Correva l’anno 1806

Nel 1806 le avverse condizioni meteorologiche determinarono scarsissimi raccolti in Sardegna. Ciò produsse una tremenda carestia in quell’anno ed anche nel successivo 1807, della quale gli isolani soffrirono moltissimo. Il pane scarseggiò infatti sia per i militari della guarnigione e delle navi e che per la popolazione. “In quell’occasione Des Geneys fece la proposta di creare una colonia a Palau. Diceva: visto che qui non abbiamo terreni per coltivare il grano, perché non chiediamo di avere il terreno di Palau. Lì i maddalenini e anche quelli che dalla Corsica vengono qua perché cacciati, potrebbero trovare ampi terreni da coltivare e quindi finalmente la penuria del grano non si farebbe più fatta sentire”. La proposta non fu accettata da parte del Governo dell’epoca poiché quei terreni appartenevano a proprietari parte dei quali stavano in Spagna e poi perché non vi erano le risorse sufficienti per pagarli. Ma la proposta più ‘rivoluzionaria’ in un periodo nel quale la Rivoluzione Industriale era di là da venire, fu quella della “realizzazione di una fabbrica di stoffe che doveva sorgere là dove oggi c’è il Genio Marina e il Circolo Ufficiali. Secondo lui una fabbrica di quel tipo avrebbe potuto dare lavoro a molte persone che non potevano vivere su e dal mare. Des Geneys era già arrivato a redigere un atto notarile, ad impegnare il Governo, e anche colui che avrebbe dovuto mettere i soldi per realizzare la fabbrica e affinché l’operazione desse maggiori ricadute a favore della popolazione, il proprietario s’impegnava a dare lavoro subito ad un terzo dei lavoratori locali e negli anni sarebbero sarebbe dovuti arrivare al 50% della manodopera impiegata. La fabbrica avrebbe dovuto produrre non soltanto stoffe per abbigliamento ma anche per le navi della Marina del Re, per le vele, per i cordami e per tutto quello che sarebbe stato necessario. Si era allora nel periodo nel quale oggi viene inquadrata la Prima Rivoluzione Industriale (che interessò soprattutto, almeno inizialmente, l’Inghilterra), cronologicamente collocato tra il 1780 ed il 1830, rivoluzione che interessò soprattutto il settore metallurgico e tessile (appunto), caratterizzato dall’introduzione della spoletta volente, un congegno che consentiva la tessitura automatica, e della macchina a vapore. Non se ne fece niente, non solo perché il progetto era forse troppo all’avanguardia per il Regno di Sardegna ma anche perché, probabilmente, allora come ora, La Maddalena scontava e sconta, la difficoltà dei collegamenti e la lontananza dai mercati, fattori estremamente penalizzanti per la buona riuscita di un’industria di trasformazione.

17 febbraio

Provenienti da Napoli, a bordo di una nave russa, il re e la famiglia reale arrivano a Cagliari.

