Correva l’anno 1808

Correva l'anno 1808Nel 1808 Napoleone vietò alle navi sarde il commercio coi territori a lui soggetti. Vittorio Emanuele reagì chiudendo i suoi porti a quelle francesi, o ad esse collegate, e cominciò lo stato di guerra. Non vi furono mai scontri fra le due parti; ma il Re si rese conto di dover provvedere a una nuova riorganizzazione delle sue forze, sia per scoraggiare i Francesi dal tentare uno sbarco in Sardegna, sia per convincere gli Inglesi che non aveva bisogno di una loro guarnigione nell’isola e che all’occorrenza sarebbe stato in grado di difendersi da solo. Le truppe di terra furono allora articolate su tre divisioni, e sulla carta giunsero ad allineare circa 16.000 uomini tra fanti, cavalieri ed artiglieri, con una spesa di 1.004.575 lire per l’intero bilancio dell’Esercito, al quale la Compagnia Leggera di Marina concorreva con 37 881. Nello stesso anno a Maddalena viene costruita la “Casa Azara”, il bel palazzo su Cala Gavetta che ha ospitato per molti anni la Regia caserma dei Carabinieri. Nel 1874 il Marchese di San Saturnino – che è nell’isola “per le bagnature” – la annovera “fra le più distinte case della Maddalena” e ricorda che il cav. Azara, nel ricevere gli ospiti, “faceva risuonare le armonie dei suoi pianoforti”, nello stesso anno viene nominato il nuovo parroco, è don Giovanni Battista Biancareddu che resterà in carica fino al 1824. Gli succederà don Luca Ferrandico fino al 1829.

