Correva l’anno 1882

Arriva la riforma elettorale. Mentre per la destra il diritto di voto era una funzione della proprietà (cioè solo chi era proprietario votava), per la sinistra il voto era un diritto personale naturale (rimanevano fuori le donne). Si abbassò l’età necessaria per votare a 21 anni, l’imposta diretta passò da 40 a 19 lire e fu concesso il diritto di voto a tutti quelli che sapevano leggere e scrivere, anche se non pagavano alcuna imposta. E tuttavia a La Maddalena nel 1889 i votanti erano soltanto 136 a fronte di una popolazione di circa 2.000 abitanti.

2 giugno

Garibaldi tornato malato dal suo ultimo viaggio nel sud e a Palermo, a metà aprile. Viaggio faticosissimo: a Palermo era stato portato in lettiga dal vapore all’albergo e si era dovuto chiedere alla folla di non applaudire perché l’emozione avrebbe potuto fargli male. Il primo giugno si era aggravato improvvisamente. Contro il parere del medico, aveva voluto prendere un bagno, tiepido, e fare i suffumigi: sul momento ne aveva avuto qualche sollievo, ma poi la vita gli era gradatamente mancata. alle quattro del pomeriggio era entrato in agonia. Giaceva leggermente sollevato su due cuscini, guardando verso la finestra da cui si vedeva il mare e qualche linea delle isole di Corsica sullo stretto. Intorno a lui c’erano la moglie e Menotti, il figlio primogenito (che ha 42 anni in questo giugno). Si era telegrafato a Ricciotti e Teresita, gli altri due figli, ma non arrivarono in tempo. “Due capinere entrarono dalla finestra aperta – ha scritto il suo biografo Ridley – egli mormorò agli amici di non mandarle via, perché erano forse le anime delle sue bambine, le due rose, che venivano a prenderlo. Alle 18.20 chiese che gli fosse portato il bambino Manlio, che aveva allora 9 anni: ma morì prima che arrivasse”. Il suo medico personale, Enrico Albanese, arrivò con la Cariddi soltanto la mattina dopo: stillò il certificato di morte insieme al dottor Cappelletto, medico della Marina, il decesso – vi si diceva – era avvenuto per paralisi della faringe. All’inizio il Generale viene esposto sul letto, appoggiato su due cuscini, in una posizione che pare più seduto che adagiato. Indossa un poncho bianco ed ha in testa una papalina di velluto. Fanno il sevizio d’onore un picchetto e gli ufficiali della Cariddi. Si apre il testamento, in cui Garibaldi conferma la sua volontà di essere cremato. Ma la famiglia, dopo un rapido consulto, decide per l’imbalsamazione: Il dottor Albanese manda a prendere a Sassari le medicine necessarie. Comincia ad arrivare la gente: i primi sono i maddalenini, il Sindaco Bargone ha fatto affliggere in cui invita ad accorrere “alla dimora dell’Eroe”. Il parroco Mamia non era a Caprera, pronto ad un eventuale intervento in extremis, sebbene il Generale fosse da tempo malato. Si racconta invece che il parroco fosse impegnato nei festeggiamenti di Sant’Erasmo (esisteva all’epoca una confraternita ed un altare dedicato al Santo). Mentre la processione, con il Santo in testa, procedeva sul lungomare (l’attuale via Amendola) dirigendosi verso Cala Gavetta, un uomo si accostò al pro parroco Antonio Vico sussurrandogli all’orecchio: è mortu u Generali. Vico comunicò la notizia a don Mamia il quale, dopo un attimo di esitazione, e mentre la notizia si diffondeva rapidamente tra i fedeli, deviò la processione rispetto al tragitto previsto, facendola rientrare anticipatamente in chiesa. Non sappiamo se Mamia si recò a Caprera per assistere, assieme a migliaia di persone giunte da tutta Italia, ai funerali civili di Garibaldi. Certo è che nessuna annotazione è riportata nel Registro parrocchiale dei morti. Sicuramente Mamia dovette annotarla nel Cronicon (diario della parrocchia), ma di questo importante documento s’è persa purtroppo traccia.

