Correva l’anno 1815

gennaio

Il 1815 oltre a segnare un anno di transizioni politiche e diplomatiche che videro l’Ammiraglio Des Geneys impegnato in numerosi cerimoniali, primo fra i quali vi fu il ricevimento a Cagliari di sua maestà la Regina Maria Teresa, in transito dal Ducato di Genova, poiché ella si accingeva a raggiungere il consorte alla corte di Torino. Forse non a tutti è dato di sapere quale fosse l’alterigia del suo carattere, che quest’ultima manifestava attraverso un dispotismo quanto mai assoluto e che sottolineava quanto di più vero e confacente vi fosse nelle sue arie di gran dama, date le sue origini imperiali. E fu proprio a causa del suo carattere impossibile, che durante lo svolgersi si alcune manifestazioni di quell’anno, si verificarono alcuni dissidi tra la di Lei Regina e il fedele uomo di mare. Infatti il Des Geneys fu mira di alcune lagnanze poste in essere dalla sovrana… accuse riferite a motivi di servizio, peraltro infondate, sobillate da parte di qualche cortigiano o da qualche millantatore che non vedeva di buon occhio l’Ammiraglio; sta di fatto che egli non poté che dimostrarsene profondamente amareggiato e, col giusto garbo che da sempre lo contraddistinse, egli seppe sicuramente trovare il modo di controbattere, pur mantenendo la controversia entro i termini del dovuto. Il punto contestato era il fatto che le navi provenienti da Genova recanti i rifornimenti di grano, prima di giungere a Cagliari dovevano attraccare a La Maddalena. In realtà ciò era dovuto a motivi di ordine ufficiale, indispensabili a mantenere i necessari rapporti tra Genova e le due basi della Sardegna. Secondo alcune controverse, la Regina arrivò persino a contestare all’Ammiraglio alcuni guadagni illeciti derivati da intrallazzi con la vicina Corsica. Addirittura paventò che a La Maddalena venisse scaricato molto più grano che non a Cagliari. Ovviamente, più tardi, ella non ammise mai di aver sbagliato, pur riconoscendo i meriti nei confronti dell’Ammiraglio, nell’aver saputo creare in quel sito una sicura base militare, degna di rispetto e per la stessa sicurezza del Regno.

7 gennaio

Nasce il “Progetto di Stabilimento per la Regia Marina e di amministrazione per la Medesima” nasce dalla lungimirante visione di Giorgio Andrea Agnes Des Geneys (1761-1839), barone di Fenile e conte di Rinasca. Tale progetto inizia subito dopo la formale annessione di Genova al Regno di Sardegna. Sono così a disposizione dei Savoia: un ottimo porto, l’arsenale, la Darsena e i cantieri navali genovesi. In meno di quattro anni Des Geneys riesce a creare una flotta di tre fregate, una corvetta, due brigantini, due golette, quattro mezze galere, due lancioni, quattro gondole. Viene trasferito dalla Maddalena a Genova il Comando Supremo della Regia Marina Sarda assieme al grosso della (piccola) flotta, sulla quale sono imbarcati ancora tanti maddalenini. Inizia per La Maddalena un lungo periodo di decadenza economica e sociale, dalla quale si riprenderà soltanto verso la fine degli anni 80 con la realizzazione della terza “piazzaforte italiana”.

marzo

La marina sarda incorporò gli artiglieri di marina e da costa genovesi. Mentre l’artiglieria da costa rimase autonoma, gli artiglieri di marina liguri e sardi formarono un reggimento al comando di De May, il “2°” della marina dopo il “1°” formato dagli equipaggi delle Regie Navi. Il 2° Artiglieria di marina, la cui bandiera fu benedetta il 14 novembre 1815, contava alla fine del 1817 44 ufficiali e 10 compagnie, le prime due a Villafranca e Nizza, la 3a alla Maddalena, la 4a a Caprera, la 5a imbarcata e le altre a Genova. Nel 1820 le prime due compagnie furono anch’esse trasferite a Genova per impedire le continue diserzioni verso la Francia e furono anch’esse coinvolte nella rivolta del marzo 1821. Il 26, dopo forti contrasti tra gli ufficiali, il reggimento ubbidì all’ordine di Santarosa di recarsi ad Alessandria e fornì 450 uomini all’Armata costituzionale: in particolare la compagnia Scoffiero sostenne il primo scontro con gli austriaci a Novara. A seguito dei moti, furono epurati 19 ufficiali e 15 sottufficiali, mentre altri 22 sottufficiali e militari di truppa furono sospesi temporaneamente dal servizio e 44 sottoposti a sanzioni amministrative. Sciolto il reggimento, il personale fu riordinato su 8 compagnie, 2 di cannonieri e 6 di fanteria, le prime incluse nel Reggimento Equipaggi e le altre riunite nel Battaglione Real Navi (portato nel 1830 su 8 compagnie).