21 gennaio

Con l’arrivo del nuovo commissario francese d’Oriol, ma già alla fine del 1806 il re di Napoli Giuseppe Bonaparte estese arbitrariamente alla Sardegna il blocco continentale proclamato dalla Francia, mentre d’Oriol accusò il governo sardo di aver consentito ai corsari inglesi di predare navi francesi e neutrali nelle sue acque territoriali e violato la corrispondenza a lui indirizzata, denunciando inoltre le dichiarazioni antifrancesi del cavalier d’Ofral, un maggiore irlandese scudiero del re. D’Oriol riuscì infine ad imporre l’umiliante convenzione del 19 novembre 1807 che impegnava il governo sardo ad un risarcimento di 219.332 franchi in 4 rate per 4 navi genovesi predate dagl’inglesi il 17 giugno sulla costa occidentale della Sardegna e a nuove misure per conservare una perfetta neutralità che furono poi stabilite col regio editto del 31 dicembre 1807. In particolare si vietava ai sardi di armare legni corsari sotto bandiera estera e si limitava la sosta dei corsari esteri ai soli porti di Cagliari e Alghero e per soli 2 giorni, con divieto di cattura nelle acque territoriali e di rimorchio delle prede nei porti sardi. Ciononostante, con decreto da Milano del 17 dicembre, Napoleone estese il blocco continentale alla Sardegna, ordinando il sequestro dei bastimenti sardi ancorati nei porti dell’impero. In particolare tre liuti e un brigantino furono sequestrati a Livorno e molti piccoli trasporti in Corsica. Il governo sardo reagì sospendendo il pagamento della seconda rata, inviò un agente segreto in Corsica per verificare la situazione e il 21 gennaio 1808 ordinò il fermo con piantonamento di tutte le navi estere e nazionali presenti nei porti sardi, almeno una quarantina (15 francesi e napoletane a Cagliari, 4 francesi, 2 inglesi e 3 sarde alla Maddalena, 5 genovesi, 2 francesi, 1 sarda e 1 inglese ad Alghero e Porto Conte, altre a Carloforte). Lo sciabecco corsaro Stin (di padron Dessori), con patente inglese, sfuggì al fermo aprendo il fuoco. Ricevuta conferma del sequestro delle navi sarde in Corsica, il 28 fu disposto il sequestro delle navi francesi e il rilascio delle altre. Il governo sardo sperava così di arrivare ad un accomodamento, ma la crisi fu aggravata dal corsaro genovese Nicolò Monici, il quale predò a tiro di cannone dalla costa due legni di Carloforte e di Bosa e, presentatosi sotto bandiera spagnola, tentò di sbarcare a Perdas Nieddas contravvenendo alle disposizioni sanitarie. Alle proteste sarde, d’Oriol lasciò Cagliari e il 20 aprile 1808 Napoleone confermò l’estensione del blocco alla Sardegna, chiudendole i porti di Napoli, Livorno, Genova e Marsiglia. L’interruzione dei collegamenti con il continente spinse la Sardegna a chiedere la protezione dell’Inghilterra. Incoraggiato dall’arrivo in giugno di un inviato britannico (William Hill), il 6 luglio 1808 il re chiuse a sua volta i porti alla Francia, decretando l’arresto dei corsari e mercantili francesi e il sequestro cautelare delle navi e del carico. Con manifesto del 15 dicembre 1809 i sudditi e gli stranieri residenti nel regno furono invitati a denunciare i beni e i capitali loro confiscati dal governo imperiale e dai suoi satelliti, allo scopo di avere elementi di compenso. Nel marzo 1810 si ordinò l’arresto dei bastimenti neutrali diretti in porti soggetti alla Francia o con carichi di merci francesi, e il sequestro del carico. Con editto addizionale del 3 gennaio 1808 al regolamento marittimo del 26 dicembre 1806 la concessione delle patenti di corsa (lettere di marca o di rappresaglia) era stata limitata a navi di portata superiore alle 1.600 cantaia, armate con almeno 6 cannoni e 35 uomini d’equipaggio, per campagne di almeno 4/6 mesi e con cauzione per danni di 3.000 scudi, riservando alla cassa di marina 1/5 della preda. Nel 1808 il lancione Benvenuto (Giuseppe Albini) catturò un bovo corsaro sotto Capo Bon. Secondo Manno, seguito da Pinelli, nel 1810 il padre di Albini, Giambattista, predò a sua volta nel golfo di Cagliari un corsaro italiano (Gemma, del capitano Scarpa) e il giorno dopo uno “francese”, ossia ligure (Aquila del Mediterraneo). In realtà il Gemma era un semplice mercantile con salvacondotto inglese e dovette essere subito rilasciato con scuse formali. Il 10 settembre 1810 il sergente Paolo Navelli, addetto ai marinai di grazia, fu promosso sottotenente del Battaglione per le «replicate prove di probità e d’intrepido valore da lui date nella passata guerra» e per avere, il 25 agosto presso l’Isola dei Cavalli, predato un corsaro che aveva attaccato la gondola da lui comandata. Nonostante il riavvicinamento politico e nuove istruzioni ai torrieri di appoggiare le navi inglesi, la cattura di navi in acque sarde continuò a sollevare incidenti diplomatici: ancora nel 1813 l’incaricato d’affari a Londra si occupò della cattura da parte inglese del brick genovese Domator delle Onde sulla spiaggia di Quartu e dell’americano Violet da parte della fregata Alcmene nonché dei danni subiti dallo sciabecco genovese SS. Concezione.

12 marzo

Il patrimonio ex gesuitico, ormai impoverito dagli scorpori e dalle cessioni degli anni precedenti, viene attribuito al Monte di riscatto.

22 marzo

Muore in esilio a Parigi Giovanni Maria Angioy.

1 aprile

Il sovrano riordina i corpi miliziani suddividendoli in 12 reggimenti di fanteria e 6 di cavalleria e ne affida la leva ai consigli delle comunità. Un regio editto riorganizza le milizie nazionali sulle basi delle soldatesche d’ordinanza,alle quali dovevano diventare ausiliarie. Si obbligano i Comuni a fornire i soldati tra gli individui dai 18 ai 45 anni colla ferma di 6 anni. Pel numero soverchio delle esenzioni tutto il peso ricadeva sopra i celibi e sopra gli ammogliati senza prole, rendendosi più gravoso pel privilegio delle tre città favorite, Cagliari, Sassari, Alghero, eccettuate da tale obbligo.
Questo decreto provocava malumori in tutte le popolazioni, passandosi ad eccessi d’ogni fatta nei comuni della Gallura, sobillati dai turbolenti che davano a credere quelle milizie essere destinate per contrade straniere. Il Governo agiva con prudenza, persuadendo le popolazioni della assurdità delle notizie, e le operazioni sul reclutamento procedevano senza altre opposizioni.
Gli inquisiti di delitti leggeri furono graziati e chiamati a costituire il Corpo Franco.