4 giugno

La sera del 4 arriva la nave Da Porto Torres con la delegazione di Sassari, di cui Garibaldi e cittadino onorario. Porta una corona di bronzo cesellato e un drappo di velluto nero, foderato di bianco, con la scritta Sassari e Garibaldi: è stato ricamato dalle signore sassaresi nella notte tra il due e il tre. Con la delegazione c’è anche il prefetto Sassari, venuto a prendere possesso dell’isola come responsabile di tutte le operazioni funebri. Ritardano invece i balsami e le sostanze chimiche per l’imbalsamazione: Albanese è molto preoccupato, e qualcuno consiglia di chiamare da Napoli il prof. Efisio Marini, lo scienziato cagliaritano diventato famoso per i suoi processi di pietrificazione dei corpi. Caprera comincia a riempirsi di gente già dal pomeriggio del 6. Ma il cielo minaccia al brutto, rinforza un vento di libeccio-grecale che da queste parti porta sempre la pioggia. L’agenzia locale giornalistica Stefani annuncia che l’operazione imbalsamazione è riuscita perfettamente. Verso mezzogiorno non si sa come, s’è sparsa la voce che il Governo vuol traslare la salma a Roma. S’è raccolta subito una grande folla che grida: “Garibaldi ‘un s’ha da tuccà, Garibaldi e ‘u nosciu“!”. Garibaldi non si tocca, Garibaldi e nostro. Il campanaro, alle due, scatena le campane a storno. Corrono i carabinieri che lo arrestano, il prefetto parla alla folla, garantendo.

7 giugno

La camera ardente e aperta alle 10; I maddalenini videro la loro rada coprirsi di Grandi navi: 8 da guerra, tra cui la “Cariddi e il Washington, e molti altri piroscafi, e sbarcare a centinaia e centinaia di persone. I pellegrini erano almeno il doppio di loro, tanti quanti non se n’erano mai visti nella storia; e rappresentavano un mosaico fantasmagorico e impettito di tutte le componenti nazionali. La lunga teoria delle lance scaricava sugli scogli di Caprera ministri e generali, operai e signori, contadini e uomini di mare, uomini politici, soldati, garibaldini venuti d’ogni dove. L’isola era stata pavestata lungo tutto il sentiero che dalla marina portava alla Casa Bianca di bandiere e stendardi e festoni di fiori e di alloro; pareva una gran festa campestre in cui però le bande coi luccicanti ottoni suonavano gli stessi inni che molti avevano sentito a ritmo di carica, nelle lente cadenze della marcia funebre. Per tutta quella mattina la gente sfilò davanti alla salma, poi si disperse tra i campi e la macchia e si diede avidamente a raccogliere qualcosa che potesse ricordare la circostanza. Scrive Guarnerio: “Si raccolsero i fiori silvestri, cresciuti tra i crepacci e screpolature delle rocce; si tagliarono i rami di pino, di ginepro, nel cimitero, nei campi, dovunque. Un vero saccheggio venne dato alla catasta della legna preparata per il rogo; non so chi non ne abbia portato via un bastone, o almeno una scheggia”. Così ne descrive le sembianze lo scrittore Pier Enea Guarniero nel libretto Tre giorni a Caprera, da lui pubblicato subito dopo i funerali: “Pareva dormisse e al primo vederlo ognuno sentiva qualche cosa agitarsi in fondo al cuore, e salire fino alla gola e farvi un nodo. Non si poteva staccar gli occhi da lui, e per lungo tempo non si vedeva altro nella stanza che quella faccia dai lineamenti ben noti ma immobili e irrigiditi nel torpore della morte, con la pelle tesa, senza una ruga, di una tinta cerea, quasi terrea, tutta uniforme e chiazzata solo alle gote da due nere ecchimosi sinistri precursori della dissoluzione. Aveva i peli dei capelli e della barba, rossicci, brizzolati di bianco, ben ravviati e pettinati, le palpebre socchiuse, le labbra semiaperte, come ad un sorriso, e lasciavano a vedere le due fila di denti, scuri e irregolari. Gli copriva la testa la tradizionale papalina di velluto nero, ricamata a fiorami d’oro e d’argento, e portava al collo l’occhialetto d’oro pendente sul seno. Tutto il resto del corpo era coperto da un largo drappo; le braccia erano rappresentate dalle maniche di una camicia rossa, incrociate sul petto, e un fazzoletto bianco teneva il luogo delle mani. Al di sopra della testa poggiava sul capezzale una corona di foglie d’alloro e un’altra simile l’aveva ai piedi”.