15 maggio

Nasce Michele Scotto, passato alla storia come il “creatore della Madonnetta di Carlotto“; nato qui nel 1817 da padre puteolano e da madre procidana, entrambe appartenenti a famiglie di pescatori, egli ne aveva seguito le orme, diventando aragostaro. Tanto religioso da essere soprannominato “Zi Christu“, era devoto in particolare alla vergine, alla quale aveva affidato tutti i figli che portavano al collo lo scapolare della Madonna del Carmine. Tornando un giorno a casa, colto da una forte mareggiata di Maestrale, non riusciva più a governare la barca ormai in balia delle onde. Pregò con fervore la Madonna e, poiché riuscì a salvarsi, riportando in salvo la barca e l’equipaggio, riconoscente per la grazia ricevuta, mise in una nicchia riparata dal vento e dalla pioggia un piccolo quadro di carta rappresentante la Vergine e ogni mercoledì lui stesso o qualcuno della famiglia andava ad accendere un lumino presso il quadretto. Poco a poco, col tempo, questo si deteriorò e la famiglia di Michele lo sostituì con una statuetta che, conosciuta da molti, divenne un oggetto di culto. Nel 1928 venne edificata, col contributo dei devoti scappellini di Cava Francese e dei militari della Batteria di Carlotto , la piccola Cappella. La festa con Santa Messa e processione , si celebra il 1° maggio di ogni anno.

Correva l'anno 1815

27 maggio

A Torino viene di nuovo istituita la Segreteria di Stato per gli affari di Sardegna: sono escluse dalla sua competenza soltanto le materie attinenti la Segreteria di guerra e marina.

25 maggio

Agostino Millelire, fu avvertito che alcuni bastimenti turchi stazionavano dietro Caprera, e nella notte, le loro lance arrivarono, inseguendo una barca da pesca, fino a legge. Una goletta e una scialuppa tunisine avevano inseguito una barca da pesca maddalenina fin sotto il forte di Santa Teresa, presso Tegge, abbandonando la caccia solo dopo i ripetuti colpi di cannone della batteria. La reazione degli isolani fu, come al solito in queste occasioni, rapida ed efficace: la gondola regia, la Carolina, pur non essendo armata in quel momento, fu subito equipaggiata con alcuni dei 40 volontari accorsi al comando di Antonio Zicavo, fra i quali il giovane Pietro Millelire Aitano. Insieme ad un’altra gondola privata si iniziò lʹinseguimento che si concluse con la morte del rais, la resa dei turchi e il sequestro della scialuppa. A difendere l’isola era rimasta solo una gondola militare, la Carolina, che, appoggiata da un’altra barca isolana armata con volontari accorsi alla chiamata del comandante, riuscì a predare la lancia di uno sciabecco turco. La preda risultò consistente perché 9 uomini furono fatti prigionieri, merce preziosa di scambio con i sardi ancora detenuti in Barberia. Qualche giorno dopo, il 3 giugno, 25 isolani anche non più giovani sotto il comando dell’invalido Cesare Zonza e sulla gondola di Giuseppe Bertoleoni, affrontarono i turchi presso Razzoli, recuperarono lo schifo di certo Origoni e catturarono 4 barbareschi. Agostino Millelire ne fa l’elenco per proporlo all’attenzione del viceré. Agostino Millelire ne fa l’elenco per proporlo all’attenzione del viceré. Come già era successo in altre occasioni, i volontari maddalenini, che avevano diritto ai 3/5 del ricavato della vendita della imbarcazione e dei nove tunisini predati, decisero di offrire quelle somme alla “fabbrica della chiesa”.

