Correva l’anno 1792

La Francia giacobina e rivoluzionaria aveva preso in seria considerazione l’opportunità di intraprendere una operazione di guerra all’indomani dello scacco subito da Vittorio Amedeo III, nella Savoia e nel circondario di Nizza. La spedizione, caldeggiata da più parti, mirava a infliggere un’altra dura lezione ad un sovrano bigotto e oscurantista, comunque contrario tenacemente alla ventata di “Libertà, Uguaglianza e Fratellanza” che aveva preso a spirare da Parigi. L’onda lunga della rivoluzione avrebbe dovuto colpire contemporaneamente i due maggiori poli difensivi della Sardegna, Cagliari e La Maddalena: La prima, sede della Corte d’oltre mare, della burocrazia e del potere finanziario; la seconda, 867 anime, centro nevralgico di operazioni marittime, strategiche e tattiche nel Mediterraneo, cordone ombelicale della Corsica, che per il tramite della sua gente, aveva tenuto in piedi, fino a quel momento, un fiorente contrabbando. Non a caso la prima idea di questa spedizione era stata del bonifacino Antonio Constantini, noto commerciante di grano, deputato dell’Assemblea legislativa, sindaco della cittadella genovese, ed è datata 14 Maggio 1792. Aveva però approvato il progetto, dopo quella data, il Commissario Generale del Dipartimento della Corsica, Cristoforo Saliceti di Bastia e il generale Carnot. Per cui si può dire senza ombra di dubbio che, mentre si dichiarava guerra a Vittorio Amedeo III, il piano di invasione della Sardegna, elaborato già nei minimi dettagli, era da ritenersi operativo a tutti gli effetti. La Maddalena, fino al 7 Dicembre del 1792, non poteva contare che su sei soldati in attività di servizio, essendo gli altri ammalati, e anche a voler mobilitare i maschi adulti, in condizioni di imbracciare proficuamente le armi, non si sarebbero mai superate le quaranta unità. Scarseggiavano inoltre munizioni e vettovagliamento.

8 aprile

Ajaccio non attese l’abbattimento della Monarchia e la fine del potere girondino per manifestare un’opposizione dichiarata alle idee rivoluzionarie. (Il pretesto era minimo: le elezioni degli ufficiali del II battaglione di volontari corsi. Gli intrighi di Napoleone e l’opposizione dei Bonaparte ai Pozzo di Borgo accesero la scintilla di un incendio che covava sotto la cenere. La legge del 3 febbraio 1792 non permetteva agli ufficiali dell’esercito regolare di arruolarsi nei battaglioni volontari, tranne per il grado luogotenente-colonnello. Napoleone, luogotenente dell’esercito regolare, cercava di ottenere ugualmente la nomina: egli si intese con Quenza, comandante della Guardia Nazionale di Bastia, per eliminare Pozzo di Borgo dalla lista dei candidati.) L’elezione di Napoleone e di Quenza, avvenuta con numerose irregolarità e violenze, fece precipitare i rapporti di Bonaparte con Pozzo di Borgo e con Pasquale Paoli, suo protettore. La situazione, tesa ma pacifica, degenerò in moto l’8 aprile 1792, giorno di Pasqua. Gli ajaccini fedeli a Pozzo di Borgo ed a Paoli, la cui ostilità alle idee rivoluzionarie era stata esasperata dalla chiusura del convento dei Cappuccini, inveirono contro le truppe di volontari: durante una rissa, venne ucciso il luogotenente del battaglione. Come rappresaglia, i volontari spararono, il giorno dopo, sulla folla che usciva dalla messa. Questo avvenimento, importante per l’evoluzione del giovane Bonaparte e la storia delle sue relazioni con Paoli, era sintomatico del fossato che si stava innalzando tra i rivoluzionari ed i corsi, attaccati alle loro idee tradizionaliste ed alla loro religione. La cosidetta “Pasqua d’Ajaccio” testimoniava perfettamente anche l’opposizione tra i «paesani» (abitanti dei villaggi dell’interno, dove i Quenza ed i Bonaparte avevano amicizie e parentele di clan) ed i «cittadini» (i borghesi d’Ajaccio, attaccati alle loro prerogative, che infervoravano la propaganda rivoluzionaria di Saliceti e Bonaparte). Infine, dato non indifferente, emergeva sempre più l’ostilità di Paoli per i battaglioni volontari, che egli definiva «intriganti e ladri», mentre Bonaparte, dal canto suo, soprannominava gli ajaccini «cospiratori e briganti». Evidentemente la Rivoluzione stava sempre più contrapponendo, in Corsica, i difensori dell’ordine borghese e gli adepti di una nuova società. Tuttavia nell’isola, rispetto alle altre province francesi, l’atteggiamento verso la religione era diventato la pietra di paragone dei sentimenti rivoluzionari. Quanto al destino personale di Bonaparte, bisogna ricordare che i moti dell’aprile 1792 lasciarono ferite profonde nella memoria degli ajaccini, tanto da giustificare l’atteggiamento ostile della città al momento della caduta del futuro Imperatore.