7 aprile

Il registro della gente di mare per l’arruolamento degli equipaggi da guerra (iscrizione marittima) fu una delle istituzioni napoleoniche estese all’Italia. In Sardegna fu introdotta nel 1807; fino ad allora gli equipaggi militari erano reclutati col sistema tradizionale dell’ingaggio volontario completato da leve forzose. Lo stesso governo sardo riconosceva che in tal modo la scelta cadeva «fra individui noti per la loro cattiva condotta, ladri, ed incorreggibili»; inoltre venivano congedati a fine campagna, «senz’avere il tempo di essere formati al genere di servizio cui (erano) destinati». Per rimediare almeno a questo inconveniente, fu istituita, con regio viglietto del 7 aprile 1806 e col nome di compagnia di grazia pel servizio della regia marina, una compagnia permanente di 80-100 “remiganti”, inquadrata da 1 sergente e 2 caporali in soprannumero distaccati dalla compagnia di marina, sotto gli ordini di un ufficiale di marina incaricato della disciplina ed economia. La contabilità era tenuta dal sergente, e uno dei marinai di grazia era destinato per tamburo. L’equipaggio della galera includeva 35 graziati su 71 marinai, quello della mezza-galera 24 su 56. La compagnia era reclutata tra i forzati, i volontari forestieri e i discoli condannati in via correzionale a 4 anni di ferma come marinai di grazia. Tra i forzati erano preferiti disertori e contrabbandieri: seguivano quelli condannati a non oltre 6 anni (possibilmente per reati commessi in risse) e infine quelli distinti per valore in combattimento o per numero di campagne. (Eccezionalmente, il 2 aprile 1811 una condanna a 20 anni di galera fu commutata nel servizio in marina a tempo indeterminato.) I volontari dovevano arruolarsi per 4 anni con premio di 5 lire (di cui 2/3 per il “piccolo abbigliamento”) e paga mensile di 6 lire (di cui metà ritenute per l’abbigliamento). Sia in mare che a terra ai marinai di grazia spettava la stessa razione dei forzati, ma ai volontari si dava il vino tutti i giorni. Chi si segnalava per buona condotta, coraggio e zelo, poteva, su rapporto dei capitani dei legni d’imbarco e proposta del comandante al re, essere ammesso nella compagnia regolare di marina come cannoniere di mare, marinaio o soldato. Chi invece si dimostrava indegno della grazia, era rimandato alle ciurme per scontare il resto della pena, su decisione a maggioranza di un consiglio di 5 capitani e ufficiali nominati dal comandante. I delitti erano giudicati a tenore delle leggi. Le pene per la diserzione erano graduate a seconda della categoria: i forzati con la morte: i discoli con la fustigazione e il raddoppio della ferma (e con la morte in caso di recidiva); i volontari con le pene ordinarie previste per la truppa regolare. Alloggiata in uno dei magazzini situati tra le due barriere della porta della darsena, attrezzato con letti da campo, e «soggetta alla più rigorosa disciplina», la compagnia era destinata al servizio di «marinai di rama» sulle galere, ma tenuta ai servizi degli altri marinai e soldati a seconda del caso doveva perciò essere esercitata al maneggio delle armi e del cannone, al lancio delle granate e alla manovra d’abbordaggio. Durante il quartiere d’inverno alcuni potevano essere comandati come operai, con ritenuta di 1 soldo sul salario quotidiano per la massa di “piccolo abbigliamento”. Gli equipaggi da armare durante il quartiere d’inverno dovevano comunque essere formati a preferenza coi marinai di grazia per risparmiare la paga dei marinai ordinari di rinforzo. Il corredo includeva: a) «una camiciola da marinaio incrociata di panno di color bruno, bottoni di corame, paramani e colletto di panno blu celeste e un’ancora sul paramano in forma di ferro di galera, cioè a 4 patte», con cravatta di corame; b) «calzoni d’inverno del colore più vicino a quello della camiciola, e d’estate di tela o bombacino bianco»; c) «mezzo cappotto da marinaio»; d) «un bonetto di corame con cifra di ottone contenente (le lettere) M e G (sormontate) dalla corona reale». Inoltre 3 camicie, 1 paio di calzoni di tela blu, 1 paio di scarpe, pettine, spazzola, sacco e una coperta (da restituire all’atto del congedo). Nel 1814 erano detenuti nei bagni penali 80 schiavi turchi (a Cagliari) e 439 forzati (290 a Cagliari, 49 a Porto Torres, 30 alla Maddalena, 29 a Sassari, 29 a Carloforte e 12 ad Alghero).

