Correva l’anno 1828

Correva l'anno 1828Il comune di La Maddalena è stato, in certi periodi, fra quelli più riottosi all’apertura delle scuole per reali problemi di bilancio difficilmente sanabili. Per il primo anno di applicazione del regolamento, il 1824, riuscì ad ottenere dal governo viceregio il permesso di introdurre una tassa ad uso comunale su grano e vino importati; ma con questi proventi non riusciva a sopperire a tutte le spese e quindi provò ancora a richiedere, inutilmente, il permesso di istituire piccole gabelle. In effetti il comune avrebbe dovuto procurarsi i fondi attraverso esazioni dirette sui cittadini abbienti, non con dazi sulle importazioni che, a parere della Giunta Patrimoniale, sarebbero ricaduti sui consumatori più poveri. Diversi sacerdoti si alternarono come precettori alla Maddalena, raramente portando a termine pacificamente il loro periodo di contratto: l’unica eccezione è rappresentata dal sacerdote Mamia Addis (precettore dal 1832 al 1841) che, essendo viceparroco, poteva accumulare le rendite dei due incarichi per vivere dignitosamente. Ma prima di lui le polemiche furono a volte accanite. Nel 1828, in occasione di una assenza del precettore padre Psidali, il Consiglio aveva contattato il frate Eugenio Cascioni, dei Minori Osservanti di Tempio; in un primo momento, ci fu l’opposizione del padre superiore che vedeva nella disponibilità dei frati ad accettare l’incarico da precettore, il desiderio di sfuggire alle regole conventuali “gli indisciplinati e quei tutti che malamente soffrono il rigore della professata regola vanno in traccia di appoggi che li facciano vivere lontano dal chiostro”; ma l’opposizione più violenta venne proprio dal designato precettore che, saputo che il consiglio comunitativo voleva che adempisse anche alle funzioni di viceparroco, chiese prima un supplemento di 25 scudi, accusando poi presso l’intendente provinciale il parroco di La Maddalena, Biancareddu, di connivenza col consiglio per proteggere un suo parente, fra Bonaventura Maxoni. Dalla corrispondenza intercorsa in questo proposito veniamo a sapere che questo personaggio non pareva all’intendente meritevole di benché minimo interessamento, visti i precedenti dei quali il funzionario era a conoscenza: gli risultava infatti che nella portineria del convento di Sorso del quale Maxoni era guardiano, si era trovata una grande quantità di tabacco di contrabbando. Così, concludeva l’intendente, a La Maddalena “invece di diminuire gli sfrosi si aumenterebbero dal padre Maxoni”. In tale situazione di polemica la scuola restava chiusa con “beneficio” economico (non certo culturale) del comune, finché l’intendente non intervenne con forza decidendo la riapertura delle lezioni e dando l’incarico di precettore ad un giovane suddiacono maddalenino, Silvestro Zicavo. La visita ufficiale, attuata dopo qualche giorno, lo soddisfaceva della scelta: c’erano 90 alunni che apparivano ben preparati; 8 o 9 erano addirittura meritevoli di premi (poveri per la verità), consistenti in fazzoletti e libretti. Grande e entusiastica era stata la partecipazione popolare della gente che gridava “viva il re”. Toni ancora più soddisfatti appaiono nella relazione di fine anno dello stesso intendente, che metteva in evidenza il miglioramento degli allievi, la premiazione per alcuni di loro dinanzi ai genitori felici in un aula in cui troneggiava un quadro ordinato da lui, a spese del comune e realizzato dall’inglese Craig con le parole “Viva l’adorato nostro monarca Carlo Felice, benefico istitutore delle scuole normali” Merito certamente del suddiacono precettore, ma sembrerebbe anche dei genitori degli allievi. Meno entusiastica la relazione di Antonio Biancareddu, vicario capitolare di Tempio, incaricato di verificare lo stato delle cose in tutta la diocesi di Ampurias e Civita. Solo le scuole di Tempio e Nughes erano attrezzate delle suppellettili necessarie, nelle altre (e La Maddalena era fra queste) non c’erano né lavagna né libri e tanto meno premi per i più bravi.

