Correva l’anno 1866

L’ingegnere Eugenio Canevazzi, dopo aver visitato Caprera, negli anni immediatamente precedenti (1856), pubblica nel 1866 il volumetto “Garibaldi a Caprera”, in cui, soffermandosi sui sistemi adottati per innaffiare, scrive che “in questo corpo di terra detto Fontanaccia sono sei pozzi (…) – scrive – dai quali per mezzo di secchie e di mazzacavalli si estrae l’acqua per gli innaffiamenti. Questi pozzi hanno una profondità di due o tre metri, ed il loro fondo è sulla roccia granitica: l’acqua è di eccellente qualità, e filtra lentamente nei medesimi: ed ognuno di essi può somministrarne circa 2 a 3 metri cubi ogni 12 ore. Quantunque siano a poca distanza l’uno dall’altro (…) nulladimeno le loro acque non comunicano, o almeno hanno una comunicazione così lenta che non rendesi sensibile in un giorno: per la qual cosa danno acqua sufficiente per l’irrigazione delle piante ortive e degli agrumi innaffiati a mano”. Canevazzi, che evidentemente di idrografia se ne intende, esclude anche lui la benché minima possibilità che trivellando il suolo di Caprera si possa intercettare una qualunque sorgente d’acqua proveniente dalla Sardegna e tanto meno dalla Corsica. Egli infatti spiega: “Perché un pozzo trivellato possa dare speranza di esito felice a Caprera (ma lo stesso discorso vale per l’isola madre N. d. A.), converrebbe perforare fino all’incontro di uno strato permeabile derivante dai più alti monti della Sardegna o della Corsica. Ora questo strato, o è intercettato, (come è assai probabile) dal mare che separa le due isole suddette da Caprera, e in questo caso inutile riuscirebbe il trivellamento; oppure passa al di sotto del fondo del mare, e in questo caso essendo a oltre 60 metri la profondità del mare fra Sardegna e Caprera, poco meno di 100 quella tra la Corsica e Caprera, ed inoltre poca la distanza fra le due isole e grande relativamente l’altezza dello strato acquifero, ne viene, che forando a Caprera si sarebbe certi di andare a grande profondità prima di raggiungere questo strato”. Non per nulla, Garibaldi, che aveva in mente una simile ardita impresa, messo di fronte alla semplicità estrema del ragionamento, documentato scientificamente, sentiti gli ingegneri Canevazzi e Cadolini, non sicuro affatto dell’esistenza di una qualunque vena, decide opportunamente di soprassedere.

15 marzo

Si sposa il “prete garibaldino” Luigi Gusmaroli. Il nuovo Regno d’Italia portava notevoli cambiamenti anche per la Chiesa. La formazione di registri anagrafici e di stato civile sminuiva il ruolo rivestito fino a quel momento dalla Parrocchia che, annotando i sacramenti, registrava nascite, matrimoni e morti e, con lo Stato delle anime, operava dei censimenti seppure con criteri non scientifici. Ma la costituzione degli uffici comunali e la norma sui matrimoni prevista dal codice civile del 1865, entrato in vigore il 1 gennaio 1866, portavano a una laicizzazione inaccettabile per la Chiesa che vedeva svuotare il suo sacramento di ogni valore civile. Da quel momento il solo matrimonio valido agli occhi dello Stato era quello che si celebrava in comune dinnanzi al sindaco o a un suo delegato; anche se gran parte dei nuovi coniugi organizzava pure la cerimonia in chiesa, fu subito chiaro, a partire dai primi mesi del 1866, che la laicizzazione dello Stato aveva avuto una accelerazione inarrestabile. La Chiesa, così perdeva parte del suo potere sulla popolazione e a poco valsero, in una società abbastanza aperta come quella di La Maddalena, gli anatemi contro le persone sposate solo in comune, concubinarie per la Chiesa e allontanate dai sacramenti; il primo matrimonio civile celebrato in Comune il 15 marzo di quell’anno deve essere stato subìto come uno schiaffo da Mamia: lo spretato garibaldino Luigi Gusmaroli sposava dopo anni di convivenza la vedova Maria Antonia Gavini. Un altro colpo veniva dalla gestione del cimitero. La legge comunale e provinciale del marzo 1865 con l norme sulla sanità pubblica toglieva la gestione del cimitero al Parroco che fino a quel momento ne aveva avuto piena disponibilità. Questi non poteva più proibire che vi si tumulassero anche persone defunte senza battesimo o eretiche. La questione ebbe un momento drammatico per una storia apparentemente banale: non si trattava seppellire inglesi scismatici, come nel passato, ma una bambina maddalenina nata morta e, quindi, senza battesimo. La reazione del parroco Mamia provocò una altrettanto dura risposta dell’assessore Volpe nella quale, oltre all’orgoglio del ruolo di capo dell’amministrazione comunale, si scorge chiaro quello per il nuovo assetto della Stato e per le leggi che lo ammodernavano. (“Dai Registri dello Stato civile dell’Archivio comunale di Bonifacio, risulta che il giorno 8 giugno dell’anno 1847, Giovanni Battista Filippo Antonio Zonza, 44 anni commerciante domiciliato all’isola di La Maddalena, del fu Tomaso e fu Vincenza Avvigià, già vedovo di Caterina Bargone, deceduta a La Maddalena l’8 agosto 1846, contrasse matrimonio civile con Maria Antonia Gavini, 22 anni donna di casa domiciliata a Bonifacio, di Antonio e Maria Giulia Daveggia domiciliati a Bonifacio. Con tale matrimonio durato sette anni, nacquero quattro figli, Giulia Maria, il predetto Antonio, Caterina e Matteo. Maria Antonia Gavini, rimase a sua volta vedova di Giovanni Battista Zonza, deceduto nel 1854, contraendo in seguito matrimonio civile il 15 marzo 1866 a La Maddalena, col mantovano Luigi Giuseppe Gusmaroli, noto prete patriota che lasciò la tonaca per seguire Giuseppe Garibaldi nell’impresa dei Mille.”)

