Correva l’anno 1802

Nel 1802 infatti si sparse la voce, e la cosa dovette destare non poco terrore nella popolazione, della presenza di una flotta barbaresca al largo di Porto Vecchio (Corsica) e che questa potesse puntare anche su Maddalena e Caprera.  Si disse che fosse composta da oltre quindici navi e da un paio di migliaia di uomini, armati fino ai denti, pronti a depredare, uccidere, violentare e fare schiavi. Fortunatamente per i nostri antenati nulla di tutto ciò arrivò dal mare … Ma quando l’anno successivo si seppe dell’arrivo e si videro le navi inglesi in rada … ciò fu rassicurante, e non era solo per i traffici e i commerci che diverse centinaia di marinai garantirono per un paio d’anni. I maddalenini temettero fortemente un attacco barbaresco. Notizie provenienti dalla Corsica parlavano di una quindicina di navi e di diverse centinaia di uomini che avrebbero potuto sbarcare a Maddalena o Caprera , cosa che per gli abitanti sarebbe stata devastante. Le loro incursioni significavano morte, rapimenti di donne e bambini, razzie varie. Attacco che in realtà, e fortunatamente, non ci fu, forse anche per la presenza di navi inglesi che incrociavano tra Sardegna e Corsica. Erano infatti quelli i mesi, di quell’anno, che precedettero l’arrivo in zona dell’ammiraglio Nelson (1803), arrivo preparato dall’invio di due navi incaricate di effettuare necessari ed opportuni rilievi idrografici nelle Bocche di Bonifacio e a ridosso dell’Arcipelago. Successivamente nella acque maddalenine entrò una squadra navale inglese, al comando del contrammiraglio Campbell, che eseguì rilievi e scandagli dei fondali all’interno delle acque dell’Arcipelago e che gettò le ancore di fronte a Cala Gavetta. A questa seguì ancora l’arrivo del vascello Gibaltar, al comando del capitano Ryves. Rilievi, venti, correnti, possibilità di ancoraggi, caratteristiche climatiche, condizioni di sicurezza, opportunità strategiche, possibilità di approvvigionamenti e situazione socio-politica, furono tutti questi gli elementi raccolti che di lì a pochi mesi diedero il via alle prime presenze dell’ammiraglio Nelson e della sua flotta.

Nello stesso anno, undici marittimi maddalenini costituirono la Confraternita di Sant’Erasmo (vescovo e martire, patrono dei naviganti). Sant’Erasmo era allora assai venerato a La Maddalena sia dai discendenti degli originari abitanti corsi – ben presto diventati marinai – sia dalla colonia genovese e toscana che sempre più in maniera significativa si stabilì nell’Arcipelago, dedicandosi ai commerci ed ai trasporti marittimi. A Sant’Erasmo si ‘contrapponeva’, San Silverio, venerato ed invocato dalla numerosa colonia di pescatori campani. Nel 1838 la Confraternita di Sant’Erasmo fece costruire, nella chiesa di Santa Maria Maddalena, immediatamente a sinistra (per chi guarda) dell’abside un altare in muratura, con tabernacolo di marmo e porticina di legno raffigurante la Santa patrona dell’Arcipelago. Acquistò inoltre, collocandola nella nicchia dove tuttora si trova, la bella statua lignea di Sant’Erasmo con ai piedi un veliero. Era allora parroco don Antonio Addis (dal 1832 al 1855). Negli stessi anni la Confraternita acquistò anche un ampio appezzamento di terreno (“chiuso”) nella zona di Nido d’Aquila-Cala Francese, e nel 1840 una campana (tuttora facente parte di quelle collocate sul campanile della chiesa) e l’orologio della facciata della Chiesa, col tempo guastatosi e andato perduto. Nel 1854 la Confraternita fu sciolta e nel 1856 il priore depose la cassa nelle mani di don Michele Addis Mamia (parroco dal 1855 al 1885). I debiti e i beni della Confraternita vennero rilevati dal padrone marittimo Pasquale Volpe che fino al 1895 organizzò, nella ricorrenza del 2 giugno, la Festa di Sant’Erasmo. Così fecero i suoi eredi fino al 1950. L’altare di Sant’Erasmo fu demolito nel 1952 durante i lavori di ristrutturazione della chiesa. Oggi rimane la nicchia con la bella statua lignea sotto la quale alcuni anni fa vennero posti una mensola di marmo ed altri elementi decorativi, sempre in marmo. La parrocchia di Santa Maria Maddalena è rimasta proprietaria del “chiuso” di Nido d’Aquila-Cala Francese, che nel corso del tempo è stato adibito a cava di granito. Durante i lavori del G8, nel 2009, buona parte del materiale di riporto di cava sono stati utilizzati per interventi di riempimento nell’ex Arsenale Militare.