8 febbraio

Fattasi la scoperta dell’immortale Jenner, con regio editto 8 febbraio 1828 si ordina il regolare ed universale innesto del vaccino; e si stabiliscono all’uopo nelle provincie posti fissi di medici e di chirurghi.
La Sardegna veniva divisa in 21 distretti, non comprese le città. In ogni capoluogo di distretto doveano risiedere un medico ed un chirurgo quali commissari per le vaccinazioni. Cagliari dovea averne tre; Sassari due: ed uno Oristano, Iglesias, Isili, Lanusei, Cuglieri, Alghero, Nuoro, Ozieri e Tempio, con altrettante giunte provinciali, incaricate di sopravvedere sulle vaccinazioni e sulla condotta dei sanitari d’ufficio.
La città di Sassari poi dovea avere una giunta superiore colla sorveglianza sulle provinciali: e Cagliari una primaria, alla quale doveano far capo tutte le altre. Inoltre si diveano eleggere un direttore generale ed un conservatore del vaccino a Cagliari: un vice-direttore generale ed un vice-conservatore del vaccino a Sassari. Ciascuna città e villaggio dovea concorrere, proporzionalmente, nelle spese di tale servizio. Le diverse epidemie che nel secolo scorso interessarono i paesi del bacino Mediterraneo resero necessaria l’adozione di cautele sanitarie dettate da rigide disposizioni che regolamentavano le quarantene, il movimento delle persone e delle merci, e l’istituzione dei lazzaretti e delle ronde sanitarie lungo i litorali. La Maddalena, grazie alla sua insularità ed al fatto di essere, unitamente a Cagliari, Alghero e Carloforte, uno dei quattro lazzaretti sardi abilitati alla quarantena, rimase sempre immune dai contagi e solo durante il colera, del 1860 subì la terribile epidemia che fece registrare numerose vittime tra la popolazione. Le norme sanitarie emanate sin dal 27 gennaio 1721 col Regolamento del Viceré Barone di San Remy, furono ribadite col decreto vice regio del 28 novembre 1804 promulgato dal Duca del Genovese durante l’esilio dei Reali piemontesi in Sardegna e ripreso successivamente col regolamento sanitario del 21 gennaio 1835 emesso da Carlo Alberto e promulgato nell’Isola con pregone del Viceré Giuseppe Maria Montiglio il 2 luglio successivo. Severissime erano le pene per chi violava le norme sanitarie, esse arrivavano persino a comminare la pena di morte per chi fosse clandestinamente sbarcato da una nave sospetta di contagio, per chi ne avesse consentito l’approdo e per coloro che fossero stati colti a terra nell’atto di fare segnalazioni per favorire l’avvicinamento delle navi. Chiunque poi, sbarcato da una nave senza essersi sottoposto alla visita sanitaria non si fermasse all’intimazione poteva essere “Impunemente ucciso”. E uno di questi episodi si verifico a Porto Pozzo ove un tale Mannoni fu mandato assolto dall’accusa di omicidio per aver ucciso un marinaio di una barca toscana che, sottraendosi alle pratiche sanitarie, era sceso a terra per far legna. La vigilanza dei maddalenini fu particolarmente attenta poiché era risaputo che molti isolani si recavano clandestinamente nella vicina Corsica con la quale non erano mai cessate le sotterranee pratiche di contrabbando che a suo tempo avevano dato luogo all’occupazione militare delle isole da parte dei Sardo-Piemontesi. A causa della rigida applicazione delle norme sanitarie, una brutta disavventura corse nell’autunno del 1828 a Nicolò Susini, vicenda che si concluse nell’estate successiva grazie all’intervento del Viceré. L’esposizione dei fatti che procurarono al Susini ben 7 mesi di latitanza e di forzato esilio, è contenuta in una lettera supplica diretta al Viceré di Sardegna Conte Tornielli di Vergano: ” Eccellenza, Nicolò Susini dell’isola di La Maddalena col più profondo ossequio espone all’E.V. che verso la metà del settembre del 1828 prese imbarco con un