22 aprile

Dati i problemi che aveva di fronte, Vittorio Emanuele I cercò di impiegare le scarse risorse del Regno nel modo migliore e di riorganizzare il personale militare. Con un Regio Viglietto rese autonoma l’amministrazione della Marina, pur lasciandola soggetta al controllo dell’Ufficio del Soldo. Poi costituì una Cassa di Marina, diretta da un apposito Consiglio, che doveva provvedere tanto alla gente imbarcata quanto a quella di Fanteria di Marina. Il problema era adesso quello di individuare le fonti di finanziamento della Cassa di Marina. Infatti la tecnica fiscale del periodo antecedente la Rivoluzione Francese non era molto sofisticata e non aveva, come in seguito, un afflusso di tutte le entrate a un unico tesoro dello Stato, dal quale poi il denaro veniva ripartito di anno in anno a ogni branca dell’amministrazione civile e militare secondo le necessità. A quel tempo era difficilissimo tassare i beni mobili, e le tasse gravavano su quelli immobili, purché non appartenenti alla nobiltà o al clero. Poiché però il gettito era insufficiente, ne esistevano altre, indirette, sui generi di largo consumo – pane, sale, carne, vino, birra, tabacco – sulle transazioni di qualsiasi genere, mediante l’imposta di bollo, e, infine, sugli scambi commerciali attraverso il pagamento di dazi e pedaggi. È inutile dire che il sistema aveva moltissime pecche, tant’è vero che negli Stati italiani aveva provocato rivolte di varie dimensioni, come quelle di Palermo, di Napoli nel 1647 e di Messina nel 1674. Infine, per far fronte alle necessità belliche, quando il gettito fiscale non bastava, era comune il ricorso ai prestiti, garantendoli colle rendite di alcune parti dei territori. Dunque, ammesso che il denaro si trovasse, affluiva alle casse dello Stato attraverso due canali: uno, generalmente detto “Camerale”, che radunava le imposte provenienti dai beni immobili, e l’altro, il “Contribuzionale”, che raccoglieva la tassazione indiretta e quella sui beni mobili. Le somme radunate però non erano fuse in un’unica cassa e ridistribuite secondo le varie necessità, ma avevano fin dall’inizio una loro destinazione. Così si sapeva in partenza che i redditi di una certa miniera avrebbero alimentato un certo numero di reggimenti, ed esclusivamente quelli, mentre i proventi di certi diritti di dazio sarebbero serviti solo al mantenimento di determinati uffici, e le rendite di una circoscritta porzione dei dominii reali al pagamento di un certo numero di pensioni nominative; e quei fondi, una volta stabilita la loro destinazione, non avrebbero potuto essere adoperati per finanziare altri enti o necessità. In questo modo la situazione era sempre sul filo del rasoio. Una carestia – tutt’altro che rara – implicava l’impossibilità di pagare un intero settore dell’apparato civile o militare. Una cessione di diritti o di rendite comportava la necessità di nuove imposte, specificamente dirette a coprire il buco apertosi in certe contabilità. Una sconfitta militare e la conseguente perdita di territori privava del sostentamento centinaia di persone o costringeva a sciogliere i reggimenti che il Sovrano manteneva colle rendite di quei medesimi territori. Ora, per quanto riguardava la Marina sabauda, applicando un simile farraginoso sistema, i fondi per il suo mantenimento furono individuati nell’esclusiva di alcune entrate dello Stato e cioè: i diritti d’ancoraggio riscossi in tutti i porti del Regno di Sardegna; quelli di tonnellaggio (sarebbe a dire la tassa di 7 denari e 6 soldi sardi per tonnellata piena e 5 soldi per tonnellata vuota) pagati da tutti i legni da carico che non facevano scalo a Cagliari; i diritti sull’uso dei macchinari di carenaggio, dei ponti di calafataggio, delle cucine e dei servizi forniti dalla Regia Darsena di Cagliari; i diritti sulla pesca fatta dalle barche adibite alla raccolta del corallo; i redditi delle pescherie di Bosa, Cagliari e Corti Perdas; quelli delle tonnare reali, e i diritti sulla lavorazione del tonno e sulla produzione di pesce conservato; il sussidio ecclesiastico; le decime sui beni dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e un terzo dei redditi derivanti dai cosiddetti benefici di risulta. L’ammontare di tutte queste entrate si aggirava sulle 100 000 lire di Sardegna, cifra che sarebbe poi rima-sta pressoché invariata fino alla Restaurazione. Infine, sempre nel miglior stile ante-rivoluzionario, la Cassa della Marina aveva un’amministrazione separata da quella delle Finanze e delle altre casse e, in pratica, di tutti i soldi che riceveva e di come li spendeva Des Geneys rendeva conto direttamente e solo al Re.

23 aprile

Vittorio Emanuele I parte da Cagliari per una visita nel regno.

