Correva l’anno 1831

Relativa all’anno 1831 troviamo una scheda riassuntiva della situazione delle scuole normali in tutta la provincia di Ozieri, corredata dalle osservazioni dell’intendente Francesco Luigi Simon; 22 paesi avevano scuole funzionanti; 19 precettori erano sacerdoti o frati; solo 3 erano “scriventi” giovani cioè, che avevano terminato la prima fase degli studi, ma non ancora conseguito il titolo. Su 658 abitanti, La Maddalena aveva solo 23 studenti, una media molto bassa se si considera che all’inizio dell’anno gli iscritti sfioravano il centinaio: in effetti la maggior parte dei ragazzi era attratta dal mare e abbandonava le lezioni per imbarcarsi sui legni mercantili o su quelli militari. Interessante il giudizio complessivo ricavabile dalla scheda: per assenze da scuola e dalle funzioni religiose gli alunni maddalenini battevano tutti i primati, uguagliati soltanto da quella di Longosardo, Terranova, Calangianus e Berchidda: risultavano “mediocri” in quanto a “ingegno” e a “indole”. Complessivamente erano i peggiori di tutta la provincia. Un quadro abbastanza sconfortante, soprattutto se paragonato alle precedenti relazioni dell’intendente Valle che dava lusinghieri giudizi sulla preparazione degli alunni. La relazione del Consiglio del seguente anno fornisce altre informazioni interessanti: l’impegno scolastico comprendeva tre ore al mattino e due alla sera, tutti i giorni tranne le domeniche, le festività e i giovedì; nei giorni feriali solo i più grandi partecipavano alla messa celebrata dal precettore “senza formalità” mentre la domenica erano presenti tutti gli alunni; le ore del mattino erano impegnate per la lettura, la scrittura e, per i più grandetti, l’aritmetica; il pomeriggio si ripetevano le lezioni del mattino con in più mezz’ora di dottrina cristiana e “catechismo agrario”, cioè i rudimenti per avviare i giovani all’agricoltura (“ma poco, pero… per esser li studenti tutti inclinati alla marina”). Durante la quaresima le classi al completo seguivano le prediche e il catechismo tre volte alla settimana. In quell’anno gli alunni iscritti erano 80; 25 avevano terminato il corso “e trovasi imbarcati al Regio servizio della marina”. Il consiglio riconosceva anche che da alcuni anni non vi era stata “distribuzione di premi alli scolari essendo la più parte piccoli cioè nelle prime lezioni”