10 agosto

La situazione generale cominciò a degenerare, nella vicina Corsica, nella primavera del 1792. La fuga del Re ed il suo arresto a Varennes (20 giugno 1791) avevano segnato la fine delle illusioni e dell’«impossibile compromesso» tra la Monarchia e la rivoluzione liberale. L’aristocrazia e la borghesia girondina, che dominavano la nuova Assemblea legislativa, concepivano il ricorso alla guerra contro le potenze straniere come una digressione dalla tempesta rivoluzionaria. La guerra, cominciata nell’aprile 1792 contro l’Austria e risoltasi in una serie di sconfitte iniziali, esasperò l’ostilità dei rivoluzionari verso la Monarchia. A seguito delle forti pressioni delle masse popolari, l’Assemblea votò la deportazione di tutti i preti refrattari ed un nuovo giuramento di fedeltà “alla Nazione” (14 agosto 1792). Queste misure provocarono una viva emozione in Corsica e costrinsero all’emigrazione numerosi sacerdoti, mentre altri si rifugiarono nei villaggi dell’interno. Ormai la rottura tra il clero tradizionalista e la Rivoluzione era inevitabile. A seguito dell’insurrezione del 10 agosto 1792 e con l’avvento del Terrore giacobino, anche la nobiltà progressista fece fronte comune contro la Rivoluzione: l’abolizione, senza indennità, delle entrate feudali e la loro sottomissione a riscatto (25 agosto), oltre al decreto di vendita dei beni nobiliari a favore degli emigrati, sancirono la rottura sociale definitiva. Buttafoco, vedendo la partita definitivamente perduta, decise di emigrare in Italia, seguito da centinaia di altri nobili che avevano già perso (dal settembre 1791) tutti i doni, concessioni, censi e feudi accordati dall’Ancien Régime: le fila degli emigrati di Coblenza aumentava continuamente.

24 agosto

I sindaci di 31 villaggi di Parte Monti, Usellus e Marmilla ricorrono al viceré per l’esosità dei tributi pretesi dal feudatario, lo spagnolo marchese di Quirra.

19 settembre

Il Balbiano riferisce: «Il Capitano di un Bastimento francese proveniente in 14 giorni da Malta, ed approdato nella scorsa settimana a Carloforte ha riferito, che si è colà ricevuta una lettera da Tunisi coll’avviso, che si allestiva un forte armamento di 14 legni equipaggiati di 5000. uomini tra Algerini, e Tunisini per uno sbarco alle Isole di San Pietro, o della Maddalena. Il Bastimento arrivò li 10 corrente, e come che la Squadra veneta, ed un altro legno qui giunti un giorno dopo da Malta, e di Là partito contemporaneamente nulla ci hanno detto di tale notizia, ho luogo a credere, che sia molto esagerata. Con tutto ciò non ho omesso di eccitar la vigilanza de’ rispettivi Comandanti, spiacendomi solo che quel di Carloforte Cav. De Nobili si trovi ora ammalato». Si è riportato quest’ultimo passo della lettera del Viceré anche perché ne traspare la maggior fiducia che si aveva, in quel giro di anni finali del XVIII secolo, nel parere degli ufficiali di questa Marina amica, anche più che nelle informazioni provenienti da fonti, diciamolo pure, ben più vicine al secolare avversario. È comunque un dato di fatto che La Maddalena non avrebbe mai più subito incursioni barbaresche, e che, per un attacco in verità gravissimo, Carloforte dovette aspettare circa 6 anni.

28 settembre

In un momento in cui occorreva essere particolarmente accattivanti stante gli annunciati pericoli del tentativo di invasione gallo-corsa, per consentire l’approvvigionamento di carne era stata abolita la tassa di cinque reali e mezzo che gravava sulla licenza per l’acquisto di bestiame fuori dell’isola. Singolare la motivazione con la quale il comandante Riccio, con una sua lettera diretta al viceré, aveva chiesto l’abolizione del balzello.
Ho fatto sentire a questi popolatori di non lasciare mancare la carne; mi hanno assicurato non potere senza suo pregiudizio per motivo che è permesso il porto di Longo Sardo alli corsi, li quali pagano il bestiame ad alto prezzo e tutti li pastori lo conducono a detto porto …ed essendo ancora obbligati li isolani a pagare cinque reali e mezzo per il biglietto di licenza veruno va a comprare bestiame …e se l’E.V. farà levare detto pagamento di licenza a questi popolatori posso assicurarla che veruno di questi farà contrabbandi. Ed ogni qualvolta che qualche isolano anderà in Sardegna per comprar bestiame od altro li obbligherò di presentarsi a me ed io li munirò di un biglietto di licenza per poter andare in Sardegna a fare accompra di una o due pezza di bestiame o altro spiegato in detto biglietto, fissandole il tempo del suo ritorno acciò non possano farne altro uso”. 
Chiaramente traspare dalla lettera che i macellai maddalenini, che malvolentieri si sottoponevano al pagamento della tassa dell’introduzione del bestiame nell’isola, vi provvedevano in contrabbando o, come più spesso avveniva, utilizzando reiteratamente la stessa bolletta di importazione, di volta in volta opportunamente “aggiustata”. Ed il viceré che ben aveva compreso il suggerimento del Riccio, che in quei giorni stava usando tutta la sua opera di convinzione per indurre gli isolani a resistere all’eventuale attacco francese, con lettera del 19 ottobre 1792, gli comunicava che “…per animare la fedeltà e coraggio di codesti isolani potrà significare al sindaco e al Bailo che mediante una di lei licenza, nel modo proposto nel di lei foglio del 28 settembre, permetto di provvedersi nel regno di bestiame, purchè si trasporti costà e si tenga registro della licenza, per la quale dispenso la popolazione dal pagamento di cinque reali, e ciò sino a nuova disposizione”. Vedi anche: Nel 1843 il sindaco Martinetti si rivolse al Re; “Maestà, dacci il porto franco”

3 ottobre

Il  Re di Sardegna Vittorio Amedeo III di Savoia, dopo essere stato sconfitto dai Francesi ed aver dovuto cedere la Savoia e il Nizzardo, avvertiva il suo Viceré, Vincenzo Balbiano, della possibilità di un imminente attacco francese alla Sardegna. Balbiano non si preoccupò di preparare le difese dell’isola, come invece fecero la nobiltà e il clero, che, assieme ai rappresentanti delle città reali, si riunirono in Parlamento e grazie al contributo finanziario di alcuni ricchi mercanti, misero insieme grandi risorse da destinare alla difesa. Il clero, si impegnò ad infiammare i popolani della città e delle campagne contro “i nemici di Dio”.