5 giugno

Nel 1815 il raccolto del grano era stato abbondante: i magazzini della Maddalena è il prezzo era ragionevole anche per i più poveri. che vedevano, almeno per quell’anno, allontanarsi lo spettro della fame. La Corsica approfittava di tale abbondanza rifornendosi alla Maddalena dove molti avevano interesse a prendere parte a tale tipo di affari. Mariangela Varsi detta Mambulla, si era implicata in un traffico di questo tipo che, per il numero e la qualità delle persone coinvolte, divenne un caso clamoroso. Del marito morto gli era rimasta una barca che dava a nolo che dava a nolo quando poteva per guadagnarci qualcosa: il 5 di giugno le era stata prospettata dal nipote Antonio Varsi detto il Dente la possibilità di affittarla per un paio di giorni per il prezzo di 27 reali, il corrispondente di tre cupe di grano. Quasi certamente la donna sapeva a cosa sarebbe servita la sua barca soprattutto perché (come appare dalla sua successiva testimonianza) era al corrente della meta del viaggio e del tempo di utilizzo, una sera e una notte. I viaggi notturni per la Corsica avevano una sola spiegazione, ma lei sostenne di non conoscerla e di non essersi immischiata in domande inutili. Il richiedente del nolo era un certo Nicolao Carega, corso: Antonio Varsi e Giovanni Battista Ricardone, corso anche lui, costituivano il risicato equipaggio della gondola che poteva portare cento cupe di grano o cento cantara di peso. All’imbrunire quando ormai tutti gli abitanti si erano ritirati nelle loro case, un’attività frenetica e silenziosa si svolgeva fra i diversi magazzini e una cala dove attendevano due barche al comando di Antonio Varsi e e di Michele Zicavo detto Pistoli: nella notte esse si allontanarono silenziosamente dirette sulla costa corsa di Piantarella, lontano dalle rotte abituali per Bonifacio e al riparo da occhi indiscreti. Mentre accostavano all’Isola Piana per sbarcare il carico, un maddalenino tale Pietro Desciron, in navigazione verso la Sardegna, scorse le due imbarcazioni che viaggiavano in conserva, tentò di avvicinarsi per scambiare notizie , ma quelle “apugiarono sotto vento” e si allontanarono. Nei giorni successivi all’isola il grano, fino a pochi giorni prima così abbondante, incominciava a scarseggiare: una cupa pagata 11 Reali a maggio, era salita improvvisamente a 15 reali nei primi giorni di giugno e ciò provocava malumori, chiacchiere e la conseguente indagine giudiziaria. Il maggiore accusatore era Girolamo Favale, un padrone marittimo danneggiato dal traffico illecito, che sostenne di aver visto tracce di grano sul fondo della barca di Mariangela Varsi: nei giorni immediatamente successivi lo stesso Favale scorgendo a Mare Antonio Varsi, lo accusò apertamente e lui rispose riconoscendo di aver partecipato a un viaggio in Corsica, ma non di avere responsabilità sul carico in quanto assoldato come semplice marinaio per 3 Scudi. Ormai i nomi dei contrabbandieri e della padrona della barca erano sulla bocca di tutti e la gente inviperita accusava anche i padroni dei magazzini che avevano rifornito il grano. Così essi entrarono indagati sulla faccenda: il velo che si sollevava scopriva connivenze di personaggi intoccabili quali Giovanni Battista Millelire, Giuseppe Tosto, Battista Polverini, Domenico Culiolo, Bernardo Ferretti, Girolamo Semeria, Francesco Susini. Tutti costoro poterono con qualche difficoltà nascondere le tracce in quanto sostennero di avere effettivamente grano nei magazzini ma di averlo venduto alle famiglie locali, in piccole quantità delle quali era difficile seguire le tracce. Le certezze invece riguardavano il committente, certo Antonio Grosso e i membri degli equipaggi, Giovanni Battista Ricardone, Sebastiano Santucci, Antonio Varsi, Michele Zicavo Pistoli, Nicolò Carega, per i quali fu emesso ordine di cattura. L’unico che rimase nelle maglie della giustizia fu Ricardone, che dopo 4 mesi di prigione a S. Andrea, invocava la libertà offrendo 50 scudi per ripagare “Il pregiudizio che avrebbe potuto consentire col detto contrabbando oltre le spese degli atti”: di più non poteva data la situazione economica e la numerosa famiglia. fu liberato solo il 5 novembre, ridotto in cattive condizioni di salute e prostrato moralmente. Per gli altri, tutti contumaci, fu stabilito il sequestro dei beni applicabile, pero, solo a quelli residenti alla Maddalena. Varsi non possedeva nulla. Zicavo possedeva solamente una grossa stanza praticamente vuota, due case ma senza valori da sequestrare tranne l’unico letto. Mariangela se la cavo perché non c’erano prove certe della sua connivenza. Anche i padroni dei magazzini ne uscirono bene per l’impossibilità di provare quali quantità di grano ognuno di loro avesse venduto.

9 giugno

I rappresentanti degli Stati europei sottoscrivono gli accordi scaturiti dal Congresso di Vienna: nella nuova geografia politica della penisola lo Stato sabaudo si rafforza con l’annessione dei territori della Repubblica di Genova.

13 giugno

Deposizione fatta alla punta della Casetta di Sanità. Alle ore due e mezzo pomeridiani è giunta la gondola nominata la Fortuna di questa popolazione, e comandata dal Piloto sig. Cesare Zonza fung.te le veci di luogo Tenente di questo Porto con un schiffo al rimorchio predato al nord dell’isola del Razzuolo. Equipaggiato con quattro Turchi Tunisini dei quali due feriti uno dei detti due mortalmente, quale schiffo è riconosciuto essere di questa Popolazione, che pocchi giorni sono fu predato dai medesimi Turchi nei littorali di Posata, e dice detto sig. Zonza con sua parola che ha fatto con diligenza e senza veruna comunicazione [passare] tre uomini della medesima gondola a bordo del sumenzionato schiffo. E si l’ha con un capo d’erba preso all’ rimorchio, onde coll’approvazione di questo sig. comandante si sono fatti detti Turchi incatenare sul medesimo schiffo, per evitare la comunicazione colli altri, qundi detto schiffo s’è fatto ben ormeggiare alla sudd.ta punta, e consegnatelo al picchetto dei soldati che ivi esiste di Guardia e s’è pure rinforzato un’altra Guardia di Sanità colle solite rigorosi ordini, che attualmente esiste detto schiffo alla sudd.ta punta della della quarantena. Ed è quanto il surrifferito sig. Zonza ha deposto in questo Uff.o di Sanita. Giò Marco Ornano R.o Dep.to di Sanita – Cesare Zonza!“.

