Correva l’anno 1821

Dal “Rapporto sullo stato in cui si ritrovano gli ergastoli del regno” veniamo a conoscienza di un bagno penale presente alla Maddalena, il suo direttore era Domenico Millelire. Gli ergastolani erano molto richiesti perché utilizzati nei lavori pubblici. 

21 gennaio

Maddalena nel 1815, contava circa 2.000 abitanti, ma l’allontanamento dell’ammiraglio Des Geneys dall’isola, fece diminuire la sua popolazione passando a 1.600 circa. L’entità della popolazione dell’arcipelago appare per la prima volta in un censimento ufficiale soltanto nel 1821, quando ivi si contarono 1.600 abitanti. In detto censimento è notato: “fanno parte della comunità della Maddalena le piccole isole adiacenti.”. Fu nel 1821 che iniziarono ad essere destinati a La Maddalena i rivoltosi dei moti di Genova del 1821 (21 marzo). L’Isola ospitava già alcuni detenuti politici ma in quegli anni ne ‘accolse’ a decine, sia di detenuti (tra questi Bandino, uno dei capi della rivolta di Genova) che di confinati. Dove furono incarcerati? I circa 60 prigionieri furono ‘ospitati’, in condizioni spesso disumane, nel Forte Sant’Andrea (I Tozzi), al San Vittorio (Guardia Vecchia), al Carlo Felice (Mariscuola) e nella torre Belgrano dell’isola di Santo Stefano. La metà finirono al Quartiere, sotto il Forte Sant’Andrea, attuale zona ex Magistrali. Alcuni scontarono pene brevi, altre lunghe di decenni. Alcuni morirono e furono sepolti nel Cimitero Vecchio. Dei confinati, una decina, non detenuti ma con l’obbligo di soggiorno nell’Isola, alcuni riuscirono anche a scappare. Quella Maddalena, veniva inclusa, come capitale di mandamento, nella provincia di Tempio Pausania e al primo censimento ufficiale, conta 185 residenti.

2 febbraio

Vittorio Emanuele I, tre mesi prima di rinunciare al trono, con editto 3 febbraio 1821 – richiamandosi ad altro decreto del 15 aprile 1799 – aboliva la tortura in Sardegna. Veniva però sostituita da altro, non meno brutale supplizio: dal dado armato di acute punte di ferro, che stringevasi ai polsi con maledetto stromento.
Ai tempi del governo nazionale pare che la tortura fosse sconosciuta nell’Isola, giacché non se ne fa menzione dagli annalisti, e tace in proposito la Carta de Logu.
Sotto il dominio aragonese invece potè chiamarsi la terra delle torture, poiché esse decidevano sulle più piccole contese. E guai che vi avesse interesse il fisco. Pur troppo erano frequenti tali brutali e inumani spettacoli, frutto di tempi più barbari, di costumi depravati e di una giustizia mercenaria. Mezzi immorali sfruttati da snaturati inquisitori a danno, spesso, di vittime innocenti, che condannavansi, per secondi fini, a tormenti inauditi, ad una lenta e straziante agonia per strappare una desiderata confessione.
E non pochi non potendo sopportare spasimi sì atroci si confessavano rei di delitti non commessi né immaginati, complicando, per di più, persone innocenti e talora sconosciute, solo perché si volea quella tale affermazione. Un marito confessa vasi reo dell’assassinio della propria moglie, la quale accudiva in soccorso del povero disgraziato nell’atto che si stava per giustiziarlo!
L’ultimo di tali spettacoli, consumatosi a Cagliari, si fu contro certo Paolo Gallus, facchino, per essersi permesso di fare oltraggio al nome del re. Fra gli altri supplizi vi erano i così detti contrappesi. Consistevano in due grandi sassi che venivano attaccati con corda ai piedi del paziente, finché non si vedeano slogate tutte le giunture!
Nel 1832, finalmente, fu abolito anche il taglio e l’affissione del capo del giustiziato al patibolo; non che la riduzione del corpo in quarti, e del marco o bollo alle spalle o al braccio destro.

12 marzo

Vittorio Emanuele I abdica a favore del fratello Carlo Felice.

24 – 25 marzo

Ad Alghero scoppia una sommossa popolare per il caroviveri: un ricco mercante di grano è ucciso dalla folla. Alla repressione farà seguito il processo che si concluderà con la pronunzia di una sentenza severissima: fra le pene comminate 36 condanne a morte (di cui 12 eseguite) e 18 ai lavori forzati.