26 aprile

Il viceré Carlo Felice di Savoia aveva emanato un nuovo pregone, suddiviso in 41 capitoli, per la repressione del contrabbando, che riprendeva in gran parte la normativa precedente, segno che le numerose disposizioni volte a combattere gli «sfrosi» venivano largamente disattese. Ai generi tradizionalmente esportati, quali i grani, il bestiame, il formaggio, si era aggiunto ora il tabacco. Il provvedimento riproponeva anche in modo anacronistico tutti i tradizionali vincoli tesi a limitare le libere attività commerciali, come le consegne annuali delle granaglie e la denuncia delle vendite (fissate nell’editto del 1764) o l’obbligo del trasporto delle derrate esclusivamente nei «porti, spiagge e rade abilitate» per le esportazioni, che si riducevano a quelli di Cagliari, Tortolì, Orosei, Posada, Terranova, Longon Sardo, Castelsardo, Porto Torres, Alghero, Bosa, Oristano, Porto Palmas. (Nel luglio del 1805 ad esempio un certo Battista Variani aveva esportato clandestinamente da La Maddalena 200 libbre di tabacco in foglia) Anche negli anni del «blocco continentale», quando, a causa della dichiarata neutralità (1804) del Regno di Sardegna, l’isola conobbe un notevole sviluppo dei traffici commerciali, il contrabbando pur diminuendo vistosamente rispetto agli «anni d’oro» del Settecento restò comunque una sorta di costante endemica delle coste settentrionali.

1 maggio

Per la guarnigione della galera il fu creata una compagnia Real Marina di 47 teste (capitano Gabet, tenente, 3 sergenti, 4 caporali, 1 tamburo e 37 soldati), con un costo annuo di 8.351 lire. Nel 1803 il capitano De May fu distaccato presso la compagnia al posto del tenente di bordo f. f. di capitano. Nel 1804, per guarnire anche le mezzegalere, l’organico fu aumentato a 100 teste (5 sergenti, 6 caporali, 3 tamburi, 2 pifferi e 84 soldati), di cui 52 (3+2+1+2+44) per la galera e 22 (inclusi 1 sergente, 2 caporali e 1 tamburo) per ciascuna mezza-galera, più 4 soldati per la (gondola?) Scoperta. La paga annua dei sergenti, incluso il deconto, era di 270 lire; dei caporali 126, dei tamburi 125 e dei soldati e pifferi 87. Con i supplementi di “ben armato” e medicinali (1 e 2 lire), il costo annuo era di 9.960 lire, esclusi però vitto, vestiario, letti e premio d’ingaggio (6 lire annue), che raddoppiavano il costo a 18.764 lire.