18 giugno

Battaglia di Waterloo.

12 agosto

In Sardegna un editto sopprime i reggimenti di fanteria e cavalleria a base provinciale e reintegra i corpi miliziani.

16 agosto

La regina Maria Teresa lascia la Sardegna: il governo del regno passa a Carlo Felice, duca del Genevese. Carlo Felice di Savoia è noto amò molto la Sardegna, è ricordato per essere stato un monarca certamente assolutista ma fu anche il fondatore dell’attuale Corpo Forestale dello Stato, creatore della principale arteria stradale che finalmente congiungeva Porto Torres con Cagliari – e che ancora oggi si intitola a lui – si ricordi che dai tempi dell’impero romano non si costruiva una strada in Sardegna – fu insieme al Conte Des Geneys il vero fondatore della Marina Militare del Regno di Sardegna, volle i primi collegamenti regolari con battelli a vapore da Porto Torres a Genova, creò il primo autentico servizio posta le con le diligenze tra Sassari e Cagliari, diede impulso alla modernizzazione dell’urbanistica delle grandi città dell’Isola e si attivò per reprimere il banditismo che assediava tutte le vie di comunicazione dell’Isola.

Re Carlo I, con parenti collaterali a bordo della nave Vulcan

28 settembre

Sbarca a Tavolara, a causa di una tempesta, Gioacchino Murat, l’ex-Re di Napoli: veniva dalla Corsica ed era alla testa d’un contingente di 250 armati con lo scopo di riconquistare il suo regno. Una sosta durata poche ore, giusto il tempo per lasciar passare la tempesta. Pare che Murat, accolto con tutti gli onori nell’isola, abbia detto di esser stato salvato dal “Signore di Tavolara” alias il maddalenino Giuseppe Bertoleoni. A Giuseppino “succedette” il figlio Paolo, che a sua volta si proclamò “re” col nome di Paolo I, sposò una donna sarda, Pasqua Favale (più tardi “reggente”), e da lei ebbe il figlio Carlo (I). La storia-leggenda vuole che il demanio avesse tentato di espropriare i Bertoleoni della loro isola, sostenendo che su di essa non esisteva alcun titolo di proprietà. Siccome il padre Giuseppe aveva “perso” la prima pergamena, Paolo Bertoleoni decise allora di recarsi personalmente a Torino da Carlo Alberto, passando da Porto San Paolo e da Civitavecchia. Dal re in persona ottenne rassicurazioni e dopo qualche tempo gli venne recapitata, dalla citta di Tempio, una pergamena che lo riconosceva come padrone assoluto e re di Tavolara. Paolo I disegnò allora una corona sulla facciata della casa e si procurò una bandiera con tanto di effigie reale. Nonostante il passare del tempo e le intemperie, la corona è ancora ben visibile sulla facciata di casa Bertoleoni. Questa “ufficializzazione” destò interesse e la notizia dell’esistenza di questo piccolo Regno insulare fece il giro del mondo. Paolo cominciò a intrattenere relazioni con alte personalità, come ad esempio il Sindaco e la Giunta comunale di Sassari, che nell’aprile 1881 durante un viaggio di tre giorni in Gallura per festeggiare l’apertura del tronco ferroviario Monti-Terranova, l’attuale Olbia, si recarono a trovare Paolo. Il Gazzettino sardo ne scrisse, riconoscendo che il re era tale: “E poi a fare visita al re di Tavolara, cioè a dire il padrone dell’isola, che dopo aver sostenuto una lunga lite col demanio riuscì ad essere proclamato, anche giudiziariamente, “Domino Assoluto” dell’isola abitata dalla sua famiglia, composta da 47 persone (figli, figlie, generi, nipoti e pronipoti) e dalla sua greggia, composta di vacche e pecore”. La visita ufficiale ebbe il suo momento di gloria bevendo vino sotto un colossale carrubo e non risparmiando schioppettate e colpi di cannone. Con tutta probabilità, a Torino e a unità d’Italia raggiunta, la politica concreta ebbe ragione delle promesse: Tavolara venne comunque annessa al Regno, al di là dei “riconoscimenti” ricevuti in epoca albertina. È bello però che ancora oggi viva più che mai questa strana ma, allo stesso tempo, misteriosa storia, nata da un’impavida traversata di un genovese, solo, alla ricerca di una terra vergine dove ricominciare una “nuova