Correva l’anno 1793

Con la spedizione della Francia alla conquista di Cagliari, del suo golfo e delle Isole Intermedie, La Maddalena e il suo Arcipelago, l’intento era quello di esportare attraverso il veicolo corso, gli ideali della Rivoluzione Francese, puntando sul presunto desiderio della popolazione sarda di liberarsi dal predominio piemontese. Come è noto, il tentativo di invasione fallì, sia al sud che nella parte settentrionale, nelle Isole Intermedie, dove agì il giovane Napoleone Buonaparte, appena nominato luogotenente colonnello in seconda del battaglione delle Guardie Nazionali di Ajaccio Tallano. Ruolo fondamentale nella vicenda ebbero l’atteggiamento, o meglio gli atteggiamenti, che la Corsica tenne nei confronti dell’impresa, anche perché come abbiamo già detto, era l’unico tramite per la Francia appena uscita dalla Rivoluzione e che intendeva rivestire la sua impresa sarda dei principi rivoluzionari di liberazione dall’assolutismo e di ribellione all’Ancien Régime. Figura di rilievo fu, a questo proposito, Colonna Cesari che per dirla con Francioni, in I Franco – Corsi in Sardegna, sperava in una Corsica sotto il protettorato francese, ma comunque libera, un pensiero che cambiò quasi subito. Soprattutto dopo la morte di Luigi XVI, prese le distanze dalla Francia rivoluzionaria, tuttavia, non ostacolò l’attacco a La Maddalena, né si oppose alle richieste del Truguet, contrammiraglio a capo della spedizione, e lo dimostrò inviando delle truppe. C’è di più. La conquista dell’Arcipelago maddalenino fu ritenuta facile, poiché i suoi abitanti furono considerati in blocco corsi, perciò, automaticamente filo francesi. Da La ricerca dell’identità 1792-1794 di Salvatore Sanna, apprendiamo che quando le notizie di un presunto attacco gallo-corso si fecero più consistenti e certe, i maddalenini abbandonarono temporaneamente le loro preoccupazioni su eventuali attacchi barbareschi. Anche i dubbi sull’atteggiamento che La Maddalena e il resto della Gallura avrebbero tenuto in caso di invasione francese, furono subito fugati: tutti mostrarono di essere pronti a respingere l’attacco. Contro ogni aspettativa, i Francesi incontrarono una forte opposizione su tutti i fronti, sia da parte del popolo che delle classi predominanti e della Chiesa cagliaritana e sassarese, che mise a disposizione il proprio tesoro per finanziare la resistenza. Il sud della Sardegna mostrò la sua alleanza e fedeltà al Piemonte che non aveva stanziato alcuna guarnigione nell’isola come, in precedenza, avevano fatto gli Spagnoli; da sempre gli occupanti non temevano alcuna rivolta da parte degli isolani, quasi completamente sottomessi o in condizioni subalterne. 

gennaio 

A seguito dell’intensificarsi delle “vociferazioni” sulla eminanza dell’attacco nemico, si migliorano le difese passive, con il completamento del piccolo forte Balbiano e si provvede a far sfollare le famiglie (donna, vecchi e bambini) verso Tempio e Luogosanto; l’esodo si conclude nell’ultima decade del mese. La esigua guarnigione isolana viene rinforzata con un centinaio di uomini del contingente svizzero di stanza a Sassari e con altrettanti miliziani sardi, in gran parte di Aggius, Calangianus e Luras. Arriva anche un “cappellano” dei miliziani, il tempiese don Bernardino Pes (Birraldinu) cugino del più famoso poeta Gavino Pes (don Baignu). Per procurare armi idonee si dà da fare anche il prete don Luca Demuro, che non esita a condurre trattative con i famigerati contrabbandieri di Aggius. Infine, l’anziano Governatore Riccio pensa sia necessario un simbolo, uno stendardo per galvanizzare la popolazione rimasta. Presto fatto: su un lenzuolo viene raffigurata Santa Maria Maddalena ai piedi della croce e la scritta “Per Dio e per il Re Vincere o Morire 1793”. La bandiera sventolerà, per tutta la durata della battaglia, che si scatena ben presto, sul forte Sant’Agostino, il più elevato del paese. Oggi il vessillo è stato donato al Comune dagli eredi Millelire ed è conservato nell’aula del Consiglio Comunale di La Maddalena. L’arcivescovo di Cagliari, capo dello Stamento Ecclesiastico, non solo spronò insistentemente il viceré Balbiano a meglio predisporre in tutta l’isola migliori ed adeguate difese contro l’invasione rivoluzionaria, ma gli offrì anche un contributo in denaro, garantendogli, se fosse stato necessario, la vendita degli argenti delle chiese di Cagliari. La necessità di opporsi alle truppe rivoluzionarie francesi che, al passo della “Marsigliese”, si apprestavano a sconquassare anche la Sardegna, si rendeva necessario, per la Chiesa sarda, sia per salvaguardare la monarchia sabauda ed i privilegi feudali ed ecclesiastici che questa garantiva (la maggior parte degli alti prelati erano di famiglia nobile) sia, e per alcuni settori del clero, soprattutto, per respingere oltremare quelle idee di libertà, eguaglianza e fratellanza, allora minacciosamente rivoluzionarie (di portata epocale, che hanno chiuso un mondo per aprire la nostra storia moderna), delle quali oltremodo si temevano gli effetti incontrollabili e le degenerazioni destabilizzanti.

