stesso anno, in modo forse velleitario non consentito a una civica amministrazione, cercò di difendere, peraltro senza molta fortuna, la dignità del Consiglio Comunitativo di fronte alla prepotenza del comandante militare dell’epoca, che aveva minacciato di mettere in prigione i consiglieri e di tenerveli a suo piacimento: inutile dire che alla vibrata “supplica” inviata al Viceré, questi non diede alcuna soddisfazione al Consiglio, evidenziandone il ruolo secondario a fronte del potere militare.

4 agosto

Tutta la Francia insorse e il 4 agosto 1789 l’Assemblea Nazionale proclamò l’abolizione di ogni diritto feudale, il 26 dello stesso mese fu approvato un documento contenente la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”. L’assemblea preparò poi una costituzione e, per fronteggiare una difficile situazione economica, si espropriarono tutte le terre del clero per porle in vendita e si stabilì che vescovi e parroci sarebbero stati eletti dal popolo e retribuiti dalla stato: di conseguenza ogni ordine religioso fu abolito. Luigi XVI, considerata la situazione, nel giugno 1791, cercò scampo nella fuga ma fu fermato allo frontiera con il Belgio e costretto agli arresti domiciliari, in aprile la Francia entrò in guerra con l’Austria e, il 21 settembre, fu proclamata la repubblica.

novembre

Il Cotrammiraglio Tommaso Condulmer scrive: «Dal summentovato Contrammiraglio [Condulmer] avendo io inteso , che i Tunisini preparassero qualche sbarco nell’Isola Maddalena ne prevenni subito confidenzialmente quel Sig. Comandante [il comandante militare dell’Arcipelago maddalenino, o forse, il comandante delle mezzegalere ed unità minori lì basate], acciò si stasse nella dovuta vigilanza, e nell’avermi egli assicurato, che quei bravi ed attenti Isolani stanno sempre pronti, e preparati per ben ricevere i Corsari mi ha nel tempo istesso fatta istanza di inviarle un rinforzo di Artiglieria, e di munizioni da guerra per meglio assicurare la loro difesa contro grossi bastimenti, che si diceva essersi armati dalla Reggenza di Tunisi. Benchè io sia persuaso, che almeno per quest’anno avrà questa deposto un tal pensiero, tutta volta dopo aver sentito il Sig. Maggiore d’Artiglieria Belly intorno alla suddetta richiesta mi sono determinato a far passare alla Maddalena colla partenza, che va a fare la R.a Mezza Galera la B.(eata) Margherita, la quale deve invernare ai Carruggj [altro nome settecentesco delle Isole Maddalenine] li 4 cannoni dismessi dalle R.e Mezze Galere, a cui sonosi surrogate le Carronade, e due spingarde coi loro attrezzi, e munizioni da guerra ».

4 novembre

Il nobile Giovanni Maria Angioy, dinamico imprenditore, magistrato della Reale Udienza e docente di Pandette all’Università di Cagliari, trasmette a Torino una relazione sulle possibilità della coltura del cotone nell’isola.

