Correva l’anno 1849

15 gennaio

Santo Serra, sindaco di La Maddalena, venuto a sapere della presenza di Giorgio Asproni nell’isola e del suo intento di raggiungere Siniscola, mette a sua disposizione un’imbarcazione.

3 marzo

Alberto Della Marmora è nominato commissario straordinario per la Sardegna.

23 marzo

Abdicazione di Carlo Alberto, gli succede Vittorio Emanuele II.

15 aprile

Viene eletto deputato nel collegio di Sassari, il calangianese Nicolò Ferracciu; tale carica parlamentare fu rinnovata, ad eccezione della XII Legislatura fino al 1890. Durante la sua attività politica fu membro e relatore di parecchie giunte e commissioni parlamentari. Nel 1878, con l’avvento della sinistra al potere, fu Ministro della Marina. La carica politica che più di ogni altra suscitò stima e orgoglio da parte dei suoi elettori e compaesani fu, nel 1884, la nomina di Ministro di Grazia e Giustizia. Il Comune di La Maddalena, gli ha dedicato una piccola piazza, chiusa tra facciate color pastello e i gerani fioriti che ornano i balconi, nelle dolci serate estive la piazza ospita eventi culturali.

27 aprile

Maggior Leggero entra in Roma alla testa dell’avanguardia garibaldina. Nella battaglia fu un leone: i suoi uomini rimasero galvanizzati dalla sua agilità, dalla fantasia dei suoi attacchi, dall’irruenza con cui affrontava più nemici per volta in corpo a corpo furibondi; e quindi la compagnia fu tra quelle che maggiormente contribuirono alla fuga delle truppe francesi verso Civitavecchia. La Repubblica Romana parve per un breve tratto essere salva. Ma Austria, Spagna e Regno di Napoli le si coalizzano contro: Garibaldi comandò una spedizione contro Napoli e il Maggior Leggero fu alla testa della 4° Centuria. Poi venne la battaglia decisiva di Roma, il 3 giugno, con il famoso episodio di Villa Corsini o Casino dei Quattro Venti, in cui costrinse i francesi alla fuga.

29 maggio

Viene nominato comandante di Piazza dell’Isola e Porto della Maddalena il Maggiore Salvatore Falchi.

4 agosto

Maggior Leggero, ritrovò Garibaldi, con Anita già morente, e ne seguì tutto il calvario fino alla maledetta pineta di Ravenna.: lì erano soli: l'”Eroe dei Due Mondi” nel momento più tragico della sua vita ebbe vicino soltanto il Maggior Leggero, che lo guidò tra boschi e acquitrini fino alla fattoria dei Raviglia, pianse con lui quando Anita spirò alle 19,45 del 4 agosto 1849. Poi, con infinita dolcezza lo sollevò da quel corpo dal quale non pareva non volersi staccare più, e dicendogli piano “Per i tuoi figli… per l’Italia“, lo trascinò via, nella fuga. Dicono i testimoni che Garibaldi era affranto, spento, sfinito e che, “appoggiato al silenzioso e costante camerata delle sue battaglie, s’avviò nel buio affidandosi alla fedeltà delle sue guide“.