30 maggio

Muore a Tavolara Paolo Bertoleoni, il giornale americano The Hazel Green Heraldarticolo del 6 ottobre 1886 annuncia la morte di “King Paul I”.

10 giugno

Graibaldi parte da Caprera per partecipare alla terza guerra d’indipendenza. Tornerà a casa dopo il famoso “obbedisco”, ancora una volta amareggiato e deluso.

3 luglio

Muore il garibaldino Luca Spano. Rimasto orfano quando era ancora bambino, fu avviato dai parenti a fare il capraio. Saputo che Garibaldi, che era stato amico di suo padre, era a Caprera, si recò nell’isola e fu assunto come capraio dall’eroe. Si racconta, che raggiunta Caprera scalzo e seminudo, per vestirlo il Generale gli aveva donato una sua vecchia divisa militare e lui la indossava anche per pascolare il gregge, sicché un inglese, intravedendolo da lontano, lo aveva scambiato per lo stesso Garibaldi. Quando poi il Generale era partito per la guerra, aveva portato con se il fedelissimo, nominandolo suo attendente. A questo umile eroe La Maddalena ha intitolato una via.

15 luglio

Comandante della flotta, l’ammiraglio conte Carlo Pellion di Persano, che riceve l’ordine di “sbarazzare l’Adriatico dalle forze nemiche“. Depretis elabora un piano di guerra: Persano deve bombardare l’isola di Lissa, base navale austriaca, e sbarcarvi un corpo di occupazione.

16 luglio

Persano lascia Ancona con trentatré navi (11 corazzate, 7 navi in legno, 3 cannoniere, 7 piroscafi, 4 carboniere) divise in tre squadre. Da un momento all’altro si attende l’arrivo della nave più potente, l’Affondatore, una corazzata con torri mobili e uno sperone di otto metri di lunghezza costruito in Inghilterra, in navigazione per raggiungere la flotta. Persano manda il suo capo di Stato maggiore D’Amico, a effettuare una ricognizione intorno a Lissa. Si decide di attaccare con tre gruppi di navi i principali ancoraggi: Porto Comica, Porto Manego e Porto San Giorgio. A Nord e Sud dell’isola, con funzione di vedetta, sono dislocate l’ Esploratore e la Stella d’Italia. Le operazioni iniziano all’alba del 18 luglio. Il giorno dopo arriva l’Affondatore”, con due pirofregate e una corvetta, a bordo delle quali vi sono centoventicinque fanti di marina. Nel frattempo la flotta austriaca agli ordini dell’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, parte da Pola per contrastare l’azione della flotta italiana. Tegetthoff ha sette corazzate di ferro, più vecchie e meno veloci di quelle italiane anche se ben armate. In tutto dispone di ventisette navi e di 178 cannoni a canna liscia, contro i 252 cannoni italiani a canna rigata. L’ammiraglio austriaco divide le sue forze in tre squadre, prende il comando della prima e affida le altre due al capitano di vascello Petz e al capitano di fregata Eberle. Egli, imbarcato sulla corazzata ammiraglia Ferdinand Max, dirige verso Lissa.