8 novembre

Da una lettera del Viceré apprendiamo: «Dal Contrammiraglio Condulmer avendo io inteso, che i Tunisini preparassero qualche sbarco nell’Isola Maddalena ne prevenni subito confidenzialmente quel Sig. Comandante (il comandante militare dell’Arcipelago maddalenino, o forse, il comandante delle mezzegalere ed unità minori lì basate), acciò si stasse nella dovuta vigilanza, e nell’avermi egli assicurato, che quei bravi ed attenti Isolani stanno sempre pronti, e preparati per ben ricevere i Corsari mi ha nel tempo istesso fatta istanza di inviarle un rinforzo di Artiglieria, e di munizioni da guerra per meglio assicurare la loro difesa contro grossi bastimenti, che si diceva essersi armati dalla Reggenza di Tunisi. Benché io sia persuaso, che almeno per quest’anno avrà questa deposto un tal pensiero, tutta volta dopo aver sentito il Sig. Maggiore d’Artiglieria Belly intorno alla suddetta richiesta mi sono determinato a far passare alla Maddalena colla partenza, che va a fare la R.a Mezza Galera la B.(eata) Margherita, la quale deve invernare ai Carruggj – altro nome settecentesco delle Isole Maddalenine – li 4 cannoni dismessi dalle R.e Mezze Galere, a cui sonosi surrogate le Carronade, e due spingarde coi loro attrezzi, e munizioni da guerra ». In effetti, come raccontano le cronache, siamo nel momento in cui il Bey ha armato ben 60 navi tra cui un vascello acquistato dalla Svezia, e comunque si citano le parole del Sant’Andrea per sottolineare quali conseguenze potevano avere per la Sardegna, la sua difesa e la sua Marina Regia gli avvertimenti di un Contrammiraglio dell’amica Serenissima. La cattiva stagione del 1790 passò, ed il 21 maggio, da Cagliari si poteva scrivere che, la domenica precedente, al comando di Condulmer, dopo un viaggio di 29 giorni con partenza da Malta, era arrivata nel porto cittadino una squadra composta dalla nave Sirena da 64 cannoni e con 400 uomini a bordo, dalla fregata Pallade (32 cannoni, 250 uomini) e da 2 galeotte. Passando in acque tunisine, le navi avevano predato una tartana già di proprietà di Cristiani, e la si era spedita a Malta con un lasciapassare francese, per rivenderla. Le navi d’alto bordo ripartivano la notte del 26 maggio mentre le due unità sottili raggiungevano l’isola di San Pietro per operare a difesa della Costa Occidentale, di conserva con una mezzagalera sarda, la Santa Barbara. A fine luglio ’90, un bastimento mercantile riportava in Sardegna numerosi Carlofortini che avevano lavorato nelle tonnare della Tunisia, e che dovettero passare la quarantena a bordo della stessa nave. Fu qualcuno di loro, o forse il patrono dell’imbarcazione, a divulgare la notizia che “nella rada di Tunisi, verso Sfax due mezze galere Veneziane … hanno battuto un armamento di cinque legni Barbareschi, fra’ quali una barca, e delle mezze galere numerose di gente, che si era fatto uscire colla vista di sorprenderle all’improvviso, volendosi, che gli Schiavoni [evidentemente, le truppe imbarcate] benché di molto inferiori abbiano fatto un’orrenda strage di Musulmani, che hanno dovuto retrocedere, e mettersi in salvo, avendo i Veneziani avuti che 18 circa feriti » scriveva il Viceré, che da gennaio non era più il Sant’Andrea, ma Vincenzo Balbiano. E proseguiva dicendo che, il lunedì appena passato, erano giunti a Cagliari il vascello la Sirena (64 cannoni e 400 uomini) «e la Fregata la Palade ambi uniti sotto gli ordini del Sig. Cav. Condulmero, il quale per la prima volta spiegò quì il distintivo di Vice Ammiraglio». Le due navi vengono dall’isola di Favignana, vicina a Marsala, e devono ricongiungersi alla flotta in Tunisia. Condulmer dice al Balbiano di non aver per ora ricevuto una relazione del combattimento tra le due unità sottili sue connazionali ed i 5 barbareschi. Le due navi ripartivano pochi giorni dopo, di notte, ed il Balbiano ricordava ”gli splendidi divertimenti e pranzi” offerti dagli ufficiali di Condulmer alla nobiltà locale. Breve ritorno di Condulmer, si direbbe solo con la Sirena, in settembre, con provenienza da Livorno, per due giorni con destinazione finale Trapani. Il 18 ottobre, partite