3 gennaio

Vittorio Filippo Melano, arcivescovo di Cagliari, offre 10.000 scudi e gli argenti delle chiese per la difesa dell’isola.

7 gennaio

Le truppe francesi sbarcano a Carloforte senza incontrare la minima resistenza. La colonia, come dimentica degli ingenti capitali umani e finanziari investiti dallo Stato per la sua fondazione, rimuove la statua di Carlo Emanuele e la sostituisce con l’albero della libertà. I carolini – è scritto in un dispaccio anonimo del 24 floreale anno 4 – sono ottimi uomini di mare e si sono dati in buona fede alla Repubblica francese. Lo sbarco francese a Carloforte sarà l’unico risultato positivo conseguito dai francesi nell’ambito del più vasto piano di invasione della Sardegna. Un tentativo preceduto da una fitta produzione memorialistica che, partendo proprio dalla Sardegna e utilizzando i canali consolari, offre a Parigi una dettagliata descrizione dell’isola, delle sue potenzialità in termini sia economico-commerciali che strategico-militari. Spesso i memoranda sono però ispirati da una forte pregiudiziale anti-sabauda, non di rado originatasi dalla condizione di passività alla quale i consoli francesi sono costretti dallo Stato sardo. La sopravvalutazione sia delle responsabilità sabaude nel sottosviluppo della Sardegna, sia del carattere tirannico del loro governo forma il terreno sul quale si radica la convinzione (di Parigi) che i sardi sarebbero insorti a sostegno di un intervento di “liberazione” francese. Ma la spedizione del 1793 avrebbe presto rivelato una realtà diversa. La storiografia ha indagato con profondità tempi e modalità attraverso i quali gli stamenti sardi autoconvocatisi riuscirono a ributtare i francesi a mare nell’iglesiente, nel cagliaritano (Quartu) e nel nord (La Maddalena).

8 gennaio

Le truppe francesi occupano l’isola di San Pietro e vi innalzano l’albero della libertà repubblicana. Al seguito delle armate francesi giunge anche Filippo Buonarroti, che ispirandosi ai modelli russoviani redige una costituzione per ‘‘l’isola della libertà’’.

11 gennaio

Giunsero, per pressante richiesta del maggiore Riccio, comandante dell’Isola, due reparti di fucilieri del reggimento svizzero di Courten, di stanza a Sassari. Un centinaio di volontari giunse dalla Gallura. Per cui al momento dell’attacco dei gallo-corsi, la forza isolana consisteva in circa 500 uomini. Gli altri galluresi a cavallo vennero inquadrati sotto il luogotenente colonnello Giacomo Manca di Thiesi e tenuti al coperto dietro le alture della costa. A Cala Gavetta, si trovavano in sosta operativa le vecchie unità della Reale Marina Sarda, tra cui le mezze galere La Beata Margherita, e la Santa Barbara cedute dalla Corte Napoletana nel 1782 e nel 1783, la galeotta, Il Serpente, una piccola nave e tre gondole. Queste navi, per la verità molto male in arnese (tanto che fin dal settembre del 1792, da Torino era stato dato al Viceré l’ordine di radiarle dal quadro della marina sarda, per costruirne di nuove in sostituzione) contavano complessivamente 363 uomini di equipaggio, ufficiali compresi.

Correva l'anno 179322 gennaio

Clero, autorità e popolo cagliaritano partecipano alla solenne processione indetta per invocare la protezione di Sant’Efisio contro il pericolo francese. Nello stesso giorno una squadra navale francese composta da 11 vascelli, 6 fregate e 3 corvette e comandata dal contrammiraglio Truguet compare al largo di Cagliari. (si era già fatta viva il 21 dicembre 1792, ma era stata costretta al ritiro da una provvidenziale libecciata) Nei giorni seguenti le navi bombardano incessantemente la città e i francesi tentano uno sbarco nel litorale di Quartu, ma il 16 febbraio vengono definitivamente respinti e messi in fuga dai miliziani sardi. Si distinguono fra i difensori il rivoluzionario Vincenzo Sulis, il Barone di Saint Amour e il Cavalier Pitzolo.

