Correva l’anno 1854

10 aprile

La legge n. 1693 abolisce i diritti d’ademprivio sui boschi del demanio dello Stato.

luglio

L’epidemia di colera che devastò la città di Bonifacio nel 1854 (agosto e settembre) colpì anche Maddalena. L’epidemia si diffuse in tutta l’isola: “Nella piccola isola della Maddalena, con una popolazione di 2.000 persone, la malattia e la mortalità hanno raggiunto un livello preoccupante. Un centinaio di persone sono morte tra il 6 agosto e il 16 settembre, ma le ultime notizie mostrano che l’epidemia è scomparsa“, ha detto un funzionario. Tuttavia, sembra che gli inglesi abbiano in qualche modo sottostimato il vero numero di vittime dell’epidemia perché, nel frattempo, il Comune di La Maddalena ha annunciato 60 morti in agosto e 52 in settembre.
L’origine dell’epidemia, curiosamente, viene quindi valutata da Craig (console inglese) che secondo lui era provocato dal consumo smodato di verdure crude, frutta, gusci, molluschi ecc … Inoltre l’epidemia cominciò diminuire dal momento in cui la popolazione ha adottato cibo abbondante e sano. Ancora meglio, l’intendente dell’amministrazione inglese, che scrisse al sindaco di La Maddalena, gli consigliò di vietare il consumo di frutta, e in particolare “dei fichi moreschi“. (fichi d’india)
Nessuno voleva dichiarare chiaramente la presenza dell’epidemia fino alla fine di agosto quando il dottor Tamponi, inviato dall’intendente per aiutare il dott. Gambarella, parlò per la prima volta del colera. Nonostante ciò, il 14 settembre, eravamo ancora incerti, perché fu chiamato un dottore di Sassari. Il Dr. de Sassari, Spano, definisce l’epidemia una “febbre perniciosa” …
“Nella città isolata ci siamo organizzati come meglio potremmo con la carità pubblica, le collezioni che maddalenini emigravano e l’esercito offriva. D’altra parte, le somme messe a disposizione del Comune dalla Stewardship inglese dovevano essere considerate come meri prestiti che la suddetta comunità doveva rimborsare non appena l’epidemia fosse scomparsa.” Data la difficile situazione in tutto il regno, l’Intendente Provinciale, inviava al Comune di La Maddalena, solo 300 lire (e, per di più, a solo titolo di prestito), per sopperire alle necessità dei più poveri e consigliava l’Amministrazione comunale di creare un apposito comitato composto di “persone ragguardevoli” che avrebbero dovuto provvedere a tutto: “lo stabilimento di un ospedale, la provvista di mobili, biancheria e coperte pel ricovero e cura degli ammalati e la disinfezione degli oggetti sospetti di morboso contatto facendo energico appello alla carità cittadina“. Viene stabilito inoltre, il divieto di mangiare frutta e per precauzione, forse eccessiva, si interrompono le comunicazioni con Palau. Si ammala anche il sindaco Leonardo Bargone. Il pesante bilancio dell’epidemia è di oltre cento morti ed altrettanti casi accertati della malattia.  Nel Cagliaritano: 96 morti a Cagliari, 26 a Capoterra, 110 a Sanluri. “Solo” 23 morti nel Sassarese. Vedi anche: Il colera nel Mediterraneo

