Correva l’anno 1867

8 Gennaio

Le autorità vorrebbero il lazzaretto a Isola Chiesa, mentre il sindaco Pasquale Volpe e il Consiglio propendono per Santo Stefano. Per dar più forza alle loro idee si recano tutti a Caprera ove si svolge la seduta dell’8 gennaio 1867, ottenendo dal Generale questa solenne dichiarazione: Eccell.mi Signori. Io mi associo per dovere e per convincimento al Municipio della Maddalena sulla sua reclamazione di avere un Lazzaretto nell’isola di Santo Stefano. Sito essenzialmente adeguato e comodo a tale genere di stabilimento. F.to G.. Garibaldi.”

16 febbraio

Nasce a Caprera Clelia Garibaldi, figlia di Giuseppe e Francesca Armosino. Fin dalla giovinezza si occupa di custodire le memorie paterne ricevendo nella casa di Caprera quanti vogliano rendere omaggio alla tomba di suo padre. Accoglie molte personalità politiche, ma anche gruppi di giovani e gente comune. A tutti dedica la sua attenzione e racconta episodi della vita con suo padre. Nel 1884 sposa a Torino Vittorio Casadei, ma il matrimonio finisce in una separazione nel 1889 e in famiglia si tiene il più stretto riserbo su questa infelice vicenda matrimoniale; dopo la fine del matrimonio Clelia lascia Torino per trasferirsi definitivamente a Caprera. Clelia Garibaldi vive una vita semplice e si mantiene con una esigua pensione dello Stato, aiutata da alcuni collaboratori. Si impegna in opere di aiuto e beneficenza soprattutto per i bambini. Raccoglie denaro vendendo cartoline autografe di Caprera o piccoli cimeli che ricordano suo padre e invia così donazioni a strutture per l’infanzia. Trascorre interamente la sua vita tra la casa di Caprera, che Garibaldi scelse per trascorrere gli ultimi anni della sua vita, e quella di Livorno, acquistata da sua madre Francesca nel 1888, quando il figlio Manlio frequentava l’Accademia Navale di Livorno. Donna Clelia, così era chiamata da tutti per riservarle un particolare rispetto e riconoscimento, fu sempre fedele alle convinzioni di suo padre ma si mantenne sempre estranea a qualunque tentativo di sfruttare a fini politici il nome che portava. Tuttavia nel 1948 fu candidata al Senato nelle liste del Partito Repubblicano Italiano. Muore all’età di 91 anni e oggi riposa nel cimitero di Caprera accanto alla tomba del padre, della madre Francesca Armosino e dei fratelli Manlio e Rosa.

21 febbraio

Partito da Caprera, Garibaldi raggiunge Firenze e inizia un lungo viaggio in Italia settentrionale. Tra le principali località visita Ferrara, Padova, Venezia, Treviso, Udine, Pordenone, Belluno, Vicenza, Verona, Mantova, Alessandria, Asti, Parma.

25 febbraio

Giuseppe Garibaldi non fu mai un abile uomo politico. Eletto deputato per la prima volta, nel 1847, al Parlamento del Regno di Sardegna, il Generale fu candidato dalla “Sinistra” in tutte le elezioni successive, senza ottenere grandi riscontri, ma solo ordinari apprezzamenti da parte dei colleghi parlamentari. La Destra ex -“cavouriana” non amava l’Eroe dei due mondi e, con ogni mezzo disponibile, cercava di ostacolare le sue campagne elettorali. Una conferma arriva dal contenuto di una lettera redatta presso il Gabinetto del Sottoprefetto di Tempio Pausania, datata 25 Febbraio 1867, pochi giorni prima delle elezioni- previste per il 10 Marzo- e destinata ad una non meglio precisata autorità della Maddalena, un capo elettore dell’epoca. La missiva fa luce su un episodio clamoroso. Il notabile locale avrebbe dovuto sguinzagliare i suoi “galoppini” a cercare voti per il cavalier Domenico Berti, ex ministro, che egli conosceva bene. La persona che si permetteva di impartirgli questa sorta d’ordine, infatti, gli ricordava che il candidato anti-garibaldino era “ben cognito alla Signoria Vostra Pregevolissima ed altra volta eletto dai galluresi per rappresentarli in Parlamento”. Lo scrivente, ovvio, non ignorava che nel collegio elettorale fosse stato in lizza anche Giuseppe Garibaldi, “persona degna della stima della nazione, ma sul riflesso che sarebbe tempo perduto promuoverne l’elezione, mentre egli sarà infallentemente eletto in un collegio del continente o della Sicilia”. Siccome il Nizzardo avrebbe considerato di maggiore prestigio il successo elettorale ottenuto oltre Tirreno o laddove si era consumata la spedizione dei Mille, non avrebbe optato per il collegio sardo, che non aveva rappresentato nella precedente legislatura. L’intento di impedire l’elezione di Garibaldi era rivelato. Forse, l’operazione appena descritta fu compiuta in tutti i collegi dove il Generale in camicia rossa si era presentato. I galluresi lo mandarono lo stesso, in parlamento. Solo lui. Nessuno dei suoi amici della Sinistra.Neppure il maddalenino Giovanni Battista Cuneo. Garibaldi preferì il collegio di Tempio e lo rappresentò, nonostante l’ostilità dei maggiorenti di paese che avevano cercato, senza troppi segreti, di “bruciarlo”. (da “Non votate Garibaldi” di Salvatore Marco Abate)

8 marzo

Il maestro elementare Giuseppe Sotgia è costretto dal sindaco a dimettersi per aver frequentato una casa di tolleranza, il regio ispettore Maggioni, attivo in Gallura da tanti anni, dopo aver invitato il sindaco a giustificare in parte il comportamento del maestro “giovane e dai bollenti spiriti” ordina che questi riprenda servizio e concluda l’anno scolastico.