Dire che i maddalenini fossero, nel passato, in grande maggioranza marinai è un assunto facilmente verificabile nei documenti d’archivio così come nella memoria degli isolani, Non si può certo contestare la loro preferenza per il mare, testimoniata dalle prove di ottimo servizio sulle navi del Re, dall’entusiasmo nell’accorrere volontari per rintuzzare gli attacchi dei barbareschi, da tanti atti di valore, dalla presenza di Cala Gavetta di una miriade di gondole, tartane, buoi usati per il commercio da piccoli padroni marittimi locali. Ma dire che essi preferirono patire la fame, vivere in misere condizioni, incrociare le braccia in attesa di potersi imbarcare piuttosto che “abbassarsi” a esercitare altri mestieri per guadagnarsi da vivere, lascia un po’ sconcertati soprattutto per il giudizio negativo che ne consegue. Se poi tale affermazione viene da un protettore dei maddalenini, sempre pronto ad aiutarli in tutte le occasioni come l’ammiraglio Des Geneys, allora la cosa assume un’altro valore e vale la pena di approfondirla. Per tutto il tempo in cui il Barone rimase alla Maddalena, ma anche in seguito, quando a Genova assunse cariche prestigiose, egli non smise di preoccuparsi del destino della popolazione isolana e di aiutarla in tutti i modi. Pensiamo solo all’interessamento per la concessione di nuovi terreni agricoli al Parau (Palau), agli interventi presso il Governo perché fossero concesse le paghe arretrate o le quote di spettanza derivanti dalla vendita di prede, alla soluzione dello spinoso problema rappresentato dal Corpo Franco, all’aiuto concreto e consistente per l’edificazione della Chiesa, al successivo invio dell’altare maggiore e delle lastre per il pavimento, alla creazione della cappella di San Giorgio, al lascito attraverso l’istituzione di un censo sulle proprietà della Padula, per garantire la manutenzione della cappella e contribuire al sostentamento del Parroco. Tutto ciò i maddalenini lo ricambiavano con manifestazioni di affetto e di fiducia, considerandolo un loro Padre, fieri di poterlo “chiamare con si dolce nome… ricorrendo come figlio a suo padre… al paterno consiglio”. E approfittando della benevola disposizione. ricorrendo un lui per ogni difficoltà seria o immaginaria che fosse. Nel 1831 la situazione della quale si lamentavano con il loro protettore era la solita, e solite erano anche le argomentazioni attraverso le quali chiedevano aiuto: povertà diffusa, terreno sterile che non garantiva frutti, inimicizia preconcetta da parte dei tempiesi che accusavano gli isolani di contrabbando e mettevano ostacoli alle loro “giuste” rivendicazioni, assenza degli uomini impiegati, assenza degli uomini impiegati nel servizio di Marina costretti a “pagare sino d’un soldo di patate che i figli e mariti che sono al Regio Servizio mandano ai loro poveri ed afflitti genitori e mogli” A nome della comunità il Sindaco chiedeva, un po’ sfacciatamente, l’aiuto di un Desgeneys per ottenere dal governo una misura eccezionale quale l’esenzione dei diritti di dogana. La risposta de Barone, come al solito molto precisa, circostanziata e piena d’affetto, conteneva però anche considerazioni severe che sferzavano impietosamente gli isolani per i loro comportamenti. Dopo aver contestato la bontà delle richieste, aggiungeva infatti: “Ciò permesso rendesi necessario ad altri mezzi onde migliorale la situazione di codesti abitanti; ma io son di parere che l’indolenza da cui naturalmente son dominati sia la vera cagione della miseria in cui si trovano, mentre se non fosse così potrebbero dedicarsi alla pesca del corallo, che permettono venga fatta da esteri anche nei mari dell’isola, si potrebbero impiegare nelle tonnare, e specialmente nelle saline, tra partito dalla pesca del pesce per lo smercio dell’isola e infine procacciarsi in altri modi i mezzi di sussistenza invece di starsene oziosi e lasciare che anche i loro bastimenti vengano scaricati dai condannati e dai soldati, credendosi disonorarsi di esercitar altro mestiere che quello del marinaro esclusivamente. Queste sono le riflessioni che in tutta coscienza devo farle presente e che si dovrebbero insinuare negli abitanti di codesta isola, stando a cure e benessere e prosperità. Da canto mio si accerti che proverò sempre una grande soddisfazione ogni qualvolta potrò contribuire al vantaggio di codest’isola….” Ineccepibili anche se dure, le argomentazioni e il tono di Desgeneys: proprio come un padre riprendeva i maddalenini, per correggerli, come un padre dei figli un po’ viziati.