da Porto Farina e da Tripoli, dopo una navigazione di 66 giorni, gettano l’àncora a Cagliari le galeotte Amazzone (10 cannoni e 110 uomini) e Diana (12 pezzi e 90 uomini). La squadriglia, comandata dal Brigadiere Donat Cleva, dato che ha lasciato da tanto tempo le coste africane, viene ammessa immediatamente a pratica. Si viene a sapere che sono queste le galeotte che, in luglio hanno sostenuto il combattimento vittorioso contro dei legni tunisini che ora si afferma fossero 6, con 1.200 uomini a bordo, e con perdita non di 18 feriti ma di 17, compreso il comandante della Diana, più un caduto. Quasi a fine anno 1790, un incidente che rischia di aver conseguenze molto serie. Il 3 dicembre, Balbiano, dopo aver riferito della breve presenza a Cagliari di 2 fregate dell’Ordine di Malta, scrive: «La notte del 24 entrarono in questo stesso Porto la nave la Sirena Veneta comandata dal noto Vice Ammiraglio Sig. Cav.e Condulmero con la fregata la Pallade della stessa Nazione provenienti da Trapani. Essa nave o sia per l’oscurità o per forza del vento, od altro andò ad arenarsi verso l’imboccatura del ponte della Scaffa [un ponte che tuttora passa sopra lo stagno cagliaritano di Santa Gilla, vicinissimo al mare] e per disimpegnarla convenne disarmarla delle artiglierie, e munizioni. Con molta fatica di tre giorni poté la medesima mettersi a gala [sic], e la fregata ruppe e perdette il timone.» Nella stessa lettera, il Viceré scrive che un “armamento Tunisino, che giusta la prevenzione , che se ne avea comparve nei carruggj coll’idea forse di attaccare le R.e mezze galere, e andò non saprei, se pel tempo o per procurarsi notizie di queste a rifugiarsi parte in Porto vecchio di Corsica e parte in Bonifacio”: dal che, avvisi di attenzione e di allarme a Gaetano Demay che comanda appunto i “Regj legni” basati a La Maddalena. La Pallade dovrà quindi sostare nel porto, nel quale, lamenta giustamente il Balbiano, manca ogni tipo di materiale che possa servire, per esempio, a ricostituire l’armamento di una nave disalberata, ed il timone per la fregata dovrà essere spedito da Trapani, mentre la Sirena può partire per Malta il 7 dicembre ’90. Le galeotte Amazzone e Diana che erano partite, alla notizia della presenza di corsari tunisini a Nord delle Bocche di Bonifacio, verso l’Isola di San Pietro in dicembre, vi erano state trattenute da “I tempi assai burrascosi” sino a poco tempo prima e solo da poco avevano potuto far di nuovo vela e dar remi verso il Golfo degli Angeli. Fatta una tappa che si sperava breve tra Teulada e l’Isola Rossa, «una di esse, cioè la Comandante venne dalla furia del vento, e delle onde spinta contro la suddetta Isola, e sfasciata, essendosi però potuto salvare tutto l’equipaggio, benché alcuni di esso si trovino danneggiati nelle braccia, e nelle gambe: quanto agli effetti, ed attrezzi poco si è potuto recuperare dal sofferto naufragio. Trovandosi ancora qui la fregata di detta Nazione La Pallade, che aspetta da Malta il timone, il di lei Comandante di concerto col Sig. Brigadiere Cleva Donà, che già comandava le suddette due mezze galere hanno subito fatto noleggiare un battello per andar a raccogliere l’equipaggio del legno naufragato, ed io non lascio di ordinare al Deputato di Sanità di Teulada di fargli prestare ogni soccorso, ed assistenza. Trovandosi l’equipaggio suddetto in pratica non è occorso dare disposizioni per cautela della pubblica salute, e ciò eviterà, che il Regno non sia assoggettato a quarantena informandosi di quest’accidente i Magistrati esteri». La Pallade riceverà il suo timone nuovo, recapitato da Trapani da un legno privato, ma armato in corso e mercanzia, con equipaggio di 50 elementi, e, la notte dell’11 marzo, le due navi salpano di conserva per la Tunisia. Alla stessa data, il Viceré Balbiano comunica a Torino di aver esortato svariati commercianti cagliaritani a creare un magazzino “di matura” (francesismo per indicare l’alberatura delle navi, estensibile anche ad altre attrezzature di bordo) che serva i numerosi bastimenti che approdano a Cagliari, con vantaggi per entrambe le parti, fornitori e consumatori.