10 marzo

Garibaldi viene eletto deputato del collegio di Ozieri. Si dimette nell’agosto 1868 e venne rieletto nel 1870. Rivolte popolari, proteste e petizioni avevano fatto seguito al cattivo raccolto del 1966, rendendo preoccupante la situazione dell’ordine pubblico. In Parlamento i tentativi del Ricasoli di mitigare gli effetti dell’applicazione della legge sull’ordinamento dell’asse ecclesiastico avevano dato vita a una violenta battaglia politica,di cui si era fatta animatrice la Sinistra, che denunciava anche gli aspetti anticostituzionali della politica del governo. La sottomissione dello Stato alla Chiesa e la conseguente rinuncia a Roma furono i temi della campagna elettorale; nel collegio di Ozieri Giuseppe Garibaldi usava toni durissimi contro i ministeriali, accusati anche di trascurare vergognosamente l’isola, di cui l’Eroe si proponeva come difensore nel Parlamento: eletto con 636 voti su 971 votanti (65,5%), si fece subito promotore, con gli altri deputati eletti nell’isola, di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle disastrose condizioni sociali e amministrative della Sardegna, già illustrate alla Camera da una energica petizione di 129 comuni isolani. Le conseguenze dei fatti di Mentana e il nuovo forzato esilio a Caprera spinsero Garibaldi a dimettersi da deputato. Le sue dimissioni furono accettate il 24 novembre del 1868, ma già il 13 dicembre si ripresentava nelle elezioni suppletive, seguite alla caduta del governo extraparlamentare del Menabrea. Con 220 voti su 872 votanti, Garibaldi fu superato da Demetrio Castelli, con 285: fu eletto solo nel ballottaggio, con 548 su 993 votanti (55,1%). Ripresentatosi nello stesso collegio alle elezioni del 20 novembre del 1870, fu secondo dietro Francesco Sulis (466 voti contro 231, su 775 votanti): anche il ballottaggio vide il Sulis prevalere con 662 voti, quasi il doppio dei 342 di Garibaldi. La vita politica isolana in questo periodo, particolarmente nella città di Cagliari, fu dominata da un’alleanza di potere moderata e conservatrice spregiativamente chiamata ‘‘consorteria’’: ma fra gli oppositori iniziava a brillare la figura del giovane avvocato Francesco Cocco Ortu che, eletto deputato per la prima volta nel 1876, segnerà della sua impronta la vita politica in Sardegna sino agli anni del fascismo. Il comportamento elettorale dei sardi in queste legislature si differenziò da quello delle regioni meridionali per avvicinarsi invece a quello dell’Italia settentrionale, anche per l’influenza che ambienti culturali e politici legati al vecchio Piemonte continuavano ad avere nell’isola. Nelle elezioni del 1874, le prime per le quali esista una suddivisione politica dei collegi fra Destra e Sinistra, degli 11 collegi sardi 6 sono assegnati alla Destra e 5 alla Sinistra (nell’Italia meridionale ne andarono 101 alla Sinistra e 43 alla Destra, in Sicilia su 48 collegi 41 alla Sinistra e solamente 7 alla Destra), ma nella votazione sulla mozione Morana, che il 18 marzo 1876 mise in minoranza il governo segnando il tramonto parlamentare della Destra, votarono con l’opposizione 9 deputati sardi sugli 11 eletti: Asproni, Cugia, Murgia, Parpaglia, Roberti, Salaris, Serpi, Sulis e Umana.

13 marzo

Giuseppe Garibaldi avrebbe compiuto sessant’anni tre mesi dopo. Era invecchiato precocemente, ma si era spinto ugualmente a lasciare l’isola di Caprera per intraprendere una campagna elettorale a favore di amici della sinistra. Fece così il giro di molte città italiane ed in tutti i suoi accorati ed infuocati discorsi emerse sempre il suo pensiero ossessionante di cacciare il Papa da Roma.

