Correva l’anno 1855

La Maddalena ha una popolazione di 1.901 abitanti, di cui una trentina sono pescatori, una quarantina commercianti, 35 tra agricoltori e pastori, 26 artigiani (falegnami, muratori, scarpari, mastri ferrari), 3 becchini, un bigliardiere, una locandiera, 300 marinai della Regia Marina. I rimanenti sono pensionati statali, madri di famiglia, signorine e ragazzini in attesa del primo imbarco e ovviamente militari. La vita scorreva sui ritmi senza tempo del mare, in attesa dei naviganti, vedendone partire e arrivare ogni giorno. Le difese dell’arcipelago furono potenziate nel 1850, con la costruzione nell’isola maggiore del potente Forte San Vittorio sul dosso di Guardia Vecchia, del Forte Santa Teresa, detto anche di Sant’Elmo o Forte Tegge, e della batteria Sant’Agostino sulla punta occidentale di Cala Mangia Volpe. Nell’isola di Santo Stefano fu edificato il bel Forte San Giorgio non lontano dal luogo ove sorge la torre da cui mezzo secolo innanzi Napoleone aveva cannoneggiato la cittadina. Per tutte queste opere fu potenziato il contingente di forzati già di stanza a La Maddalena al servizio della Marina Militare; fino a quando fu in auge la navigazione a remi, essi venivano impiegati sulle navi e va detto a questo riguardo che il trattamento dei forzati da parte della Marina sabauda fu sempre di gran lunga più umano di quello degli altri paesi europei e che spesso, ai tempi della lotta contro i pirati e corsari, quei poveretti ricevevano in premio la libertà quando partecipavano con valore agli scontri. Nella costruzione delle opere di difesa, i forzati venivano occupati soprattutto nelle cave di granito, la cui estrazione, ancora per molti anni, fu limitata agli usi militari. Il traffico marittimo nell’arcipelago, vivace nella buona stagione, si riduceva fortemente durante l’inverno, quando le tempeste potevano scatenarsi all’improvviso. Nello stesso periodo uno dei figli più avventurieri di questi scogli, Giovanni Battista Cugliolo, “Maggior Leggero” si trova in Costa Rica, combattente per la libertà di quel popolo contro i “filibustieri yankees” di William Walker, qui in una terribile battaglia, egli fu ferito al braccio destro e fu necessario amputarglielo; caduto prigioniero, fuggì, ancora convalescente, e attraverso peripezie di ogni genere riuscì a mettersi in salvo e a trovare un lavoro come guardia di dogana a Punta Arenas. Allo scoppio della seconda guerra contro Walker, riprese il suo posto di ufficiale nell’esercito costaricano e tornò a combattere con tanto eroismo da meritarsi l’encomio dello stesso comandante nemico; di nuovo venne ferito e fatto prigioniero. Riacquistata la libertà, il maddalenino si trasferì nella Repubblica del Salvador e fu arruolato in quell’esercito come istruttore e organizzatore.

6 febbraio

S’inaugura il collegamento telegrafico fra Sassari e Cagliari.