18 febbraio

A testimonianza della concorde reputazione della Corsica come terra italiana, nell’ambiente rivoluzionario parigino il generale La Fayette e il comitato rivoluzionario italiano di Parigi inserirono nell’accordo tra rivoluzionari italiani e francesi lo scambio tra Corsica e Savoia. Molti Corsi parteciparono al Risorgimento Italiano, come Leonetto Cipriani, che partecipò alla Prima Guerra d’Indipendenza del 1848-1849 e alla Spedizione dei Mille del 1860. La lingua italiana cominciò a essere vietata a partire dalla sentenza della Corte di Cassazione di Parigi del 4 agosto 1859 che ribadì – dopo che già dal 1852 era stato stabilito che si dovessero redigere esclusivamente in lingua francese tutti gli atti dello stato civile – che la sola lingua ufficiale in Corsica era la lingua francese. Si temeva infatti, all’indomani della Seconda guerra d’Indipendenza italiana, che il neonato Regno d’Italia potesse avanzare rivendicazioni sulla Corsica. Nel 1870, peraltro, diversi esponenti politici italiani suggerirono a Vittorio Emanuele II, che non accolse il suggerimento, di approfittare della sconfitta francese a Sedan, oltre che per annettere Roma, anche per recuperare la Corsica. Nel marzo 1871, il giovane deputato radicale Georges Clemenceau propose all’Assemblea nazionale di prendere in considerazione la cessione dell’isola di Corsica all’Italia. Questa proposta si giustificava alla luce del sostegno che la Corsica, e particolarmente Ajaccio, avevano dato alla persona dell’Imperatore, e al conseguente ondata discriminatoria contro i Corsi che seguì alla proclamazione della Terza Repubblica Francese. Il 19 maggio 1882, pochi giorni prima della sua morte, Garibaldi affermò che “La Corsica e Nizza non debbono appartenere alla Francia; e verrà un giorno in cui l’Italia, conscia del suo valore, reclamerà a ponente e a levante le sue province, che vergognosamente languono sotto la dominazione straniera.”
In quegli anni Emmanuel Aréne di Ajaccio, repubblicano moderato, impose i metodi clientelari e corruttivi della sua “consorteria” nella vita politica e sociale della Corsica. La Francia, con la sua politica doganale isolazionistica e discriminatoria per l’isola (cui vennero applicati, fino al 1912, un dazio del 15% per le merci esportate verso la Francia, ma del 2% per quelle importate dalla Francia), recise gli storici legami economici tra la Corsica e la “terraferma” italiana, con grave danno per l’economia dell’isola. L’istituzione di numerose scuole elementari nell’isola e l’arruolamento di tanti giovani Corsi nelle Forze Armate Francesi durante la Prima Guerra Mondiale (con quasi 20.000 caduti), intanto, acceleravano la diffusione della francofonia nell’isola.

27 aprile

Muore Carlo Felice, gli succede Carlo Alberto, discendente del ramo cadetto sabaudo dei Carignano, successe a Carlo Felice. I Carignano si erano separati dalla linea dinastica principale dei Savoia con Tommaso Francesco, figlio cadetto di Carlo Emanuele I, nato nel 1596. Il nuovo Re volle constatare di persona i problemi e le esigenze dell’Isola, che percorse per ben tre volte, la prima delle quali in compagnia del famoso Conte Alberto Ferrero della Marmora. Immediatamente mise mano al riordino delle esenzioni daziarie, dei controlli sugli enti locali, del servizio postale. Il 21 maggio 1836 fu abolita la giurisdizione feudale, cui erano ancora soggetti tutti i Sardi non residenti nelle sette città regie. In conseguenza dell’abolizione della giurisdizionale feudale, vennero istituiti sette tribunali di Prefettura (con annessa prigione) a Cagliari, Isili, Oristano, Nuoro, Lanusei, Sassari e Tempio, da cui dipendevano altri uffici giudiziari minori denominati mandamenti. Nel 1836 fu introdotto nell’Isola il sistema metrico decimale per pesi e misure e venne riformato il sistema monetario. La completa abolizione del feudalesimo fu disposta tra il 1834 e il 1843, nonostante le remore derivanti dall’impegno internazionale assunto dai Savoia con il Trattato di Londra del 1718 di rispettare i privilegi e le leggi concessi dai precedenti governi. Nel 1834 fu nominata una Regia Delegazione incaricata di quantificare le rendite il cui calcolo doveva essere alla base degli indennizzi da corrispondere ai feudatari Il riscatto delle proprietà e dei diritti feudali fu concluso nel 1843. Anche gli anni di regno di Carlo Alberto, come quelli del suo predecessore, furono dunque segnati da un grande impulso riformatore.

Maggio

In Sardegna un raccolto che si preannunciava abbondante viene distrutto dalle piogge: si profilano gravi difficoltà economiche e alimentari.