8 aprile

Le truppe costituzionali vengono sconfitte dagli austriaci presso Novara.

14 luglio

Arriva Vincenzo Sulis; l’avventuroso notaio, rivoluzionario ed autonomista distintosi nella difesa di Cagliari dai francesi, nel gennaio del 1793. Condannato al carcere a vita perché accusato di aver congiurato contro i Savoia, viene imprigionato per 22 anni ad Alghero e per 12 a Sassari. Viene esiliato a La Maddalena e rinchiuso per nove mesi nel forte di Guardia Vecchia. Scriverà: “…una prigionia più barbara e più crudele di quella della torre dello Sperone di Alghero…..con una catena al collo ed ambo le mani che non si potevano fare li usi necessari senza gran stento ed aiuto…..dentro un sotterraneo alloggio di rospi e di altri animali velenosi, non però da cristiani per non esserci nè luce alcuna, nè luogo per potersi coricare, né voltare per essere strettissimo ed era bisogno di stare sempre diritto….” Finalmente liberato, trascorre i suoi ultimi anni dedicandosi alle opere di bene ed alle pratiche religiose. I maddalenini, che hanno modo di apprezzarne la grande personalità, gli dedicheranno una via. Della tempestosa ed avventurosa vita del Sulis ben poco avremmo saputo se il caso non avesse voluto che nel gennaio del 1829, cinque anni prima della sua morte, Pasquale Tola, allora trentenne, in viaggio da Porto Torres a Genova, non fosse stato costretto, per fortuna di mare, a far scalo a La Maddalena ed a rimanervi tre giorni prima che la nave riprendesse la navigazione alla volta della Liguria. Durante il suo breve soggiorno il giovane sassarese ebbe modo di incontrare il terribile vecchio e di sentire da lui il racconto delle sue imprese e le vicende che lo avevano costretto esule. Il Tola si entusiasmò a tal punto che lo convinse a mettere tutto per iscritto. Così come Garibaldi scrisse a Caprera le sue “Memorie” e Mussolini a villa Webber i suoi “Diari sardi” anche il Sulis scrisse nell’isola la sua rocambolesca biografia. Tre anni dopo, infatti, attraverso segreti latori, cominciò a inviare al Tola i capitoli delle sue memorie e nel 1833, un anno prima della sua morte, l’autobiografia del Sulis era al completo. Il Tola ovviamente, già sospetto come liberale, si guardò bene di far parola ad alcuno dei suoi contatti col Sulis ed il prezioso autografo, ritrovato dopo la sua morte, passò alla Biblioteca Comunale di Sassari ove è custodito. Dalle memorie del Sulis apprendiamo le vicende che lo condussero all’esilio a La Maddalena. Arrestato dopo i falliti moti cagliaritani e rinchiuso nella Torre dell’Aquila, dopo un tentativo di evasione fu condotto nella Torre dello Sperone di Alghero (oggi detta Torre Sulis) da dove fu liberato per grazia sovrana di Re Vittorio Emanuele nel 1821. Uscito dal carcere e ospitato nella casa del Canonico Decussi, venne sospettato di essere implicato nella tragica sommossa algherese scoppiata a seguito di una carestia di grano. Per ordine del Governatore di Sassari Grondona, venne nuovamente arrestato e sotto scorta di 12 carabinieri imbarcato a Porto Torres per essere portato a La Maddalena. Durissima la sua prigionia nella Torre di Guardia Vecchia. Ecco come egli la descrive: “… più barbara e più crudele di quella della Torre dello Sperone d’Alghero, poiché là ero con una trave di ferro con due anelli che tenevano strette e legate solo le gambe, ed in questa con una catena al collo, ed ambe le mani che non si potevano neanche fare li usi necessari senza gran stento ed aiuto … dentro un sotterraneo alloggio di rospi e di altri animali velenosi, non però da cristiani per non esservi né luce alcuna, né luogo da potersi coricare, né voltare per essere strettissimo ed era bisogno di stare di stare sempre dritto”. Dopo nove mesi di terribile prigionia, conclusosi ad Alghero il processo per la sommossa del grano, riconosciuta la sua estraneità ai fatti è liberato dal carcere con condanna all’esilio perpetuo nell’isola. Del soggiorno maddalenino del Sulis, durato in libertà oltre dodici anni, quasi nulla rimane nella memoria popolare, anzi molti testi, non ultimo quello della Racheli, dicono che morì prigioniero nella Torre di Guardia Vecchia. A parte le sue memorie, , retaggio del Tola, nulla di scritto si è ritrovato di lui. Al momento della sua morte, tuttavia, fra le carte rinvenute dal Bailo nell’abitazione di Antonio Martini, oltre ad una sola scrittura privata datata 17 agosto 1829, con la quale tale Giovanni Salvato, dello Stato di Genova, si dichiarava suo debitore della somma di cento scudi, furono rinvenuti quattro fascicoli di carte manoscritte, che non avendo alcuna rilevanza ai fini ereditari, furono rinchiusi in una cassa, contrassegnati con la lettera A, B, C, e D, e lasciati in custodia al Martini. Di tali scritti non si è più avuta notizia ed è probabile che siano andati definitivamente dispersi in una delle tante irresponsabili pulizie fatte nelle soffitte maddalenine. Con la morte del Sulis si spengono gli ultimi conati di quell’autonomismo al quale i sardi avevano aspirato dopo secoli di dura dominazione e si conclude la vita avventurosa di un uomo le cui imprese vagheggiano quelle del Cellini, di Cagliostro, di Casanova e persino del Caravaggio. A conclusione delle sue memorie, guardando al passato con la serenità di chi ormai vecchio, così scriveva: “…la dinastia di sei regnanti, e tutti loro con il seguito di tutti li calunniatori; emuli ed i nimici son tutti, passati a maggior vita, poiché sta scritto che chi mal vive mal deve morire e morendo male vi è la perdizione eterna. Sull’Isola della Maddalena Vincenzo Sulis scrive la sua autobiografia dietro consiglio di Pasquale Tola. Il momento di riflessione intimista arriva dopo il periodo di reclusione trascorso nel Forte di San Vittorio, detto anche La Guardia Vecchia, a La Maddalena, dove rimane rinchiuso per 9 mesi. Dall’edificio si ammira un panorama che spazia sulla città, su Caprera e altre isole minori: si erge infatti su un punto molto elevato dell’isola, a 146 metri di altitudine. La sua costruzione risale al periodo successivo al 1767, quando una serie di fortificazioni viene edificata per proteggere il territorio e la base militare. Originariamente in forma ottagonale come al tempo della reclusione di Vincenzo Sulis, la sua forma attuale porta i segni dei rimaneggiamenti compiuti nel 1887. Oggi ospita un centro di telecomunicazioni della Marina Militare. Come le altre fortificazioni maddalenine, la sua dismissione risale al 1857.