legno di sua proprietà dall’Isola di Capraia per restituirsi a La Maddalena sua patria. Colto pendente in viaggio da un forte temporale, quel legno fu costretto per la violenza dei venti a prendere la direzione dell’Isola dei Cavalli altro degli isolotti che cingono il litorale di Corsica. Nel timore che quel barco avesse sofferto qualche danno si vide il rassegnante obbligato a gittar l’ancora onde passare la visita al medesimo, e fu difatti osservato che passava dell’acqua all’interno. Tanto da praticare la suddetta visita, quanto per farvi le precise riparazioni, dovette trattenersi qualche giorno in quell’isolotto disabitato, oltreché il tempo si mantenne non gli permise di partire. Restituitosi poi in patria da alcuni suoi emuli si fece il rapporto al Governo che il rassegnante aveva toccato l’Isolotto predetto avesse pure comunicato con la Corsica ed avesse quindi violato le leggi di Sanità”. Il Susini, che evidentemente al suo rientro a La Maddalena non aveva denunciato il fatto di essersi trattenuto in un porto straniero e non si era quindi sottoposto alla quarantena, avrebbe rischiato nella migliore delle ipotesi cinque anni di duro carcere, oltre alla perdita della licenza di commercio e della patente di padrone marittimo. Egli, infatti, subodorato il pericolo, si affrettò a lasciare l’Isola per non incorrere nei rigori della legge. L’esposizione dei fatti così prosegue: “Non fece sul principio conto su questa voce che successivamente ebbe a spargersi e quindi ripartì per i suoi affari verso Genova, dove ebbe dei riscontri che si stavano facendo delle inquisizioni a tal oggetto, anzi, gli fu riferito che non s’attendeva che il suo ritorno per praticarne l’arresto. Questi incontri eccitarono dei timori nel rassegnante per causa dei quali si vide obbligato a trattenersi per lo spazio di 7 mesi a Genova, lontano dalla sua casa, e dai suoi affari, per cui ha dovuto subire perdite considerevoli”. Dopo ben sette mesi di forzato esilio il Susini decise infine di affrontare la situazione recandosi a Cagliari per essere ammesso al cospetto del Viceré e da lui ottenere la grazia visto che, oltretutto, dalla sua manchevolezza non è derivato alcun danno. Così prosegue infatti la sua lettera: “Prese finalmente la risoluzione di presentarsi in questa Capitale dove si trova da alcuni giorni attendendo le disposizioni dell’E.V. affinché possa restituirsi i patria senza pericolo di poter all’arrivo soffrire qualche sfregio che sarebbe l’ultimo scoppio alle brame dei suoi emuli”. Dopo questa frecciata ai suoi delatori che gli avevano procurato questa triste disavventura, il Susini così conclude: “Supplica pertanto egli l’E.V. preso in benigna considerazione quanto ci vien da esporre, lasciare quelle provvidenze che stimerà opportune perché possa l’esponente restituirsi liberamente a La Maddalena”. In calce alla lettera troviamo il provvedimento datato dal Regio Palazzo di Cagliari il 14 luglio 1829 e sottoscritto dal Viceré Tornielli con il quale si disponeva: “Presentandosi il ricorrente in questa segreteria di stato e di guerra, onde sentire le nostre determinazioni, si prenderà in considerazione la domanda”. L’istanza del Susini trovo pieno accoglimento: fu infatti riconosciuto che l’isola da lui toccata era disabitata e che le avverse condizioni del tempo come non avevano consentito a lui di ripartire non avevano consentito ad altri di approdarvi e di avere contatti con la sua imbarcazione e col suo equipaggio. Il Susini, munito di salvacondotto, fece dunque ritorno nell’isola in barba ai suoi concorrenti delatori e fu in seguito uno dei cittadini più illustri di La Maddalena, amico di Garibaldi e per molti anni sindaco della comunità.

27 setembre

Nasce a La Maddalena Fabbio Giovanni Battista.