2 maggio

La storia ci indica nel 1875 la data della nascita di Palau come borgoe indica come suo fondatore legittimo, Gian Domenico Fresi, noto “Zecchino”. Noi negli libro dei nati della parrocchia di La Maddalena, in data 2 maggio 1831, è registrata «la nascita a Palau di Giovanni Domenico Francesco dai coniugi Nicoletta Zichina e Giovanni Maria Fresi della città di Tempio». Il Fresi costruì la prima casa del paese nella piazzetta a lui oggi dedicata e sul comignolo della sua casa, nel centro storico, è ancora possibile leggere la data 01.08.1875. Il paese vero e proprio nacque all’inizio del Novecento grazie al suo fondatore. Il paese vero e proprio nacque all’inizio del Novecento grazie al suo fondatore. Fino alla seconda metà dell’Ottocento Palau, allora ancora frazione di Tempio, era popolato da circa una dozzina di famiglie che abitavano negli stazzi sparsi nel territorio organizzati in cussorgie. Dopo il 1870 per frenare il crescente commercio di contrabbando con la Corsica, la Provincia fece costruire la Caserma dei Carabinieri (costituita di tre vani e comprendente le stalle per il ricovero dei cavalli) ed istituì il posto di confine per il controllo del traffico da e per la Corsica. Una circostanza rilevante, poiché il riconoscimento da parte dello Stato della posizione strategica di Palau avvia in qualche modo il processo insediativo nei pressi del porto offrendo una garanzia di sicurezza ai nuovi potenziali abitanti. È in questi anni che vengono espropriati alla famiglia Fresi i terreni per la costruzione della strada Tempio-Palau e quelli per la costruzione delle fortificazioni militari: si realizzarono così le opere di Monte Altura, Baragge e Capo d’Orso, il complesso di Montiggia e Piazza del Cantiere (attuale Piazza del Molo). Fu un periodo di gran fervore economico; in questi luoghi, improvvisamente frequentati, ben presto nascerà il borgo che diventerà il punto d’attracco per la base militare di La Maddalena.

18 agosto

Carlo Alberto istituisce il Consiglio di Stato per gli stati di terraferma.

