Correva l’anno 1812

Correva l'anno 1812L’arciduca Francesco d’Austria Este (futuro duca di Modena), ospite im Sardegna (dove sposa la primogenita di Vittorio Emanuele I), comincia a scrivere la sua Descrizione della Sardegna (restituito dall’Austria all’Italia dopo il 1918, il testo sarà pubblicato nel 1934). Nel cap. VII egli illustra la consistenza della flottiglia della marina di guerra di casa Savoia, che in quegli anni era ridotta ai minimi termini: “una galera con 300 persone di equipaggio fra forzati e marinai era in disarmo a La Maddalena, mentre erano operative 2 mezze galere, la galeotta, i lancioni e uno sciabecco. Vi era anche un battaglione di fanteria detto “Real Navi” che uscì vincitore da un combattimento con i barbareschi. Il capo della marina era il barone Giorgio Des Geneys, De Maj era il secondo e il colonnello Costantin il terzo. Come si può notare, una descrizione del tutto militaresca.” Fu redatto anche un nuovo portolano da Giuseppe Albini, sulla base dei rilievi idrografici compiuti nel 1808 col lancione Benvenuto. La Descrizione dell’arciduca stimava la rada di Cagliari capace di 60-80 bastimenti, «sicurissima» e con «buon fondo» («fra 4 e 8 passi d’acqua, e anche 10 e 12»), riparata da tutti i venti di N, E ed O, mentre l’Ostro (S) favoriva l’imbocco della rada. I velieri di maggior pescaggio potevano però transitare solo sottocosta, perché la rada era attraversata da un basso fondale sabbioso tra Capo Pula e Capo S. Elia. La darsena poteva contenere fino a 30 bastimenti e anche di pescaggio maggiore, ma l’entrata era stretta tra 2 moli muniti di batterie, tanto che bisognava tirarli dentro con le corde. Il molo delle merci, situato verso gli stagni, era spazioso, ma con basso fondale, rendendo necessario il trasbordo del carico dalle o sulle navi maggiori. Tutte pagavano un piccolo diritto d’ancoraggio, tranne i legni da guerra inglesi. Le attrezzature si limitavano ai magazzini, ad un piccolo edificio della sanità e ad alcuni legni di spurgo e servizio (tra cui una caracca e alcune bette). La marina vi manteneva (in disarmo) le unità maggiori (la galera e le due mezzegalere), nonché una galeotta, un lancione e la barca reale.
A Ponente di Cagliari si poteva sbarcare in vari punti: in particolare a Pula, utilizzata dagl’inglesi per il rifornimento idrico (per ragioni di sicurezza non lo facevano con navi isolate, ma con l’intera squadra riunita). Altri approdi erano nel Golfo di Palmas e a Sant’Antioco, e a Porto Scuso e Porto Paglia dirimpetto all’ancoraggio di Carloforte. La baia di Oristano era riparata e capace di ricevere vascelli, ma era poco frequentata perché lontana dall’abitato, e così pure Porto Conte presso Alghero, raramente visitato dalle navi inglesi. Per i piccoli mercantili provenienti dalla Corsica o da Genova era più comodo il piccolissimo porto artificiale di Porto Torres (Sassari), con imboccatura verso N-O, capace di 8-10 bastimenti. Poco frequentati erano anche l’«ottimo porto» di Terranova in Gallura, i seni naturali di Longon Sardo (S. Teresa) e Porto Corallo (nell’Ogliastra) e la fiumara di Bosa.
L’unico ancoraggio di una certa importanza militare era quello situato tra la Maddalena e la Sardegna, difeso dalle isolette di Santo Stefano e dall’Isola di Spargi, e utilizzato dai vascelli inglesi. Occupata nel 1767 e oggetto nel 1793 di una fallita incursione franco-corsa, La Maddalena aveva, nel 1794, 2 trinceramenti, 2 batterie (Balbiano e S. Agostino) e 5 forti (San Vittorio, Sant’Andrea, Santa Teresa, Carlo Felice e San Giorgio). La base era comandata da Agostino Millelire, fratello del più famoso nocchiero Domenico, entrambi decorati di medaglia d’oro al valore (come il capo cannoniere Francesco Moran e il tenente degli svizzeri Asmard). Le perdite francesi erano state di 114 prigionieri, un obice e un mortaio inviati come trofei all’arsenale di Torino. Bonaparte vi lasciò anche un “archipendolo” da lui stesso costruito per livellare la batteria: il viceammiraglio e senatore Giuseppe Albini lo regalò poi alla Regia Marina, e figurava nel 1854 nella Sala dei modelli a Genova.