26 aprile

Nel 1864, dopo la morte del farmacista Sircana che aveva operato nell’isola per lunghi anni, il medico e il nuovo speziale agivano in concorrenza l’uno con l’altro e la cosa, com’era inevitabile, sfociò in una vicenda giudiziaria. Protagonisti dell’episodio furono il medico Giacomo Gambarella di La Maddalena e il farmacista Spinardo Nardi di Montecchia, in provincia di Verona, che si era aggiudicato l’appalto della farmacia comunale. A rivelarci la vicenda, che non si concluse certamente in un breve lasso di tempo, è una lettera del con la quale il sottoprefetto di Tempio, nell’inoltrare al procuratore del re una denuncia del medico nei confronti del farmacista, così si esprimeva: “Il Dottore Medico Chirurgo Giacomo Gambarella dell’Isola di Maddalena con suo foglio del 21 scadente aprile rivolgeasi a quest’ufficio a fine di mettere un argine agli abusi che a danno di quegli abitanti tuttodì va commettendo il farmacista Spinardo Nardi esercitando illegalmente in quel comune la medicina e la chirurgia. Al su calendato foglio univa il predetto dottore un ricorso da inoltrasi al signor Procuratore del Re, corredato d’un elenco dettagliato di casi criminosi con prove testimoniali a carico del Nardi. E siccome la gravità dei fatti che si denunciano, quali sono le morti avvenute in seguito a trattamenti curativi illegalmente intrapresi oltrepassano la competenza dell’autorità amministrativa, così il sottoscritto è in obbligo di dar corso alla fattagli denunzia, rimettendo un tutto al Sig. Procuratore del Re perché in termini di legge voglia procedere in odio al suddetto Nardi”. Dalla denuncia del Gambarella apprendiamo che lo stesso aveva già esposto i fatti all’autorità giudiziaria fin dall’ottobre dl 1866 e che il suo ricorso non aveva avuto alcun esito perché nel novembre dello stesso anno il reato addebitato al Nardi era stato compreso nell’amnistia “concessa dal Sovrano dopo il ritiro dalla passata Guerra per l’Indipendenza”. Il Nardi aveva dunque continuato a imperversare e il Gambarella era così tornato alla carica: “L’esercente Dottor Medico Chirurgo Giacomo Gambarella dell’isola Maddalena, rispettosamente sporge la seguente denuncia per zelo che vengan sempre rispettate ed obbedite le leggi e spinto da sentimenti umanitarii a vista di tanti abusi con dannose conseguenze che si sperimentano in questa popolazione nell’esercizio dei mezzi che riflettono alla salute pubblica. Nella data del 6 ottobre 1866 presentava il rassegnante una denuncia ponendo in chiaro, come anche ora, qualmente il farmacista Spinardo Nardi di Lombardia, e nella stessa Isola Maddalena residente, ove esercita la sua professione, fin da mezz’anno precedente alla suddetta data, a dispetto del divieto delle leggi, stava esercendo pubblicamente e temerariamente la professione di medico somministrando a suo arbitrio le medicine con portarsi personalmente nelle case degli ammalati dei quali diversi decedettero sotto questo di lui trattamento per così dirlo medico-farmaceutico. In questo stato di cose fece l’esponente i suoi indirizzi in Cagliari, s’intende in via puramente privata particolare, e venne relazionato essere compreso nell’amnistia anche il reato di illegittimo esercizio dell’arte medica, salvo i casi di decesso. Ora siccome lo stesso farmacista Spinardo è stato permanentemente ed è sempre costante nella sua pertinacia continuando il medesimo esercizio medico pubblicamente e scandalosamente e somministrando le medicine di privata autorità agli ammalati con la conseguenza di nuovi decessi anche dopo la suddetta accordata amnistia; sia che esso farmacista ciò faccia a più dell’ambizione del lucro spinto probabilmente ancora da qualche persona torbida in popolato per spirito di parte con aver promesso garanzia; sia erroneamente e presuntuosamente lusingandosi dell’inazione per sempre da parte della Giustizia contro il suo reato; non può il rassegnante prescindere, anche per titolo di dovere, nella sua qualità di medico esercente nella popolazione, di nuovamente ricorrere all’Autorità della Giustizia perché mediante l’energica sua azione penale esecutiva si possa veder cessato questo scandaloso e luttuoso abuso in danno dell’Umanità”. A dar forza alla denuncia, nella quale si legge fra le righe, oltre all’acredine del Gambarella nei confronti del suo emulo, anche l’adombrarsi di protezioni e connivenze, questi elencava i casi di intervento del Nardi nei confronti di Luigia Piretti affetta da accesso epilettico, l’1 dicembre 1866; di Michele Valle per affezione di cuore, il 2 gennaio 1867, e di Apollonia Olivieri e Caterina Martinetti, per affezione reumatica, il 3 febbraio e il 4 marzo; nonché i casi di decesso delle sorelle Pasquina e Caterina Valle, avvenuti il 23 novembre 1866 per febbre tifoidea; di Bartolomea Battina Susini, avvenuto il 24 dicembre; di Santa Carmela Basso verificatosi il 21 febbraio 1867; nonchè dei decessi, occorsi prima dell’amnistia, del pastore Silvestro Zonza il 3 novembre 1866, per gastrite cronica, e di Anna Bottini il 2 settembre, per crisi convulsionaria. Inoltre il Gambarella denunciava che il farmacista Nardi, nel curare il macellaio Francesco Serra si era fatto “…lecito di soppiatto e nottetempo di recarsi presso detto ammalato e quivi facendola da medico passare le sue prescrizioni e controindicazioni a quelle fatte dal medico curante con la veduta probabilissimamente di insinuare a carico di questi sfiducia e riuscire successivamente ad arrecare danno alla di lui riputazione”. Le insistenti denunzie del Gambarella sortirono alfine l’effetto sperato e il Nardi, con sentenza del 10 settembre 1867, fu condannato a una forte pena pecuniaria per l’esercizio abusivo dell’arte medica. Non si procedette a suo carico per i decessi verificatisi in quanto in sede processuale venne accertato che i suoi interventi erano avvenuti nei confronti di persone che, dato lo stadio e la gravità della malattia, sarebbero comunque decedute a prescindere dalle sue prestazioni. A difenderlo in giudizio era stato il dr. Francesco Saverio Fortunato Plantulli, uno dei garibaldini, come il Nardi notoriamente massone, che a quell’epoca soggiornava a Caprera occupandosi della segreteria del Generale. La controffensiva del Nardi non si fece attendere; se il dottor Gambarella aveva di che lagnarsi della condotta del farmacista anche questi aveva da dire la sua sull’attività del medico e così il Nardi, al quale non tornavano i conti fra le malattie in corso e i medicinali da lui venduti, appena otto giorni dopo la condanna, si precipitava a sua volta a riferire sull’illecita attività del Gambarella con la seguente denuncia del 18 settembre 1867: “Il sottoscritto Spinardo Nardi, farmacista nativo di Montecchia, provincia di Verona e domiciliato nell’Isola Maddalena espone che installato da questo Municipio di Maddalena fin dall’agosto dell’anno 1865 mediante approvazione della competente Autorità, onde poter esercitare la professione di farmacista, videsi in progresso defraudato dello smercio dei medicinali del suo negozio, a fronte della malattie, che in non lieve numero imperversano nella popolazione. Tale avvenimento osservò egli sussistere a partire dal luglio 1869 al giorno d’oggi con perdita di lire 950. Causa di sì gravi danni e pregiudizi è il medico Gambarella Giacomo, il quale non curò mai la farmacia del ricorrente, arbitrandosi di somministrare egli medesimo ed a proprio conto e lucro i medicinali agli ammalati, sebbene conscio che vigenti disposizioni governative gliel’impedissero. Esso inoltre traendo partito dalle due vie adottò in una all’olopatico il metodo di cura omeopatica, che ormai si sperimentò riuscir pregiudizievole all’umanità nelle correnti malattie, massime se praticato con corredo meschino di capacità”. Nella sua denuncia il Nardi forniva un lungo elenco di testimoni e chiedeva la condanna del Gambarella. Stranamente, mentre il Gambarella dovette attendere oltre un anno per veder condannato il massone Nardi, il processo nei suoi confronti venne celebrato esattamente un mese dopo. Evidentemente anche allora c’era una giustizia a due velocità. Con sentenza del 18 ottobre 1867, sebbene nel corso del dibattimento quasi tutti i testimoni dichiararono che per la somministrazione dei rimedi omeopatici non era stato richiesto alcun compenso, il Nardi, che aveva inoltre chiesto un rinvio del dibattimento per poter produrre l’autorizzazione ministeriale che lo abilitava a quell’attività (autorizzazione, a suo dire, già rilasciata e che sarebbe arrivata a giorni), fu condannato, per smercio abusivo di medicine, alla pena di dieci lire di ammenda commutabili in cinque giorni di arresto. Stante le scarse possibilità di successo in ulteriori gradi di giudizio, che pur i protagonisti di questa vicenda avrebbero potuto affrontare, nessuno dei due contendenti impugnò le sentenze di condanna. Si concludeva così la lunga diatriba fra medico e farmacista, entrambi rientrati nelle loro rispettive competenze, con buona salute, almeno si spera, per gli abitanti di La Maddalena.