5 settembre

Sconfitto a Roma, Garibaldi era fuggito con pochi fedeli, scampati alla prigionia o alla morte, e dopo un tentativo travagliato di raggiungere Venezia, durante il quale la moglie Anita, stremata e febbricitante, morì, cambiò itinerario e giunse a Portovenere, nel Golfo della Spezia, con un passaporto rilasciatogli a Roma dal console americano sotto falso nome. Di lì, con la diligenza postale, arrivò a Chiavari. Con lui era rimasto il capitano G.B. Culiolo nome di battaglia di Leggero. L’arrivo di Garibaldi suscitò l’entusiasmo di gran parte dei cittadini chiavaresi e la gioia della famiglia dei cugini Puccio, che lo ospitarono quella sera. Quando al capitano dei Carabinieri, marchese Filippo Ollandini, giunse la notizia dell’arrivo in città del generale, informò subito il Comando dell’Arma a Genova e l’Intendente conte Augusto Nomis di Cossilla. L’Intendente fece sapere a Garibaldi che avrebbe informato il governo regio del suo arrivo in Chiavari e gli chiese le ragioni della sua presenza, raccomandandogli di persuadere i suoi amici a non dare occasione a disordini. Garibaldi rispose che il suo intento era unicamente di potersi congiungere con i suoi familiari prima a Chiavari e più tardi a Nizza. Anche il sindaco si preoccupò di informare l’Intendente che se avesse tentato di procedere all’arresto la città si sarebbe opposta con la forza. Si racconta che la sera, Garibaldi fosse accolto con entusiasmo da amici e volontari della regione lombarda e dai canti nati a Genova nel 1797, all’epoca della Repubblica Ligure. Preoccupato di questa calorosa accoglienza, l’Intendente Nomis di Cossilla inviò un dispaccio al generale Lamarmora, che nelle prime ore del 6 settembre interpellò il ministro dell’Interno Pier Dionigi Pinelli: Garibaldi è giunto a Chiavari. Lo farò arrestare. Che cosa ne debbo fare? Il meglio sarebbe di spedirlo in America. Questa la risposta: Si mandi in America se vi acconsente. Gli si dia un sussidio. Se non vi acconsente si tenga in arresto. Subito Lamarmora inviò un carabiniere a Chiavari per procedere all’arresto di Garibaldi, il capitano Carlo Alberto Basso, che dapprima prese contatto col capitano Ollandini. Fu mandato il brigadiere Saviotti nell’abitazione dei Puccio, ai quali era stata comunicata la disposizione ministeriale: Garibaldi non era in casa e quando arrivò, una volta ricevuto l’ordine, alle ore 8 si recò in Prefettura per protestare contro il provvedimento, che tuttavia accettò. Fu deciso di partire alle 10 di sera con una vettura da posta, dalla casa dei Puccio, dove Garibaldi si recò a congedarsi dai familiari. A questo punto capitan Leggero, impugnata la pistola, si scagliò contro l’Intendente. Con prontezza Annetta Puccio lo disarmò, posando la pistola sul piano della credenza, mentre Garibaldi, commosso, con la sua autorevolezza impose la calma. Così la vettura poté, all’ora stabilita, partire per Genova, mentre si levavano appassionate grida Viva Garibaldi, Viva l’Italia, al punto che ai clamori della folla solo Garibaldi riuscì a porre fine. Dalla chiesa delle Grazie in poi quattro Carabinieri a cavallo scortarono la vettura che portò Garibaldi e capitan Leggero, prigionieri, in due segrete a Palazzo Ducale.