vita”, lontano dal caos delle Guerre Napoleoniche. Il giornale La Sardegna confermò le illustri relazioni di Paolo I, facendone un lungo elenco. Come si riporta anche nel volume Grotte della Sardegna di Antonio Furreddu e Carlo Maxia (1964), l’isola sarebbe stata visitata nel 1896, a bordo della nave Vulcan, da alcuni inviati della Regina Vittoria d’Inghilterra, che con questo gesto si presume abbia tacitamente riconosciuto l’esistenza del minuscolo “regno”. I Bertoleoni e il citato volume narrano che ancora oggi, in una sala di Buckingham Palace, a Londra, si conserva la foto della “famiglia reale” di Tavolara, racchiusa in una cornice dorata all’interno della collezione di ritratti delle dinastie regnanti di tutta la terra, con la dicitura: «La famiglia reale di Tavolara, nel golfo di Terranova Pausania, il più piccolo regno del mondo». A testimonianza della visita del Vulcan è la fotografia scattata sul ponte della nave, di cui oggi si conserva copia in tutte le case dei tavolaresi: si vede in piedi al centro Carlo I circondato dai parenti e parrebbe che sulla cintura della giovane in primo piano si noti la scritta Vulcan. Dopo la morte di Paolo I si propaga la notizia che a Tavolara fosse stata creata una repubblica. Piovvero lettere ai giornali con le richieste più strane al riguardo, ma la più amena di tutte è quella riportata dal periodico L’Illustrazione. E’ la lettera del New York Sunday World: «A sua Eccellenza il Presidente della Repubblica Tavolara. Eccellenza, il New York Sunday World, il più grande giornale che si stampi, in lingua inglese, ha inteso notizia della vostra piccola ma ben governata Repubblica. Il World desidera di dare ai suoi lettori negli Stati Uniti tutta la storia della loro sorella repubblica di oltre mare. Il World sarebbe ben onorato se voi voleste mandargli nella busta qui acclusa la storia particolareggiata del vostro paese, i vostri metodi di governo e tutto quello che può parervi interessante da sapere a proposito della vostra isola, dei vostri usi e costumi, ecc. Se poteste mandare anche le fotografie di voi medesimo, del vostro Consiglio di Stato, della vostra isola sarebbero assai gradite” (seguono saluti, ecc.)». Carlo I, bisnonno dell’attuale re, si trovò in difficoltà economiche allorché due velieri di sua proprietà erano naufragati a Punta Timone. Nel disastro erano morti tre marinai. Il demanio non aveva mai smesso di accampare diritti di proprietà sull’isola, e alla fine Carlo I si accordò con lo stato e fece un atto di vendita. Con questo la maggior parte di Tavolara divenne dello Stato. Negli anni Trenta, in piena epoca fascista, quello stesso terreno fu messo all’asta. Di questo i Bertoleoni non sapevano nulla e nulla fecero nei sei mesi di tempo per poter fare una loro offerta. Ne approfittò invece la famiglia Marzano, che si trovò quindi proprietaria di due terzi dell’isola. La popolazione era destinata pian piano a crescere: vi si stabilirono, con il consenso regale, alcuni ponzesi che si dedicarono alla pesca dell’aragosta, e dei galluresi per l’allevamento del bestiame e per la cottura della calce, determinante, questa, nell’economia dell’isola, visto che la pietra calcarea e il legname necessario per i forni abbondavano. Nel 1930 c’erano 20 abitanti, poi con il lavoro ai forni per la calce (una trentina in funzione, alcuni dei quali a carbone) si giunse a un massimo di 61 persone nel 1952. Oltre alla tabaccheria di Augusto Molinas venne aperto un negozio di alimentari e si tentò di gestire una scuola. Questa era un’unica stanza e il tetto aveva giusto un buco sopra alla cattedra: pare che, a fine lezione, i bambini si divertissero a strisciare sul tetto e fare la pipì nel buco. Durò solo un anno. Perché i forni furono costruiti anche sulla costa olbiense, cui il materiale roccioso poteva arrivare più facilmente da altre zone della Sardegna. Fu l’inizio della fine, gli abitanti di Tavolara si videro portare via una delle maggiori fonti di guadagno (l’ultima partita di calce fu venduta nel 1954). Anche