21 marzo

A Cagliari, in una città ormai in preda alla carestia e invasa da schiere di contadini affamati, viene aperto un ospizio per i poveri.

26 marzo

Il sovrano nomina una commissione speciale per indagare su una congiura scoperta a Sassari. I cittadini arrestati saranno scarcerati soltanto nel 1815, quando la stessa commissione dovrà ammettere l’infondatezza dell’accusa.

10 aprile

A Malta il mercante cagliaritano Salvatore Rossi, membro della commissione incaricata di acquistare grano sui mercati esteri, ottiene dalla piccola comunità maltese un prestito di 730 salme di frumento e 200 barili di farina americana che saranno la salvezza di Cagliari.

26 giugno

Nonostante il buon andamento del raccolto riprendono le incette di grani: il governo rinnova le severe disposizioni date nell’anno precedente.

22 luglio

Una squadra tunisina, con nove legni da guerra, con audacia straordinaria, compariva nel golfo cagliaritano nei giorni 20, 21, 22 luglio 1812, tutto depredando, tutto mettendo a sacco e rovina. Temendosi una irruzione nelle marine di Quarto, il Governo vi spedisce truppe e cannoni.
I Tunisini però limitandosi all’assalto delle due torri di Portogiunco e dei Cavoli, presso il Capo di Carbonara. La prima poté resistere all’urto dei barbari, la seconda fu presa d’assalto; e quivi furono fatti prigionieri e condotti in schiavitù sette marangoni intesi a salvare le merci di un legno russo naufragato in quei paraggi.
I Barbareschi passarono quindi a Sant’Antioco,ove poterono occupare il fortino. Piombati loro addosso, i coraggiosi popolani gli obbligavano a rimbarcarsi; ma lasciavano devastati e depredati i luoghi dove aveano posto il piede.

31 agosto

Un manifesto del governo mette in stato d’allarme le popolazioni costiere, preparandole a mobilitarsi contro eventuali attacchi barbareschi; negli stessi giorni una squadra algerina (quattro fregate, una corvetta e quattro legni più piccoli) percorre i mari sardi alla caccia della flotta del bey di Tunisi, che con nove legni da guerra compie incursioni sulla costa dell’isola.

20 settembre

Nasce a La Maddalena Giovanni Battista Albini, di Giuseppe e Maria Raffaella Ornano. Suo padre veniva da Villafranca, ma si era fermato nell’isola raggiungendo nella Marina Sarda il grado di Ammiraglio, diventando poi senatore del Regno. Fu Allievo della Scuola di Marina a Genova, partecipò alla prima guerra di indipendenza sotto gli ordini del padre. Nel 1860 ad Ancona l’episodio più ardito della sua carriera. E’ il 28 settembre, Ancona è presa d’assedio. Albini riesce a portarsi a 600 metri dalla batteria della Lanterna per demolirla. Ma la batteria e la casamatta erano bersagliate invano. Albini, chiese per segnale licenza d’attacco con libertà di manovra. Ottenutala, dirige sulla batteria, gli sfila a traverso, e giunto a tiro di pistola dalle batterie avversarie, gli scarica contemporaneamente tutti i pezzi di una fiancata, smantellando la batteria e provocando l’esplosione di una polveriera. La medaglia d’oro concessa dice: “Per il modo ardito e sotto ogni aspetto commendevole con cui si comportò all’assedio di Ancona”. Muore a Casano Spinola (AL) il 14 agosto 1876.