16 settembre

Garibaldi riprende il mare sul vapore da guerra “Tripoli”: lo accompagnano l’inseparabile Leggero e il tenente Luigi Cucelli, che è stato con lui fin dai tempi di Montevideo. La destinazione scelta dal generale è Tunisi, il più vicino dei luoghi lontani, terra di incontro di uomini e di culture diverse e soprattutto di emigrazione per gli italiani, compresi moltissimi esuli politici. Come scrive Garibaldi , «la mia speranza su migliori destini del mio paese mi faceva preferire un luogo vicino. A Tunisi trovai un Castelli di Nizza, amico mio d’infanzia – ed un Frediani amicissimo mio dal ’34 – e compagno della mia prima proscrizione. M’imbarcai dunque per Tunisi sul vapore da guerra Tripoli. Ma a Tunisi il governo, subordinato alle aspirazioni della Francia – non mi volle». Garibaldi conosceva Tunisi per esserci già stato nel 1834 – 35, dopo essere fuggito dalla Liguria, dopo il tentativo rivoluzionario del 1834, ma ora le cose sono diverse: non è più l’oscuro ufficiale di marina di Nizza, era uno dei capi della rivoluzione italiana (esiste anche una lapide a Palazzo Gnecco in rue de la Commission a Tunisi che ricorda questo episodio). Le pressioni delle autorità consolari italiane, ma soprattutto della Francia fanno sì che il bey tunisino Ahmad I ibn Mustafà gli impedisca lo sbarco, fra le proteste della comunità italiana locale, nella quale abbondavano gli elementi repubblicani, come Gaetano Frediani, citato dallo stesso generale e personaggio di primo piano della comunità italiana a Tunisi. D’altra parte come è possibile pensare il contrario data l’avversione del governo conservatore francese e il debito di riconoscenza che il bey Ahmad aveva verso la Francia. Infatti il bey «sottrasse la Reggenza (di Tunisi) all’alto dominio dell’impero ottomano. Gli fu efficacissima coadiutrice la sua alleata, la Francia; imperciocchè se il governo di Costantinopoli minacciava ripristinare la perduta influenza, al più lieve sintomo di pericolo, il governo Francese spediva le sue navi a difesa del Bey. A dimostrazione di riconoscenza verso Luigi Filippo, Ahmed pascià fino dal 1840 aveva dato il nome di Monte Luigi Filippo alla parte superiore dell’antica Cartagine, offrendogli in proprietà il terreno, ove nel 1270 era morto Luigi IX durante l’assedio di Tunisi. Colà fece il re di Francia innalzare una chiesa, che affidò in custodia allo stesso Bey». È evidente che il bey non pensa neanche lentamente di “scontentare” il governo francese per accogliere un pericoloso sovversivo che anche il Regno del Piemonte aveva allontanato. Si tratta a questo punto di riprendere la via del mare.

18 settembre

Il “Tripoli” fa rotta verso la Sardegna, ma il governatore di Cagliari impedisce al generale di scendere a terra. A questo punto occorre prendere una decisione (e anche tempo). Il capitano della nave è Francesco Millelire della Maddalena, come Culiolo, anzi sono anche parenti, come succede spesso nelle isole. Perché, quindi, non andare sull’isola? Sicuramente la cosa sta bene anche al governo piemontese che preferisce avere Garibaldi in un luogo controllabile, in attesa che l’odioso rompiscatole trovi una sistemazione da qualche parte del mondo, in Inghilterra, negli Stati Uniti o dove diavolo vuole lui, purché tolga il disturbo dai territori del re del Piemonte.