7 ottobre

Arrivano le prime informazioni sulla dichiarazione di guerra dei francesi giunsero certamente a La Maddalena, prima che a Cagliari, il 7 ottobre 1792, attraverso un emissario inviato dal console sardo a Livorno. Ne dava notizia il comandante Giuseppe Maria Riccio in una lettera diretta al viceré con la quale gli annunciava: “In quest’oggi, circa le ore quattro dopo mezzogiorno, è giunto in questa della Maddalena sopra una lancia il capitano della speronara, il quale ha detto di essere stato spedito da Livorno dal console Baretti espressamente per portare una lettera diretta all’E.V. di molta importanza e nel medesimo momento l’ho fatto trasportare in Sardegna acciò potesse continuare il suo viaggio. Supponendomi che sia per qualche novità di guerra, come si è fatto intendere detto capitano, ho spedito un espresso in Porto Pollo al cavaliere Costantino con informarlo di detto espresso partito da Livorno”. (Il comandante Riccio era giunto a La Maddalena all’inizio del 1792, proveniente da Castelsardo, in sostituzione del cavalier Raynaldi al quale Balbiano, per il suo comportamento, aveva dato lo scommiato dalle isole. In passato il Riccio era già stato a La Maddalena quale comandante provvisionale guadagnandosi la stima della popolazione e il favore dei superiori. Subito dopo il suo arrivo, nel mese di aprile, aveva ottenuto la promozione a capitano e al termine delle vicende del fallito attacco gallo-corso verrà promosso per meriti di guerra al grado di maggiore.)

12 ottobre

Il Governatore dell’isola, il nobile tempiese Giuseppe Maria Riccio, con una lettera indirizzata al viceré, lo prega di non allontanare dalla Maddalena le due mezze galere Beata Margherita e Santa Barbara, che si vorrebbero trasferire a Cagliari. “Siccome non si può più tener celata la dichiarazione di guerra tra il nostro sovrano e la Francia, devo far nuovamente presente all’E.V. nelle circostanze che in questa ci troviamo vi è una forte vociferazione che li nazionali corsi debbano fare una spedizione per venirsi impadronire di quest’isola. E se le mezze galere si allontanassero sarebbe molto facile, perché in queste circostanze poco vi è da fidarsi delli isolani, essendo tutti apparentati in Corsica e della medesima nazione. Se fosse per andare contro i barbareschi potrei compromettermi di loro in tutte le occasioni, ma contro i parenti e patrioti non lo fanno, e io credo che sarebbero in quell’occasione i nostri primi nemici”.
Lo stesso giorno il Riccio dava analoga notizia al governatore di Sassari lamentandosi dell’esigua forza a sua disposizione, della paventata partenza delle mezze galere e dell’inaffidabilità degli isolani. “Siccome si sono avute notizie che la guerra sia dichiarata tra il nostro sovrano e la Francia, in quest’isola si vocifera fortemente che li corsi faranno qualche spedizione per venire impadronirsi di quest’isola, io mi trovo solo con un distaccamento di diciotto individui, compreso l’ufficiale ed ammalati, dei quali ve ne sono dieci buoni per un combatto, e delli isolani vi è poco da fidarsi per che quasi tutti della medesima nazione ed apparentati con li medesimi, che credo in un occasione di qualche spedizione di Corsica che saranno i nostri primi nemici. Se le mezze galere si trattenessero in questo posto non vi sarebbe a temere, ma si vocifera che debbano far vela verso Cagliari, in qual caso vi sarebbe a temere”. Sarà accontentato.

30 ottobre

La Chiesa sarda si mobilità contro le idee della rivoluzione francese. Con lettere pastorali gli arcivescovi di Cagliari e Sassari esortano i fedeli a contrastare le idee propagandate dai francesi.

31 ottobre

Si pose mano con alacrità al completamento della batteria Balbiano a suo tempo voluta dal viceré Thaone Revel per la difesa contro i barbareschi e rimasta successivamente incompiuta; agli isolani, chiamati a concorrere ai lavori, si fece intendere che era imminente un attacco dei pirati musulmani. Ed il pretesto era ben noto alla corte di Torino tanto che il segretario di stato Di Cravanzana confermava al viceré Balbiano essere priva di ogni fondamento “…la notizia costì datasi, giacchè da più riscontri già prima debilitata, dei supposti preparativi de’ barbareschi per portarsi con ragguardevole armamento verso l’isola Maddalena”. “Con tutto ciò – proseguiva il Di Cravanzana – ha la M.S. gradito sentire che mediante l’opera dell’equipaggio de’ due regi legni di ritorno a quell’isola, ed il lodevole concorso degli isolani stessi, siasi portato con modico dispendio al total termine della nuova batteria colà erettasi per contenere qualunque attentato sbarco degli inimici”. Ma le preoccupazioni del comandante Riccio aumentarono quando Pasquale Martini, proveniente dalla Corsica, annunciò con dovizia di particolari qual’era la consistenza delle forze francesi e quali fossero le loro intenzioni: “…nel golfo di Santa Manza – scriveva al viceré in una lettera del primo novembre – devono giungere giorno per giorno dieci vascelli di linea francesi e venti di trasporto che portano cinquemila francesi per unirsi con diecimila corsi, ed in Bonifacio li hanno già preparato li quartieri, ad al più breve tempo devono portarsi nei littorali di Gallura e fare il disbarco in Liscia e in Porto Pollo, dei quali ve ne sono destinati tre mila per venire a prendere quest’isola, due fregate con qualche feluccone per prendere le nostre regie mezze galere e inviatene dire che se noi faremo solamente un colpo di fucile per la nostra difesa che non ne sarà più dato verun quartiere, e che saremo lanternati, e che conducono seco loro il carnefice espressamente. Io mi trovo a non avere più di dieci o dodici uomini per combattere, degli isolani in quest’occasione non ne posso fare verun capitale per essere tutti apparentati con li corsi, avendomi fatto intendere qualcheduno dei capi che se fosse contro i Turchi combatterebbero dieci contro uno, ma con questi non saprebbe cosa dirmi”. Il Riccio, prima ancora di avvertire il viceré, si era anche premurato, sin dal giorno precedente, di partecipare al governatore di Sassari la notizia portata dal Martini, successivamente confermata da Pietro Cogliolo che era stato allertato da un suo parente in Bonifacio. “…devo dare la confidenziale notizia che nell’istante vengo di ricevere da Bonifacio ed è a momenti che si attendono nel golfo di Santa Manza in Corsica dieci navi di linea francesi e venti bastimenti di trasporto per prendere nella Corsica dieci mila corsi per unirli ad altri cinque mila francesi per venire a fare il disbarco in Lixia e Porto Pollo, e che faranno una spedizione in quest’isola, avvertendosi che veruno ardisca di fare difesa perché ciò sarebbe motivo che abbrucierebbero tutte le case della popolazione e che farebbero un macello della gente, e che la prima cosa è di portarsi appresso il carnefice”.

