Correva l’anno 1865

Alcuni dei forti settecenteschi, realizzati per la difesa della Maddalena, a partire dai primi decenni dell’ottocento vennero venduti dallo Stato, sia perché non più confacenti alla bisogna militare, sia perché il regno sabaudo doveva fare cassa. Il forte Carlo Felice (nella foto) venne acquistato dalla Principessa Emilie Marie Elisabeth Von Oppen Shilden, discendente di Carlo Magno. moglie di Karl Heinrich Prinz Von Shonaich Carolat. Pare che la donna, tedesca, forse un’ardente ammiratrice di Giuseppe Garibaldi, tanto ardente da acquistare il “fortino” dove presumibilmente, di tanto in tanto albergava quando veniva a Maddalena. E presumibilmente dove Garibaldi si recava in visita. Il forte di lì a qualche decennio venne espropriato dallo Stato (in effetti tornò allo Stato), quando il Governo Crispi istituì la piazzaforte militare. Nello stesso anno giunse a Caprera Elisabetta von Streikelberg, scultrice. Pare che la “fraulien sia stata una delle poche donne che venuta a contatto con Garibaldi, non se ne sia subito innamorata”. S’innamorò invece, subito, ” di un bel ragazzotto” che girava per la casa bianca, un certo Plantugli, che però a sua volta amava “la prosperosa pastorella Fiorina. Un giorno Elisabetta li sorprese mentre facevano l’amore, sotto un salice, a Tejalone. Capita l’antifona si ritirò in buon ordine”. (da La Maddalena di Bruno Addis)