20 aprile

Estendendo l’ordine di sequestro dei bastimenti sardi già impartito nel mese di gennaio, Napoleone Bonaparte dichiara l’embargo ai legni battenti bandiera sarda.

Abito tradizionale di Corte

6 giugno

Il generale napoleonico Joseph Morand (1757-1813) ordinò l’arresto di 167 uomini dai 15 agli 80 anni nella chiesa parrocchiale dell’Annunciazione, a Isolaccio di Fiumorbo, paese dell’Alta Corsica non lontano da Ghisonaccia. Nove di questi furono fucilati il 4 agosto a Bastia e altri otto furono condannati in contumacia, gli altri furono incarcerati nel forte di Embrun, paese delle Alpi della Provenza dove morirono tutti quelli incarcerati entro il 1814 dopo sei anni di carcere.

25 giugno

Des Geneys fu nominato caposquadra, e il 1° novembre promosso maggior generale nelle Regie Armate. Secondo l’arciduca, nel 1812 lo stato maggiore della marina era composto da un generale (Des Geneys), 2 colonnelli (De May e Constantin), 1 tenente colonnello (Porcile), 1 maggiore (Scoffiero), 5 tenenti di vascello (Albini padre e figlio, Ornano, Cugia e Angioy). Tra i comandanti di unità figurava anche Luigi Mameli, fratello di Raimondo. Il 21 giugno 1812 De May fu promosso brigadiere e Porcile colonnello. Quest’ultimo, illustratosi alla difesa della Maddalena nel febbraio 1793 e ferito nel combattimento di Capo Malfatano del 28 luglio 1811, fu nominato capitano del porto di Cagliari il 30 aprile 1813.

6 luglio

Vittorio Emanuele I ordina il sequestro dei bastimenti francesi e chiude loro i porti del regno. Isolata da Marsiglia, Napoli, Genova e Livorno, la Sardegna scivola sotto la piena protezione inglese, mantenendo un collegamento soltanto con Malta e Gibilterra.