1 luglio

Negli elenchi delle strade comunali, redatti il 1° Luglio 1867 e il 20 Marzo 1868, risulta solo la denominazione di Piazza Garibaldi, ma manca quella di Via Garibaldi e di via XX Settembre sostituite, però, rispettivamente dalla Via Mangiavolpe, che andava da Piazza Garibaldi alla Vigna del Giudizio, larga 4 m e lunga 100, e dalla via Italia, che andava dal Molo (oggi P.zza XXIII Febbraio 1793) a Piazza Garibaldi larga 5 m e lunga 100. Questa situazione restò invariata fino al primo censimento del 1871 dove compare per la prima volta il toponimo di Via Garibaldi, divisa in due tronchi, comprendente le vecchie Vie Mangiavolpe, Italia e l’originaria Piazza Garibaldi.
Nel successivo censimento del 1881 la situazione rimane invariata e così in quello del 1891 fino ad arrivare al 1898 quando compaiono i nomi di Via Garibaldi, P.zza del Mercato e Via XX Settembre.
Risulta chiaro che questi furono gli anni sia di maggiore espansione dell’abitato, coincidenti con l’impianto in grande stile della Base navale nel 1887, che del “riempimento dei vuoti”, soprattutto per esigenze di carattere pubblico.
E’ in quest’ottica che s’inquadra l’incarico dato dall’Amministrazione comunale nel 1888 all’ing. Eugenio Serra di Sassari per compilare un progetto globale per la sistemazione della Via Garibaldi, primo e secondo tronco, progetto che venne presentato il 6 Gennaio del 1889, ed appaltato all’impresario Giacomo Vittino con contratto del 23.04.1889. Tutti i lavori vennero ultimati completamente il 15.2.1890 e l’Ing. Domenico Marchelli venne incaricato dal Comune di procedere al collaudo, che eseguì presentando la relativa relazione in data 08.07.1890.
Nel 1889, mentre i lavori di Via Garibaldi erano ancora in corso, l’Ing. Serra compilò anche il progetto per la sistemazione della Piazza dell’Olmo (oggi in parte Piazza Garibaldi), proponendo anche una soluzione architettonica per un edificio da adibire a Mercato pubblico. Dalla relazione illustrativa, infatti, ricaviamo che il progetto aveva per scopo la sistemazione della Piazza dell’Olmo ed adiacenze e che ad essa facevano capo i due tronchi di Via Garibaldi, allora in corso di costruzione. “Omissis)….. E’ indiscutibile l’urgente necessità di provvedere al lastricamento di detta Piazza che può ritenersi come il centro del paese ove concorre e transita continuamente la popolazione in ispecie perché ivi trovasi il pubblico mercato. ….. Con tale sistemazione viene completata l’arteria principale del paese ed un gran passo sarà fatto per la regolarizzazione dell’interna viabilità. La piazza dell’Olmo giace in una bassura, – in tempo piovoso le acque vi ristagnano e la rendono pressochè impraticabile. Perciò occorre aprire i canali di scolo segnati in progetto onde smaltire le acque e portarle al canale maestro che attraversando una gran zona del paese arriva a sboccare in mare. Onde migliorare le condizioni altimetriche della piazza stessa venne pure eseguito un rinterro generale per alzarne il livello. Tale lavoro fatto in economia dall’Amministrazione, trovasi pressochè ultimato, per cui nel progetto non si ritiene conto della spesa corrispondente…. Il lastricato dovrà lavorarsi come quello attualmente in opera nella Via Garibaldi con la differenza che non sarà disposto a spina di pesce e che sarà collocato su strato di sabbia anziché su strato di malta…..”. Dopo questo grosso intervento la piazza, fatta eccezione per la costruzione del Mercato e del Palazzo comunale, ebbe a subire nel tempo, come del resto Via Garibaldi e poi via XX Settembre, delle piccole modifiche dovute soprattutto alla rettifica degli allineamenti stradali ed il rifacimento della pavimentazione, introducendo qualche elemento di arredo urbano e, in ricordo dell’antica piantumazione, la messa a dimora di due palme e poi del monumento.
Il palazzo municipale, il mercato civico e le quinte edilizie finiscono per costituire un tutt’uno che rimanda alla storia post risorgimentale e all’integrazione della comunità maddalenina nello stato unitario e per assegnare allo spazio un valore “politico” e di memoria completato dal
recente monumento a Garibaldi.
Le diverse piazze e i diversi spazi (S. Maria Maddalena, largo Matteotti, corso Vitt. Emanuele, piazza XXIII Febbraio) costituiscono un interessante sistema che le diverse architetture, legate ad un gusto umbertino sottolineate nelle cornici, nelle mensole e nei balconi che li ornano.