l’insediamento nel 1962 della base militare allontanò le famiglie degli addetti al faro. Fu una fortuna invece per l’equilibrio ecologico e per le coste dell’isola, ormai sottoposte all’instancabile forza erosiva del mare a causa del prelievo di sassi calcarei sotto costa per farne calce. Gli ultimi esponenti dei Bertoleoni, quelli del ramo principale e dinastico, sono i tre figli di Tonino: Giuseppe (II), che ripete il nome del primo re di Tavolara, e le “principesse del mare” Loredana e Paola. I Bertoleoni sono sepolti a Tavolara nel piccolo cimitero di Spalmatore di Terra, dove riposa anche lo storico maddalenino Girolamo Sotgiu. Dopo l’ingresso, sovrastato da una croce di ginepro abbastanza contorto, risalta tra i sepolcri successivi la tomba di Paolo I e la sua rudimentale corona a cinque punte. Si è persa invece traccia delle spoglie di Giuseppe I, suo padre e fondatore del regno. In tanti ci vorrebbero trascorrere l’eternità. I loculi sono poco più di venti e i defunti hanno quasi tutti lo stesso cognome. «Questo è il cimitero dei re, non è una sepoltura per tutti. Le richieste sono tantissime, ma non c’è posto per altri. A malapena ci stiamo noi» sorride il re Tonino. E continua: «I turisti che hanno la fortuna finire qui non vorrebbero più andar via e allora sognano di trascorrere qui la vacanza più lunga, quella che inizia con la morte. Ma oramai gli spazi sono esauriti». Ed è curioso che in questo camposanto senza opere d’arte in marmo sia possibile posare soltanto fiori di plastica, perché le capre che scorrazzano libere tra la macchia farebbero subito razzia di rose e orchidee. Oggi, il re non fa più gli onori di casa agli ospiti. I turisti, ogni anno, sono migliaia: nessuna schioppettata, nessun colpo di cannone. Ciò non toglie che l’isola sia visitata dai personaggi famosi più disparati e vip di ogni genere, soprattutto in occasione (dal 1991) del Festival del Cinema Una notte in Italia (http://www.cinematavolara.it/): per tre sere di seguito, i film vengono proiettati all’aperto per gli spettatori seduti su un migliaio di sedie. Fino a poco tempo fa erano Tonino (Antonio I) e sua sorella Maddalena Bertoleoni che con grosse imbarcazioni avevano l’esclusiva per un regolare servizio di trasporto fra Porto San Paolo e Tavolara. Nell’isola non vi sono posti letto. Oggi, oltre al servizio di linea, panfili e imbarcazioni di lusso approdano nei pressi dei due ristoranti Da Tonino e La Corona. La bellezza cristallina delle spiagge, quasi uniche al mondo, richiama fino a 600 coperti al giorno, ponendo quindi le pericolose premesse per uno sfruttamento dell’isola dai grandi e golosi investimenti. Ed è qui che si gioca il futuro di Tavolara: è certo che i Bertoleoni sono stati i difensori di un ambiente tutto sommato molto simile al primigenio, senza mire diverse. E’ una famiglia in lotta per tenere vivi i ricordi e la storia degli antenati, senza appoggi politici e senza risorse economico-finanziarie. Nei vari contrasti interni all’isola si aggiunge benzina al fuoco con il miraggio di quella progettualità che già tante nostre coste ha distrutto. Sono sulla bocca di tutti, anche se solo vagheggiati, progetti per un porto, un albergo a cinque stelle e una funivia alla vetta. Non bisogna però disperare, e a volte occorre dare ascolto a chi i piedi per terra li ha meno di altri. Ecco cosa dice Stenghel: “Quale forza mi ha spinto qui dodici anni fa, a me che andavo in montagna e come mare avevo scelto la Grecia? Già dal primo giorno su quest’isola ho “sentito” che qui aleggiava il Maligno. Credo fermamente che le cinque madonnine che ho sistemato in punti strategici alla fine trionferanno nel bene. Con le guerre non si va da nessuna parte e non se ne esce se si lascia ai soli uomini la soluzione. Ti dico: in un minuto ho deciso di comprare una casa a Monte Petroso, e ho saputo solo dopo che l’avevo presa vicinissima all’abitazione di Bobo Habel, quello che aveva portato ed eretto la croce sulla vetta dell’isola. Sono coincidenze queste?”.