25 gennaio

Essendovi fondato sospetto che i bonifacini avevano compiuto un’impresa corsara ai danni di una imbarcazione addetta al servizio postale e mercantile fra Livorno e la Sardegna, comunicava al De Costantin: “Siccome…ho avuto avviso che una gondola capraiese che trasportava costà i viveri da Porto Torres possa essere stata predata da legno bonifacino, così ove ella verifichi la cosa od altro oggetto che interessi il legno, non dovendosi più usar loro riguardo, ordinerà a mio nome all’alcaide di Longonsardo di non più ammettere o accordar provviste ai loro legni, ma di respingerli, predarli potendo, come farà ella medesima”. La prevista invasione era dunque ormai vicina; proprio in quei giorni aveva infatti inizio l’esodo delle famiglie verso la vicina Gallura, condizione essenziale che gli isolani avevano chiesto come garanzia alla loro fedeltà. Comunque andassero le cose era necessario che donne, vecchi e bambini non corressero pericoli: triste destino di questa comunità che nel corso della sua esistenza, a causa della guerra, dovrà poi sfollare altre due volte. Non abbiamo precise notizie sui tempi e sulle modalità dello sfollamento; solo attraverso una lettera diretta il 4 febbraio 1793 dal governatore di Sassari al viceré possiamo apprendere che le famiglie degli isolani furono portate a Luogosanto e a Tempio ove vennero rispettivamente affidate “alle zelanti cure di quel prelato ed al vicario generale, canonico Spano” e che era stata “fissata la loro porzione a soldi cinque per persona quando fossero in Tempio e ad un pane di libbra e mezzo reale al giorno per quelli che fossero a Luogosanto”. Della presenza dei maddalenini a Tempio e a Luogosanto troviamo riscontro nei conti che il vicario generale di Tempio, canonico Spano Azara, inviò poi al segretario di stato presso il viceré il 4 maggio 1793. I tempiesi, che avevano fatto le cose in grande nella convinzione di dover partecipare alla difesa dei litorali galluresi minacciati dallo sbarco che poi non avvenne, avevano approntato un’enormità di provviste; il pane avanzato, genere immediatamente deperibile, “…se lo divisero i pastori” e “…quel pane che restò nel paese per non perdersi” venne dato ai poveri e ai carcerati e il resto “si distribuì come segue:
– a 29 famiglie isolane che quì arrivarono il 25 gennaio se li diede gratis il 25, 26, 27, 28 in ragione di tre pani ad ogni persona (a persone 87) e qualche d’un di più se fossero disuguali, pani 828;
– mandati a Luogosanto per soccorso a quelle famiglie che stavano venendo e trovavansi senza mangiare, pani 300;
– ad un isolano cieco e suo nipote non compresi nel bilancio se li diede pane in ragione di 3 ognuno da 26 gennaio a 16 febbraio che finì il pane, pani 132“.
Nei giorni 5, 6 e 7 febbraio, poi, essendo venuti a mancare i fondi per l’indennità di cinque soldi dovuta agli isolani sfollati fu dato il corrispettivo in pane per complessivi 1784 pani. Dagli stessi conti del vicario Spano Azara apprendiamo inoltre che furono inviati a La Maddalena 2.018 pani e 10.800 gallette di cui rilasciò ricevuta il munizioniere Foresta.

28 gennaio

Cagliari viene bombardata per sei ore di fila.La pioggia di proiettili (40 colpi al minuto) fa solo 5 vittime e pochi danni.

16 febbraio

I francesi, che nei giorni precedenti erano riusciti a sbarcare a Quartu, vicino a Cagliari, vengono respinti dai miliziani sardi che, sotto il comando di Girolamo Pitzolo, li costringono a una fuga disordinata. Lo scontro si risolve in un eccidio ai danni dei numerosi invasori che non fanno in tempo a reimbarcarsi.

22 febbraio 

Sconfitti a Cagliari, i franco-corsi sferrano ora l’attacco alla Maddalena. Alle primissime luce dell’alba una squadra navale, agli ordini del Colonnello Colonna Cesari (nipote di Pasquale Paoli), lascia il porto di Bonifacio diretta verso l’arcipelago. La compongono la fregata “Fauvette” ed altre 21 imbarcazioni che trasportano un corpo da sbarco formato da 600 volontari corsi, comandati dai luogotenenti Quenza e napoleone Bonaparte (allora ventiquattrenne), nonché da una compagnia regolare francese. I maddalenini, agli ordini del giovane capitano Felice De Costantin, conte di Chateaneuf, al quale il vecchio Riccio ha ceduto la direzione delle operazioni pur mantenendo formalmente il comando della piazza, aprono il fuoco dal forte Balbiano, ma non possono impedire che otto navi raggiungano Santo Stefano sbarcandovi le truppe, che occupano senza difficoltà la “Torre”. alle quattro del pomeriggio i francesi tentano lo sbarco a Punta Tegge, ma vengono respinti. Nella notte il più potente cannone del forte Balbiano viene trasferito a Punta Tegge. Intanto, al primo avvistamento della flotta francese che lascia Bonifacio, da Longosardo si è provveduto ad allertare, a Tempio, il “commissario generale delle milizie del Capo di Sopra” il cavalier Giacomo Manca di Thiesi, che si fa cogliere, però, del tutto impreparato. Nonostante si arrabatti, riesce infatti a metter insieme un gruppo di appena 22 uomini, compreso il suo cameriere, il nipote del vescovo e altri amici di famiglia; i quali, non di meno, riusciranno a fornire un aiuto a Millelire e Mauran, il 24 e il 25 febbraio, sulla costa del Parao (Palau). Con loro c’è anche “il matto del paese”, tale Baignu Mannali che, sistematosi in una roccia, non smette per tre giorni di incitare a gran voce i combattenti, fino alla definitiva sconfitta di Napoleone. Al ritorno a Tempio sarà festeggiatissimo. 