15 febbraio

La Maddalena fu impotente testimone di uno dei più tragici naufragi de Mediterraneo, avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1855 sulle scogliere dell’isola corsa di Lavezzi. La mattina l’imbarcazione “Semillante” fu sorpresa da una tempesta mentre tentava di attraversare le Bocche di Bonifacio. Alle ore 12.00 circa si schiantò sugli scogli ad ovest dell’isola di Lavezzi tra la Corsica e la Sardegna. L’unico testimone oculare, fu Il farista di Capo Testa. Raccontò che alle 11:00 del mattino di quel fatidico giorno, aveva scorto tra le onde del mare in burrasca una fregata avanzare a secco di vele verso la costa sarda, come se avesse un’avaria al timone. Poi di colpo la vide scomparire La testimonianza del farista fu molto importante per l’inchiesta che ricostruì la storia di quel naufragio. La nave finì sull’isolotto dell’Acciarino, nella parte sud ovest di Lavezzi, dove sorge un monumento commemorativo a forma di piramide in granito. Nel naufragio perirono 695 uomini: 560 corpi riposano nei due cimiteri sull’isola di Lavezzi mentre 32 sono sepolti altrove, gli altri non vennero mai ritrovati. “Apparve all’improvviso un grande bastimento somigliante a una nebulosa immersa nella schiuma del mare, che procedeva senza un rotta precisa e senza una guida, sulla cresta delle onde, da Sud-Ovest a Nord-Ovest, come se avesse avarie importanti alla timoneria”. La grande fregata da guerra francese “La Semillante”, armata di 60 cannoni e di 250 uomini di equipaggio, era salpata con tempo bello e mare calmo dal porto di Tolone, trasportando 750 soldati di fanteria destinati alla guerra in Crimea. La navigazione procedette tranquilla fino alle alte coste meridionali della Corsica: quì si scatenò la burrasca. Non v’era modo di accostare ad alcun porto, perciò il capitano decise, come spesso si fa in questi casi, di infilare le Bocche di Bonifacio per sottrarsi al pericolo delle coste irte di scogli. Ma nel tratto di mare tra l’isola corsa di Lavezzi e quella sarda di Razzoli, la nave incappò in uno di quei terribili marosi, che i naviganti chiamano “onde anomale”, alto come una montagna, dotato di una forza immane. L’onda afferrò la “Semillante”, la sollevò quasi fosse un fuscello, la trasportò e la scagliò contro la costa di Lavezzi, irta di infiniti scogli come denti di un gigantesco squalo. La nave letteralmente scoppiò in una miriade di scaglie. Se qualcuno dei mille uomini avesse potuto sopravvivere all’urto spaventoso, sarebbe stato comunque immediatamente ghermito dalla folle sarabanda delle onde impazzite e scagliato più volte contro i denti di roccia. Quando il mare si placò e le prime barche di Bonifacio e di La Maddalena si accostarono all’isola seguendo la traccia dei detriti, uno spettacolo orrendo si presentò agli occhi dei marinai: Lavezzi era orlata da una corona di schegge di legno e brandelli umani; nessuna traccia di vita, nessun relitto di una certa consistenza, se non i poderosi 60 cannoni in fondo al mare. Non c’era neppure la possibilità di ricomporre i corpi. si decise di seppellire i poveri resti sulla stessa Lavezzi e sorse un cimitero con mille croci sull’isola deserta; alcune croci erano altissime affinché i naviganti, passando, potessero in futuro salutare quegli infelici giovani. Nel 1874 nell’isola di Lavezzi viene eretto ed inaugurato un faro.

3 marzo

S’inaugura la strada carrozzabile Sassari-Alghero.

14 marzo

Avendo proceduto nel tardo della sera di ieri alla vista legale di tre cadaveri esistenti sulla spiaggia di questi territori, luogo detto di Abbattogia, sarebbe ora il caso di divenirsi alla sepoltura dei medesimi nel modo più conveniente, e perciò il Giudice del Mandamento infrascritto si rivolge al Sig. Sindaco Comunale, perché disponga quanto è necessario in proposito senza ritardo. Il Giudice di Mandamento Bisson“. Per oltre un mese, dal naufragio della fregata francese, con la morte di tutti i suoi marinai e passeggeri, il mare restituisse cadaveri in tutto il circondario, da Capo Testa a Punta Sardegna, alle varie isole dell’arcipelago, alla costa corsa e, ovviamente, soprattutto, a Lavezzi.

15 maggio

Per conto del governo inglese si getta un cavo telegrafico sottomarino fra Cagliari e Bona, in Algeria.

29 maggio

La legge Rattazzi sopprime i conventi degli ordini religiosi. In Sardegna ricadono sotto la legge 87 case religiose con 578 membri.