Questo è l’elenco dei sovrani di Tavolara:
Giuseppe I Bertoleoni (1778-1849, re dal 1836 al 1845), che sposò Laura Ornano.
Paolo o Polo I (1812-1886, re dal 1845 al 1886), che sposò Pasqua Favale, “reggente” dal 1886 al 1896. In questo periodo di “reggenza” qualcuno parlò di “repubblica”, con relativo diritto di voto, anche alle donne.
Carlo I (1845-1927, re dal 1896 al 1927), che sposò Maddalena Favale.
Mariangela I (1841-1934, reggente dal 1927 al 1929), sorella maggiore di Carlo I, che sposò Bachisio Molinas.
Paolo II (1904-1962, re dal 1929 al 1962), figlio di Carlo I, sposò Italia Murru.
Carlo II (1931-1993, re dal 1962 al 1993), primogenito di Paolo II.
Antonio I detto Tonino (nato nel 1933, re dal 1993), secondogenito di Paolo II, sposò Maria Pompea Romano (morta nel 2010).

Vedi anche: Tavolara e il “Menage à trois”L’orto di Tavolara – Storie e memorie di un’isola

16 ottobre

Nell’estate una flotta di pirati, composta da ben venti navi, lasciava Tunisi. Prima assalì alcune località costiere del Sarrabus catturando diversi schiavi e successivamente raggiunse l’attuale Santa Teresa di Gallura ove però l’ufficiale Bosio, comandante della Torre di Longonsardo, con molti popolani locali e diversi pastori provenienti da Aggius, Luogosanto e Tempio Pausania misero in rapida fuga gli aggressori. I tunisini si limitarono quindi a prendere il largo, temendo la presenza di unità Inglesi nelle Bocche di Bonifacio, spingendosi verso le Baleari e rientrando solo ad ottobre intorno alle coste Sarde, in cerca di facili prede. Il 14 ottobre la presenza della flotta barbaresca viene segnalata nel golfo di Cagliari ove tentò, rinunciandovi però subito, di sbarcare al Lazzaretto prima ed a Villa d’Orri poi. Prima di lasciare il golfo i pirati riuscirono a catturare una barca con quattro pescatori, che fecero schiavi. Il sistema delle torri diede intanto l’allarme, che dunque giunse anche nell’Isola di Sant’Antioco ma la mattina del lunedì 16 ottobre, in pieno giorno, la flotta dei pirati, mascherata da rassicuranti bandiere Inglesi e guidata, pare, persino da un rinnegato sardo certo Ranieri composta da tre fregate, tre gabarre, tre brigantini, tre sciabecchi ed altre sei navi minori, gettò le ancore e sbarcò, utilizzando diciassette lance, nella spiaggia di Is Pruinis a Sant’Antioco. Il celebre Generale Alberto La Marmora, nel suo “Voyage en Sardaigne” ci indica nel numero di mille gli assalitori mentre in “Storia Militare del Piemonte” il Maggiore Ferdinando Pinelli parla di “seicento malandrini” e il Manno, in un suo manoscritto d’epoca avanza infine l’ipotesi che gli aggressori fossero millecinquecento. Analizzando con più attenzione dimensioni ed armamento della flotta dei pirati, è ragionevole pensare si potesse in effetti trattare di una forza composta da almeno milleduecento unità e dunque, tenendo conto che quasi metà degli imbarcati dovesse rimanere a bordo per assicurare copertura e presidio delle navi, i seicento assalitori menzionati dal Pinelli rappresentano senza dubbio il numero più attendibile. In ogni caso si trattava certamente di una forza d’urto notevole, decisamente eccessiva per le ridotte difese dell’isola ed una volta resasi evidente a tutti la reale origine ed intenzione degli assalitori, il fortino allora ubicato nei pressi del ponte aprì il fuoco con la sua modesta artiglieria formata da due cannoni, uno da quattro e l’altro da dodici libbre.

5 novembre

Muore in Carloforte, ove nasceva il 20 ottobre 1756, il valoroso ufficiale della marina sarda Carlo Vittorio Porcile. Entrò giovanissimo nella Marina sarda e nel 1786, per il valore dimostrato in uno scontro con una galeotta tunisina, gli fu affidato il comando di una nave da guerra. In seguito si segnalò in altri combattimenti contro i corsari a La Maddalena e all’isola di Santo Stefano. Le prove di coraggio e di ardimento date in vari scontri coi Barbareschi, terrore e flagello dei mari sardi, lo fecero ascendere al comando della Santa Barbara, nella quale aveva servito a lungo da subalterno. Percorse la carriera fino al grado di generale, ottenuto per il valore mostrato in una battaglia al largo del capo Malfatano contro due navi turche nel 1813. Subito dopo fu nominato comandante del porto di Cagliari.