1 novembre

Le prime notizie sui preparativi che la Francia andava allestendo fin dall’estate del 1792 furono date al Viceré dal Governatore de La Maddalena, che, per vigilare meglio sulle coste avversarie si era organizzato per suo conto una specie d’intelligent service. Egli apparteneva a una delle più antiche famiglie di Tempio, rappresentata nello Stamento militare all’atto del passaggio alla Casa Savoia, e che aveva già dato il più valido contributo per sostenere vittoriose difese contro i precedenti attacchi della Francia. Da giovane era stato un brillante ufficiale del reggimento di Sardegna; poi ritirato già da molti anni, nella città nativa, appunto in riconoscimento delle sue speciali benemerenze e spiccate attitudini, gli era stato affidato il governo della piccola vicina isola, considerata militarmente avamposto di primaria importanza. Nell’anno al quale ci riferiamo contava 67 anni. Epperò aveva quella gagliardia fisica e spirituale propria dei vecchi galluresi. Delle duecento e più lettere vergate con calligrafia chiara e sicura, ch’egli inviò al Viceré Balbiano per sollecitare provvedimenti atti ad alleviare lo stato di abbandono e di povertà de La Maddalena, riportiamo soltanto alcune di quelle riguardanti l’impellente minaccia: Siccome non ai può tenere più oltre celata la dichiarazione di guerra tra il nostro Sovrano e la Francia, devo fare nuovamente presente all’È. V. le circostanze che in questa ci troviamo; vi è una forte vociferazione che li nazionali corsi devono fare una spedizione per venirsi a impadronire di quest’Isola, e se le Mezze Galere si allontanassero sarebbe molto facile . Era venuto infatti l’ordine di trasferire le navi nelle acque di Alghero e fatte presenti tutte le difficoltà che si oppongono a questo movimento, espone anche la preoccupazione che essendo gli isolani (cioè maddalenini) strettamente imparentati coi còrsi si possa contare su di loro come se si trattasse di andare contro li Barbareschi, nel qual caso (già sperimentato) potrei impegnarmi come di me stesso; Io intanto conclude questa lettera rapporto che porta la data del 12 ottobre 1792, con quella poca truppa se si darà occasione resisteremo finché avremo sangue nelle vene, e procurerò di disimpegnarmi con onore. Sebbene la forza sia piccola il coraggio è tanto più grande. Balbiano rispose al Vecchio de La Maddalena com’egli lo chiamava, di stare tranquillo perché non c’era nessun pericolo in vista. Ma il Riccio, il 1 novembre tornò alla carica precisando: Ieri mattina è giunto in questa da Bonifacio il Padrone Pasquale Martini, di quell’Isola, ed ha portato la notizia, e data per certissima, che nel Golfo di Santa Mansa, poco distante da Bonifacio, devono giungere giorno per giorno 10 vascelli di linea francesi, e 20 da trasporto che portano 5.000 francesi per unirsi a 10.000 còrsi. In Bonifacio hanno già preparato li quartieri. Al più breve devono portarsi di un privilegio del quale esse si valsero per dare la più aperta adesione alla causa nazionale. Impersonata dall’Augusta Dinastia di Savoia con quel sentimento di lealtà e di fierezza della vecchia gente, che nella sua tradizione d’onore, ha continuato alto esempio ed imponderabile innata esperienza secolare delle dignità spirituali e sociali profonde, cui gli umani riconoscimenti possono indubbiamente accrescere esteriore decoro, ma nulla aggiungere secondo la generosa aspirazione antica che ambisce più onore che onori. Nel littorale della Gallura, a Porto Polo 3.000 sono destinati a venire a prendere quest’ Isola (La Maddalena), due fregate e qualche feluccone a catturare le nostre mezze galere. Essi hanno inoltre inviatone a dire che se noi faremo solamente un colpo per nostra difesa non ne sarà dato nessun quartiere, e che saremo tutti lanternati (impiccati) e che conducono seco il carnefice espressamente. Nei giorni seguenti comunicava: Ieri sera in presenza del sig. cav. de Costantin, del sig. uff. del distaccamento Barman, e del sig. Bailo, si è presentato il sig. Padron Pietro Cogliolo per dirmi che un suo parente di Bonifacio, il sig. Mattarana, è stato avvertito che ai deve fare la spedizione fra breve. Vedi anche: Fonti e documenti