30 novembre

In seguito ad un dibattito confuso, su proposta del deputato Saliceti, l’Assemblea Nazionale approvò il 30 novembre il seguente testo: «L’Assemblea nazionale dichiara che la Corsica fa parte dell’Impero francese, che i suoi abitanti devono essere regolati dalla stessa costituzione degli altri francesi, che, da ora, il Re sarà supplicato di farvi pervenire ed eseguire tutti i decreti dell’Assemblea Nazionale». A questo testo venne aggiunto un emendamento proposto da Mirabeau e da Saliceti: l’articolo autorizzava il ritorno di tutti gli emigrati, tra cui Pasquale Paoli. La Corsica era in festa: Bonaparte decise di non pubblicare più la sua lettera sulla Corsica, mentre la Repubblica di Genova osservava con sospetto gli avvenimenti dell’isola. L’attaccamento dei corsi alla Repubblica francese era più legato alla speranza di una rivoluzione sociale, che all’idea di patria. Le considerazioni di alcuni storici francesi, come Villat, Diani e Defranceschi, che hanno sottolineato la spontanea adesione dell’isola alla Francia, sembrano delle forzature a posteriori. L’isola soffriva una dominazione straniera, così come era successo con il governo di Genova. Non esisteva unanimità nell’integrazione, così come non era esistita unanimità nell’accettazione della conquista francese. Oltretutto, gli stessi personaggi che avevano tratto i maggiori benefici dall’occupazione e dalla politica d’assimilazione della Monarchia, non provavano alcun entusiasmo davanti al capovolgimento degli avvenimenti. Si trattava, ancora una volta, di una sfaldatura generale delle classi sociali complicata, in Corsica, dallo spirito di partito. Tra i rivoluzionari ed i notabili isolani esisteva un fossato troppo grande e lo stesso clero era reticente o addirittura ostile alla Repubblica. Se la Rivoluzione, in Corsica, è stata vissuta come una sconfitta, non lasciando quasi nessuna traccia, è per colpa dei numerosi personaggi che hanno parlato e legiferato di principi innovativi, senza averli introdotti nel contesto isolano. Filippo Buonarroti ne aveva perfettamente coscienza, quando denunciava il «diabolico spirito di partito e l’attaccamento ad un capo o ad un clan», che è stato il freno maggiore al successo della Rivoluzione. A seguito dell’approvazione del decreto del 30 novembre 1789, che aveva inserito la Corsica a pieno titolo nella nazione francese e del regio decreto del 4 dicembre 1789, che permetteva a Paoli e agli altri esiliati di rientrare in patria, le elezioni dei deputati per l’Assemblea Nazionale si svolsero nell’euforia generale. La Corsica venne divisa in due Dipartimenti (gennaio 1790), a loro volta divisi in distretti ed in cantoni. Allo stesso tempo furono soppresse le antiche giurisdizioni (Conseil Supérieur) e si decise di eleggere un “Comitato Superiore” (marzo 1790) incaricato di mantenere l’ordine e di predisporre le elezioni. Il potere passava ora ai rivoluzionari: Gaffori non sapeva dove rifugiarsi… e Paoli stava per rientrare nell’isola.

14 dicembre

L’Amministrazione delle Torri versava in cattive acque, per una moria del bestiame nei fondi riservati, che aveva ridotto la rendita di un quarto (7.110 lire sarde). A seguito di sovrane istruzioni, il viceré nominò un congresso per discutere un piano di riforma, che prevedeva di trasferire all’azienda il fondo del regno per le gondole e la gestione dell’Armamento leggero, sostituendo le vecchie e costose mezzegalere con 14 nuove torri da erigere negli approdi ancora sprovvisti di dazio o nei siti in cui si annidavano i pirati. Il Piano per migliorare la difesa del litorale del Regno di Sardegna, letto il 3 aprile 1799 al congresso, prevedeva inoltre un aumento delle paghe dei soldati a 6 denari al giorno (9 lire mensili), inferiori al salario dei braccianti; la somministrazione del vestiario (fornito dalle fabbriche del Piemonte) almeno agli alcaidi e agli artiglieri (con un costo annuo pro capite di 3 scudi e 18 soldi sardi); l’estensione ai torrieri del sistema previdenziale (con ritenuta del 3%) e la delimitazione dei fondi demaniali limitrofi alle torri (per poterne riprendere la coltivazione). Secondo il piano la spesa delle nuove torri sarebbe stata in parte compensata dal vantaggio economico (e fiscale) di poter dimezzare le ronde marittime (composte da 3 miliziotti) da 209 a 103, ossia da 18.810 giornate-uomo mensili a 9.270, con un recupero di braccia per lavori produttivi. Il piano quantificava gli oneri in 95.576 lire piemontesi, di cui 11.451 (= 7.154 lire sarde) per l’aumento di paga e il vestiario, 68.963 per costruire le nuove torri e 15.161 per mantenerle. Nel 1793 fu promosso colonnello delle torri don Giovanni Battista Carroz, già capitano delle torri e maggiore di fanteria dal 1784.