20 luglio

Alle 7.50, l’Esploratore avvista la flotta austriaca. Alle 8.10 Persano ordina ad Albini di sospendere le operazioni di sbarco e raduna in fretta le sue navi disperse per contrastare gli austriaci che stanno procedendo in triplice formazione a cuneo. Persano ordina, a sua volta, le navi in tre gruppi: in testa, Principe di Carignano, Castelfidardo e Ancona; al centro Re d’Italia, Palestro e San Martino; infine Re di Portogallo, Terribile, Varese e Maria Pia. Lo scontro, per una concomitanza di circostante, incomprensioni e errori commessi, si rivela sfortunato per la flotta italiana che perde due navi, le corazzate Re d’Italia e Palestro, e seicentoquaranta uomini.

21 luglio

Garibaldi partecipa alla Terza Guerra di Indipendenza al comando di Reparti Volontari. Opera nel Trentino e qui coglie la vittoria di Bezzecca ma, nonostante la situazione favorevole in cui si era posto nei confronti degli austriaci, Garibaldi deve sgomberare il territorio Trentino dietro ordine dei Piemontesi, al cui dispaccio risponde con quel “Obbedisco”, rimasto famoso.

30 settembre

Da Brescia, Garibaldi raggiunge Livorno e si imbarca per Caprera sul vapore “Lombardia”. 11 3 ottobre viene firmata la pace di Vienna e il Veneto ceduto a Napoleone III è consegnato all’Italia.