25 settembre

Giuseppe Garibaldi giunse per la prima volta a Caprera. Arrestato dopo la fuga da Roma si era deciso di mandarlo esule a Tunisi, ma il Bey non volle accoglierlo. Rotta su Cagliari, appena giunta la nave a Cagliari, il popolo, informato per chissà quali vie della sua presenza a bordo, sbucò fuori da ogni lato per festeggiare Garibaldi. Il Tripoli non attraccò neppure e proseguì per il porto africano, ma qui giunto, il bey rifiutò di far sbarcare il prigioniero. Si dovette far ritorno a Cagliari e l’imbarazzo del governo fu grande. Accadde a questo punto uno di quegli strani giochi del destino che spesso fanno pensare come ogni cosa venga predisposta in una specie di soprammondo; comandava il Tripoli il tenente di vascello Francesco Millelire, della famiglia maddalenina, e questi convinse le autorità a trasferire Garibaldi nella sua isola, in attesa che si chiarisse la destinazione finale dell’esilio. In effetti la scelta per quel poco simpatico intervallo era tra le due Isole minori sarde, S. Pietro e La Maddalena, ma la prima venne ritenuta troppo vicina a Cagliari, ove non erano sopiti fermenti e malumori tra la popolazione e si preferì accogliere il suggerimento del Millelire. Ai tre prigionieri si aggiunse un quarto garibaldino, Raffaele Teggia; poi il Tripoli fece rotta per l’Arcipelago settentrionale e li sbarcò il 25 settembre 1849 a Cala Gavetta consegnandoli alla responsabilità del comandante militare, tenente colonnello Falchi. Ad accogliere gli esuli al loro arrivo c’era l’intera popolazione: non fu un accogliere, fu un abbraccio a qualcuno che si era lungamente atteso. Il Maggior Leggero, maddalenino, tornava a casa dopo tanti anni di disagi e di sofferenze (il maddalenino Giovanni Battista Culiolo, che lo aveva seguito in tutte le sue peregrinazioni e che aveva avuto la sorte di assisterlo nel momento di maggior sconforto: la morte di Anita nella pineta di Ravenna, Leggero rimetteva piede nel suo paese dopo tanti anni e tutti volevano conoscere l’uomo di cui era giunta nell’isola l’eco di tante gesta. Numerosi altri maddalenini gli erano stati vicini: Giacomo Fiorentino era stato il primo caduto della prima battaglia di Garibaldi in difesa della Repubblica di Rio Grande do Sul e Antonio Susini, eroe della battaglia del Salto, era stato da lui lasciato al comando della Legione Italiana di Montevideo); Garibaldi era l’eroe, il capo, la guida di tutti i figli che se ne erano andati per raggiungere con lui un sogno grande, ma anche di tutti i compagni di mare che navigando ne sentivano narrare le gesta e gli ideali, e di tutte le donne che si sentivano rappresentate nell’ombra di Anita, popolana ed eroica, morta per amore. C’era il sindaco di La Maddalena Nicolò Susini e suo fratello Francesco , il padre di quell’Antonio a cui Garibaldi, partendo da Montevideo, aveva affidato il comando e l’onore della Legione Italiana. Quindi era tra amici più sicuri del vincolo di sangue. E poi c’erano pescatori e marinai, suoi simili, suoi compagni. Subito dopo l’arrivo, i Susini chiesero al tenente colonnello Falchi di poter ospitare Garibaldi e i suoi; ma l’ufficiale non si sentiva di perdere di vista l’importantissimo prigioniero. Perciò si decise che questi avrebbe dormito nell’abitazione del Falchi, che sorgeva su Cala Gavetta, dove oggi ha sede la Guardia di Finanza, e sarebbe stato libero per l’intera giornata di muoversi nell’isola, sulla sua parola d’onore di non allontanarsene per alcun motivo. In tal modo, Garibaldi visse quei giorni ospite fisso della famiglia Susini e dei Maddalenini, tranne che di notte. Gli altri tre, ebbero dimora presso la famiglia Raffo, sotto la sorveglianza discreta di un certo Paracca. I Susini abitavano sulla piazza del Mercato – di fronte all’attuale Municipio – ed avevano la vigna con una casetta al “Barabò”, sul passo della Moneta, proprio di fronte a Caprera. Era stagione di vendemmia e, dal giorno del suo arrivo, Garibaldi si unì agli amici in quel lavoro e si lasciò prendere, con l’immediato e naturale abbandono che gli era proprio, dalla vita semplice e serena di quella gente. Dopo tanto dolore, il silenzio della vigna, il calore dell’amicizia, il moto eterno e distaccato del mare gli ridavano fiducia. Andava a caccia e pesca con Pietro e Nicolò Susini, fratelli di Antonio, poi tornavano a casa e le donne preparavano il pranzo con le loro prede; giocava a bocce con gli uomini de La Maddalena, girava per le vie salutato da tutti, da tutti invitato a mangiare qualcosa insieme, osservava il gioco dei bambini e il lavoro delle donne sulle soglie. Proprio in quei giorni fu protagonista di un ardimentoso intervento ancora oggi ricordato da una lapide posta sulla facciata della casetta di Barabò. Durante una battuta di pesca salvò da sicura morte tre uomini e un bambino rovesciatisi con la barca. Uno di questi tale Tarantini, era forse il padre dell’unico maddalenino che partecipò all’impresa dei mille.