30 giugno

Muore nel suo palazzo della Goletta s.a. Ahmad I, Bey e possessore del Regno di Tunisi, figlio di Mustapha I ibn Husayn e di Francesca Rosso nativa di Carloforte. Ebbe tra gli altri suoi meriti l’abolizione definitiva della schiavitù nei suoi stati con decreto del 23 gennaio 1846, un anno prima dell’Impero Ottomano, tre anni prima della Francia e diciannove anni prima degli Stati Uniti.

8 luglio

Si registrano a Porto Torres i primi due morti per colera. L’epidemia infierirà sino all’inizio dell’autunno, colpendo 99 comuni e facendo 12 538 vittime (circa 8000 nella sola Sassari).

13 agosto

Muore a Genova (per il cholera morbus asiatico) il maddalenino Francesco Millelire, (di Agostino e di Santa Zicavo, nato il 23 settembre 1805 all’Isola della Maddalena) Nel 1853 venne sottoposto a giudizio perché inquisito d’omicidio per duello provocato senza giusta causa dal fu capitano maltese Giovanni Carlo Casanova. Condannato ad un anno di carcere con sentenza del Consiglio di Guerra Divisionario di Torino il 25 luglio 1853 pel suddetto omicidio. S.M. con suo Decreto 1 agosto 1853 gli commutò detta pena in quella di due mesi di detenzione da scontarsi nella Cittadella di Torino. Usciti il 25 settembre dello stesso anno. Decorato della medaglia d’argento al Valor Militare per essersi distinto nel fatto d’armi seguito addì 21 marzo 1849 alla Sforzesca ed il 23 stesso a Novara.