3 agosto

Le elezioni comunali della tarda primavera del 1867 avevano fatto registrare una schiacciante vittoria della destra capeggiata dal sindaco Pasquale Volpe; vittoria che aveva dato luogo a non pochi disordini per il modo in cui la maggioranza era trascesa nei confronti della minoranza perdente. Non sappiamo esattamente cosa sia avvenuto, ma certamente le cose erano giunte a un punto tale che i pericoli di una situazione a dir poco esplosiva erano arrivati all’orecchio del prefetto che, visti gli scarsi risultati conseguiti dal sindaco (il commerciante Tomaso Volpe) e dal comandante della stazione dei carabinieri, era ricorso al giudice mandamentale perché interponesse anche lui i suoi buoni uffici per riportare la calma e la tranquillità nell’isola. Vedi anche: Litigiosità politica

24 settembre

Garibaldi, parte per partecipare al Congresso Internazionale della Pace di Ginevra, dove la sua fu una delle voci più alte in favore della pacificazione dei popoli in una visione di europeismo che precedette la storia di un secolo. Poi continuò ad occuparsi del problema romano. Andò a Firenze per preparare una nuova spedizione su Roma, ma il 24 settembre fu arrestato dai Carabinieri di Sua Maestà e rimandato a Caprera in domicilio coatto. Gli abitanti dell’arcipelago videro l’isola circondata da un dispiegamento di ben sette navi da guerra e compresero. tutti cercarono di non rallentare ne mutare il loro normale ritmo di vita per non compromettere la posizione del Generale. Garibaldi sofferente per l’artrite, simulava la malattia ancor più grave; sapeva che Menotti e Ricciotti nel frattempo si battevano a Roma, ma non aveva notizie certe e voleva a tutti i costi raggiungerli. Fece un primo tentativo di fuga, cercando di intercettare in barca il postale per Porto Torres risalendo il Passo della Moneta verso nord, all’altezza degli isolotti Barrettini: ma fu senz’altro fermato da un’imbarcazione di guardia e riportato a casa. Da allora la vigilanza si fece ancora più stretta; le acque venivano pattugliate, oltre che dalle navi, anche dalle lance che potevano agevolmente navigare sui bassi fondali della Moneta e fino nelle cale di Caprera. Tutte le barche vennero requisite, mentre quelle da pesca venivano fermate in mare e perquisite accuratamente; i navigli da carico potevano navigare nelle acque intorno a Caprera soltanto muniti di uno speciale permesso del comandante di squadra. Furono requisite anche le barche di Garibaldi, ma non il piccolo beccaccino, una specie di piroga, che era celato tra il lentischio presso la riva della Cala di Barca Bruciata sul Passo della Moneta. Anche la goletta, dono degli amici inglesi, era rimasta, bene in vista, nel porto dello Stagnarello. Il comandante della squadra, Isola, aveva l’ordine del governo di non spingere la sorveglianza fino al territorio della casa del Generale, di non fermare parenti, Garibaldini o altri provenienti o diretti a La Maddalena. Si temeva infatti una reazione popolare e si sapeva che a un cenno dell’Uomo di Caprera tutta l’Italia sarebbe insorta, così come si era ben certi che in quel momento tutta l’Italia stava col fiato sospeso a vedere cosa sarebbe accaduto nell’isoletta delle Bocche di Bonifacio. alcuni ufficiali delle navi andavano alla Casa Bianca per informarsi della salute del prigioniero e i familiari rispondevano che egli non stava bene e non poteva riceverli.

fine settembre

Non tutti sanno che Garibaldi tenta una prima volta di fuggire dai suoi guardiani, senza riuscirci. ce lo racconta Martino Branca in un articolo pubblicato su “Mediterranea” nel 1932: “A quanto ce ne riferisce il capitano di lungo corso Giuseppe Tanca, che nel 1867 era da due anni imbarcato come mozzo a bordo di una goletta di Garibaldi … un’altra volta il Generale aveva tentato la fuga. In compagnia del suo mozzo egli era riuscito a raggiungere inosservato una caletta di Caprera, da dove intendeva portarsi fino all’isolotto dei Berrettini e di lì salpare con un veliero per la penisola. Furono però fermati da un ufficiale, che non nascose l’ordine di impedire qualunque movimento sospetto …. Molti anni dopo quell’ufficiale, trovandosi in viaggio per mare, caduto il, discorso sull’epopea garibaldina, venne a parlare di quell’episodio del 67. Alla conversazione assisteva sorridendo il comandante del piroscafo, il quale gli fece sapere che quel ragazzo di allora era proprio lui, il Tanca.