1 settembre

Il forte San Giorgio fu costruito, probabilmente tra il 1805 ed il 1808, su progetto dell’ammiraglio della Marina sardo-piemontese, barone Giorgio Andrea Des Geneys, non appena venne terminato il forte ‘Carlo Felice’.
Esso concorreva, con quello di S. Teresa a difendere:
– Il mare antistante la costa della Sardegna e le isole di Santo Stefano e La Maddalena;
– Il canale antistante l’isola di S. Stefano e La Maddalena;
– A proteggere le comunicazioni fra l’isola madre e quest’ultima e a rinforzare, assieme alla torre, l’occupazione stabile dell’isola di S. Stefano.
La sua posizione, oltremodo elevata rispetto al livello del mare, era giustificata dai compiti che doveva assolvere.
Nella destinazione originaria al piano terra vi era un piccolo corpo di guardia situato esternamente all’ingresso; percorrendo un angusto corridoio angolato si arriva a due malsani sotterranei di dimensioni ridotte, comunicanti fra loro, adibiti a prigione o magazzini. Un altro locale, più grande, era destinato a quartiere per i soldati e gli ufficiali. Attraverso una rampa di scala, situata a circa metà del corridoio, si scendeva al piazzale interno, sul quale insistevano: un ‘luogo comune’ (latrina); dentro la torre quadrata, sul parapetto,, era la postazione per la sentinella; una piccola polveriera ed al centro un piccolo fabbricato destinato ad alloggio della truppa. Due piccoli lucernari a pavimento fornivano luce ed aria ai locali del sotterraneo. Sui prospetti Nord e Ovest si aprivano, sui parapetti, le troniere sulle bocche da fuoco. La descrizione è tratta dalla relazione scritta il 1° settembre 1821 dal Comandante de La Maddalena G. Andreis al cav. Grondona maggiore generale e governatore del Capo di Sassari, come conseguenza della richiesta fatta al viceré il 7 agosto dello stesso anno; la relazione era basata sul rapporto dell’aiutante di 1° classe del Corpo Reale del Genio Civile G. Dervieux che ha rilevato le planimetrie dei forti di Santo Stefano e di La Maddalena da utilizzarsi quali carceri apportandovi le necessarie modifiche secondo il computo estimato da lui stesso redatto; Il Dervieux aveva rilevato che i Forti per la loro cattiva costruzione erano talmente umidi da essere “contrario ai diritti che si devono all’umanità utilizzarvi per chiudervi degli uomini”; suggeriva quindi al governo, così come era nelle intenzioni espresse dal barone Des Geneys, di erigere una costruzione apposita da adibire a carcere dietro il villaggio di La Maddalena. Il Forte San Giorgio nel 1873 fu utilizzato dal Della Marmora quale punto geodetico. Dopo la dismissione la struttura, come tutte le altre fortificazioni, venne venduta a privati, che però non la trasformarono né la sopraelevarono come altre. L’intera struttura è giunta a noi in buone condizioni, nonostante il degrado provocato dalla mancanza di manutenzione, che ha favorito la crescita di di erbe e arbusti, e dalla messa in opera di cavi elettrici per l’impianto Tv del vicino villaggio vacanze ex Valtur.