26 maggio

A dicembre del 1805, il maddalenino Antonio Carlo Millelire, era impegnato in operazioni commerciali al comando di una gondola mercantile con un “bellissimo passavanti francese” datogli dal Commissario generale di Francia. Si trovava a Porto San Paolo quando uno sciabecco barbaresco, ignorando il suo passavanti (il rais magrebino affermava di non saper leggere), lo catturò e lo portò a Tunisi. Qui il console francese confermò l’inutilità del permesso e Antonio, che si autodefiniva coglionato, fu dichiarato schiavo. Scrisse a Desgeneys per segnalare la situazione, approfittando, con grande lucidità e spirito di osservazione, per dare notizie sulle azioni e sugli armamenti dei barbareschi. Venne liberato dopo qualche mese, probabilmente attraverso uno degli scambi periodici che prevedevano tre barbareschi contro un cristiano, e il 26 maggio 1806, appena arrivato a Cagliari, relazionò su tutto ciò che aveva visto e annotato a Tunisi. Nel 1810, inoltre, al comando della galeotta La Bella genovese con 27 uomini, catturò una tartana marocchina, compreso il rais Ben Aly Chiliqui, fatto questo che dovette concorrere alla promozione ottenuta l’anno seguente.

6 giugno

La presenza barbaresca nelle acque della Gallura e della Baronia restò costante per tutta la seconda metà del XVIII secolo e per il primo quindicennio del XIX. Nel maggio 1806 Des Geneys partì nuovamente in crociera con le tre galere e il lancione, a caccia di una flottiglia tunisina di 9 velieri (inclusi 1 fregata e 4 sciabecchi). La notte del 5 giugno 700 tunisini sbarcarono nella cala di Osella presso Orosei, cogliendo gli abitanti nel sonno. Assalito dentro casa, Tommaso Mojolu reagì a coltellate salvando sé e la famiglia; Antonio Gozza, accorso in armi e abbattuto sull’uscio di casa, riuscì comunque a dare l’allarme. La reazione dei paesani e dei barracelli mise in fuga gli assalitori, inseguiti fino alla spiaggia dalla cavalleria miliziana e bersagliati dalla Torre di Sant’Antonio, lasciandosi dietro 80 morti e feriti contro un solo morto e un solo ferito tra i miliziani. Con circolari dell’8 e 11 giugno fu attivato il servizio miliziano di guardia costiera, e l’11 il re indirizzò alla popolazione di Orosei un biglietto di elogio. I tunisini predarono però alcuni mercantili e il lancione regio (poi abbandonato e recuperato 20 giorni dopo) e fecero razzie sulle spiagge del Serrabus e dell’Ogliastra, tanto che il 18 giugno vi furono spiccati forti distaccamenti, mentre il cavalier de Varax fu nominato comandante di Carloforte, Isola di Sant’Antonio e luoghi limitrofi da Capo Teulada a Capo Pecora. In luglio la squadra riuscì inoltre a recuperare il lancione catturandovi a bordo 27 tunisini. Paghi delle 25.000 lire sarde negoziate dal solito Pollini per il riscatto degli schiavi catturati dopo il 1803, nel 1807 i tunisini lasciarono in pace la Sardegna, e nel triennio successivo la politica sarda di cooperazione con gl’inglesi li dissuase da nuove spedizioni. Vedi anche: “Le crociere del 1804 e 1806 e la difesa di Orosei” 

9 agosto

Un editto per l’amministrazione della giustizia e per la repressione dei ‘‘torbidi’’ istituisce due ‘‘colonne mobili’’ (una per il Capo di sopra e l’altra per quello di sotto), composte da volontari, che agli ordini di un comandante militare, di un magistrato e di un avvocato fiscale, hanno il potere di fare giustizia sommaria ovunque si trovino.

3 ottobre

Gli Stamenti istituiscono un donativo straordinario annuo a favore della regina Maria Teresa.

14 ottobre

Battaglia di Jena. Alcuni giorni dopo Napoleone proclama il ‘‘blocco continentale’’.

3 dicembre

Un editto teso a promuovere la coltura dell’olivo consente la recinzione dei terreni e promette titoli di nobiltà a coloro che piantano o innestano più di 4.000 alberi. Il provvedimento, che riprende gli schemi tipici dell’iniziativa politica boginiana, segna un’importante tappa nella affermazione sul piano legislativo della linea delle ‘‘chiusure’’.