12 agosto

II processo di ripopolamento dei territori disabitati avrebbe comunque contribuito nel lungo periodo a ridurre l’entità del contrabbando. Già nel 1738 e poi nel 1754 il governo sabaudo aveva ipotizzato di popolare il territorio di Longon Sardo con coloni greci provenienti dalla Corsica. II progetto fu in parte ripreso nel 1771, ma soltanto tra la fine del secolo e i primi anni dell’ Ottocento venne realizzata l’idea di fondare una comunità presso la torre di Longon Sardo anche allo scopo di controllare l’esazione dei diritti di «tratta» e contrastare efficacemente il contrabbando nelle Bocche di Bonifacio. Con un Regio Decreto di Vittorio Emanuele I diede inizio alla fondazione di Santa Teresa di Gallura. Non più Longonsardo o Longone (Lungoni nel dialetto locale) ma Santa Teresa, in onore di S.Teresa d’Avila e,forse ancor più, della moglie del sovrano: Maria Teresa d’Asburgo-Este.. Per facilitarne l’occupazione, vennero offerte franchigie d’ogni genere ai primi abitanti, tra le quali i terreni da coltivare ed i lotti per edificare le proprie case. Per prendere possesso dei latifondi di Santa Teresa, lo stato dovette ‘pagare’ i feudatari con titoli nobiliari, questi al tempo valevano più di qualsiasi cifra in denaro, dato che assegnavano ai detentori una serie illimitata di privilegi. Un ruolo trainante nella nascita della comunità venne svolto dal capitano Pietro Francesco Maria Magnon, comandante della torre di Longon Sardo. Nel 1837 il borgo contava già 827 abitanti e insieme a quello della Maddalena era ormai il principale porto della Gallura. Ai «primi popolatori» erano state accordate numerose franchigie: innanzitutto «il sito gratis per fabbricare una o più abitazioni», poi «l’estensione pure gratis di sei starelli di Cagliari [circa due ettari e mezzo) di terreno per coltivare». Insomma, anche nel caso di Santa Teresa, venne riproposta la tradizionale linea di colonizzazione dei terreni spopolati, elaborata alla fine degli anni trenta del Settecento, fondata soprattutto sull’agricoltura a scapito delle attività pastorali e dell’insediamento rurale disperso. Le iniziative intraprese miravano non soltanto a combattere le attività criminose o a censire i fuochi fiscali ma a porre anche sotto il controllo dello Stato i pastori e le cussorgie di quell’esteso territorio spopolato. È il caso di domandarsi quali rapporti legassero questa netta opzione agricola, perseguita con tenacia per circa un secolo (dai pregoni del Rivarolo al processo di privatizzazione delle terre), con l’insediamento rurale tradizionale e con le stesse vocazioni produttive della Gallura. Intorno al 1580 Giovanni Francesco Fara tracciava un’efficace descrizione della realtà economica e sociale e delle forme di vita delle popolazioni della Gallura, che si configurava come un vasto territorio completamente disabitato, irrigato da sorgenti e corsi d’acqua, ricco di foreste, foraggi e selvaggina. Quasi tutti gli abitanti esercitavano la pastorizia e abitavano in nuclei familiari isolati, sparsi per le zone montuose, dove facevano pascolare le greggi e gli annenti, allevavano i maiali e producevano ottimi formaggi e rinomati salumi. Spesso dimoravano sotto il cielo aperto o al riparo di alberi frondosi, in piccole capanne col tetto ricoperto di paglia e corteccia di sughero, oppure nelle vaste grotte un tempo abitate dai primi, antichi popolatori dell’isola (“quandoque aperto caelo et saepe sub frondosa arbore vel in parvis casi s, stramentÌs et suberis corti ce tectis, et in vastissimis priscorum antris … “). Prima ancora dell’atto di fondazione, il Re Vittorio Emanuele I ideò l’impianto urbanistico disegnando con le “proprie mani” la pianta “per la formazione della Nuova Popolazione di Santa Teresa”, datata 9 maggio 1807. Il disegno si ispira al tessuto urbano di Torino, con le piazze principali di forma quadrilatera e le strade che si intersecano ad angolo retto, secondo i canoni urbanistici savoiardi del tempo, diffusi tra sette e ottocento, e prevedeva non solo l’insediamento di una popolazione numerosa, ma anche una possibile espansione del Centro, come spiegano le Annotazioni a margine, riportate in basso a sinistra sulla piantina, in cui si stabilisce come procedere nelle edificazioni delle case e delle attività economiche. Per la nuova comunità nascente venivano pertanto impartite indicazioni urbanistiche, a cui sono poi seguiti confini territoriali precisi, indicati nel Diploma di fondazione. Tecnicamente il progetto disegnato da Vittorio Emanuele I presenta un tracciato stradale simmetrico, prevede piazze, contrade, la Curia e la Canonica, il Castello del Comandante, le prigioni e l’arsenale. Il disegno è stato realizzato a matita nera e colorato con pastelli di grafite a mina colorata, su un foglio di carta di cm. 48×38. Negli anni successivi si è cercato di osservare il piano d’ornato annesso al Regio Diploma di fondazione. Nella seduta del 14 maggio 1861… “…il Sindaco, presentando il Regolamento di Polizia Urbana, propone …in conformità del Disposto dall’art. 132 della Legge 23 ottobre 1859 n. 3702 debba sottoporsi alla Sovrana Sanzione …considerando che dall’esecuzione del medesimo va a ridondare una grande utilità al Comune, sia nell’interesse della pubblica igiene, sia nell’interesse della conservazione del piano d’ornato annesso al Regio Diploma 12 agosto 1808…. E ancora nel 1874 il Consiglio Comunale di Santa Teresa propone la nomina di un Capo muratore per “dare la linea a questi comunisti prima di dare mano a fabbricare nuove case… al fine di impedire di deturpare l’aspetto di questo Paese”.