novembre

Nel novembre del 1866, dopo la caduta del governo Ricasoli, si svolse, in Italia, una tornata elettorale – incentrata sulla discussione del ricavato della vendita dei beni ecclesiastici e sulle concessioni da fare alla Chiesa – che scatenò un clima di acceso anticlericalismo. Giuseppe Garibaldi partecipò ad una serie di incontri in favore dei candidati dell’opposizione e promosse associazioni come l’“Obolo della libertà” che si contrapponeva apertamente all’“Obolo di San Pietro”. Ma il fatto che, ancor di più, accese gli animi dei democratici fu, nel dicembre del 1866, la partenza da Roma degli ultimi reparti militari francesi, come previsto dalla Convenzione di settembre, stipulata nel 1864, che impegnava la Francia a ritirare entro due anni le proprie truppe da Roma purché l’Italia garantisse le frontiere pontificie da qualsiasi aggressione. Nonostante, a difesa di Roma, i francesi avessero lasciato la Legione d’Antibo, un piccolo corpo di truppe mercenarie, un manipolo di cospiratori romani, raccolti nel Centro d’insurrezione, invocò l’aiuto di Garibaldi a marciare verso la Città Eterna per completare l’Unità d’Italia. Garibaldi rispose immediatamente alla richiesta e a Firenze dette vita ad un Centro di emigrazione che iniziò l’organizzazione dei volontari e l’inquadramento degli esuli. Il suo piano prevedeva, infatti, uno scontro iniziale tra alcune bande di volontari e le truppe mercenarie francesi nei territori pontifici e la successiva insurrezione della popolazione romana una volta che la città fosse rimasta senza difesa militare. A giugno, però, un gruppo di volontari, partito autonomamente da Terni verso lo Stato pontificio, venne subito fermato dall’esercito italiano. Il fallimento di questo primo raffazzonato tentativo insurrezionale, indusse molti esponenti della Sinistra parlamentare e una parte della stampa democratica a dissuadere Garibaldi nel proseguimento dei preparativi del moto. Ma egli, com’era sua abitudine, non ascoltò questi allarmati consigli e a Monsummano, in Toscana, dove si era recato per curare l’artrite, invitò i suoi uomini a continuare la preparazione del piano insurrezionale che, nel frattempo, era stato modificato e prevedeva la sollevazione della popolazione cittadina come punto di partenza del moto. Per questo motivo, nei mesi estivi, Garibaldi inviò Francesco Cucchi a Roma, il figlio Menotti nel Mezzogiorno e Giovanni Acerbi al confine con l’Italia centrale. L’11 agosto, a Siena, Garibaldi affermò, in una celebre dichiarazione, che le colonne dei volontari avrebbero marciato verso Roma «alla rinfrescata», ovvero in autunno. Un deciso mutamento del clima d’opinione a favore del moto garibaldino si ebbe quando il generale francese Dumont, passando in rassegna la Legione d’Antibo, affermò, in un discorso alla truppe, che la Legione era sempre parte integrante dell’esercito francese. Una parte della stampa italiana riprese polemicamente quella dichiarazione e accusò la Francia di ingerenza sulla politica italiana. Sulla scia di questi eventi, Garibaldi accelerò la preparazione del moto e fissò l’inizio dell’azione per il 15 settembre con un’insurrezione che sarebbe dovuta scoppiare nella provincia di Viterbo e poi sarebbe stata seguita dall’invasione di volontari. La febbrile attività garibaldina, cui non corrispondeva però un identico seguito tra la popolazione romana, preoccupò il governo italiano che decise, per mettere fine all’avventura insurrezionale, di arrestare Garibaldi il 24 agosto a Sinalunga e di condurlo nella fortezza di Alessandria. L’arresto, però, non solo non impedì la continuazione della preparazione del moto, ma segnò anche l’avvio di numerose manifestazioni di solidarietà, in molte città, nei confronti di Garibaldi, il quale, così, sull’onda di questi avvenimenti, venne rilasciato e ricondotto sull’isola di Caprera sorvegliato da ben 9 navi da guerra della regia marina che incrociavano al largo. Anche questo compromesso, però, non fermò l’organizzazione del moto – che prevedeva l’ingresso nello Stato della Chiesa di tre bande di volontari, la prima diretta a Viterbo guidata da Acerbi, la seconda nella Sabina comandata dal figlio Menotti e la terza verso Velletri capeggiata da Nicotera – e, nei primi giorni di ottobre, alcuni gruppi di volontari entrarono nei territori pontifici. L’opinione pubblica europea (oltre naturalmente a quella italiana) guardava con preoccupazione l’evoluzione degli avvenimenti e il governo francese, dopo una serie di colloqui e trattative con il governo italiano, prese la decisione di inviare un corpo militare di spedizione a Roma per fermare ogni velleità dei garibaldini. In questo clima di timori e attese, speranze e paure, Garibaldi riuscì ad organizzare l’ennesima fuga romantica della sua vita. La notte del 14 ottobre, infatti, riuscì ad eludere la sorveglianza delle navi della regia marina e fuggì da Caprera, arrivò a La Maddalena, si imbarcò su una imbarcazione giunta da Livorno comandata da Stefano Canzio, e, il 19, approdò a Vada, in Toscana. Il giorno successivo, il 20 ottobre, a Firenze, venne accolto da manifestazioni di giubilo. Se la fuga di Garibaldi aveva avuto successo, l’insurrezione a Roma, però, era completamente fallita. Un piccolo drappello di uomini guidato da Cucchi non era riuscito ad impadronirsi del Campidoglio, mentre i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli, intercettati a Villa Glori mentre stavano cercando di unirsi ad un altro gruppo di rivoltosi, erano stati uccisi. Nonostante questi fallimenti, Garibaldi decise, ugualmente, di dare l’avvio alla spedizione. Partì da Terni e il 23 ottobre raggiunse Passo Corese, dove Menotti aveva insediato il quartiere generale, e da lì, al comando di circa 8 mila uomini, si diresse verso la cittadina di Monterotondo, sulla strada per Roma. Contemporaneamente, altre colonne marciavano verso Roma: Acerbi nel viterbese, Nicotera a Frosinone e a Velletri, Pianciani a Tivoli. Garibaldi si spinse fino alle porte di Roma, a Monte Sacro, ma la città non insorse e il generale decise di ritornare a Monterotondo. La situazione politico-militare, per i volontari, volgeva al peggio: il governo italiano, infatti, aveva sconfessato pubblicamente il tentativo insurrezionale. Il 30 ottobre, inoltre, a Civitavecchia era iniziato lo sbarco del corpo di spedizione francese e, infine, la condizione dei volontari – privi di adeguati rifornimenti di cibo, con uno scarso vettovagliamento e con molte diserzioni – era estremamente difficile. Garibaldi decise, allora, di spostarsi su Tivoli, in cerca di una migliore posizione militare, ma il 3 novembre 1867, nei pressi di Mentana, nell’agro romano, un gruppo di più di 4 mila volontari venne intercettato da circa 9 mila soldati delle truppe franco-pontificie. Lo scontro fu cruento e i reggimenti di Napoleone III, muniti dei moderni fucili chassepots a retrocarica e a lunga gittata, ebbero il sopravvento sui garibaldini e obbligarono alla ritirata. Garibaldi venne arrestato a Figline in Toscana e rinchiuso nuovamente nel forte di Varignano il 5 novembre. Il 25 novembre, infine, cessò la detenzione e ritornò a Caprera.

5 dicembre

Giovanni Sulliotti scrive a Giorgio Asproni da Caprera per raccontargli di come si è risvegliato nel popolo l’interesse per la causa nazionale, specialmente in vista della guerra; gli comunica che gli studenti hanno aperto un arruolamento per la legione universitaria e che a un appello fatto a Sassari per le truppe di Garibaldi hanno aderito 500 giovani volontari.