Correva l'anno 1865Arriva a Caprera Francesca Armosino. Si trattava di una ragazza dell’Astigiano di umili origini, cercata accuratamente dagli amici del Generale perché non potesse con le sue grazie insidiare tutti quegli uomini; e infatti non era affatto bella e neppure graziosa. Ma, a differenza della Battistina Ravello, Francesca era intelligente e di piglio energico, sapeva ispirare fiducia o per lo meno la seppe ispirare al capofamiglia, che a poco a poco la lasciò prendere possesso del ménage domestico. In breve tempo la donna divenne la serva – padrona e di lì il passo fu breve perché conquistasse il ruolo di incontrastata compagna del Generale e la relazione portò alla nascita di tre figli: Clelia nel 1867, Rosa nel 1869, Manlio nel 1873. Francesca costretta ben presto ad occuparsi di tutta la famiglia e della proprietà di Caprera, prese in mano le redini della casa. Il Generale avvertiva il peso degli anni e delle malattie: la miopia, la bronchite e spesso i dolori articolari lo affliggevano sempre di più e lei lo assistette con grande dedizione e ne divenne la moglie nel 1880. A proposito di Francesca Armosino, alcuni autori ne parlano come una sorta di virago, malevola, avida, possessiva e volgare; altri dietro l’onda della più scoperta vena retorica, ne fanno l’ideale compagna dell’eroe, quasi una mitica figura di donna italica. Ben pochi, anzi pochissimi, hanno fatto lo sforzo di penetrare un po più e un po meglio nella mentalità e nella psicologia di questa popolana che assunse l’ingrato compito di vivere vicino a Garibaldi tra le mura domestiche. La provenienza di Francesca era il chiuso paesetto piemontese dell’800, dove agli uomini toccava lavorare la terra e finire ogni giorno della vita all’osteria; alle donne lavorare anch’esse la terra , curare la casa, i polli, il forno e via dicendo. per una ragazza non bella in una famiglia numerosa come la sua l’alternativa era di andare a servizio per pochi centesimi. E questo le toccò, ancor prima di essere portata a Caprera. Riuscì anche a fare all’amore con un soldato e rimase incinta, quindi disonorata agli occhi dei paesani. L’occasione di andare a servire Garibaldi risolveva d’un colpo tutti i problemi: la bambina che aveva partorito fu lasciata a qualcuno ed essa fu portata di là dal mare, lontano dalle malelingue, anzi, riabilitata dal fatto di andare a servire nella casa di un uomo importante. Sicuramente quando conobbe l’Uomo di Caprera, Francesca capì con intelligenza che avrebbe potuto ricavarne quel che voleva: Garibaldi stimolò in lei il solo ideale che le si adduceva, quello di realizzare una sostanza utilizzando gli infiniti sprechi che in quella casa si commettevano a causa del disordine imperante e del non attaccamento del Generale alle cose materiali. Col suo fine fiuto contadinesco, la balia comprese che vicino a quell’uomo importante e diverso da ogni altro, avrebbe potuto sistemare non solo se stessa ma tutta la famiglia. Nei primi anni Francesca si sottopose a lui con la naturalezza saggia di un cane e come tale imparò a leggere e a scrivere: è interessante notare che apprese a scrivere per imitazione del suo padrone, tanto che più tardi la sua scrittura era quasi identica a quella di Garibaldi ed essa poté aiutare Basso nella corrispondenza. Quando iniziarono i rapporti intimi, la vita nella casa mutò: Teresita e Canzio furono persuasi ad andarsene a Genova con la loro figliolanza e gli ospiti invitati a restare soltanto dopo aver sentito lei. In casa non si muoveva nulla senza il suo consenso e gradatamente fu posto un limite al disordine. Anche i garibaldini, sia pure per l’amore che portavano al loro Generale, dovettero adeguarsi, alcuni a denti stretti, a quella nuova imprevedibile gerarchia domestica. Ma il capolavoro di Francesca fu di aver saputo rendersi indispensabile a Garibaldi nelle poche cose pratiche a cui egli tenesse e cioè la cura dei suoi figli, la cura della sua igiene personale, la cura dei suoi terribili dolori reumatici. In ciò essa lo servì sempre, fino alla morte di lui, con una devozione esclusiva e selvaggia che è la chiave di volta per comprendere un ménage che per molti fu sempre un mistero. Per anni ed anni lo lavò, lo vestì, lo massaggiò, gli preparò tisane e medicine, lo trasportò in carrozzella, lo sollevò di peso tra le braccia; sempre senza un lamento, con espressione convinta e soddisfatta, quasi come una madre. Sapeva intuire i suoi gusti a tavola, anche i più modesti e ciò non è facile con persone tanto parche e frugali da contenere la scelta in pochissimi cibi. Com’era nella sua indole Garibaldi, Garibaldi individuò perfettamente le qualità donna e queste elogiò ad ogni occasione, dandole in tal modo una propria collocazione esplicita, riconosciuta; anche Francesca come tutti gli altri, vicino a lui sentiva di esser qualcuno, mentre fuori dal rapporto con lui sarebbe stata una nullità. Quando nacquero Clelia, poi Rosita e infine Manlio, essa poté godere anche dell’elezione ideale che il compagno ne fece come madre dei suoi figli. Il sentimento che egli nutriva era di affetto mediato dalla nascita dei figli della sua vecchiaia, che egli amò in modo assoluto e possessivo, più ancora di quelli avuti da Anita. Francesca invece amava Garibaldi con esclusività quasi animalesca e i bambini erano il frutto del suo possesso sul suo compagno e la prova per il mondo della sua vittoriosa rivincita sulla miseria: Sappiamo da Clelia che non lesinava schiaffoni e che in ogni occasione era pronta ad affidarli a qualcuno, pur di non abbandonare neppure un istante il suo idolo. Per lui, negli ultimi anni non esitò ad abbattere muri e porte, ad aggiungere un locale alla Casa Bianca, per rendergli più confortevole la vita, non ammise nessuno al privilegio di spingere la carrozzella dell’infermo e tanto meno di sollevarlo, vestirlo e svestirlo: erano fatiche enormi cui essa si sottoponeva quasi con beatitudine. Quanto più il fisico di Garibaldi decadeva col progredire della malattia, tanto più fioriva quello di Francesca, nella pienezza della sua vittoria. Egli era perfettamente cosciente della irreversibilità del suo male e nel rigore dei suoi principi morali, un unico cruccio lo tormentava: quello di riuscire a sposare Francesca e di poter così dare il proprio nome ai figli. Dal tempo del suo disgraziato matrimonio con la marchesina Raimondi, nel ’60, non aveva mai cessato di sollecitare l’annullamento, ma il desiderio divenne addirittura angoscioso dopo la nascita di Manlio, il prediletto, nel 1873. Tentò ogni via, nel ’79 giunse ad umiliarsi fino al punto di inviare una supplica al Re in carta bollata da £.1, come un cittadino qualsiasi, e forse fu questa la mossa che sbloccò una causa cui non erano valsi famosi avvocati e l’interessamento dei suoi amici più cari. Infatti l’annullamento fu concesso il 14 gennaio del 1880 e a Caprera fu gran festa.