14 ottobre

Frattanto Garibaldi e i suoi preparavano la fuga. Da Livorno giunse a La Maddalena una tartana con il genero Canzio e il maddalenino Antonio Viggiani: studiarono le possibilità di liberarlo, ma ci si rese conto che l’unico modo era che egli riuscisse da solo a raggiungere la Sardegna e lì lo avrebbero atteso per portarlo in continente. La scena era dunque nuovamente statica, vuota, affidata alla stella del sessantenne Uomo di Caprera che col suo sottile istinto di vecchio marinaio fiutava il vento, il mare e il cielo. Venne il 14 ottobre. Garibaldi scrisse poi nelle Memorie: “Era il plenilunio, circostanza che rendeva difficile assai la mia impresa e, secondo i miei calcoli, la luna doveva uscire dal Tejalone (montagna che domina Caprera) un’ora circa dopo il tramontar del sole. Io dovevo quindi profittare di quell’ora per il mio passaggio alla Maddalena, non prima ne più tardi: prima mi avrebbe tradito il sole è più tardi la luna. Quindi alle 6 pomeridiane sgusciò fuori di casa e raggiunse il beccaccino celato tra i lentischi. Giovanni il giovane sardo custode della goletta, lo attendeva per aiutarlo a mettere a mare la piccola barca; Egli vi si calò dentro e salpò. “Costeggiai a sinistra la spiaggia della Caprera, facendo meno rumore di un anitra, ed uscii in mare per la punta dell’Arcaccio, ove Frosciante, altro mio fido, e Barberini, ingegnere di Caprera, avevano esplorato il terreno per timore di alcuna imboscata”. Due fattori distassero l’attenzione dei marinai che perlustravano le acque della Moneta: Giovanni, il giovane sardo, partì cantando con il canotto di salvataggio della goletta, remando in direzione opposta a quella del suo Generale; da La Maddalena se ne tornava in barca Maurizio, un collaboratore di Garibaldi che, essendo un po allegro, non rispose al “chi va là” dei soldati, e quelli spararono diverse fucilate, per fortuna senza colpirlo. “Per combinazione – dicono le memorie – ciò succedeva mentre io stavo operando la mia traversata, favorito pure dal vento di scirocco, le di cui piccole ondate servivano mirabilmente a nascondere il beccaccino che appena d’un palmo dalla superficie del mare… Dunque, mentre la maggior parte de’ miei custodi si precipitavano su Maurizio, io tranquillamente traversavo lo stretto della Moneta ed approdavo nell’isoletta, divisa dalla Maddalena da un piccolo canale guadabile, giunsi a greco dell’isoletta e vi approdai fra i numerosi scogli la circondavano, quando il dico della luna spuntava dal Tejaolone”. Garibaldi avrebbe dovuto trovare ad attenderlo i suoi, Basso e Cuneo, ma la sparatoria udita gli aveva convinti che fosse stato preso e tornarono quindi al paese. “Indebolito dagli anni e dai malanni, l’agilità mia era poca tra gli scogli e cespugli dell’isola di La Maddalena. Per fortuna ero illuminato dalla luna, che avrei temuto sul mare, ma che benedivo in quel mio difficile transito, tanto più difficile che, avendo dovuto passare il canale guadabile senza scalzarmi per essere irto di punte granitiche, avevo gli stivali pieni d’acqua, e quindi il canticchiare dei miei piedi ne bagno, cosa ben dispiacevole camminando. In tale stato giunsi con tutte le precauzioni in casa della signora Collins, e vi fui accolto generosamente”. Lady Collins non aveva bisogno di spiegazioni: fu direttamente sua alleata, lo rifocillò e si preoccupò di mandare segretamente qualcuno ad avvisare Pietro Susini della presenza del Generale a La Maddalena. Quegli, già d’accordo con il Garibaldino Basso, le rispose di tenerlo nascosto fino al giorno seguente, mentre egli preparava il trasferimento in Sardegna. Da questo momento la fuga di Garibaldi è la storia mirabile della solidarietà della gente di Gallura con il Vate d’Italia, ed è il pendent perfetto di quell’altra pagina gloriosa in cui diciott’anni prima, i popolani romagnoli, i toscani e liguri l’avevano sottratto alle polizie di tre Stati, facendogli attraversare segretamente la larghezza d’Italia. (La relazione che ne ha fatto la signora EIpis Melena, che la raccolse dalla bocca stessa del generale, quando era prigioniero al Varignano. «Erano le 10 pomeridiane del 14 Ottobre, quando partii l’ultima volta dall’isola di Caprera. Voi vi rammenterete probabilmente di una chiatta, che mio figlio Menotti comperò a Pisa nel 1862: questo piccolo legnetto si guastò in seguito, e già da lungo tempo se ne stava abbandonato e pieno d’acqua nel mio piccolo porto, in uno stato si deplorabile, che a nessuno dei miei guardiani venne in mente che potesse servirmi ad una fuga. « Esso mi bastò per altro al mio scopo, e con questo piccolo legno, traversato lo stretto, che separa Caprera dall’isola della Maddalena, raggiunsi la Punta della Moneta, dove la signora Collins, che voi già conoscete, mi raccolse nella sua villa, e mi ospitò fino alla sera seguente alle ore sette. « Il nostro comune amico Pietro Susini mi attendeva col suo cavallo presso la signora Collins, e coll’aiuto di questa peritissima guida, traversai da Oriente a Occidente l’isola della Maddalena fino al piccolo porto naturale, che si chiama Cala Francese. Colà mi attendevano Basso ed il capitano Cuneo con una lancia e un marinaio, pronti per fa partenza. Favoriti dal vento, in sei ore varcammo quel braccio di mare, che giace fra la Maddalena e l’isola di Sardegna, dove sbarcammo. Appena arrivati, la lancia ripartì per la Maddalena e noi passammo la notte in una Conca (grotta), che per avventura ci venne ritrovata non lungi dallo stazzo (capanna) di un pastore nominato Domenico. Dopo averci procurato con lunghi stenti tre animali da soma, partimmo il 16 di sera verso le 6, e dopo aver valicato, or a piedi or a cavallo, le inospite montagne di Gallura e le steppe deserte di Terra Nuova, giungemmo, allo spuntare del giorno, sulle alture del porto San Paolo. — Qui dovevano aspettarci mio genero Canzio e il valoroso giovane Vigiani, che morì più tardi al mio fianco nel combattimento di Monterotondo. — Se non che le nostre aspettazioni andarono fallite, e non avendo trovato alcuno, riparammo allo stazzo di un pastore nominato Nicola. Non ostante il mio travestimento e la mia barba colorita di nero, costui mi riconobbe ben tosto, laonde non mi parve prudente dimorare più a lungo nel suo stazzo e dopo quindici ore di fatica e di viaggio, partimmo novellamente per il piccolo villaggio di Porto Prudinga, che giace sulla costa orientale dell’isola di Sardegna. « Colà trovammo finalmente Canzio e Vigiani con una piccola tartana, ch’era la nave destinata a trasportarci sul continente. Alle ore 3 pomeridiane dello stesso giorno levammo l’ancora, ed un fortissimo vento di scirocco, gonfiate le vele della nostra tartana, la spinse ben tosto fuori della baia di Tavolara.)

15 ottobre

Muore a Cagliari, William Sanderson Craig. Commerciante, console d’Inghilterra a Cagliari. Interessato a curare l’esportazione verso l’Inghilterra di materie prime prodotte nei paesi del Mediterraneo, fu dapprima in Sicilia, tra il 1820 e il 1840, e nel 1840 si trasferì in Sardegna, soggiornando prima ad Alghero e stabilendosi quindi a Cagliari. In realtà uno dei suoi luoghi di dimora preferiti era la Gallura, dove curava la raccolta di erbe tintorie; da qui partì per lunghi soggiorni a La Maddalena, dove ebbe l’occasione di frequentare l’esule Vincenzo Sulis. Nel 1867 fu nominato console inglese a Cagliari: le sue relazioni annuali sulle condizioni e i problemi della Sardegna del tempo sono un’importante fonte documentaria, illustrata in un saggio del maddalenino Girolamo Sotgiu, La corrispondenza del console inglese a Cagliari William Sanderson Craig. Gli è stata intitolata sul finire degli anni Novanta una casa editrice cagliaritana.