La fondazione di Santa Teresa Gallura rappresenta un “caso” abbastanza atipico sia per il ruolo che vi giocò la pianificazione dello stato, sia per la modalità e i tempi della fondazione (1803 – 1911), abbastanza rapidi e “staccati” da quelli dell’ondata colonizzatrice della metà del secolo precedente. Le proposte di autorità civile e militari per “lo stabilimento di una popolazione di Longon Sardo”, nel lungo litorale deserto all’estremo nord della Sardegna, che dà il nome alle Bocche e allo stretto omonimo – si erano susseguite numerose a partire dal 1738. E si erano fatte più pressanti negli anni Sessanta del Settecento dopo la colonizzazione di La Maddalena che aveva posto, con urgenza, la necessità di una disciplina dei traffici con la Corsica e del fiorentissimo commercio di contrabbando di bestiame, cereali e tabacco che aveva uno dei suoi punti di riferimento proprio nella profonda e naturale insenatura detta Longon Sardo o Longone da cui aveva preso il nome l’antico borgo col castello, nodo militare importante nella lunga, implacabile guerra che aveva opposto i giudici sardi di Arborea agli Aragonesi.
Lo stanziamento, nel 1767, di una guarnigione nelle isole dell’arcipelago della Maddalena (chiamate “isole intermedie” e rivendicate da Genova, proprietaria della Corsica) non era stato sufficiente ad assicurare la difesa contro i pirati e il controllo dei traffici di contrabbando in cui avevano una parte alcuni principali di Tempio, attraverso i loro pastori collegati a “patroni” d’imbarcazioni bonifacine.
Alla colonizzazione di Carloforte (1738) fanno seguito, nel giro di pochi anni, quelle di La Maddalena, Montresta, Calasetta, S. Antioco, Gonnesa, S. Teresa Gallura e infine, quasi un secolo più tardi, di Villasimius.
Gli impianti urbani sono conformati agli schemi abbastanza consueti della città del Settecento: esemplari sembrano essere Carloforte e La Maddalena da una parte, e Calasetta e S. Teresa Gallura dall’altra, nel rappresentare il passaggio dalla città della celebrazione alla città della ragione, dalla città gerarchica alla città uniforme.
Non esistendo una “tradizione locale” dell’edificare cui fare riferimento, questi insediamenti reinterpretano i territori con principi astratti che, in combinazione con la morfologia dei siti, restituiscono scenari urbani inaspettati, singolari invenzioni di spazio.
La volontà di definire una forma della costruzione progettata è prevalente rispetto alla forma della situazione trovata.
Il “nuovo” si impone come affrancamento dalla tradizione e il modello prevale sul luogo.
E intanto la consonanza geografica fra i lembi estremi della Sardegna (nel nostro caso, da una parte l’area insulare della Maddalena e dall’altra l’area insulare di S. Pietro) sembra produrre curiosamente anche consonanze di impianto urbano: tanto simile è Carloforte a La Maddalena, quanto S. Teresa a Calasetta, con la maglia a scacchiera incurante del vicino mare, costruita intorno a una piazza centrale, ricavata per sottrazione di volumi dagli isolati contermini. Nasce così la città dei cives, la città degli uguali, la città dell’Ottocento, dove si afferma con forza il principio della separazione tra il luogo dell’abitare e il luogo del lavoro”.
A commento della lettura delle “Città di fondazioni in Sardegna” possiamo dire che di La Maddalena oggi affascina ancora il rapporto che la città riesce a instaurare con il mare, rapporto ottenuto senza mediazioni, con la cortina edilizia (più o meno nobile) che da cala Balbiano, per cala Gavetta, il Molo, Bassa Marina, cala Mangiavolpe e cala Renella, si stende da ovest verso est, il tutto senza moli di difesa a mare.
Questo sembra far intravedere una (forse non voluta) volontà pianificatoria di matrice ugualitaria, forse come contraltare della “città della Marina”, che si svilupperà da piazza Comando verso est. Importanti appaiono i concetti di Eugenia Tognotti che, non a caso, parla di:
– consonanza geografica tra Carloforte e La Maddalena;
– insediamenti che reinterpretano i territori con principi astratti restituendo “scenari urbani inaspettati, singolari invenzioni di spazio”.