8 giugno

Comincia una sfilata di migliaia di persone. Il Generale giace sul letto, ben conservato, col volto composto e l’espressione serena. Indossa la camicia Rossa, il Poncho bianco, la papalina di velluto nero ricamato. Ora il corpo è completamente supino, e rivolge il fianco destro verso la finestra, perché il letto è stato leggermente spostato. Qualcuno della famiglia ha dato anche ordine di non caricare l’orologio, le cui lancette sono state fermate all’ora della morte. Anche il calendario a muro non è stato aggiornato. Nella camera non c’è altra luce che quella di una piccolissima lampada di porcellana. Tra il letto e la finestra la bara, di noce, lavoro degli ebanisti sassaresi fratelli Clemente. Alle 2 del pomeriggio il cannone della Cariddi tuonò per annunciare l’inizio del funerale ed esattamente nello stesso momento il vento che fin dalla mattina soffiava fresco, volse a tempesta; il mare, che già era ingrossato, si scatenò in una indescrivibile buriana di onde accavallatisi; le nuvole, che s’erano andate accumulando, coprirono il mondo di un livore plumbeo e infine si squarciarono in un vero e proprio nubifragio. Il rombo dei cannoni fu coperto da quello ben più vasto e terribile di mille fulmini; le voci degli oratori ufficiali, il suono delle bande furono ingoiati dall’urlo del ponente infuriato; il vento strappò via fino all’ultimo drappo, all’ultima bandiera e festone, fece giustizia di cappelli a cilindro, di scialli ricamati, di ombrellini da sole. In breve quel corteo di esteriorità, rumoroso, imbandierato e ciarliero, fu ridotto a una processione di penitenti fradici, muti e spaventati che seguivano la bara dell’uomo più semplice d’Italia fino alla fossa scavata dietro casa, sotto l’acacia. La gente che arriva sbarca perigliosamente da barche e scialuppe (Caprera era allora davvero un isola, perché non c’era il piccolo ponte che ora la unisce a La Maddalena). Il funerale ritarda e comincia alle 4. Il feretro è portato a spalla da dodici garibaldini, su una lunga barella costruita appositamente. Suonano tre bande musicali, quella del 38 fanteria, quella della città di Sassari e quella di La Maddalena. Precede la bandiera dei Mille. Parlano il vicepresidente del Senato, Alfieri di Sostegno, e il vicepresidente della Camera, Domenico Farini, il Generale Ferrero a nome dell’esercito, infine Crispi: “Gli Spartani ebbero Leonida – dice -, gli italiani Giuseppe Garibaldi, rappresentante del dovere e della vittoria”. Quando il funerale finisce Caprera offre uno spettacolo di desolazione. Appena deposto il feretro tutti fuggirono come anime perse nella bufera verso lo Stagnarello per cercare un imbarco: i marinai delle lance fecero miracoli di perizia per trasbordare il maggior numero possibile di persone alle navi, ma la tempesta era al suo culmine, il mare, nero come la pece, si contorceva in ondate quali i maddalenini non avevano mai visto, a memoria d’uomo, in quella stagione. Perciò la metà della gente non poté imbarcarsi e l’altra metà, stipata nelle barche, rischiò la morte. Le quasi mille persone rimaste sui graniti di Caprera vagavano sotto il diluvio in cerca di un riparo, chi trovandolo sotto i massi, chi stipandosi nella casetta balneare di Garibaldi, chi risalendo alla casa e rifugiandosi nelle stalle e nei fienili. La notte passò con tutti quei corpi distesi, sfiniti, tremanti e affamati, di generali e popolani, politici e donne, soldati, operai, ministri e studenti, finalmente pareggiati in una eguaglianza da prima linea o da naufraghi, che i vecchi garibaldini presenti avevano conosciuto bene con lui. Il ritorno a casa sarà avventuroso per tutti. I soli sassaresi sono cinquecento, e dovranno passare la notte sotto la pioggia battente riparati nelle tettoie degli animali; alle signore sarà destinata una capanna che Garibaldi usava per i bagni di mare. La gente che ha fame: a sera il comandante della Cariddi farà scendere in mare una scialuppa con otto ceste di gallette, durissime.