30 ottobre

In un clima politico sociale apocalittico il seme della rivolta attecchì immediatamente ma, al contrario della precedente del 1794, fu dettata da motivi di pura sussistenza e sopravvivenza. i congiurati si ritirano al momento convenuto per l’azione, ma ormai i loro progetti sono stati scoperti. I congiurati si riunivano in un podere situato nella località di Palabanda, nella zona in cui oggi sorge l’Orto botanico, di proprietà dell’avvocato Salvatore Cadeddu segretario dell’Università. Alle riunioni partecipavano persone appartenenti all’alta e alla media borghesia ma anche popolani, con l’unico intento di cacciare i pubblici funzionari e i cortigiani che stavano portando la Sardegna alla rovina: quindi non una rivolta contro il sovrano e la monarchia. Facevano parte della congiura oltre all’avvocato Cadeddu, i figli Gaetano e Luigi, gli avvocati Francesco Garau e Antonio Massa, il sacerdote Antonio Muroni e l’insegnante Giuseppe Zedda, a questi si aggiunsero molti popolani tra i quali il conciatore di pelli Raimondo Sorgia, il sarto Giovanni Putzolu, il pescatore Ignazio Fanni e il panettiere Giacomo Floris. Il piano insurrezionale prevedeva di entrare nel quartiere Marina dalla porta di S. Agostino, lasciata aperta dai soldati di guardia già corrotti e, con gli insorti di quel quartiere, assaltare la caserma della Real Marina, poi dirigersi verso Villanova e Stampace e disarmare i soldati di quei quartieri, radunare altri insorti e con questi impossessarsi di Castello, occupando i luoghi più strategici e arrestare il comandante della città Giacomo Pes di Villamarina ed espellere i cortigiani e i funzionari pubblici proteggendo il re e la sua famiglia con una guardia armata nel palazzo regio. La rivolta venne fissata per la notte del 30 ottobre 1812. I congiurati avevano calcolato tutto ma non la voce popolare che si propaga in modo inatteso e misterioso: così la notizia arrivò al sostituto del fisco Proto Meloni che informò il suo superiore avvocato del fisco Raimondo Garau. Anche il Re fu subito informato e convocò il comandante Villa Marina il quale escluse la veridicità della notizia. Però Villa Marina, impaurito dalla eventualità della rivolta, la notte stabilita per il presunto colpo di mano inviò numerose pattuglie a controllare i vari quartieri mentre egli stesso vigilava dall’alto del bastione di S. Caterina. I congiurati intanto si radunarono non lontano dalla porta di S. Agostino mandando il panettiere Giacomo Floris ad avvertire altri congiurati che attendevano impazienti. Il Floris si imbatté, però, in una pattuglia di soldati e impaurito ritornò indietro allarmando con il suo timore gli altri cospiratori che in maggioranza rinunciarono all’impresa. I congiurati che attendevano dentro il quartiere Marina, non vedendo arrivare i colleghi stampacini, furono assaliti anch’essi dal dubbio e dalla paura ed il sarto Giovanni Putzolu decise di andare con alcuni compagni a vedere cosa fosse successo. Mentre il gruppetto camminava furtivamente incontrò Villa Marina che nel frattempo era sceso da Castello per controllare gli eventi. Il Putzolu decise di passare all’azione e puntò la pistola contro il comandante Villa Marina ma i suoi amici gli impedirono di sparare. La reazione piemontese fu immediata: furono arrestati, Putzolu, Massa, Sorgia, mentre Salvatore e Gaetano Cadeddu, Garau, Zedda e Muroni si diedero alla fuga. L’anziano e stimato avvocato Salvatore Cadeddu morirà sulla forca nel maggio del 1813.