8 ottobre

8 ottobre 1849 – Il primo soggiorno di Garibaldi a La Maddalena

12 ottobre

Nella permanenza a La Maddalena, un solo episodio lega i Tarantini – tra cui Angelo Tarantini, garibaldino dei Mille – alla figura del Generale; esso va collocato nel periodo della breve presenza coatta di Garibaldi nell’arcipelago, dopo la caduta della Repubblica Romana, la morte di Anita e l’arresto subito a Chiavari il 6 settembre dello stesso anno. Il 12 ottobre Garibaldi si trovava nella vigna della famiglia Susini Millelire, con cui era legato da una stretta amicizia; ci aiuta in questa ricostruzione il dr. Angelo Falconi, medico a La Maddalena e appassionato ricercatore locale: “mentre le donne accudivano nella casetta ai preparativi del pranzo, gli uomini, con a capo il Generate si recavano alla partita di pesca prestabilita. “Il vento infuriava e il mare erasi fatto grosso; una barca di pescatori, con a bordo il patrono Antonio Tarantini, un figlioletto di questo e altri due uomini, non potendo reggere il fortunale, si capovolse. E fu tutt’uno vedere Garibaldi, mezzo vestito, tuffarsi in mare e condurre alla spiaggia i tre uomini; ma avendogli detto che il ragazzo, avvolto nella vela, era calato in fondo, si rituffò, stette alcuni secondi sott’acqua, e ricomparve con in braccia il piccolo Tarantini quasi svenuto». Un gigante gocciolante, così apparve per la prima volta – almeno secondo il racconto di Angelo Falconi cinquant’anni dopo – Giuseppe Garibaldi agli occhi di Angelo Tarantini. Era il 12 ottobre 1849 e Angelo aveva tredici anni. Si trovava sulla spiaggia de La Maddalena – isola dove era nato – per una battuta di pesca.” Garibaldi si con i Susini Millelire, con i quali era legato da consolidati rapporti di amicizia. All’epoca Angelo Tarantini che, dopo la scomparsa del padre, faceva parte, direttamente o indirettamente, del nucleo familiare dello zio Antonio, era poco più di un ragazzo e non è improbabile che quel gesto di coraggio, idealizzato da un tredicenne, possa aver avuto un’influenza sugli avvenimenti successivi. Il 2/6/1932, sempre in occasione 50° anniversario della morte di Garibaldi, fu apposta una targa marmorea nella facciata della Casa Barabò 12 che un tempo fungeva da residenza di campagna dei proprietari dei vasti vigneti circostanti. L’epigrafe ricorda che, in data 12/10/1849, il Generale, venutovi in visita alla vigna del suo amico Francesco Susini *, si gettò nel mare poco distante e salvò quattro persone: tre adulti ed un bambino, forse il piccolo Angelo Tarantini 14 che in seguito parteciperà da volontario alla Spedizione dei Mille. I “due generosi” figli del suo amico, ripetutamente citati nell’epigrafe, sono i noti garibaldini Antonio, che si distinse nella difesa di Montevideo, e Nicolao, che combatté con Garibaldi alla difesa di Roma. L’epigrafe recita:

“IL DÌ 12 OTTOBRE 1849 / FU GIORNO AVVENTUROSO PER FRANCESCO SUSINI / GENITORE DI QUEI DUE GENEROSI / E PER LA FAMIGLIA SUA / QUELLO IN CUI VIDE FESTEGGIARE IN QUESTA CAMPAGNA SUA / L’AMICO IL TUTORE IL SECONDO PADRE DEI DUE FIGLI SUOI / IL PRODE GENERALE GARIBALDI / SOTTO IL QUALE ACQUISTARONO L’UNO IN MONTEVIDEO L’ALTRO IN ITALIA / ONORATA RINOMANZA E QUEL DÌ ISTESSO L’ILLUSTRE DUCE / SLANCIOSSI IN MARE E SALVÒ QUATTRO PERSONE / CHE MANOVRAVANO UNA BARCHETTA CHE QUI SOTTO GIAVIRÒ / 2 GIUGNO 1932 A X E.F.”