31 agosto

L’insorgere delle epidemie che nel secolo scorso imperversavano nei paesi del Mediterraneo e le salvaguardie sanitarie che dovettero essere adottate per scongiurare i pericoli di contagio, specialmente negli scali marittimi, resero particolarmente difficile la vita delle popolazioni costiere ed in particolare di quelle isolane la cui sopravvivenza è legata al mare. Le lunghe contumacie che le navi dovevano scontare al loro arrivo nei porti rendevano difficili gli approvvigionamenti e spesso le comunità isolane, se non avevano qualche risorsa locale, restavano prive delle derrate essenziali per intere settimane e in tali occasioni la popolazione maddalenina corse sempre seri pericoli perché, a fronte delle pur rigide norme che regolavano gli approdi, frequenti erano gli sbarchi clandestini dei contrabbandieri ed ancor più frequenti gli arrivi di navi corsare al servizio di potenze straniere. Pur tuttavia l’isola, malgrado le discrepanze sull’osservanza delle salvaguardie sanitarie, fu fortunata; Il cielo la tenne sempre immune dalle grandi epidemie di peste e febbre gialla del settecento e dei primi dell’ottocento ed in particolare dal “Cholera Morbus” del 1835 che decimò intere comunità costiere. Ma il cielo non liberò l’isola dall’epidemia di colera del 1854, ricomparsa con maggior virulenza l’anno successivo in quasi tutto il nord della Sardegna ed in particolare a Sassari dove i morti, furono oltre cinquemila. Non sappiamo quanti furono i morti a La Maddalena, ma certamente come traspare da una lettera inviata al sindaco Giò Leonardo Bargone dall’intendente provinciale di Tempio il 31 agosto 1854, la situazione non doveva essere rosea. E a soffrirne maggiormente erano i più poveri che, colti dal morbo, si trovavano nell’impossibilità di lavorare e quindi di procacciarsi il necessario per sopravvivere e curarsi. Il Bargone per venire in soccorso alla popolazione afflitta dalle privazioni, e ritenuto che i maddalenini ricchi non erano stati affatto generosi nei confronti di quelli poveri, aveva fatto ricorso all’intendente, che, il 31 agosto 1854, sia pure in maniera singolare, era venuto in aiuto degli isolani. “La deplorabile situazione di codesto luogo – scrive l’intendente al sindaco – ove è scoppiato e infierisce il Cholera Morbus, stato ormai dichiarato tale, come rivelasi dal rapporto del Dr. Tamponi, sta sommamente a cuore dello scrivente, il quale in vista della mancanza di mezzi di codesta comunità, e della nessuna offerta privata si è determinato di inviare al Sig. Sindaco di Maddalena la somma di lire trecento da erogarsi nei bisogni attuali, massime a beneficio della classe povera”. La premurosa sovvenzione dell’intendente non era però a titolo grazioso; egli infatti, aggiungeva che la somma inviata sarebbe dovuta in seguito essere restituita. A sobbarcarsi gli oneri di quelle tristi giornate non fu però il sindaco Bargone, anche lui colpito dal morbo, ma il consigliere Nicolò Susini chiamato ad assumerne le funzioni. E l’intendente, venuto a conoscenza dell’impegno da lui profuso, non mancò, visto che almeno quelli non costavano nulla, di tributarli sperticati elogi. Anche La Maddalena, dunque, malgrado tutte le cautele sanitarie adottate, dovette pagare, con grave perdita di vite umane, lo scotto di una delle tante temibili epidemie oggi fortunatamente scomparse o quanto meno sopite.

ottobre

Giuseppe Garibaldi arrivò, insieme all’amico Pietro Susini, presso la località “Cucuruzzu” (Porto Pozzo), dove Pietro Pilosu, il quale non era a conoscenza dell’identità di Giuseppe Garibaldi, aveva uno stazzo di sua proprietà. Pilosu era inoltre proprietario di un altro stazzo presso Capo Testa, dove Garibaldi, insieme alla sua compagnia, partecipò l’indomani ad una battuta di caccia. Il giorno successivo chiese al Pilosu se avesse intenzione di vendere lo stazzo; quest’ultimo gli rispose che esso era stato ereditato e che non era in vendita. Prima di fare ritorno a Palau, Garibaldi regalò un paio di orecchini alla figlia di Pilosu, il quale, rimanendo stupito per il generoso gesto, chiese a Pietro Susini l’identità dell’amico. Pilosu, sentendo il nome dell’Eroe, gli disse con slancio: “Lu stazzu ‘La Testa’ non solu villu ‘endu, villu rigalu”. Garibaldi lo ringraziò spiegando che era troppo piccolo per le sue esigenze e lo salutò. Giuseppe Garibaldi e Pietro Pilosu rimasero amici per tutta la vita. L’amicizia che legò Garibaldi agli abitanti della Gallura non fu mai spenta, in particolare quella con il Pilosu e con un altro proprietario terriero, Giorgio Sanna di “Lu Naracu”, con i quali il generale continuò a tessere una fitta rete di scambi e cortesie. Furono proprio Giorgio Sanna ed il Pilosu a regalare a Garibaldi vacche, cavalli, maiali e pecore affinché l’isola potesse popolarsi di animali domestici. Quando poi nel 1870 lo Stato decise di costruire la strada Tempio-Palau, Garibaldi si interessò affinché il braccio di strada per Santa Teresa di Gallura partisse da Bassacutena anziché dal Ponte Liscia onde passare per “Cucuruzzu”, località di residenza del Pilosu. Il tronco Ponte Liscia-Porto Pozzo fu costruito nel 1912, 42 anni dopo. Nel 1859 mentre preparava la spedizione dei Mille, accompagnato da Giorgio Sanna, si recò a Tempio per incontrare Agostinangelo De Martis che lo accompagnerà a Sassari per conferire con altri legionari garibaldini. Garibaldi era entusiasta di sentirsi cittadino della Gallura, tanto che nell’Aprile del 1865 scriverà alla Giunta municipale di Tempio la seguente lettera: “Stimatissimi signori, cittadino della Gallura, io andrò veramente superbo se mi riesce di fare qualcosa per essa, non mancherò quindi di impegnarmi presso i miei amici di Torino per appoggiare i loro giusti reclami. Con considerazione e rispetto di loro Signori”- Giuseppe Garibaldi.