16 ottobre

Alle sette pomeridiane, Pietro Susini lo andò a prendere a casa Collins con un cavallo e gli fece attraversare La Maddalena con un largo giro per evitare l’abitato, fino a Cala Francese: qui lo aspettavano Basso, Cuneo, Maurizio e un marinaio maddalenino con una barca. Compiuta la traversata, rimandarono la barca e si nascosero presso lo stazzo di un pastore per il resto della notte e parte del giorno 17. Frattanto Pietro che era andato a cercar cavalli ricomparve intorno alle 6 pomeridiane con tre animali fornitigli da gente del posto. Viaggiarono tutta la notte, parte a piedi parte a cavallo, e all’alba avevano superato i monti che si affacciano sul golfo di Olbia (allora Terranova) dove avrebbero dovuto trovare la barca di Canzio e Viggiani. Non trovandola fu ancora un pastore, Nicola, ad ospitarli nel suo stazzo mentre Cuneo andava a cercare i compagni. Garibaldi era stanchissimo dopo quindici ore di cavalcata e il pastore, cui era stato taciuto il suo nome, si prodigò in ogni modo per offrirgli un giaciglio e del cibo. Ma il Generale, vista l’ospitalità dell’uomo, volle rivelargli la propria identità e quegli gli manifestò la sua gioia reverenziale e la sua devozione profonda. Nel primo pomeriggio Cuneo poté accompagnare Garibaldi nell’isolato Porto Prandinga, dove lo aspettava la Paranzella “San Francesco” con Canzio e Viggiani, e fecero subito vela verso l’Italia. Nessuna delle numerose persone che avevano aiutato l’Uomo di Caprera nella fuga fiatò. Si seppe che egli era a Firenze soltanto il giorno 20 ottobre, dai giornali. E venne la battaglia di Monterotondo, poi la sconfitta garibaldina di Mentana, frutto delle incomprensioni e dei dubbi di Mazzini, quanto della profonda malafede del governo italiano: “Infine il governo italiano, preti e mazziniani erano pervenuti a gettar lo sconforto nelle nostre fila.”

20 ottobre

La notizia della rocambolesca fuga si conosce quando il Generale è già a Firenze acclamato dalla folla

3 novembre

Garibaldi è sconfitto a Mentana, dopo aver visto morire, durante l’assalto di Monterotondo, il fedelissimo isolano Antonio Viggiani, che lo ha accompagnato nel viaggio dalla Sardegna alla Toscana.