23 febbraio 

Prestissimo il cannone, azionato dal “nocchiero” Domenico Millelire e dal capocannoniere Mauran, apre il fuoco sulla “Fauvette”, colpendola con le sue palle infuocate, danneggiandola gravemente e costringendola a precipitosa fuga verso la cala Villamarina di Santo Stefano. “Per tutta la giornata – scriverà il Colonna Cesari – con ordine fu bombardeggiata dall’isola di Santo Stefano quella della Maddalena, con danno sommo dei fabbricati e degli abitanti, ma con resistenza di questi e senza discontinuazione del fuoco di bombe e di cannone dalle loro batterie” A dirigere il fuoco dei franco-corsi è Napoleone che, nella circostanza, si serve di un marchingegno chiamato “archipendolo”. Per rompere l’accerchiamento, al calar delle tenebre, un piccolo gruppo di coraggiosi, guidati da Millelire e Mauran, attraversa il braccio di mare che separa Maddalena dalla Sardegna e piazza due cannoni a Punta Nera (tra Palau e Capo d’Orso) proprio di fronte all’imboccatura della cala di Villamarina. Frattanto, dopo l'”Armata Brancaleone” del Cavalier Manca di Thiesi, sono partite da Tempio e da altre località della Gallura, diverse squadre, capitanate da alcuni nobili, quanto tronfi, signorotti (gli stessi che fecero di tutto per boicottare la spedizione ufficiale) e formate da masnadieri al loro servizio. Caracollando sui loro cavalli tirati a lucido, ben armati ed equipaggiati, raggiungono la zona del Parao e si danno a percorrere in su e giù la costa fino a Longosardo, sollevando col loro galoppo grandi nuvole di polvere e sparando per farsi sentire. Neanche un loro colpo raggiungerà il nemico, ma almeno la loro “esibizione” sarà servita a togliere ai francesi la tentazione di uno sbarco sulla costa gallurese. 

24 febbraio 

I cannoni di Millelire danno la sveglia alle navi francesi, infliggendo ulteriori danni alla Fauvette e creando grande scompiglio sia a bordo delle navi che fra le truppe a terra. Frattanto De Costantin ha provveduto ad inviare sulla costa di Palau altri due cannoni che battono senza sosta i legni asserragliati a Villamarina. Venuta la sera, la Fauvette (sulla quale la notte prima è scoppiato un ammutinamento per ottenere l’ordine di ritirata) riesce, benché seriamente danneggiata, ad abbandonare di soppiatto Villamarina e a dirigersi verso Caprera. Qui tentano uno sbarco, eroicamente respinto da un gruppo di maddalenini comandati da Tomaso Zonza

25 febbraio 

Buonaparte e Quenza che oramai intravedono prossima la capitolazione della Maddalena, ricevono dalla Fauvette l’ordine di ritirata generale. Increduli, continuano a cannoneggiare con rinnovata lena il paese, tanto da spingere De Costantin ad ideare una disperata azione difensiva: mentre le truppe franco-corse iniziano ad imbarcarsi per obbedire all’ordine ricevuto, “il nocchiero Millelire – sono parole del De Costantin – armò una scialuppa in guisa di lancia cannoniera e s’avanzò nel porto ove era il resto del convoglio nemico e lo attaccò così arditamente che vi gettò dentro la confusione e li costrinse a precipitosa fuga. Si spinse subito con la sua scialuppa all’isola e vi fece 4 prigionieri non ritrovati all’imbarco dei legni fuggitivi“. Nello scompiglio causato dal primordiale “Mas”, Napoleone perde il prezioso “archipendolo”, che verrà recuperato dai maddalenini insieme con quattro cannoni di ferro, un mortaio da bombe, un carro con due cannoni, tre cannoni abbandonati sulla Torre e altri piccoli arnesi. “Era cosi suo destino – scriverà lo storico Manno – che si cominciasse con un disastro nell’isoletta della Maddalena quella gigantesca carriera che doveva chiudersi disastrosamente nell’isoletta di Sant’Elena“. Due delle bombe lanciate da Napoleone sulla Maddalena sono al centro di altrettante piccole storie. Della prima scrive il Valery nel suo “Viaggio in Sardegna”:”Questa bomba fu lanciata vuota da Napoleone che volle soltanto spaventare gli abitanti, quasi suoi compatrioti; essa cadde pacificamente in una tomba in mezzo alla Chiesa precipitosamente abbandonata dai fedeli, i quali non mancarono di attribuire alla protezione di Santa Maria Maddalena, patrona della Chiesa e dell’isola, il miracolo della caduta inoffensiva dell’ordigno. La bomba fu ceduta nel 1832, al prezzo di 30 scudi, a un inglese, il signor Craig, commesso della casa Macintosh di Glasgow, stabilitosi alla Maddalena. Un consigliere municipale aveva negoziato lo scambio della bomba che fu inviata in Scozia all’insaputa dei suoi abitanti. I 30 scudi dovevano servire all’acquisto di un orologio di cui la parrocchia era Mancante” La seconda bomba, caduta sul molo, fu sistemata sopra una piccola piramide, eretta nell’attuale “Piazza XXIII Febbraio” in occasione della visita di Carlo Alberto nel 1843. Il monumento fu demolito, perché divenuto ingombrante, alla fine dell’800 e la bomba conservata nel palazzo del Comune, dove ancora oggi è visibile. 