7 dicembre

Garibaldi frattanto, stanco e sfiduciato per la sua vita errabonda sui mari, aveva chiesto e ottenuto dal governo piemontese di tornare in Italia, per stabilirsi a Nizza con i suoi figli: erano trascorsi ormai cinque anni dalla sua partenza dalla Maddalena, durante i quali egli non aveva più fatto parlare di se, e si pensava che il mito di quell’uomo e la presa sulla fantasia popolare si fossero affievoliti, se non spenti. Così egli poté rimetter piede in patria e curarsi di una grave malattia reumatica, prima avvisaglia dell’artrite che l’avrebbe perseguitato per il resto dei suoi giorni. Da Nizza, per campare, Garibaldi, ottenne il permesso di fare il piccolo cabotaggio tra Genova e Marsiglia con la nave da carico “Salvatore”, imbarcandovi come mozzo anche il figlio Menotti. Ma pensava di fermarsi, finalmente, e il desiderio divenne imperativo un giorno del 1855, quando sbarcò in Gallura con un gruppo di amici italiani e inglesi per una partita di caccia e rimase affascinato dalla solitaria e incontaminata bellezza del promontorio di Capo Testa, con i suoi splendidi graniti protesi sulle Bocche di Bonifacio e il terreno incolto che in alcuni tratti si prestava all’aratro. Avrebbe potuto lasciare il mare e finalmente costruire una casa per la sua famiglia dove vivere in pace di una sia pur modesta agricoltura. Cercò senz’altro il proprietario del promontorio, il pastore Pietro Pelosu, e lo convinse a venderglielo, versandogli una cauzione di 200 lire. Poi riprese il mare. Ma le cose dovevano andare diversamente. Nel novembre di quell’anno morì, a Nizza, suo fratello Felice, che gli lasciò in eredità tutto quanto aveva: non molto, ma sufficiente per acquistare un po di terreno e un cutter per un modesto commercio in mare. Nel dicembre, mentre navigava alla volta di Porto Torres, una burrasca lo convinse a riparare in Corsica. Da qui, Garibaldi scrisse la seguente lettera all’amico Francesco Susini de La Maddalena: “Porto Vecchio, 7 dicembre 1855; Sono diretto per la Sardegna, qui trattenuto a bordo del “S. Giorgio” per cattivo tempo. Da Porto Torres penso di percorrere la Gallura, ove penso che sarà facile che scelga un punto di stabilimento, per passarvi alcuni mesi d’inverno, o forse per abitarvi definitivamente, se trovo un posto adatto. Un consiglio vostro o di Pietro circa al punto da prescegliersi per lo stabilimento, mi sarebbe caro, quanto l’esser vicino a voi, sarebbe una delle consolazioni mie predilette….”. Finì che egli fu di nuovo ospite dei Susini a La Maddalena e ogni giorno, con Pietro, passava in Gallura per cacciare e per sondare e verificare se proprio lì avrebbe voluto stabilirsi. Con Pietro si era immediatamente riannodata la vecchia e profonda amicizia iniziata cinque anni prima e il Generale ne aveva una fiducia completa: Egli gli fece notare che parecchi pastori, e non il solo Pelosu, si contendevano la proprietà di Capo Testa e qualora Garibaldi avesse perfezionato l’acquisto con quello, “non sarebbe passato un mese ch’Ella morrebbe per mano assassina”; Il che nel duro mondo dei pastori, era una soluzione più che probabile. Perché – gli chiese Pietro – non stabilirsi in una delle isole de La Maddalena, per esempio a Santo Stefano? Garibaldi lasciò perdere le 200 lire di caparra date al Pelosu, e cominciò a riflettere sul consiglio dell’amico. Io credo che a colpirlo fosse l’idea dell'”isola”: l’isola come proprio mondo delimitato, l’isola come casa – patria della propria soggettività, ove tornare per ripossedersi, per essere se stessi, garantiti da mura d’acqua, in una solitudine mediata dal mare. Nessuna proprietà e circoscritta come un’isola. Garibaldi in quei giorni, continuando a passare dalla Maddalena alla Gallura, scartò Santo Stefano, proprio perché “troppo vicina”, quindi troppo poco isolata dal resto del mondo che per lui era certo rappresentato dalla Sardegna e non da La Maddalena. Infatti la sua scelta cadde a poco a poco si Caprera, a questa ancor più prossima di Santo Stefano, ma più appartata, difesa dalla costa sarda dalle prime due. Caprera! quel longilineo relitto di Sardegna ad essa strappato da una forza immane, imponente caos di graniti, ordinati a formare la catena orrida del Tejalone, apparentemente alta, altissima. Caprera, che l’esule aveva più volte contemplato cinque anni prima, dalla vigna dei Susini, trascolorare sulla tavolozza della natura lungo le ore del giorno in tutti i toni, dai più delicati ai più bui, e sempre restare intatta nella sua sembianza di miraggio, di scenario per un mondo a misura d’eroi o di demoni. Caprera che non offre nulla se non alla tenacia, all’umiltà del lavoro, alla semplicità, alla bontà: e non erano questi forse i sentimenti che commuovevano fino in fondo all’anima quel guerrigliero – marinaio – contadino ormai vicino alla cinquantina, che aveva percorso la circonferenza della terra senza trovare forme concrete alla propria sete di idealità? Caprera! Caprera ammantata di macchia selvaggia, avvolta di tutti gli aromi e i brusii e i voli e i suoni secchi di zoccoli caprini e suini… Caprera tuonante di ondate burrascose e di folli venti di ponente, del nord; oppure bisbigliante di sciacquii dolci come sussurri di amanti. Caprera ove vivere, ove meditare, Caprera ove Morire…. In quei giorni nacque l’innamoramento di Garibaldi per la sua isola, un innamoramento che egli volle sempre tenere riparato dal rumore dell’ufficialità, al punto che nelle sue Memorie scriverà: “Il periodo decorso dal mio arrivo a Genova in maggio del 1854 sino alla mia partenza da Caprera in febbraio 1859, è di nessuno interesse. Io passai parte navigando, e parte coltivando un piccolo possesso, da me acquistato nell’isola di Caprera.” Invece la scelta e l’acquisto dell’isola segna nella vita di Giuseppe Garibaldi lo spartiacque tra la fase errante dell’avventuriero idealista e soggettivo, sia pur grandissimo, e la maturata visione che costruisce, plasma, realizza, unifica. Il guerrigliero brasiliano col suo impeto irriflessivo non avrebbe potuto costruire una nazione: l’uomo di Caprera, capace di soffrire e di meditare, la costruì.