7 maggio

La Gallura era tutta in fermento: il conte di Moriana che un anno prima aveva visitato i vari centri abitati, nella relazione mandata al fratello Carlo Felice, viceré dell’isola, sottolineò tutta la sua preoccupazione «dell’odio anti-feudale che regnava su quelle montagne» e della delinquenza che aveva popolato «di feroci» e numerose bande brigantesche quelle regioni e in particolare la villa di Aggius «divenuta covo di banditi e contrabbandieri». La Gallura quindi, con il suo elemento torbido, insofferente di ogni freno, ottimi legami con i vicini còrsi, sembrava essere il campo più adatto, non solo per rinnovare i moti anti-feudali degli anni precedenti, ma per spingerli fino allo stremo, in un’azione politica tendente a staccare l’isola da Casa Savoia e dare origine alla Repubblica Sardo-Corsa. A capo della spedizione il teologo Francesco Sanna Corda, già parroco di Torralba, che dopo il fallimento della rivoluzione di Giovanni Maria Angioy e la conseguente fuga, aveva abbandonato la parrocchia ed era passato in Corsica, Genova e Parigi dove venne in contatto con la famiglia Bonaparte.
Nell’aprile del 1802 lo «spirito giacobino» rinverdito dalle vittorie napoleoniche, aveva attratto anche uno dei più famosi banditi di Aggius, Pietro Mamia, che godeva del favore e della protezione dei pastori, capo di una banda di uomini scampati alle forche, contrabbandiere e di conseguenza presenza frequente a Bonifacio dove conobbe Sanna Corda e Francesco Cilocco fautori della repubblica Sardo-Corsa. Il bandito si disse pronto a collaborare. Nella notte del 7 maggio nella regione Nuraghe Porcu, non molto distante da Tempio ci fu l’adunanza dei fuoriusciti, dei pastori e dei banditi galluresi in quell’occasione si disse che il «Primo console Napoleone avrebbe trattato i sardi come figli e sarebbero stati esenti da ogni tributo qualora avessero accolto benevolmente le truppe francesi pronti allo sbarco». La repubblica sardo-corsa durò lo spazio di pochi giorni. Anzi, si può conteggiare in ore. A tradire Francesco Sanna Corda, oltre a una buona dose di ingenuità, fu Mamia che si accordò con i funzionari governativi in cambio della libertà facendo il doppio gioco: mentre da una parte incitava i rivoltosi dall’altra denunciava ogni loro mossa alle autorità. Lo sbarco di Sanna Corda (nominato Commissario Generale dall’Angioy «con pienissimi poteri») avvenne il 12 giugno (ma qualcuno dice il 13) nella zona «la Cruzitta» allora in territorio di Aggius (tra Costa Paradiso e Porto Bello) ricevendo ospitalità nello stazzo (che divenne anche il primo quartier generale della rivoluzione) del pastore Matteo Codimuzzu, dove convennero diversi pastori da Aggius (ma non il bandito Mamia). Sanna Corda inviò i primi proclami servendosi di carta intesta col bollo e col moto della Repubblica Francese Liberté Egalité Fraternité, chiamando alla rivolta. Nel suo entusiasmo egli vede già compiuta quella rivoluzione che non era neppure cominciata. Tra i primi adempimenti dichiara decaduto il governo Sabaudo: intorno a se ha solamente una decina di pastori, distribuisce cariche, ordina arresti. Rassicura il clero. Invia una lettera la vescovo di Tempio Michele Pes che gira al comandante della guarnigione di Tempio Villamarina. Tra il 16 e il 17 giugno Sanna Corda, raggiunto da altri rivoluzionari, aveva occupato, senza sparare un sol colpo di fucile, le torri di isola Rossa, Vignola e Santa Teresa. In quest’ultima dopo aver inalberato il tricolore francese e ripiegata la bandiera sarda, stabilisce il quartier generale da dove invia il suo Proclama «A tutti gli stazzi della Gallura» in particolare ai pastori di Aggius e Tempio. Tra gli impegni anche l’estinzione dei debiti per i poveri, il rispetto della religione, l’abolizione dei diritti feudali.
L’attesa sollevazione popolare però non c’è stata. La sera del 18 le truppe dal luogotenente Orano accerchiarono la torre. Sanna Corda (tradito anche dal napoletano Guarnieri comandante di un veliero sequestrato il giorno prima dal Sanna e con lui nella torre) venne crivellato di colpi ai piedi della torre. Fu il solo ad affrontare le 75 carabine spianate contro di lui: nessuno dei suoi lo segui. Venne sepolto in fretta ai piedi della torre. In sole due ore di combattimento fu distrutto il germe della rivolta gallurese con l’uccisone di colui che ne era l’anima e il braccio.
L’impossibile sogno del parroco torralbese era fallito: la Gallura che pareva un barile di polvere cui mancasse solo la miccia per farlo scoppiare, non si era mossa.