Relazione dell’Aiutante di prima classe nel Corpo Reale del Genio Civile G. Dervieux sul Forte Sant’Andrea (30 settembre): Questo piccolo forte situato al fianco destro della Caserma dei Cannonieri è di una costruzione affatto irregolare, e pare che sia stato formato per approfittare della favorevole disposizione del cono su cui trovasi stabilito, esso è in prossimità del villaggio che domina su tutti i punti, e serve pure di difesa al quartiere.
Quattro piccole camere trovansi disposte in questo forte, ed esse sono notate sul piano da me levato ,che alla presente pure unisco.
La prima designata colla lettera C serve il magazzeno agli attrezzi dell’artiglieria, la seconda notata E serve di prigione, ed in questa esistonvi attualmente due prigionieri di stato, la terza F è destinata per corpo di guardia, e la quarta designata colla lettera G non è occupata e potrebbesi con vantaggio, mediante la formazione di alcune piccole opere di sicurezza le quali ho dettagliate nel Calcolo della spesa, vener affetta alla reclusione di qualche persona; il piazzale H è contornato da un parapetto di un metro d’altezza, ed in esso può permettersi ai prigionieri di passeggiare senza che si abbia da temere sulla loro sicurezza.
La polveriera appartenente a questo forte è situata in sito appartato in attiguità del forte stesso, ed a piedi dei suoi bastioni, essa è di recente costruzione, e non abbisogna riparaz.e di sorta alcuna.
OMISSIS
Riassumendo da quanto sopra ne risulta che si potrebbero recludere dei forti e stabilimenti Regi delle sumentovate due Isole il seguente quantitativo di persone, cioè:

1.° Nel forte di S. Andrea situato alla Maddalena 1

2.° In quello di Carlo Felice 6

3.° Nel quartiere 36

4.° Nel forte di S. Giorgio nell’Isola di S. Steffano 10

5.° E finalmente nella Torre di S. Steffano 8


Totale 61

Per ciò che concerne il Forte Sant’Andrea risulta chiaro che il suo reimpiego come prigione non potrà essere molto razionale dato che, pur con le modifiche suggerite dal Dervieux, al massimo vi potranno soggiornare 3 prigionieri.
Osservando la pianta rilevata dal Dervieux è possibile farsi un’idea di come fosse organizzato l’organismo edilizio:
A – Sito d’ingresso;
B – Scala che mette al forte;
C – Magazzino;
D – Luogo comune;
E – Prigioni;
F – Corpo di guardia;
G – Piccola prigione;
H – Piazzale;
I – Cordone di guida….
Dopo la dismissione, la struttura, come tutte le altre fortificazioni, venne venduta a privati, i quali la trasformarono sopraelevando il corpo centrale ed edificando ex-novo l’ampliamento del piazzale Est ed il corpo di fabbrica situato sulla destra di chi guarda il prospetto Sud, costituito da un ingresso, una camera ed un piccolo locale adiacente.

30 settembre

Il viceré fa pubblicare un’organica sintesi della normativa sui Monti di soccorso: una sorta di testo unico integrato da nuove disposizioni che estendono ulteriormente le già ampie competenze dei censori.

15 novembre

Rappresenta per Santa Teresa una data storica: diviene comune autonomo, staccandosi finalmente dal comune di Tempio.