2 marzo

Nel suo rapporto sulla vergognosa sconfitta, Napoleone ne accolla la responsabilità all’azione “vigliacca e traditrice” del Colonna Cesari. In realtà molti storici sostengono che sia stato lo stesso Pasquale Paoli – mosso dall’antipatia personale per Napoleone e dalla avversione politica per i francesi – a raccomandare al nipote Colonna Cesari di far fallire la missione. Questa teoria ha trovato credito anche in uno scritto di Guy de Maupassant (“Una pagina di storia inedita“) Scrive Napoleone: “Le armi della Repubblica hanno subito un affronto. A ciò non può mettersi rimedio che sul luogo stesso. Solo sventolando la bandiera sulla Maddalena e impossessandosi nuovamente dell’artiglieria lasciatavi, cancelleremo la macchia che ci disonora

18 marzo

Le “cinque domande” Termine con cui vengono chiamate le cinque richieste che gli Stamenti sardi, che continuarono a rimanere autoconvocati dopo la sconfitta del tentativo di sbarco dei francesi nel gennaio-febbraio 1793, rivolsero al re Vittorio Amedeo III il 18 marzo successivo, in risposta al suo invito a sottoporgli i desiderata dei sardi. In realtà in un primo momento il re aveva distribuito onorificenze e ricompense fra i funzionari viceregi e gli ufficiali della guarnigione cagliaritana, che avevano preso minima parte alla difesa della città; per questo motivo gli Stamenti, la cui autoconvocazione era stata decisa in polemica con quella che sembrava una colpevole ignavia del viceré Balbiano, avevano palesato la loro scontentezza. Con la sua offerta il re, lontano e in un primo momento non correttamente informato, pensava di rimediare all’errore precedente. In particolare il testo chiedeva al re:

  • la convocazione degli Stamenti ogni dieci anni, come si era fatto sotto la Spagna, ripristinando così una tradizione interrotta dai Savoia fin dal loro avvento nell’isola;
  • il mantenimento dei privilegi e delle ‘‘Leggi fondamentali’’ dell’antico Regno di Sardegna;
  • la nomina di sardi nei più importanti uffici dell’amministrazione e di vescovi sardi nelle più importanti diocesi del Regno (escluse le cariche di viceré e di arcivescovo di Cagliari);
  • la costituzione di una Terza sala della Reale Udienza,da chiamare Consiglio di Stato, che avrebbe avuto il compito di esaminare tutte le istanze rivolte al viceré;
  • la costituzione a Torino di un Ministero (Segreteria di Stato) che avrebbe dovuto occuparsi esclusivamente degli affari riguardanti la Sardegna.

Il testo delle richieste fu elaborato da un comitato ristretto coordinato dal canonico Pietro Sisternes e portato a Torino da una delegazione costituita da sei rappresentanti, due per ciascuno dei tre Bracci. In particolare per lo Stamento militare Girolamo Pitzolo e Domenico Simon, per lo Stamento reale Antonio Sircana e Gioacchino Mattana, per lo Stamento ecclesiastico Michele Antonio Aymerich vescovo di Ales e il canonico Pietro Sisternes. Arrivati a Torino i delegati non furono mai ascoltati o ricevuti dal re: essi riuscirono a trattare soltanto col ministro Graneri, che fece esaminare il testo delle richieste da un’apposita commissione che lavoro` al problema per quattro mesi interi. Al termine dei lavori il testo fu inoltrato al re col parere sfavorevole della commissione. Solo nell’aprile successivo il re decise sulle Cinque domande, accogliendo quella che riguardava il Consiglio di Stato e sostanzialmente respingendo le altre. Il malcontento cagliaritano monto` rapidamente: il tentativo del viceré di fermare la protesta con l’arresto di due capi del movimento patriottico provoco` il 28 aprile l’insurrezione di Cagliari, l’espugnazione di Castello e la successiva cacciata dei piemontesi dall’isola.

23 marzo 

R. Archivio di Stato di Torino – Gazzetta di Torino; “Dall’Isola de La Maddalena 28 febbraio. Compendio dì relazione del cavaliere di Costantin a S. E. il Viceré concernente l’assedio di quell’Isola, e i tentativi dei Francesi contro l’Isola di S. Stefano. Sa le ore 7,30 del mattino del giorno 20 del cadente, si osservò dalla nostra guardia della montagna un convoglio di un bastimento quadro e di diverse gondole nel canale con direzione di moto a quest’Isola. Le R. Galeotte La Sultana , la Sibilla che stavano di guardia avanzata verso l’Isola di Sparagi giunsero qui su le ore 9 a confermarmi ciò che m’aveva riferito la detta guardia. Diedi subito le disposizioni necessarie alla difesa. Stando noi in vedetta si osservò che le vele nemiche alle ore 2 dopo il mezzogiorno stavano impedite dalla calma, onde credei poterle con le galeotte attaccare con vantaggio. Veleggiammo fino all’Isola di Sparagi, ove giunti vedemmo il convoglio nemico rientrare nel seno di Bonifacio in Corsica trattane una fregata, ed un bri eh armato in guerra, che si trattennero bordeggiando su quelle coste. Ripiegai a La Maddalena, e pendente quella notte, e l’indomani preparai le nostre forze sul litorale.” 