2 giugno

Carlo Emanuele IV abdicò a favore del fratello Vittorio Emanuele I, che era privo di discendenza in quanto il figlio maschio Carlo Emanuele era morto a Cagliari l’8 agosto 1799.

13 giugno

L’assalto alla Torre di Longosardo.

18 giugno

Dopo il fallito tentativo di cacciare i piemontesi dalla Sardegna del 1796, capeggiato da Giovanni Maria Angioy, represso nel sangue, un gruppo di rivoltosi era riuscito a ripararsi in Corsica, trovandovi asilo. Qui, imbevuti dei principi e degli entusiasmi della Rivoluzione Francese, organizzarono un piccolo esercito col quale speravano, sbarcando in Gallura, di dar vita ad un moto rivoluzionario che, cacciati i Savoia, potesse portare ad instaurare in Sardegna la Repubblica ed abolire il feudalesimo. Promotori dell’ardita iniziativa furono il notaio cagliaritano Francesco Cillocco e l’ex parroco di Terralba Francesco Sanna Corda. Nel giugno del 1802 sbarcarono nelle coste nord, nelle spiagge dell’odierna Costa Paradiso riuscendo a conquistare le torri di Vignola, Isola Rossa e Longonsardo. In ognuna venne issato il vessillo rivoluzionario della Repubblica Sarda e quello del tricolore francese. Scrive Bruno Addis (nel libro: La Maddalena, storie e vicende dell’Arcipelago in ordine cronologico), che Francesco Sanna Corda intimò ad Agostino Millelire, comandante militare (governatore dell’Isola lo definì Nelson pochi anni dopo), di consegnare La Maddalena agli insorti, entro quattro giorni. Millelire, fedele al Re di Sardegna, non solo ignorò la richiesta ma collaborò con uomini, intelligence e mezzi col luogotenente del Corpo dei Cacciatori Esteri, Pietro Francesco Maria Magnon, inviato a Longosardo (odierna Santa Teresa Gallura) fino alla repressione dell’insurrezione, che venne soffocata nel sangue. Al fallimento dell’impresa contribuì anche il mancato appoggio delle popolazioni degli stazzi e alcuni tradimenti. Francesco Sanna Corda morì con altri in combattimento, parte dei rivoluzionari fuggirono, alcuni riparando di nuovo in Corsica altri dandosi alla macchia in Gallura. Francesco Cillocco venne arrestato, condotto a Sassari, torturato, processato e ucciso tra disumane sofferenze. (Francesco Sanna Corda, di Borutta, fratello di Antonio Vincenzo parroco di Thiesi, teologo, parroco di Torralba, giacobino esule nel 1796 ad Ajaccio, confessore della madre di Napoleone)