24 dicembre

Un editto potenzia le funzioni economico-fiscali delle prefetture, portando contemporaneamente da 12 a 10 le circoscrizioni provinciali dell’isola.

26 dicembre

Nasce Silvestro Zicavo, il primo prete maddalenino, conosciuto come “u preti isulanu”. “Nacque in insula S. Maria Magdalena” da Antonio Zicavo e Caterina Zonza e qui fu battezzato il 26 dicembre da Giovanni Battista Biancareddu, vicario perpetuo. Padrini del neonato furono ‘Dominicus Zonza, filius Cesaris et Barbara Pitaluga filia Petri”. Fu ordinato sacerdote il 20 maggio 1853 a Tempio, nella cappella privata del vescovo Diego Capece. Aveva 32 anni e si trattò evidentemente di una vocazione ‘matura ‘. Doveva inoltre essere di adagiata famiglia se, come risulta dall’atto, godeva di una propria indipendenza economica e quindi non gravava, per vivere, sulla diocesi. Da gli stessi registri non risultano gli incarichi a lui attribuiti. Probabilmente, dopo un breve periodo trascorso a Tempio ritornò a La Maddalena ove era parroco don Michele Mamia Addis e pro parroco Domenico Tumaneddi, forse proprio in sostituzione di quest’ultimo. Tuttavia nei registri parrocchiali di battesimo e di morte, nonostante una attenta ricerca, mai abbiamo riscontrato alcun atto da lui sottoscritto, atti tutti rigorosamente firmati dal vicario perpetuo Mamia Addis. Probabilmente dopo un periodo trascorso a Tempio rientrò a La Maddalena dove rimase quasi ininterrottamente fino alla morte. Il 6 aprile 1862, in piena epoca risorgimentale, il vicario capitolare di Tempio teologo mons. Tomaso Muzzetto (di fatto vescovo diocesano dopo la morte avvenuta 7 anni prima del vescovo Diego Capece), e di idee assai liberali, inviò una supplica a Papa Pio IX affinché rinunziasse, per il bene supremo della Chiesa al potere temporale, consentendo di conseguenza la completa unificazione italiana con Roma capitale. Tale supplica, lacerando profondamente il clero diocesano, fu sottoscritta da circa 50 sacerdoti mentre quasi altrettanti rifiutarono decisamente la firma. Ebbene, tra i firmatari risultavano il vicario perpetuo di La Maddalena Michele Mamia Addis (amico di Garibaldi) col sacerdote Silvestro Zicavo. A questo atto, (scrive nelle sue dispense per studenti di Scienze Religiose don Giuseppe Maria Salis di Tempio) seguirono ‘conseguenze penali canoniche, la scomunica, e civili ‘. Il clero maddalenino, liberale e fortemente compenetrato per vocazione geo-politica, nella storia del risorgimento italiano, aveva fatto la sua scelta di campo. E a ciò non poté non influire la presenza a Caprera di Garibaldi che oltre a essere amico del parroco Mamia era anche amico della famiglia Zicavo. Papa Pio IX ben presto ‘sorvolò ‘ sull’episodio e in poco tempo tutti furono assolti dalla scomunica. Il 20 settembre 1870, quando i bersaglieri entrarono a Porta Pia occupando Roma, mons. Muzzetto ‘fece suonare a distesa le campane ed innalzare sul campanile della cattedrale di Tempio il tricolore italiano ‘. Le scarne cronache dell’epoca non testimoniano se la stessa cosa avvenne a La Maddalena. Non ci sarebbe tuttavia da stupirsene. Don Silvestro Zicavo morì quasi sessantenne il 3 novembre 1880. ‘Animam Deo reddidit Sacerdos Silvester Zicavo ‘ si legge nei registri di morte. Firmato ‘Eques Michael Mamia Addis ‘ , canonico parroco. Pianto dalla comunità maddalenina che in quegli anni non superava le 1.800 anime fu seppellito nel vecchio cimitero. Qualche mese dopo giunse a La Maddalena in qualità di coadiutore parrocchiale il 27 enne calangianese Don Antoni Vico. A ‘Preti isulanu ‘ subentrava ‘Preti Antò ‘ che poi, morto ‘Mamia ‘ nel 1855, fu parroco fino al 1933.

27 dicembre

In Sardegna vengono stabilite 10 Intendenze provinciali dipendenti dall’Intendenza generale di Cagliari alla quale resta subordinata anche la nuova Vice-intendenza generale per il Capo di Sopra.