31 ottobre

In una cartella del Fondo Segreteria di Stato e di Guerra dell’Archivio di Stato di Cagliari si trova la documentazione relativa a una protesta presentata, nel 1832, all’Intendenza Generale da parte di alcuni commercianti di Sassari e di Genova, contro l’esclusiva, di raccolta e esportazione di un lichene sardo usato in tintoria, concessa a una ditta inglese. L’Intendente Generale dell’epoca era il barone Giovanni Luigi Francesco Rubin; i commercianti sassaresi erano: Filippo Senno, Francesco Costa, Gio Amedeo, Tommaso Tealdi, Giovanni Garapino, Camillo Bellieni, Francesco Cossiga e Tommaso Picolino. La ditta inglese alla quale era stata concessa la privativa della raccolta ed esportazione del lichene era quella di Giorgio Macintosh, commerciante di Glasgow, operante nell’isola fin dal 1810, e rappresentata dal commerciante W.S. Craig. Il lichene oggetto della diatriba, secondo i commercianti sassaresi era l’Oricello tramontana (Lichen Portulatus), denominato volgarmente “Erba nera”. Secondo gl’inglesi, invece, il loro lichene, del quale solo nel 1827 era stata definita la specie botanica , era il Lichen Parellus , ben differente dal Portulatus. Il lichene d’uso tintoriale è la Roccella, appartenente al genere di Licheni pirenocarpi della famiglia delle Roccellacee, di cui se ne conoscono ben trenta specie. Questo cresce nei litorali marini mediterranei e delle isole del Capo Verde. E’ costituito da alghe verdi e da funghi che hanno un tallo cespuglioso con base allargata (R. tinctoria, R. portentosa, R. phycopsis, etc). Un tempo se ne ricavava l’Oricello o Laccamuffa (in tedesco Lackmus), o Tornasole, per colorare le stoffe in violetto e, in chimica, per le cartine indicatrici acido-base (cartine di Tornasole). La sostanza colorante veniva ottenuta dai Licheni di questo genere, sopratutto dalla Roccella tinctoria D.C, Roccella Montagnei Bel, Roccella fuciformis D.C., Roccella pernensis Krjl. che si trovano lungo le coste rocciose delle isole del Capo Verde, ed anche in Italia. (L’osservazione che questi licheni contenevano una sostanza colorante risale a un fiorentino del 1300, certo Ferro o Federigo). Oltre che dalle Roccelle, Licheni essenzialmente marini, l’Oricello poteva ricavarsi da altri licheni che allignano sui monti (Variolaria, Lecanora, Evernia, Cladonia) dei Paesi Scandinavi, della Scozia, delle Alpi, e dei Pirenei. Quello sardo veniva raccolto in Gallura e in Ogliastra. Questi licheni non contengono la sostanza colorante già formata, ma alcuni acidi incolori, derivati dall’Orcina, o ad essa affini, quali l’acido Lecanorico o Diorsellinico, l’acido Orsellinico, l’acido Evernico, l’acido Ramalico, l’acido Eritrico od Eritrina, l’acido Atranorico, ed altre sostanze, a struttura non conosciuta. Tali composti si scindono dando luogo all’Orcina ed a un suo omologo, la b-Orcina, che per azione dell’ammoniaca, in presenza dell’ossigeno atmosferico, si trasformano in Orceina che è la sostanza colorante. Per estrarre l’Oricello, dopo aver liberato i Licheni dalle sostanze estranee per mezzo di lavaggi con acqua e setacciatura, li si riscaldavano per tre giorni a 60 °C, in contenitori aperti, con una quantità tripla di ammoniaca. La sostanza colorante si separava in forma di una pasta (Oricello in pasta) di colore violaceo. Per essiccamento di questa, all’aria, si otteneva una polvere detta Persio o Cudbear. Quella ottenuta, originariamente dalla Lecanora era di colore azzurro-violetto o rosso-violetto. L’estratto di Oricello o Carminio di Oricello, si preparava per lenta evaporazione del liquido ottenuto dal trattamento della pasta con acqua. La soluzione di Oricello, si otteneva estraendo i Licheni con acqua bollente, concentrandone l’estratto e esponendolo all’azione dell’aria e dell’ammoniaca. Trattando la soluzione ammoniacale di Oricello con cloruro di calcio precipitava un prodotto denominato Porpora francese. Questa veniva impiegata largamente, in passato, per la tintura della lana e della seta in bagno, sia neutro che debolmente acido o alcalino. I colori ottenuti, pur essendo assai belli, erano però poco resistenti. Oggigiorno l’Oricello non si usa più, se non eccezionalmente, stante la realizzazione, più economica, dei coloranti organici sintetici. L’Oricello stesso veniva frequentemente sofisticato con estratti di Legno di Campeggio, Legno del Brasile, e con