12 luglio

Delenda Aggius. Distruggere Aggius. E stato questo l’assillo dei Savoia per tutta la seconda metà del Settecento. Per ben due volte il borgo gallurese fu minacciato di essere distrutto e la sua gente dispersa. «Informata Sua Maestà dello scandaloso ricovero e favore che trovano mai sempre e trovano tuttavia i banditi e facinorosi in codesta villa di Aggius, non meno che dei frequenti furti e contrabbandi che vi si commettono, servendo la medesima di piazza di Mercato, dove pubblicamente si trasportano gli effetti derubati e i generi destinati alle clandestine imbarcazioni, giuntavi la resistenza che gli stessi abitanti hanno talvolta usato di far giustizia ed alla truppa medesima, stava per prendere la determinazione di schiantare affatto in una colla villa tutta la cagione di tanti pregiudizi che ne derivano alla quiete ed agli interessi dei pubblici e dei privati…». Era il 21 agosto 1766 quando Balio Della Trinità, viceré di Sardegna, emanò questo pregone nel quale veniva ventilata l’ipotesi dello sradicamento dell’indocile centro.Trentasei anni dopo, il 12 luglio 1802, torna alla carica Placido Benedetto di Savoia, conte di Moriana, governatore di Sassari. Il quale al fratello Carlo Felice, viceré di Sardegna, proponeva: «… contro i perfidi pastori di Aggius si usi il massimo rigore, senza remissione. Quella sciagurata gente è ormai arrivata al colmo dell’iniquità. Esauriti tutti i mezzi, rimane quello di ridurre in cenere quel villaggio, dividendosi gli abitanti in tante diverse popolazioni fuori della Gallura». Ma perché tanto accanimento nei confronti del borgo e della sua gente? Se il conte di Moriana voleva far pagare agli aggesi il fiancheggiamento assicurato da alcuni pastori al peraltro sfortunato sbarco dalla Corsica degli angioiani Cilocco e Sanna-Corda, eccessive e sproporzionate sembrerebbero le misure minacciate qualche decennio prima da Balio Della Trinità per porre fine ad un seppur fiorente ma sempre esistito flusso di contrabbando fra Gallura e Corsica. Anche in questo caso le ragioni furono di ordine politico. Quel flusso di traffici illeciti, con centro nella villa di Aggius, sarebbe passato per le Isole Intermedie _ le isole dell’Arcipelago di La Maddalena _ e ne avrebbe ostacolato l’estensione della sovranità ed il pacifico possesso da parte dei Savoia contro le mire bonifacine. Distruggere Aggius risultava così un obiettivo strategico. E quanto si ricava da un documento poco noto _ la relazione di Don Gavino Pailacho, marchese della Planargia, reggente la regia governazione di Sassari _ rispolverato ultimamente alla Maddalena nell’ambito della rivisitazione della cosiddetta Questione delle Isole Intermedie. Il marchese della Planargia aveva infatti ricevuto dal re Carlo Emanuele III l’incarico di individuare soluzioni atte a stabilire l’ordine nelle aree prospicienti le Bocche di Bonifacio e di tentare il definitivo recupero al Regno delle Isole maddalenine. Esaminata la situazione, il Pailacho riferì al re il 6 giugno 1766. Otto mesi dopo ecco l’emanazione del fatidico Pregone di Balio della Trinità che ne recepiva uno dei suggerimenti: distruggere Aggius. Tre infatti furono gli «espedienti» proposti per tentare la conquista delle Isole Intermedie: un improbabile negoziato con la Francia, la concessione della amnistia ai banditi che vagavano fra Sardegna e Corsica e quindi «quello di degnarsi Sua Maestà, concedere quelle isole, La Maddalena, La Cabrera e Santo Stefano (con aggregare le altre tre piccole una per cada una delle suddette) in feudo a tre soggetti