10 marzo

Da Teresa Garibaldi e Stefano Canzio, nasce a Caprera, Lincoln . Prende il nome dal Presidente degli Stati Uniti.

23 aprile

La legge n. 2232 abolisce in tutta l’isola i diritti di ademprivio e di cussorgia, dopo quasi vent’anni di discussioni e polemiche sul problema. I Comuni sono obbligati a vendere entro tre anni i terreni ex ademprivili loro assegnati.

14 maggio

S’inaugura a Sassari il Liceo classico intitolato a D.A. Azuni.

24 settembre

L’incendio di villa Webber e la favola del bandito Berretta

16 ottobre

Muore a Milano il garibaldino Felice Arrigoni. Per lunghi periodi soggiornò a Caprera a casa Garibaldi.

12 novembre

Garibaldi rimane a Caprera e rifiuta l’elezione a deputato di Corleto (Basilicata).

25 novembre

Il relatore De Cesare, in nome del V ufficio propongo l’approvazione dell’elezione del collegio di Ozieri nella persona del signor cavaliere Demetrio Castelli. Le operazioni elettorali furono regolari; nondimeno contro questa elezione si sono elevate parecchie proteste che l’ufficio V ha respinte ad unanimità, perché non le trovò ben fondate. La prima protesta riguarda talune pressioni governative che diconsi fatte in favore della candidatura dell’onorevole Demetrio Castelli. Per vero dire nella protesta non si accenna neanche quali sieno state cotesto pressioni governative.
La seconda protesta firmata da un certo Polverini, dice che il signor sotto-prefetto abbia alla vigilia delle elezioni fatto inscrivere taluni impiegati della sorveglianza delle carceri.
Un’altra protesta firmata dallo stesso signor Polverini e da altri cinque elettori afferma che, alla sezione della Maddalena, furono inscritti cinque impiegati doganali, i quali non avevano l’età voluta dalla legge per essere elettori.
L’ufficio centrale constatò in fatto che cotesti cinque elettori non avevano l’età legale, però non potè toglierli dalle liste inquantochè ci si trovavano già iscritti.
Volendo dunque anche togliere cotesti voti dal novero degli elettori che hanno votato pel signor Demetrio Castelli, c’è una maggioranza rimpetto al suo competitore di 224 voti, cosicché non menerebbe neanche ad alcun risultato diverso.
Egli è perciò che l’ufficio V alla unanimità ha respinto le proteste, ed in nome suo io prego la Camera a convalidare l’elezione del deputato Castelli.
Di San Donato. Desidererei sapere dall’onorevole
relatore il numero degl’impiegati fatti inscrivere dalla sotto-prefettura.
De Cesare, relatore. Cinque.
Di San Donato. Non cambiano la maggioranza?
De Cesare, relatore. No, perché il Castelli ha 200 voti di più del suo competitore.
Presidente. Pongo ai voti la validazione dell’elezione di Ozieri nella persona del signor Demetrio Castelli.