23 ottobre

La Maddalena, 23 ottobre 1849.  Stimatissimo Sig. Sindaco. Voglia essere interprete dei miei sensi di gratitudine a questa gentilissima popolazione. Io abbandono questa terra italiana con vero rammarico, e non dimenticherò mai l’accoglienza di simpatia e di amore, ricevuta dai generosi di Lei concittadini. Lontano d’Italia!… Quando l’immagine sua temprerà gli affanni di una vita raminga tra le consolanti reminiscenze di quella, io ricorderò con tenero affetto certamente il modo, con cui fui accolto nella Maddalena.
Giuseppe Garibaldi

24 ottobre

A bordo del brigantino “Colombo”, Garibaldi, sempre accompagnato da Leggero e da Cucelli, lascia a malincuore La Maddalena, destinazione Gibilterra, dove esisteva una nutrita colonia genovese che popolava il villaggio di La Caleta (Catalan Bay). Si trattava di marinai e pescatori di acciughe che erano emigrati nella piazzaforte britannica e che conservavano gelosamente il loro dialetto (che è stato parlato a Gibilterra fino agli inizi del Novecento).

9 novembre

La nave con Garibaldi, arriva all’imponente rocca di Gibilterra, doppia il capo di Europa Point e attracca nel porto. Fa già freddo e i gelidi venti del nord iniziano a farsi sentire nel piccolo possedimento britannico. Garibaldi chiede al governatore il permesso di sbarcare e di trattenersi nella città. Il governatore è un ex ufficiale dell’armata del duca di Wellington, sir Robert Gardiner, un militare anziano e rigido che rifiuta di accogliere Garibaldi: non vuole guai nella sua piccola colonia e gli dà solo quattro giorni per ripartire. La stampa europea e statunitense non ha, tuttavia, abbandonato Garibaldi e ne segue i frenetici spostamenti, dando ai lettori (magari con forte ritardo come i giornali statunitensi) notizie di quello che ormai è considerato, dall’opinione pubblica democratica e progressista, un vero e proprio protagonista della rivoluzione europea.

10 novembre

Al Signor Francesco Susini – Gibilterra, 10 novembre 1849; Voi e l’amabilissima Vostra famiglia mi avete fatto possibile la separazione dalla Maddalena, ove fui beneficato dell’asilo più confacente all’afflitta mia situazione, ed in cui ho trovato la quiete dell’anima sconvolta dalle peripezie di una vita di tempeste. Giunto in questo porto ieri, io sbarcherò oggi, e dicesi mi sia concesso quindici giorni di soggiorno. Partirò quindi per gli Stati Uniti o per l’Inghilterra. Non so se tali disposizioni si adempiranno alla lettera. In ogni caso io mi prenderò l’ardire di avvertirvene. I miei saluti a tutti.
Bacio la mano alle gentilissime signore di casa, e sulla bocca la mia Anna Maria.
Noi ci sovveniamo tutti, e di Pietro ad ogni momento.
Non mi dimenticate presso Niccolari, Niccolao e sorella.
..Amate il Vostro Giuseppe Garibaldi “Castor Dorme al mio lato”.

Francesco Andrea Susini Ornano, nato a La Maddalena il 2/1/1783 e morto il 22/6/1863, sposò Anna Maria Millelire, la figlia di Domenico Millelire, Medaglia d’Oro della Marina Sarda per i noti fatti del 1793. Era il padre dei due garibaldini: Antonio Susini Milleire (nato a La Maddalena l’11/4/1819, morto a Genova il 21/11/1900) e Nicolao Susini Millelire (nato a La Maddalena nel 1827, mortovi il 4/4/1869), nonché di un altro figlio, Pietro (nato a La Maddalena il 30/3/1814, mortovi il 21/2/1895), che consigliò ed aiutò Garibaldi, di cui godeva la massima fiducia come procuratore “ad negotia”, nell’acquisto dei terreni di Caprera. Inoltre, Francesco Andrea Susini Ornano era fratello di Nicolao, che fu Sindaco di La Maddalena.