7 novembre

La prima impresa della nuova marina fu la presa di possesso dell’isola di Capraia, già sotto sovranità genovese ma occupata prima da una guarnigione francese borbonica e poi da corsi. Alla spedizione furono destinate le due nuove mezzegalere Beatrice e Liguria (comandate dai TV Francesco Sivori, tornato al servizio sardo, e Luigi Serra), il bovo Veloce (TV Giuseppe Albini), la peniche Speditiva e due mercantili (il brigantino Maria Teresa e il pinco Vergine della Misrericordia) noleggiati per 1.900 lire genovesi come trasporti della guarnigione (capitano Bruneri, con 130 artiglieri di marina, 2 pezzi da 24 e 5 da 12. Mentre ferveva l’allestimento, giunse notizia che una poderosa squadra tunisina aveva attaccato a fine agosto le spiagge del Serrabus, facendo molti schiavi: con manifesto del 31 agosto furono richiamate le misure di sicurezza. In realtà la squadra, armata alla Goletta il 15 luglio e comandata dallo stesso ammiraglio tunisino (Mustafa Capudan), era composta da 11 unità [3 fregate o gabarre, 2 sciabecchi, 2 corvette, 1 brigantino, 1 barco, 1 goletta e 1 feluca] con 1.500 uomini. La partenza della squadra sarda, stabilita per il 16 settembre, fu rinviata di tre giorni per la notizia che la squadra nemica era stata avvistata tra l’Elba e Capo Corso. Per prudenza Des Geneys ordinò a Sivori di costeggiare la Riviera di Levante, e, dopo una sosta nel golfo di Portovenere, la squadra arrivò a Livorno il 27 settembre. Appreso dal console sardo Spagnolini che i tunisini erano a Capraia, secondo le istruzioni di Des Geneys Sivori tornò alla Spezia; raggiunto qui dalla mezza-galera Falco , il 6 novembre riprese il mare e nel pomeriggio del 7 sbarcò 200 uomini a Capraia; gli avventurieri corsi, che si erano rifugiati nel forte, furono sloggiati il giorno dopo con un breve bombardamento. Il bovo Veloce fu poi lasciato di stazione nell’isola (dove fu istituita una milizia guardacoste di 50 uomini comandata dal sindaco), mentre il resto della squadra fece vela su Cagliari per concorrere alla sua difesa. Nel frattempo, infatti, la squadra tunisina (3 fregate, 3 gabarre, 3 sciabecchi, 3 brigantini e altri 6 legni minori, accreditati di 310 cannoni e oltre 2.400 uomini) aveva gettato nel panico le coste del Tirreno. Il 16 giugno un felucone di Recco era stato attaccato presso Anzio da una galeotta, il 29 luglio lance barbaresche avevano attaccato 2 bastimenti a Levanto, il 21 settembre un’incursione era stata respinta all’Elba. Sempre in settembre un attacco a Longon Sardo era stato dissuaso dalla reazione degli abitanti di Santa Teresa, dei pastori della Gallura e di pochi soldati comandati dall’ufficiale Bosio, oltre che dalla prossimità di una crociera inglese, ma il 14 ottobre i tunisini erano poi ricomparsi nel golfo di Cagliari, accennando perfino ad uno sbarco ora sulle rive del Lazzaretto ora su quelle di Orrì, dove predarono una barca con 4 uomini. La sera del 15 alcune vele erano comparse presso Sant’Antioco, ma avevano ingannato la guardia inalberando la bandiera inglese. All’alba del 16 erano sbarcati 600 uomini: il tenente dell’artiglieria sedentaria Efisio Melis Alagna, con pochi cannonieri invalidi e paesani, aveva difeso strenuamente per sette ore la torre armata di 3 pezzi, ma i tunisini, scalata una casetta retrostante e più alta della torre, erano riusciti ad abbattere i cannonieri che tiravano allo scoperto dalla piattaforma, calandosi poi dentro la torre. Ucciso Melis, presero sua sorella Angelina e altre donne che vi si erano rifugiate, e misero al sacco il paese. Partirono poi tanto in fretta da lasciare alcuni di loro a terra: scovati, furono tutti fatti a pezzi dai popolani rientrati nel villaggio. La perdita fu di 13 morti (incluso Melis, unico tumulato nella chiesa parrocchiale) e 125 catturati [un europeo, che tre giorni dopo assistette a Tunisi al trionfale ritorno della squadra corsara, contò tuttavia 158 schiavi cristiani, incluse 4 donne seminude]. Avuta notizia che il nemico, tornato a Tunisi il 19 ottobre, preparava nuove spedizioni contro Carloforte, vi furono spediti soldati, armi e munizioni e formate 3 compagnie di cannonieri nazionali, sovvenzionate dal governo di Torino con uno stanziamento di 50.000 lire: furono inoltre allertate le milizie, richiamate le mezzegalere e con manifesto viceregio del 23 novembre furono date altre disposizioni per la difesa di Cagliari.

14 novembre

Nel marzo la marina sarda incorporò gli artiglieri di marina e da costa genovesi. Mentre l’artiglieria da costa rimase autonoma, gli artiglieri di marina liguri e sardi formarono un reggimento al comando di De May, il “2°” della marina dopo il “1°” formato dagli equipaggi delle Regie Navi. Il 2° Artiglieria di marina, la cui bandiera fu benedetta il 14 novembre 1815, contava alla fine del 1817 44 ufficiali e 10 compagnie, le prime due a Villafranca e Nizza, la 3a alla Maddalena, la 4a a Caprera, la 5a imbarcata e le altre a Genova. Nel 1820 le prime due compagnie furono anch’esse trasferite a Genova per impedire le continue diserzioni verso la Francia e furono anch’esse coinvolte nella rivolta del marzo 1821. Il 26, dopo forti contrasti tra gli ufficiali, il reggimento ubbidì all’ordine di Santarosa di recarsi ad Alessandria e fornì 450 uomini all’Armata costituzionale: in particolare la compagnia Scoffiero sostenne il primo scontro con gli austriaci a Novara. A seguito dei moti, furono epurati 19 ufficiali e 15 sottufficiali, mentre altri 22 sottufficiali e militari di truppa furono sospesi temporaneamente dal servizio e 44 sottoposti a sanzioni amministrative. Sciolto il reggimento, il personale fu riordinato su 8 compagnie, 2 di cannonieri e 6 di fanteria, le prime incluse nel Reggimento Equipaggi e le altre riunite nel Battaglione Real Navi (portato nel 1830 su 8 compagnie).