2 novembre

Il governatore Merli, tuttavia, non sembrò molto convinto della paventata azione dei corsi e rispondeva: “…le notizie statele recate da patron Pasquale Martini combinano, da più o meno, con quelle che si erano già quì avute con qualche bastimento genovese che toccò in Corsica, ma per dirle ciò che ne penso non pare che possa darvisi molta fede, giacché non sembra credibile che possa quell’isola somministrare una forza di dieci mila uomini, e meno ancora nelle attuali circostanze che si sa divisa internamente fra più partiti, onde pare piuttosto probabile che possa questa essere una falsa voce”. Nondimeno il governatore Merli, dopo aver inviato a Tempio il cavalier Manca di Thiesi per predisporre, di concerto con il “regidore” don Gavino Agostino Valentino, la difesa della Gallura, spediva a Cagliari un corriere straordinario per avvertire il viceré. Adagiato nelle mollezze della corte cagliaritana l’imbelle Balbiano non sembrava tuttavia aver ben valutato il serio pericolo. Appena due giorni dopo, infatti, il 3 novembre, indirizzava al comandante delle regie galere De Costantin il seguente messaggio: “Mi scrive il governatore di Sassari de’ timori invalsi dopo la notizia ricevuta da codesto Comandante Riccio che i francesi uniti ai corsi tentar vogliono uno sbarco a codesto capo e fors’anche all’isola. Io son persuaso che le notizie sieno esagerate, e sono dirette a semplice prova del valore della nazione. Ma comunque possano esse aver fondamento, io le replico quanto le ho già scritto, ch’ella non deve muoversi dal posto né cedere mai d’accordo con la guarnigione se non nel caso estremo, quando assolutamente dopo un forte contrasto si vedano insuperabili le forze, e tali da doversi opprimere. Il suo conosciuto zelo, il valor suo ne rassicurano abbastanza”. Al Riccio, poi, il giorno successivo scriveva: “Il governatore di Sassari, nel comunicarmi la lettera ch’ella le ha scritto il giorno ultimo del passato ottobre, mi annunzia le provvidenze che ha opportunamente date per ovviare alla temuta invasione de’ francesi e de’ corsi. Io approvo quanto egli ha disposto, e confermandole quanto le ho scritto in proposito: vale a dire di resistere fino a che non si vedono insuperabili le forze. Oso di assicurarla che non è presumibile per nessun modo che i nemici si uniscano in forze tanto superiori di doversi ridurre a timore”. La visione ottimistica del governatore e del viceré non tranquillizzava però gli isolani; il messaggio loro pervenuto dalla Corsica era fin troppo chiaro, ed ancor più chiaro l’esplicito accenno al carnefice che annunciava giustizia sommaria per coloro che, schierandosi per il re di Sardegna, avrebbero ostacolato la ripresa delle isole e quindi tradito la loro vera patria. Per i pastori delle isole era dunque venuto il momento di decidere la loro sorte e il loro futuro. Stavolta il “Viva chi vince” con il quale si erano sottomessi ai Savoia venticinque anni prima non avrebbe funzionato. La decisione doveva essere una e definitiva: rifiutarsi di combattere contro i corsi o scendere in campo a fianco dei piemontesi. Nell’uno o nell’altro caso il martello era grande almeno quanto l’incudine.

7 novembre

Le notizie provenienti dal lontano continente francese, concernenti la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, l’obbligo di giuramento del clero alla Costituzione (1790), il ghigliottinamento del re Luigi XVI e della regina (1792), potevano impensierire non poco nobiltà e clero sardo, quelle provenienti dalla vicina Corsica, forse opportunamente amplificate, dovettero sicuramente impressionare anche buona parte della popolazione sarda, quella popolazione che dalla Rivoluzione non poteva trarne, forse, che dei vantaggi. Del resto il comportamento delle raccogliticce truppe franco-corse, pronte ad iniziare l’invasione della Sardegna, e dei poco raccomandabili equipaggi delle navi, non lasciavano presagire nulla di buono. I saccheggi, i furti, le devastazioni da questi impunemente compiuti in Corsica davano sicuramente ragione a chi temeva la nefasta invasione dei “senza Dio” e, dai pulpiti, chiamava a raccolta le popolazioni per proteggere, armi in pugno, “i muddheri, i fiddholi, i jesgi”. Una relazione del console Baretti al viceré Balbiano del gennaio 1793 denunciava ad esempio che le truppe rivoluzionarie, “nel partir da Bastia, bruciarono la chiesa degli Angeli, dopo aver abbattuto le statue de’ santi e calpestato ciò che vi era più sacro”. A queste motivazioni a La Maddalena se ne aggiungevano delle altre legate alla peculiarità della propria recente storia. Gli abitanti (circa 800) in gran parte nati in Corsica o figli di genitori corsi, sebbene profondamente legati a quella terra vicina, di là delle Bocche di Bonifacio, nella quale abitavano ancora nonni, zii, cugini, fratelli, della quale parlavano orgogliosamente la lingua e ne conservavano le tradizioni, con l’occupazione militare piemontese e con il passaggio alla nuova condizione di sudditi sabaudi, avevano goduto di una sorta di affrancamento, svincolandosi socialmente ed economicamente dal sistema feudale corso. La condizione di sudditi del Re di Sardegna oltre a proteggerli dal rischio, sempre presente, di incursioni barbaresche, offriva loro alternative di lavoro legate alla presenza stessa di truppe (fornitura di carni, pesce, prodotti agricoli ecc.), alla costruzione di fortificazioni e locali militari, al piccolo cabotaggio legale e di contrabbando (in qualche maniera tollerato dalle autorità militari), o all’arruolamento stesso sui Reali Legni. Indubbiamente dovettero essere forti, sofferti e contrastanti i sentimenti all’interno della piccola comunità corso-maddalenina e più d’una volta, in molti, avrà prevalso, dirompente, il richiamo del sangue. Di ciò erano ben consapevoli sia alla corte viceregia di Cagliari che presso i comandi militari di La Maddalena. Si organizzò una riunione con i capipopolo isolani e alla fine della riunione che si tenne nella casa del Governatore Riccio, i rappresentanti della popolazione promettono lealtà e fedeltà a Re e come pegno della loro sincerità si dicono d’accordo al tempestivo trasferimento delle loro famiglie in Gallura. Nel frattempo, il governatore Giuseppe Riccio, oltre a schierare la modesta una squadra navale comandata dal capitano Felice De Costantin (che nella circostanza dell’assalto assunse poi il comando generale delle operazioni), ottenne per rinforzo della guarnigione un centinaio di uomini del contingente svizzero Courten di stanza a Sassari e di oltre un centinaio di miliziani galluresi. Questi ultimi erano accompagnati ed assistiti dal canonico don Bernardino Pes, giunto a La Maddalena appositamente da Tempio “per incoraggiare ed animare quei volenterosi soldati”, pronti a combattere “per la difesa della nostra santissima religione, piissimo sovrano e patria – e come egli stesso scrisse – disposti a sacrificare la vita in difesa di quel posto”. La scelta di campo dei corso-maddalenini maturò in maniera convincente per i comandanti militari alla fine del novembre 1792 quando, attraverso il sindaco Giò Batta Zicavo ed altri membri del Consiglio Comunitativo, chiesero che, in vista dell’imminente attacco, i loro familiari venissero fatti sfollare in Gallura. Il governatore Riccio, accolta con sollievo tale richiesta che garantiva senza ombra di dubbio la volontà di resistere all’invasore e metteva al riparo da possibili tradimenti (i familiari dei maddalenini potevano all’occorrenza trasformarsi infatti in ostaggi), fece trasferire in Gallura donne, vecchi, bambini ed ammalati, affidandoli alla non sempre impeccabile organizzazione messa su dal canonico Spano Azara che sistemò un centinaio di sfollati a Tempio (tra i quali la stessa moglie del comandante Riccio) ed una cinquantina a Luogosanto.