26 marzo

Il viceré esprime agli Stamenti la soddisfazione del re per l’eroica difesa dell’Isola contro l’armata francese. Notifica inoltre che il sovrano, volendo rendere perenne la memoria del valore isolano, istituiva 24 doti da scudi 60 ciascuna, da distribuirsi ogni anno a zitelle povere: 4 piazze gratuite nel Collegio dei nobili di Cagliari: due piazze nel Collegio dei nobili di Torino, e quattro in quello delle Provincie per giovani studenti sardi: ed un assegno di mille scudi annui all’ospedale civile di Cagliari.

27 marzo

Vista la condotta equivoca e riprovevole tenuta dal viceré Balbiano nei suoi rapporti al Governo sulla difesa eroica fatta dai sardi contro la flotta francese, e visti dimenticati quelli che avevano sacrificato vita e denari per scacciare il nemico, gli Stamenti se ne risentono e mormorano.
Volendo che giustizia sia resa agli Isolani, gli stessi Stamenti, in seduta del 27 Marzo 1793, stabiliscono di inviare al re (Vittorio Amedeo III NdR) una rappresentanza che lo illumini sul vero stato delle cose, e reclami sulle benemerenze alle quali hanno diritto i Sardi, e sugli impieghi che devonsi conferire ai medesimi.

6 aprile 

Un decreto del Re Vittorio Amedeo III concede a Domenico Millelire la medaglia d’oro al V.M. (la prima della Marina Sarda) “per aver ripreso al nemico l’isola di Santo Stefano e per la valorosa difesa dell’isola della Maddalena contro gli attacchi della squadra navale della Repubblica Francese“.

23 aprile

Dopo i saggi di attività, zelo e coraggio, che il Piloto nelle nostre mezze Galere in Sardegna, Giovanni Agostino Millelire ha dato da divedere in tutte le circostanze presentatesi pendente il corso de’ suoi servigi sui nostri Legni, e principalmente nel combatto seguito li 15 aprile 1787 tra la mezza Galera la Beata Margherita ed uno Sciabecco Barbaresco, ci riescono così particolarmente gradite le accertate testimonianze, che ce n’ha egli rinnovate nell’essersi con ben lodevole valorosa fermezza distinto nella difesa dell’Isola della Maddalena sua Patria contro la flotta francese, da cui venne attaccata nello scorso febbraio, che mentre lo abbiamo per mezzo del nostro Viceré fatto decorare d’una delle medaglie d’oro fattesi da noi coniare per distinto premio del comprovato valore, volendo inoltre con più estesi tratti della nostra beneficenza mostrargli la soddisfazione che ci risulta dai suoi portamenti, ci siamo degnati d’accordargli un trattenimento di annue lire duecento di Piemonte per goderne in aggiunta a quanto gli resta attualmente assegnato…Torino li 23 aprile 1793

25 aprile 

Con il suo “regio biglietto” Vittorio Amedeo III conferisce la medaglia d’argento e una ricompensa in danaro al timoniere Cesare Zonza, al capocannoniere Mauran e al marinaio Antonio Alibertini per le prove di coraggio fornite in occasione dello scontro con i franco-corsi. Ad Alibertini, il quale ha avuto il compito di arroventare le palle di cannone che tanti danni hanno inferto al nemico, è intitolata la Via che oggi unisce Via Galliano a Via Regina Margherita.

29 aprile

Gli Stamenti concordano su cinque fondamentali richieste al re e decidono di inviare una deputazione a Torino. Ne faranno parte l’avvocato Girolamo Pitzolo e il giurista Domenico Simonper il braccio militare, il canonico Sisternes e il vescovo di Ales Michele Aymerich per il braccio ecclesiastico, gli avvocati Sircana di Sassari e Ramasso di Cagliari per il braccio reale.

7 maggio

Lo Stamento militare delega D. Girolamo Pitzolo e D. Domenico Simon per presentare al sovrano, coi deputati degli altri Stamenti, le suppliche della nazione.

25-26 maggio

Gli spagnoli, sopraggiunti nei mari della Sardegna con una flotta di 23 navi e 6 fregate, sbarcano a Carloforte. L’isola di San Pietro viene restituita ai Savoia.