forestieri con l’obbligo però di dover sloggiare da quelle isole i corsi che vi si trattengono con gente di mare e che la gente medesima dovesse stabilirsi e farsi poco alla volta una popolazione». Occorreva però sgombrare il campo «da continui frequenti contrabbandi commessi nelle spiagge marine di Tempio d’ogni sorta di bestiame, cuoi, lane e formaggi, non solamente provenienti dalla Gallura ma anche da tutto il Logudoro». Spiega infatti il Pailacho che «in varie parti, monti e siti scoscesi e difficili a penetrarsi vi si annidans vari banditi con qualche sua gente, come a dire il famoso Biliano Fois nelle montagne di Bolotona, altri in quelle di Bultei, Giò Fais nel sasso di Claramonte ed altri in diverse parti i quali, sebbene non siano quelli che vanno d’ordinario a commettere i furti di cavalli, buoi domati e abbigeati d’ogni sorte di bestiami, hanno però le sue segrete corrispondenze con tutti quasi li ladri delle ville di detto capo, i quali animati da detti facinorosi rubano ogni sorta di bestiami e indi menandoli in qualche d’una di quelle parti dove hanno le loro corrispondenze, quelli trasportansi nella villa di Aggius che è l’antrepò (deposito. ndr) per così dire, di detti furti. Indi poi sono condotti e scortati dagli aggiesi alle marine della Gallura in quel giorno e tempo già prima concertati con i Bonifacini, per portarsi in quelle spiagge con sue barchette, per condurre il tutto in Bonifacio. E vero _ considera ancora il Pailacho _ che correggendosi l’impeto dei sovradetti furti, verrebbe ancora a calmare in gran parte il contrabbando, ma per svellere simili disordini, sarebbe di mestiere distruggere quei banditi che occupano li predetti monti e luoghi inaccessibili quali e annidano e che hanno in animo ai ladri di questo capo con quali mantengono le predette corrispondenze. Ma primariamente bisognerebbe atterrare la villa d’Aggius, quale è l’Emporio quello pernicioso e scandaloso commercio». Come si sa ad Aggius la pena fu sospesa alla condizione _ mai rispettata _ che i suoi abitanti divenissero veri e buoni sudditi. Nessun altro «espediente» del Pailacho ebbe attuazione. Quanto alla questione del recupero ai territori del regno delle Isole Intermedie, essa tardò a risolversi. Il 14 ottobre 1767 un corpo di spedizione sardo-piemontese occupò le isole. Ma 26 anni dopo, Napoleone Buonaparte restituì il colpo occupando a sua volta, seppure per pochi giorni, le stesse isole. Occorrerà aspettare la militarizzazione della Maddalena perché quelle isole divenissero sarde e piemontesi. (“Luigi Martinetti, da Sassari, Giovanni Battino e Francesco Frau da Aggius, vengono condannati nel capo ed impiccati; il primo a Sassari, gli altri in Gallura. Si ordina pure la confisca dei loro beni. Le loro teste, come a felloni, vengono conficcate sui patiboli: i cadaveri bruciati, e le ceneri sparse al vento. Costoro, con altri emigrati isolani, a capo dei quali Francesco Sanna Corda, parrocco di Torralba, ed il cagliaritano Francesco Cilocco, dopo avere, dalla Corsica, destato il fuoco della rivolta in Sassari e nella Gallura, approdavano in questa come inviati dell’Angioi, vantando prossimi approdi di squadre francesi. Fatto centro nella villa di Aggius ed unitisi a Pietro Mamias capo di ribaldi, andavano incontro alle milizie regolari. Ma, comprato coll’oro del governo il Mamias furono con impeto assaliti nelle torri di Longosardo, di Vignola e dell’Isola Rossa, e di essi fu fatta giustizia sommaria colle pene le più atroci.” da Effemeride sarda di Pietro Meloni – Satta. Dicembre 1894)