coloranti azoici. Nella loro protesta, i commercianti sassaresi, sostenendo d’aver commercializzato l’Erba nera già prima che l’Intendenza Generale ne concedesse alla Macintosh l’esclusiva di raccolta e esportazione, ne chiedevano l’annullamento e il trasferimento a loro favore. L‘intendente Generale barone Rubin, per conoscere a fondo il problema, chiese alle parti contendenti campioni del lichene ed una relazione esplicativa. Mentre non risulta che da parte dei commercianti sassaresi siano stati presentati campioni e la relazione richiesta, il Craig, a nome della Macintosh, presentò il seguente esposto: “…W.S. Craig Negoziante Inglese, domiciliato nell’Isola della Maddalena col più distinto rispetto, si dà l’onore di rassegnare all’E.V., che avendo implorato dal benefico patrocinio di S.S.R.M. la privativa di poter estrarre dal regno l’olio di lentisco ed un Lichen sin’ora sconosciuto, non furono inutili le di lui supplicazioni, giacché riguardo al primo, la M.S. si è degnato accordargliela, come da Regio Brevetto delli dodici luglio 1831. In sequela a si ben grata benefica Sovrana provvidenza, ripieni d’invidia li Negozianti della Città di Sassari hanno fatto ricorso al Superiore Governo coll’intenzione di poter annientare la nuova intrappresa del negozio di cui il Rassegnante previo il citato Regio Brevetto deve goderne imprescindibilmente la privativa. La supplica dei Negozianti di Sassari è fallace, ed erronea. Fallace nella prima parte, perchè nella sciocca loro esposizione fan vedere, che la pianta, per cui l’Oratore ha supplicato il privilegio esclusivo d’esportazione, era da loro ab antiquo conosciuta quando al contrario non è mai stata in Sardegna tenuta per oggetto di speculazione commerciale, e che è affatto diversa dall’Erbanera. Erronea nella seconda perché incapaci i distinguere, ed appropriare il nome all’erbanera, così da essi scritta, mentre non inclinati alle ricerche, e conoscenze Botaniche, la quale essi hanno riconosciuto nel 1827 cioè quattro anni dopo, che l’Oratore n’avea già fatto cinque caricamenti per l’Inghilterra, ed è per conseguenza una vera insolenza di quei Signori Negozianti, avendo l’ardire di rappresentare, che l’erbanera era già conosciuta senza dell’Oratore, e che questo non sia stato il primo a farla raccogliere, e spedire al Continente. l’asserzione poi, che avendo la privativa, l’oratore opprimerebbe i contadini, continua ad esser falsa, giacché dal 1810, fino al 1827, cioè pendente 17 anni, che era lui solo nella speculazione dei Licheni sardi, non si è mai intesa una simile lagnanza da nessuna persona, anzi tutti benedivano sifatto commercio, da cui un gran numero mangiava il pane, senza di che avrebbero dovuto soffrire tutti i terrori della fame. Il Rassegnante è stato rappresentato da quei Negozianti Straniero, epperò indegno di qualunque indulgenza Sovrana, e con ciò si prova il loro spirito malevole nel Commercio, ed i materiali meschini, di cui per la mancanza di migliori, sono costretti servirsi in quest’occasione; non han però osservato che lo stabilimento dell’Oratore, e del suo negozio esiste in Sardegna dal 1810, e lui medesimo vi è dal 1818, da cui è scaturito in ripartizione ai poveri regnicoli un milion e mezzo di franchi; energica prova questa, che i Patriotti Negozianti Sassaresi, non possono riprendere, nè rendere insuffragante. Sono pure ridicoli, e puerili l’osservazioni, che fanno riguardo all’olio lentisco. Lo scopritore di questi rami di commercio vanta d’essere il rassegnante, e lo ha perciò il Governo ricompensato affine di eccitare gli altri nella industria. Si ristringe l’Oratore nelle definizioni di questo dilemma per non rendersi tedioso presso la bontà dell’E.V., ma intanto non omette di farla osservare, che essendo giusto il ricorso dei Negozianti Sassaresi verrebbe ad essere falso l’esposto, che il Rassegnante ha umiliato al Sacro Trono per ottenere la Privativa, ad oggetto perciò di delucidarsi il nero ombreggiamento, che i medesimi hanno dato al suo carattere, supplica l’equità imparziale di V.E. a volersi degnare di prendere cognizione, e particolare interesse dell’esposto, facendo anche pervenire l’unita copia al Regio Trono, e risultando di essere la verità di quanto umilia, renderlo degno della dovuta soddisfazione, che il savio discernimento dell’E.V. crederà del caso, come a ragione, e giustizia che della grazia…”