15 novembre

I maggiorenti di Tempio, riuniti dal Vescovo Michele Pes, scelgono il cavalier Giacomo Manca di Thiesi “Commissario generale di cavalleria del Capo di Sopra” come “Comandante dei capi che andranno coi paesani per occupare i posti ove possa passare l’inimico” Il Manca è tutt’altro che felice dell’incarico, ma non riesce ad evitarlo.

19 novembre

A Parigi la Convenzione approva l’unione dei territori occupati: Nizza e la Savoia, oltre al Belgio e alla Renania tedesca, sono annesse alla Repubblica francese. Nella stessa data, una lettera di Balbiano esprime preoccupazioni per l’arcipelago de La Maddalena: la popolazione dell’unico centro abitato dell’isola era nella sua totalità di origine di Bonifacio, ed ancora molto legata alla madrepatria, e se non era debole la flottiglia di mezzegalere e gondole armate lì basata, bisognava tener conto delle decine di forzati al remo che ne componevano la gente: essi si erano dimostrati valorosi contro i nemici nordafricani, ma c’era da temere che non avrebbero dimostrato la stessa animosità contro i Francesi … Ed il 30 novembre 1792, il Viceré poteva aggiungere che alcuni residenti di Bonifacio, evidentemente di sentimenti amichevoli nei confronti dei Sardi, avevano informato il Comandante militare dell’Arcipelago (l’anziano ma valido Riccio) che nel porto della loro cittadina si attendevano 42 navi francesi e 6.000 soldati còrsi, destinati ad un attacco contro la Sardegna. Le prime navi della repubblica tricolore sarebbero apparse al largo di Cagliari la sera 29 dicembre 1792: erano 4 fregate ed un vascello, le stesse 5 unità che avevano collaborato all’occupazione di Villafranca al comando di Truguet. Misurarono, al buio, la profondità delle acque di fronte al Capo Sant’Elia. Il fuoco di una ventina di fucilieri da terra non nocque loro, ma voltarono presto le prue verso Teulada e la Costa Occidentale: aiutate da altre 36 unità sopraggiunte di lì a poco, avrebbero conquistato le Isole sulcitane (San Pietro e Sant’Antioco), e sarebbero tornate poi in maggior parte nel Golfo di Cagliari dove avrebbero bombardato la città più volte, quindi avrebbero sbarcato 5.000 uomini nel Golfo di Quartu, per tentare di occupare questo villaggio e da lì partire per l’investimento della capitale. Questo stato di guerra sarebbe durato sino al marzo del 1793: ovviamente, in quei mesi, navi militari di potenze neutrali si erano tenute lontane dalle acque sarde.

22 novembre

Il sindaco Antonio Pinto dichiara, che “si sentirono clamori e doglianze per la scarsezza delle acque”, tanto che “andarono a perire i bestiami per non trovar beveraggio a motivo che vari particolari di questa popolazione hanno ardito di rinserrarsi le pubbliche acque”. Si crea una commissione di 4 periti, che scoprono essere state chiuse non soltanto le sorgenti del Collo Piano, ma anche quella di Cala Chiesa, di Padule, di Stagno Torto, di Monte d’Arena e dell’Inferno. Sotto accusa, niente meno, insieme ad altri, Agostino Millelire, Pilota della Mezza Galera “Beata Margherita” e futuro Comandante del Porto, nonché Salvatore Ornano, nome di combattimento “lo Spasso”. Le fonti più importanti verranno comunque recuperate in maniera coattiva all’uso civico.

30 novembre

Una lettera di Balbiano esprimeva preoccupazioni per l’arcipelago de La Maddalena: la popolazione dell’unico centro abitato dell’isola era nella sua totalità di origine di Bonifacio, ed ancóra molto legata alla madrepatria, e se non era debole la flottiglia di mezze galere e gondole armate lì basata, bisognava tener conto delle decine di forzati al remo che ne componevano la gente: essi si erano dimostrati valorosi contro i nemici nordafricani, ma c’era da temere che non avrebbero dimostrato la stessa animosità contro i Francesi … Ed il 30 novembre 1792, il Viceré poteva aggiungere che alcuni residenti di Bonifacio, evidentemente di sentimenti amichevoli nei confronti dei Sardi, avevano informato il Comandante militare dell’Arcipelago (l’anziano ma valido Riccio) che nel porto della loro cittadina si attendevano 42 navi francesi e 6.000 soldati còrsi, destinati ad un attacco contro la Sardegna.