26 luglio

Carlo Felice, vivamente preoccupato della diffusione dei traffici clandestini di granaglie e di tabacco, per frenarne il fenomeno, emana un nuovo pregone che stabiliva norme più severe in materia di contrabbandi. Era convinto, infatti, che i provvedimenti fin allora adottati si fossero rivelati inefficaci e pressoché inutili, considerati gli scarsi risultati conseguiti, a causa soprattutto della trascuratezza, negligenza e complicità delle stesse autorità preposte alla sorveglianza delle coste, degli alcaidi e dei torrieri, nei confronti dei quali, in caso di accertata inadempienza nell’esercizio dei compiti istituzionali loro assegnati, venivano adottate misure più severe, quali l’inasprimento delle punizioni corporali e pene pecuniarie più pesanti. Ma, nonostante la molteplicità e severità delle leggi, le evasioni fiscali ed i traffici di contrabbando continueranno a verificarsi numerosi e interesseranno tutte le zone costiere dell’isola nel loro complesso. I traffici di contrabbando toccheranno livelli assai elevati soprattutto durante il “blocco continentale”, adottato dalla Francia, e mirante a colpire il predominio commerciale britannico in Europa. La conseguente paralisi dei grandi traffici marittimi rilanciava, infatti, il ruolo economico dell’isola nel Mediterraneo, attirando sulla sua produzione cerealicola e zootecnica l’interesse di armatori e mercanti di varia nazionalità, che operavano prevalentemente sotto la protezione della bandiera francese. La presenza della flotta inglese nel Mediterraneo, che necessitava di notevole quantità di vettovaglie per il sostentamento delle truppe, alimenterà il traffico di contrabbando. Proprio in questi anni, che grosso modo coincidono con il soggiorno forzato nell’isola dei sovrani sabaudi, il litorale ed il porto di Terranova si distingueranno per le estrazioni illecite e clandestine di notevoli quantità di grano e di formaggio. Numerosi armatori, ad esempio, per sfuggire alle alte tariffe doganali, ricorreranno alle false denunce sulla quantità delle merci caricate, o più sbrigativamente al commercio clandestino, rischiando, come si verificherà in più d’una occasione, di vedersi sequestrare la nave e il carico e di vedersi infliggere multe pesantissime.

12 agosto

Nel medioevo era detto Santa Reparata e più tardi Lungone. Dal 1862 solo Santa Teresa Gallura. Il porto di Santa Reparata vanta antiche origini. Furono i mercanti pisani nell’XI secolo a frequentare lo scalo e ad erigervi la chiesa dalla quale il porto mutua ancora il nome. Ubicato in località Capo Testa, in data imprecisata fu trasferito poco più a sud, nella baia meridionale, a circa quattro chilometri dall’odierna Santa Teresa. Appartenne alla curatoria di Montànea o Montàngia del Regno di Gallura, anche se secondo altri alla curatoria di Taras. Il suo territorio, abbandonato nel XIV secolo per le guerre tra Regno di Arborea e Regno di Sardegna, nel Seicento venne sporadicamente ripopolato da famiglie di pastori, non censite fino alla metà del XIX secolo. L’odierno abitato fu fondato sulla sponda occidentale del porto di Longone con decreto regio di Vittorio Emanuele I di Sardegna il 12 agosto 1808, per abbattere i traffici illeciti nelle acque dello stretto di Bonifacio e per riscattare le terre della zona dall’incuria. Il nome dato dal sovrano fu quello della santa che portava il nome della sua consorte: Teresa; mentre il piano urbanistico venne stabilito a tavolino e trasmesso al capitano delle Regie Armate Pietro Francesco Maria Magnon per l’edificazione. L’attuale denominazione di Santa Teresa Gallura venne assunta nel 1862.

28 ottobre

Muore improvvisamente a Sassari Placido Benedetto di Savoia Conte di Moriana. Nacque a Torino nel 1776 era il dodicesimo nato da Vittorio Amedeo III; fratello di Carlo Emanuele IV, di Vittorio Emanuele I e di Carlo Felice: Era giunto, nel 1779, nella nostra isola al seguito della Famiglia Reale: In Sardegna fu fu nominato Commissario Generale della Cavalleria Miliziana e successivamente Governatore di Sassari dove promosse le arti assegnando pensioni dalla propria cassa per chi, sardo, si recasse a studiare nel continente; regalò anche moltissimi libri all’Università. Dopo aver presenziato alla processione di San Gavino tenuta dalla Confraternita dell’Orazione e Morte di San Giacomo nel Duomo sassarese. Fu seppellito proprio in San Nicola dove, nel 1807, Carlo Felice gli fece erigere un monumento dallo scultore F. Festa.