8 giugno

Il console inglese a Torino John Trevor, in un dispaccio datato 8 giugno 1793, si dice estremamente dispiaciuto del fatto che, nonostante i sardi si siano egregiamente difesi dal tentativo di invasione dei francesi, abbiano tenuto qualcosa del loro spirito di innovazione, il quale rischia di compromettere la presa sabauda sull’isola. Timori confermati da Michael Ghillini, console britannico a Cagliari che il 14 giugno si dice convinto che i sardi “di qualsiasi estrazione sociale” vorrebbero vedere il re piemontese ospitato in Lombardia, o in qualche altro posto. Una volta liberatisi dei piemontesi – prosegue Ghillini – i sardi cederebbero volentieri il regno a Giorgio d’Inghilterra, “cosi che il commercio sardo possa finalmente fiorire, dal momento che l’isola abbonda in grano, vino, miniere, corallo, tonnare, risorse che al momento vengono sfruttata da genovesi, corsi e siciliani con grande pregiudizio dei sudditi sardi”.
Torna l’invito all’occupazione della Sardegna, insieme all’esaltazione delle sue ricchezze e della felicita dei suoi approdi. Ma il governo britannico non ha nessuna intenzione di prendere il posto dei piemontesi. Prende in Sardegna tutte le misure necessarie ad arginare l’espansionismo francese, adottando la stessa strategia affinata per la Corsica, dove Pasquale Paoli attende con 15 mila uomini in armi l’arrivo della flotta inglese.
Del resto, nemmeno la Francia, già impegnata a contenere la rivolta corsa, avrebbe energie sufficienti a sostenere una nuova invasione della Sardegna. In un dispaccio firmato da un certo cittadino Souris nel 1794, l’occupazione francese della Sardegna e giudicata impossibile. L’autore della lettera ritiene preferibile lasciare il regno ai Savoia, assicurandosi che questi rispettino alcune condizioni, prima fra tutte la restituzione de La Maddalena alla Corsica. (La repubblica francese dovrebbe inoltre imporre ai Savoia che i grani, i bestiami e i legnami provenienti dalla Sardegna sotto bastimenti sardi o francesi siano esentati da tutti i diritti di esportazione nei porti di Sardegna, Nizza e Marsiglia; che tutte le merci provenienti dagli atelier francesi siano esentati dai diritti di import/export nei porti suddetti quando trasportati da bastimenti sardi o francesi; che i diritti di esportazione su buoi, formaggio, sale, da e verso i porti sardi e francesi non siano più della meta di quanto chiesto agli altri bastimenti; che le coralline corse non paghino più di 20 lire di Francia per gondola.)
Ormai l’intero periplo della Sardegna e aperto e non più sotto il controllo dello Stato.
Ma la guerra rivoluzionaria francese ha scardinato ovunque i vecchi equilibri europei, restituendo alla Sardegna e alle altre isole mediterranee la loro natura di luoghi aperti, sottratti al controllo dello Stato. Sono gli ultimi battiti di quel “ambiente umano e storico coerente” che ha giocato un ruolo fondamentale nel processo di reinvenzione delle geografie politico-istituzionali e sociali nel Mediterraneo alle soglie dell’età contemporanea.

luglio 

Lo storico della marineria Emilio Prasca riferisce che, l’allora capitano di vascello Horatio Nelson sarebbe approdato per la prima volta nell’arcipelago, al comando dell’Agamennone, nel Luglio 1793. 

14 luglio 

Ciò che è più giusto sottolineare nella storia di questi avvenimenti, è un fatto di estrema importanza e che fu mal interpretato dai francesi… a questo punto però bisogna fare una precisazione ovvero: il depositario dell’idea che portò i francesi a programmare l’invasione delle coste sarde fu un certo Antonio Costantini, corso, che con il suo accanimento di volersi impossessare a tutti i costi delle isole dell’Arcipelago, si adoperò a tal punto da paventare persino una rivolta da parte dei Bonifacini. Questi ultimi infatti, proprio in occasione dell’anniversario della presa della Bastiglia, il 14 Luglio, riunirono il Consiglio Generale di Bonifacio e deliberarono, all’unanimità, un’istanza indirizzata all’Assemblea Nazionale nella quale si ribadiva l’intenzione di… recuperare ed avere l’isola de La Maddalena ed adiacenti, alle bocche di Bonifacio…queste le testuali parole, e concludeva apponendo la loro assoluta fiducia al suddetto Costantini, quale loro rappresentante. Fu così che l’annosa questione sardo-corsa approdò su più vasta scala nelle mire della guerra contro il Piemonte. Costantini oltre tutto puntava il dito sul fatto che un piccolo contingente di uomini con qualche cannone, ben appostati in quei siti, potevano tener testa e precludere eventuali avvicinamenti delle loro navi alle coste della Sardegna, peraltro, insisteva anche sul fatto che i maddalenini, anch’essi di origine corsa, non avrebbero avuto alcuna remora ad unirsi all’altra sponda anzi, sempre a detta del Costantini, sarebbero stati lusingati a transitare sotto le insegne della Francia. Ecco: quest’ultima convinzione sottoscritta dal latore corso, stranamente, galvanizzò il direttivo delle operazioni nel conglobare anche la Sardegna nei piani di guerra. Ma cos’era avvenuto di così importante negli atteggiamenti dei maddalenini, tanto da non condividere le idee così innovative in quanto a libertà 

10 agosto 

La regia mezza galera Beata Margherita rientra in porto con la preda di un bastimento bonifacino 

31 agosto

Anche il Pontefice Pio VI, venuto a conoscenza della vittoriosa resistenza dei maddalenini contro “i senza Dio” della Repubblica Francese, si congratula “cum omnis regni incolis de egregio comparato Sardo nomini regnoque nunquam imperiture gloria” 