6 dicembre

Sotto l’incalzare delle sempre più frequenti notizie sulle intenzioni dei francesi, il viceré Balbiano, al quale stavolta era giunta sicura notizia che l’attacco sarebbe stato sferrato anche su Cagliari, si risolveva ad emettere il seguente Pregone: “L’ingiusta e non provocata invasione fattasi dai Francesi nel Ducato di Savoja, e nel Contado di Nizza senza preventiva dichiarazione di guerra, ci ha messi nel caso di adoperare le maggiori precauzioni per preservare questo Regno da un simile attentato. Affidati pertanto all’attaccamento di questi Popoli alla nostra Santa Religione, e all’Augustissimo Monarca, e nel valore di cui la Nazione le ha fatte così distinte prove in tante occorrenze, dopo di aver già dato le nostre disposizioni pel buon regolamento di queste coraggiose milizie, e per animare in qualunque caso quelli che saranno in grado di prendere le armi, intenti com’è nostro dovere, alla maggior sicurezza dell’isola e dei popoli alla nostra cura commessi, abbiamo stimato di ordinare quanto in appresso,

Primo. Non saranno più ricevuti nei porti e rade di questo Regno i legni francesi di qualunque spezie essi siano tanto da guerra, che mercantili. Dovranno in conseguenza i Governatori e Comandanti delle piazze e delle milizie, Alcaidi, ed Artiglieri delle Torri, ove si avvicinasse al Littorale alcun legno Francese, ordinare che immediatamente sia respinto colla forza, ed esigendo, che tutti gli abitanti delle Ville, e popolazioni vicine all’avviso che ne avranno, debbano concorrere armati ed adoperare tutti i mezzi onde impedire gli sbarchi.
II – Non sarà permesso ad alcun Francese di qualunque stato, grado o condizione egli fosse di scendere a terra da qualunque bastimento di Bandiera estera se non ne avrà prima ottenuto da noi il permesso.
III – Tutti i Francesi che si sono introdotti nel Regno dopo l’ultimo giorno del 1788 dovranno uscirne senza distinzione di persone colla prima occasione d’imbarco, ed i Governatori, Comandanti, e Ministri di giustizia veglieranno su quest’oggetto dandoci conto di quelli, che saranno obbligati a partire, e di quelli cui fino a nuovo ordine si permette di rimanere, perchè stabiliti nel Regno prima dell’epoca indicata”.
Il Pregone, poi, accordava a tutti i delinquenti latitanti, tranne quelli inquisiti dei reati di lesa Maestà e omicidio, un salvacondotto interino a condizione che si presentassero a “…passare sottomissione di servire in difesa del Regno contro i nemici dello Stato muniti delle loro armi” e ove qualcuno di loro “…in circostanza di affrontare i nemici desse prove distinte di fedeltà e coraggio, proverà gli effetti della nostra particolare clemenza, essendo Noi disposti a fargli anche piena grazia delle pene in cui avesse potuto incorrere”. Gli effetti del provvedimento si fecero subito sentire anche a La Maddalena ove la copia del Pregone pervenne però con una disposizione in deroga allo stesso con la quale si consentiva ai bonifacini di continuare i loro commerci con lo scalo di Longonsardo. Furono espulsi dall’isola tutti i corsi che vi si erano stabiliti dopo il 1788 e allontanate le navi francesi. La deroga concessa ai soli bonifacini, comunità rimasta fedele alla repubblica di Genova, era stata motivata dal fatto che gli stessi, dalle informative che erano pervenute, non avrebbero parteggiato per i francesi e che anzi avrebbero dato avviso ai sardi della paventata invasione. Ma ci volle ben poco a scoprire il doppio gioco dei vicini. Il 15 dicembre 1792, da Tempio, il comandante della guarnigione Battoni avvertiva il viceré: “Essendomi venuto all’orecchio certi discorsi che i bonifacini tengono in quel di Terranova ed ai pastori vicini, animandoli affinché ricevono volentieri i francesi, e a non opporsi loro per niente, e che così loro saranno trattati con affabilità e posti in un intera libertà, temendo che tali insinuanti discorsi possino fare dei partigiani e non sapendo in che maniera ripararvi se non col farne relazione all’E.V. affinché si degnasse di dare quelle provvidenze che crederà necessarie”.

7 dicembre

La Maddalena, non poteva contare che su sei soldati in attività di servizio, essendo gli altri ammalati, e anche a voler mobilitare i maschi adulti, in condizioni di imbracciare proficuamente le armi, non si sarebbero mai superate le quaranta unità. Scarseggiavano inoltre munizioni e vettovagliamento. L’11 Gennaio 1793 giunsero, per pressante richiesta del maggiore Riccio, comandante dell’Isola, due reparti di fucilieri del reggimento svizzero di Courten, di stanza a Sassari. A Cala Gavetta, si trovavano in sosta operativa le vecchie unità della Reale Marina Sarda, tra cui le mezze galere La Beata Margherita, e la Santa Barbara cedute dalla Corte Napoletana nel 1782 e nel 1783, la galeotta, Il Serpente, una piccola nave, le furet, tre gondole. Queste navi, per la verità molto male in arnese (tanto che fin dal settembre del 1792, da Torino era stato dato al Viceré l’ordine di radiarle dal quadro della marina sarda, per costruirne di nuove in sostituzione) contavano complessivamente 363 uomini di equipaggio, ufficiali compresi.