29 dicembre

Si sparge la voce che Caprera fosse in vendita, l’offerta veniva da un mister Collins che – dice Ridley – era un “petulante inglese che beveva troppo e che si diceva fosse stato lo staffiere dell’affascinante signora che aveva sposato” e che viveva con lui a Moneta di La Maddalena, proprio di fronte a Caprera. Ma il pezzo messo in vendita dai Collins era meno di quanto occorresse al Generale: infatti l’atto di vendita, datato il 29 dicembre 1855, reca i nomi di altri proprietari, i fratelli Susini (che forse avevano venduto anche per contentare Garibaldi) e una famiglia Ferracciuolo, che aveva nell’isola, una casa-ovile dove Garibaldi andò ad abitare all’inizio. Garibaldi, prima di lasciare La Maddalena, diede a Pietro Susini la più ampia procura perché acquistasse per suo conto la metà circa dell’isola, tanta quanto ne consentiva l’eredità di Felice (il fratello). Pietro si mise subito all’opera, acquistando il terreno dei Collins, parte di quello di Ferracciolo (i quali possedevano una casa-ovile che finì per costituire la prima dimora del Generale) ed alcuni altri lotti. Garibaldi raggiunse Nizza e poi passò in Inghilterra per comperarvi il cutter per i suoi trasporti marittimi. Oltre la dote di Felice, per aiutare Garibaldi, il quotidiano Times di Londra, aprì una sottoscrizione, raccogliendo così la somma di denaro necessaria per l’acquisto. Caprera divenne tutta di Garibaldi solo più tardi, dopo la morte di Collins. Col bizzarro vicino Garibaldi aveva avuto, all’inizio, rapporti piuttosto burrascosi. Prima le mucche di Garibaldi invasero il pascolo di Collins, che se ne lamento, e giustamente Garibaldi fece le sue scuse: ma subito dopo furono i maiali di Collins ad entrare nella vigna del Generale. E siccome Collins non faceva caso alle sue rimostranze, all’ennesima invasione di campo Menotti sparò uccidendone uno. Collins citò Garibaldi in tribunale. Il Generale si rivolse ad un altro inglese, il capitano Roberts, già ufficiale della Marina di Sua Maestà Britannica, un’altro che aveva scelto di abitare a La Maddalena. L’ideale sarebbe stato poter risolvere tutto con un duello, disse Garibaldi, Ma Roberts lo riconciliò con Collins, e dal quel momento i due divennero buoni amici. Morto Collins, la vedova vedeva sempre più spesso il generale, che la invitava a pranzo, facendola sedere – dicono i testimoni – al posto d’onore. (“Nell’isola vi erano 12 edifici con annessi per il ricovero della trentina di contadini e domestici, degli attrezzi agricoli e gli animali (150 bovini, 400 polli, 200 capre, 50 maiali e più di 60 asini, incluso quello denominato “Pio IX”). Garibaldi e la sua famiglia, grazie anche ad una rendita garantita dallo Stato della favolosa cifra di 100.000 lire annue (il bilancio dello Stato italiano era di un miliardo e trecento milioni di lire). riadattarono gli stabili, costruirono una nuova palazzina chiamata “Casa Bianca” (White House) e due mulini, di cui uno a vapore. A Caprera Garibaldi, da avventuriero qual’era stato, divenne il patriarca di una comunità composta da familiari, amici e servanti, tanto che l’ anarchico e rivoluzionario russo Bakunin che si recò a visitarlo nel 1864, la definì “una vera repubblica democratica e sociale”.)