13 settembre

Il Vicerè scrive al capitano De Costantin: “S.M. si è degnata di accordare una giornaliera razione di pane alle vedove Caterina Ribaldi e Maria Zucchetta, che hanno perduti i loro mariti nel naufragio, occorso in questa primavera, della galeotta La Sibilla” 

24 ottobre

Nell’Archivio di Stato di Cagliari, nel fascicolo n. 1 della sezione Affari Esteri, è contenuta una corrispondenza, con due lettere autografe di Pasquale Paoli, tra il Governo della Corsica e il Viceré di Sardegna, che ha una grande importanza per comprendere le relazioni tra le due isole. Il Paoli, in data 24 Ottobre da Murato di Nebbio scrive: “La vicinanza della Corsica, e della Sardegna prescrive ad ambedue la necessità del libero commercio; ora che tutti abbiamo li stessi nemici; ed ora che i vascelli delle Potenze Alleate approdano né porti liberi di Corsica, e vi sono amichevolmente trattati; io non vedo, Eccellenza, motivo alcuno che debba tenere per più lungo tempo interrotta la comunicazione fra la Corsica e la Sardegna; quindi La prego di dare li ordini opportuni perché i bastimenti con passaporto del Nazionale Governo, e bandiera Corsa, siano ricevuti a libera pratica, e traffico in Sardegna, ed altre isole vicine, assicurandolo della medesima reciprocità”. Con lettera in data 30 Novembre il Viceré assicurava di aver ordinato “ai Governatori, Comandanti e Alcaidi del Regno, che si faccia tregua alle ostilità, ed offerisco ai Corsi amici nei porti di questa Capitale, di S.Pietro, d’Oristano, di Alghero, di Castelsardo, di Porto Torres, della Maddalena e di Bosa, quel ricovero e quella sicurezza che l’E. V. mi chiede….” 

29 ottobre

Le salvaguardie sanitarie

29 novembre

Il Cav. De Chevillard, comandante della flottiglia della Marina Sarda di stanza nell’isola , pressato da continue richieste di arruolamento da parte dei pescatori locali, alle quali non poteva accondiscendere, volle esortare i maddalenini a dedicarsi proficuamente alla pesca non solo dei prodotti ittici, ma anche di quella del corallo fino ad allora praticata quasi esclusivamente dai napoletani che, a quell’epoca, prima della costituzione del Regno d’Italia, erano pur sempre degli stranieri. “Secondo gli ordini che mi ha dato V.E – scriveva in una lettera del 29 novembre 1793 – ho vivamente rappresentato a questi isolani i vantaggi che procurerebbe loro la noncuranza con la quale lasciano i napoletani in possesso di questa attività. Essi mi hanno fatto notare che non ci sono attualmente nell’isola che bambini, o gente di una certa età, che tutti gli altri sono al servizio o navigano, e che era impossibile ad un uomo che non aveva appreso il mestiere di pescatore nella sua gioventù applicarsene in vecchiaia”. Le intenzioni del De Chevillard, tuttavia non furono malaccolte da coloro che vedevano nella pesca una possibile fonte di occupazione e quindi un proficuo investimento a livello armatoriale – nella stessa lettera difatti, egli comunicava al Viceré: “Qualcuno dei notabili, e tra questi il piloto Millelire, mi hanno comunque promesso che farebbero l’anticipazione della somma necessaria per l’acquisto di tutto il necessario per assicurarsi una pesca uguale a quella dei napoletani, che hanno i loro battelli carichi di reti di ogni tipo”. Il conforto dell’appoggio anche economico dei notabili isolani faceva dunque azzardare il De Chevillard ad avanzare al Viceré la sua proposta. “La verità delle osservazioni di questi isolani – proseguiva l’Ufficiale piemontese – le loro offerte e la necessità di dirigere verso questo mezzo di sussistenza una gioventù numerosa che bisogna occupare, mi ha suggerito un piano che io propongo all’attenzione di V.E.: Nei nostri equipaggi c’è un individuo chiamato Pauletti, di Capraia, marinaio mediocre ma abile pescatore e che sa fare non solo le reti, ma tutti gli altri attrezzi necessari alla pesca. Questi affiancato dal marinaio invalidi Volpe, napoletano e già pescatore, potrebbe essere incaricato di pescare e insegnare a qualche ragazzo. A Pauletti gli si accorderebbe u semestre a questi patti, che sarebbero prescritti anche all’invalido Volpe. L’esecuzione di questo progetto che ha molto gradito da tutti coloro che devono concorrervi, ci promette che in qualche mese si rivaleggerà con i napoletani che vengono in quest’isola e che in un anno si potrà anche superarli. Poiché si sono dati lunghi semestri per fini meno utili, io spero – concludeva il De Chevillard – che V.E. degnerà di onorare della sua approvazione un piano il cui successo è assicurato, e che non mi è stato dettato che dal desiderio di concorrere per quanto mi è possibile alle paterne vedute di V.E. ed alla utilità di questa colonia”.

3 dicembre

Da Torino il ministro Graneri, preoccupato per le agitazioni che hanno investito numerosi villaggi, suggerisce al viceré di «frenare in qualche modo» le prepotenze dei feudatari.