28 dicembre

Sassari capitolava conquistata da un esercito improvvisato di contadini guidata da due esponenti radicali, il notaio cagliaritano Francesco Cilocco e l’avvocato sassarese Gioacchino Mundula. A loro favore e contro gli Stamenti Feudali si augurava il successo alle armi francesi, per tali motivi, nel 1793 erano stati prontamente gettati in prigione. Ciò non di meno, nonostante detti movimenti “angioiniani” e fosse scoppiata una guerra che vedeva contrapposta la Francia rivoluzionaria ad una coalizione europea di cui faceva parte anche il Regno di Sardegna, in Cagliari l’avvenimento principale era costituito dalle polemiche scoppiate tra le dame, in merito alle precedenze dovute nell’assegnazione dei palchi a teatro. Si viveva la totale assenza, dunque, di una propensione all’accoglimento delle nuove idee.

29 dicembre

Il console francese a Cagliari Alphonse Guys viene espulso dall’isola. Nello stesso giorno le prime navi della repubblica tricolore apparvero al largo di Cagliari la sera: erano 4 fregate ed un vascello, le stesse 5 unità che avevano collaborato all’occupazione di Villafranca al comando di Truguet. Misurarono, al buio, la profondità delle acque di fronte al Capo Sant’Elia. Il fuoco di una ventina di fucilieri da terra non nocque loro, ma voltarono presto le prue verso Teulada e la Costa Occidentale: aiutate da altre 36 unità sopraggiunte di lì a poco, avrebbero conquistato le Isole sulcitane (San Pietro e Sant’Antioco), e sarebbero tornate poi in maggior parte nel Golfo di Cagliari dove avrebbero bombardato la città più volte, quindi avrebbero sbarcato 5.000 uomini nel Golfo di Quartu, per tentare di occupare questo villaggio e da lì partire per l’investimento della capitale. Questo stato di guerra sarebbe durato sino al marzo del 1793: ovviamente, in quei mesi, navi militari di potenze neutrali si erano tenute lontane dalle acque sarde. Una nave veneziana, però, vi rimase: era il “bastimento” del Capitano Giovanni Greco o Grego, ora definito brigantino. Di quella flotta francese e di quei bombardamenti sono giunte a noi alcune raffigurazioni, anche piuttosto dettagliate e vivaci, eseguite, appena dopo gli eventi, da autori locali, e presto riprodotte in numerose copie grazie alla stampa. Una di queste panoramiche sul cui sfondo si vede Cagliari attaccata da velieri a tre alberi avvolti dal fumo dei proprî cannoni si intitola: “Assedio e Conbat fatto alla Città di Caglieri in Sardegna dall’Armata Francese il 21 febbrajo 1793 “ scritto ai due lati dello stemma coi Quattro Mori. E, sotto, in corpo minore di stampa: “Fu rilevato a bordo del Brigantino Cap.no Giovanni Grego Veneziano presente il fatto”. L’autore del disegno è invece indicato con “Giac. Tagliagambe del(ineavit)”.
Osservando l’illustrazione, peraltro fornita di una legenda di 20 voci, la nave che si vede in primo piano, indicata dalla lettera F, è appunto il “Brigantino Veneto che rilevò la pianta”: 2 alberi a vele quadre, naturalmente e la gran bandiera di poppa col Leone di San Marco. Data la continuità della presenza del Giasone dopo l’autunno del 1792, e la precisazione successiva che il “bastimento del Capitano Greco” era un brigantino, ce la sentiremmo di confermare anche il nome proprio della sua nave. Sulla quale abbiamo anche, sempre dal Viceré, anche un’altra notizia. Durante la guerra coi Francesi, le uniche forze valide rimaste alla Marina Regia erano costituite dall’”Armamento Leggiero” stazionante a La Maddalena, che peraltro, a fine febbraio potè respingere l’attacco di una flottiglia superiore che sbarcò all’Isola di Santo Stefano qualche centinaio di uomini ed una modesta batteria di artiglieria che inflisse gravi danni alle case del villaggio maddalenino. Le 2 mezzegalere, svariate gondole armate e altre piccole imbarcazioni ben comandate da un ufficiale nizzardo, Felice Constantin, presero il mare, affrontarono le unità nemiche, la cui ammiraglia era una ben armata corvetta, la Fauvette, ed effettuarono un controsbarco alle spalle degli occupanti di Santo Stefano, mettendo nel panico la ciurmaglia franco còrsa che costituiva la maggior parte del corpo di spedizione che corse alle navi, obbligando alla ritirata anche i “regolari” e facendo abbandonare i cannoni all’ufficiale che, al suo battesimo del fuoco, ne aveva diretto il tiro: Napoleone Bonaparte. Questo al Nord dell’Isola. 2 navi d’alto bordo, l’Augusta e la Carolina, erano state catturate intatte a Villafranca da Truguet, e la superstite San Vittorio era comunque lontana dalle coste sarde. A Cagliari altro non era rimasto che poche imbarcazioni che in pace potevano benissimo controllare i mercantili come ora possono farlo le motovedette della Guardia di Finanza o imporre loro la quarantena per motivi di Sanità, ma certo non potevano misurarsi coi vascelli, le fregate, le corvette e le bombarde francesi, e vennero infatti ritirate all’interno dello stagno di Santa Gilla, mentre pochi volenterosi corsari intervennero contro pescherecci o naviglietti che rifornivano di viveri (acquistati in Tunisia) la flotta assediante, ottenendo alcuni successi. Il brigantino di un veterano della Serenissima, quindi poteva rivelarsi, più che utile, indispensabile. Ai primi di marzo, quando già da parecchi giorni i Francesi, sotto l’infuriare di una tempesta di scirocco, e per la reazione delle batterie a mare di Cagliari, della reazione animosa delle truppe regolari e delle Milizie, hanno abbandonato il Golfo, Vincenzo Balbiano scrive di aver spedito il Capitano Greco a Livorno, con copie di propri dispacci.