Probabilmente, a seguito dell’esposto del Craig, il 31 ottobre 1831, l’Intendente Generale, inviò alla Regia Segreteria di Stato e di Guerra la seguente relazione: “…L’unito ricorso che i Neg.ti della Città di Sassari intendono inoltrare al regio trono onde impedire l’effetto della Sovrana grazia implorata dalla Casa di commercio diretta da Giorgio Macintosh di Glasgow, crede il sottoscritto di non poter meritare un favorevole accoglimento. Dallo stesso ricorso risulta che questa Casa fu la prima in Sardegna a far raccogliere e spedire fuori Regno le diverse qualità della così detta pietra lana, senzachè nè i Negozianti di Sassari, nè alcun altro si occupasse prima di essa di siffatta speculazione, mentre era stato un’oggetto del tutto sconosciuto. Fin dal 1812 un certo Cameron, spedito in Sardegna dalla predetta Casa, principiò a far raccogliere, ed incettare dessa pietra lana, segnatamente nelle Montagne della Gallura, avendo lasciato nel villaggio di Tempio dopo essersi egli ritirato in questa Capitale, altro agente Inglese che assieme a diversi nazionali, da lui parimenti incaricati, si occuparono dell’acquisto di tal vegetale. Seguito il decesso del Cameron, nel 1821, fu spedito in surrogazione di questi all’Isola Maddalena certo Craig che fino ai primi del corrente anno, epoca in cui egli partì pel Continente, ha sempre, e senza interruzione proseguito nell’incetta con aver anzi di recente questi fatto una nuova scoperta d’altra simile qualità di essa pietra lana, della quale finora non se ne fece uso alcuno. La predetta casa, in siffatto spazio di tempo, non ha estratto dal Regno meno di Cant.a 90/m delle diverse qualità di essa erba avendo somministrato in tal modo la sussistenza a tanta povera gente della Gallura che tenne occupata nella raccolta, e tanto è vero che l’ultimo carico spedito all’Estero sui primi di quest’anno, prodotto dalla raccolta dello scorso, non importava meno di L.e N.e 75/m di puro costo, oltre i diritti di Dogana, quantità questa sola che supera di gran lunga le tante estrattesi dai Neg.ti sassaresi. Non può negarsi che quest’erba formava oggetto del commercio della parte settentrionale dell’Isola, come negli anni 1821 e 22 lo fu ancora per vari villaggi della Provincia d’Ogliastra ciò che si deve al merito della casa Macintosh per cui è sembrata, e sembra degna dell’implorato favore, ed è pur vero che questo ramo di commercio fu dalla partenza all’Estero del Craig quasi del tutto decaduto. Per questi motivi il sott.o non può che persistere nel già spiegato sentimento colle precedenti memorie in data 31 ultimo scorso agosto e 6 cadente. (l’Intendente Generale Barone Rubin)
In questa relazione è detto che il Cameron, venuto in Sardegna nel 1812, fosse morto nel 1821, e che il Craig fosse arrivato in quell’anno. Da un documento della Segreteria di Stato, risulta, però, che il Craig fosse già nell’Isola nel 1810. Il lato interessante della questione è che tra il 1812 e il 1827 la ditta Macintosh aveva raccolto ed esportato non meno di 90.000 cantara (circa 3600 tonnellate) di lichene grezzo, e che, solo nel 1831 aveva esportato questo materiale per un valore di 75.000 Lire nuove di Piemonte, cifra che corrispondeva, grosso modo, all’appannaggio annuo di un principe della Casa Regnante. Alla luce delle risultanze, la richiesta dei commercianti sassaresi venne respinta e la privativa della Macintosh venne confermata. Un’altra richiesta di privativa per l’esportazione del Lichen parellus, venne presentata, sempre all’Intendenza Generale, nel 1832, dal commerciante svizzero Luigi Rogier, console di quella Nazione in Sardegna. Nel 1845, il negoziante Carlo Torel, fratello del console di Svezia Antonio Torel, chiese la privativa per la commercializzazione di una altra pianta sarda, qanch’essa usata per la tintura dei tessuti, il Mezereo, Mazaria o Dafnoide, che in sardo viene chiamata Troiscu, in spagnolo Mazerei, in francese Mezeré, in tedesco Kellerhals. Il Craig, che nel 1832 viveva alla Maddalena, nella seconda metà dell’800 divenne console inglese e si trasferì a Cagliari dove morì, per cui è sepolto nel Cimitero di Bonaria. Pur essendo sposato in Inghilterra, egli si formò un’altra famiglia in Sardegna, e ancor oggi ad Assemini vivono persone con il cognome Craig.

6 dicembre

Gregorio XVI vara la riforma del clero regolare concordata con il governo di Torino.