5 novembre

Garibaldi arrestato e nuovamente rinchiuso al Varignano; Nel quadro di questa pagina del nostro Risorgimento, descritta ed esaminata più volte da numerosi storici, una notizia inedita, interessa la nostra comunità e concerne il personaggio che si prestò, travestendosi con le fattezze dell’Eroe, all’interno di un piano studiato e preordinato sin nei minimi particolari, per ingannare ed eludere il ferreo controllo del governo sabaudo, guidato allora dal primo ministro Urbano Rattazzi, diretto ad impedire i possibili tentativi di Garibaldi, rivolti allo storico obbiettivo di tutta la sua esistenza, ossia liberare Roma dal servaggio dello Stato Pontificio e proclamarla capitale d’Italia. Sulla precisazione di tale persona che mascherandosi, aiutò il generale nella riuscita del piano di fuga, si sono nel tempo, succedute alcune versioni. Una prima, avvalorata dal noto studioso e biografo di Garibaldi, Gustavo Sacerdote, il quale nel suo volume associa tale figura a quella di Luigi Gusmaroli, mantovano ex prete ed uno dei Mille di Marsala, molto somigliante al Generale, il quale, dopo aver seguito il Generale a Caprera lavorandovi come muratore, visse e mise famiglia a la Maddalena morendovi nel 1872. Una seconda versione indica tale figura in quella di Giovanni Froscianti , garibaldino presente nell’isola come segretario insieme a Giovanni Basso, ex frate carmelitano, anch’esso dei Mille; la testimonianza ci viene da un intervista fatta nel 1932 a La Maddalena all’isolano Pietro Ferracciolo, allora vegliardo 93enne, il quale figlio di un pastore di Caprera, trascorse la sua gioventù nella familiarità di Giuseppe Garibaldi, questi dichiaro che nella circostanza fu il Froscianti, capelli color rame, stessa barba e statura del Generale, ad offrirsi quale sosia per ingannare i militari addetti alla sorveglianza. Il Ferracciolo qualificava nell’intervista il Froscianti come contadino, particolare che di seguito conforterà le vicende riportate. Infatti alle due predette conosciute versioni, ne va aggiunta una terza tramandata da ricordi orali, presenti nell’isola maddalenina, in particolare dalla famiglie Coppa – Paderi e Vallarino, nella quale emerge la tesi che il sosia sia stato un pastore-bracciante maddalenino di nome Giacomo Simone . Tale reminiscenza ha avuto un preciso riscontro in un memoriale inedito scritto da un garibaldino livornese Andrea Carlo Pacini , in cui si comprova indirettamente la tesi che il sosia sia stato proprio il predetto pastore, che per lunghi anni rimase al servizio di Garibaldi. Nel merito, si riferisce nel testo del Pacini, della narrazione fatta dal garibaldino Andrea Sgarallino, noto patriota livornese che con Stefano Canzio, genero di Garibaldi ed Antonio Viggiani giovane volontario maddalenino, procurarono a Livorno, grazie all’aiuto economico del banchiere fiorentino Adriano Lemmi, amico del Generale, la paranza a vela “San Francesco”, che servirà poi a trasportare Garibaldi ed i suoi fidi dalla Sardegna verso il continente, il quale livornese riportava, su resoconto del Generale, che questi ingegnandosi sui preparativi della fuga, “..chiamò un pastore che aveva la sua taglia fisica e che portava barba e capigliatura molto simili alla sua, che aveva 30 anni di meno e di pelo decisamente corvino..”. Nella testimonianza si narra che alla figlia di Garibaldi, Teresita “..bastò un oretta e acqua ossigenata per far divenire il pastore una perfetta controfigura di Garibaldi e ci mise solo mezzora ed una tintura nera per far ringiovanire il padre di vent’anni.. ” . Da quel momento gli ufficiali piemontesi, con i cannocchiali puntati sulla casa del Generale, scrutando l’andirivieni del falso generale, erano sicuri e tranquilli della sua presenza a Caprera. Nella fuga da Caprera infatti, descritta in tanti libri ad iniziare dalle Memorie scritte dalla mano dell’Eroe, emerge l’importanza decisiva dello stratagemma del sosia che, camuffato nelle sembianze di Garibaldi, aveva il compito di trarre in inganno i militari preposti all’attivazione del meticoloso blocco navale, composto da ben nove navi da guerra e varie piccole imbarcazioni, che cingeva tutt’intorno le isole di Caprera e di La Maddalena. Tale espediente, ideato dal Generale, doveva fuorviare il controllo strettissimo sulla sua persona, attuato sia tramite l’uso di binocoli dal bordo delle regie navi che tramite visite periodiche alla casa dell’Eroe, dissimulando la sua presenza nella casa, mediante il passeggio all’aperto sulla prospiciente terrazza della stessa, andirivieni inscenato dal falso Garibaldi, nel frattempo che il Generale disponeva l’esecuzione dei piani della fuga. Tale inedita narrazione, che si soffermava sui modi e sul tempo utilizzato per i travestimenti, ha dei riscontri che ne attestano la sua veridicità. In essa sono citati sia tutti i personaggi che effettivamente parteciparono al fatto, fra cui il segretario personale di Garibaldi, Giovanni Basso, il capitano marittimo Giuseppe Cuneo maddalenino, il grande amico Pietro Susini, il giovane Maurizio attendente di Garibaldi, la vedova inglese Clara Collins, che ospitò nella propria casa dirimpettante Caprera, Garibaldi nella prima notte della fuga, sia sono precisate tutte le varie fasi dell’avvenimento. Inoltre il dettaglio dello specifico mascheramento dello stesso Garibaldi è confermato anche da un altro noto storiografo del Generale, Achille Bizzoni che lo cita nel proprio libro “Garibaldi nella sua epopea”. Il dato determinate sull’età del sosia, escluderebbe quindi i due personaggi sinora collegati all’episodio del travestimento, infatti sia Gusmaroli che Froscianti erano nati nel 1811 e fra l’altro da veri patrioti risultavano più idonei ed esperti del pastore a collaborare operativamente nell’esecuzione del piano, come Garibaldi stesso menziona nelle sue “Memorie”, mentre invece accredita e comprova la versione correlata alla figura del giovane pastore dell’Eroe, allora infatti poco più che ventinovenne. Sul motivo del silenzio ufficiale riguardo la complicità negli eventi del pastore maddalenino Giacomo Simone, esso potrebbe giustificarsi nel probabile scrupolo di Garibaldi di poter esporre il giovane isolano a possibili procedimenti giudiziari da parte delle autorità preposte, giacché comunque le circostanze dell’accadimento prefiguravano la violazione degli ordini ministeriali preordinati dal governo, che prevedevano il massimo controllo sul Generale nell’isola. Su tutta la vicenda e sugli eventi ad essa concatenati, Garibaldi scriverà in seguito all’amico Benedetto Cairoli, patriota garibaldino, divenuto poi Primo ministro sotto re Umberto I, le seguenti appassionate parole: “Di tante rischiate imprese che ho tentato in vita mia, la più ardua e la più bella, e di cui sentirò un certo vanto finché campi, è codesta mia fuga da Caprera”.

25 novembre

Liberato, Garibaldi torna a Caprera stanco e deluso. Rimarrà sull’isola ininterrottamente per tre anni.

7 dicembre

Inizialmente la corrispondenza spedita con i piroscafi, che collegavano l’Isola con la Terraferma, era soggetta ad un bollo lineare impresso con inchiostro nero o rosso, che aveva lo scopo di indicare la provenienza del documento postale. Il bollo “TERRAFERMA” era impresso a Cagliari sulla corrispondenza proveniente dai porti del Continente, mentre il bollo “SARDEGNA” era apposto a Genova sulle lettere provenienti dall’Isola. n seguito fu utilizzato un bollo su due righe con la scritta “VIA DI MARE”, anch’esso impresso in nero o rosso, e che spesso fungeva anche da annullatore sui francobolli al posto o a fianco di quello dell’ufficio. Dal 1 maggio 1866, con l’introduzione dell’uso dei numerali, la corrispondenza impostata presso gli uffici al porto era soggetta al bollo numerale sul francobollo in abbinamento al bollo nominale dell’ufficio. Cagliari, che aveva un ufficio del porto, applicava sul francobollo il bollo numerale a punti 173 e sul frontespizio il bollo nominale a doppio cerchio dell’ufficio, con la scritta un alto “CAGLIARI”, al centro la data (giorno, mese e anno) e in basso “UFFICIO DEL PORTO”. Si conosce un’altra lettera spedita il 7 dicembre 1867 da La Maddalena a Firenze con il bollo sul frontespizio a doppio cerchio dell’ufficio postale di La Maddalena, mentre il francobollo di 20 cent. è annullato con un bollo a cerchio singolo dal diametro di mm 12, senza alcuna scritta. La bollatura di questa lettera ci appare alquanto singolare, poiché il francobollo non è stato obliterato con il bollo numerale 1213 in possesso dall’ufficio, ma con un bollo di fattura inedita.