9 giugno

All’alba del 9 le barche raccolsero in fretta i derelitti, li trasportarono a La Maddalena, dove la popolazione si mobilitò per rifocillarli. Poi le grandi navi salparono e l’arcipelago tornò alla sua solitudine e Caprera tornò al suo silenzio, isola selvaggia, custode ora di un mito. Al placarsi della tempesta, rispuntò, quel suo sorriso misterioso, quel fascinoso richiamo per pochi eletti, che un giorno, venticinque anni prima, aveva trattenuto il marinaio – guerriero. Alle undici della mattina, due scialuppe della Washington e un vaporetto sbarcano i reduci dal funerale, intirizziti al molo di La Maddalena.

ottobre

Il notaio di La Maddalena Raimondo Altea, nell’ottobre del 1882, a pochi mesi dalla morte del Generale. Vi sono elencati, tra gli altri beni, anche 3.866 volumi (il cui valore è calcolato in 4.386 lire): “1.175 volumi di autori diversi; un volume grandioso contenente gli ornati, le pareti i pavimenti delle stanze dell’antica Pompei – così riporta l’atto notarile –; un volume atlante del mare Adriatico; 10 volumi di gran lusso sulle antichità di Ercolano; un volume numismatico; 2 volumi in grande della Divina Commedia di Dante Alighieri; un volume in lusso della storia d’Inghilterra con fotografia; il libro della natura di Fenice Schoedler; la vita di Fra Paolo Sarpi; 666 opere di diversi autori fra i quali Tasso, Foscolo, Villani, Ariosto, Alighieri, Dossi. Diverse scritture lettere e corrispondenze col Generale Garibaldi che ritrovate e verificate in mezzo a stampati non hanno rapporto al suo stato patrimoniale, ma contengono memorie, ricordi, note e documenti come si disse di corrispondenza” Nel luglio del 1890, dopo diversi dissapori e liti patrimoniali tra i figli di primo letto di Garibaldi (avuti da Anita Riberio) Menotti, Ricciotti e Teresita e quelli di secondo letto (avuti da Francesca Armosino) Manlio e Clelia, fu approvata una legge con cui la tomba di Garibaldi veniva dichiarata monumento nazionale. Nello stesso anno il Ministero della Marina, in ottemperanza del regio decreto del 3 novembre 1866 che considerava Caprera, posta dinanzi alle Bocche di Bonifacio e al confine francese, necessaria alla difesa nazionale, ordinò che il Genio Militare di La Maddalena provvedesse all’esproprio della parte dell’isola di proprietà di Giuseppe Garibaldi. Nel 1907 vennero dichiarati monumento nazionale anche i terreni, le case e tutto ciò che era appartenuto al Generale: al Ministero della Marina fu demandata la redazione di un inventario di tutti i beni, ma durante la sua stesura ci si rese conto che alcuni oggetti, descritti nell’atto del notaio Altea, non risultavano più presenti. Ricciotti Garibaldi, che aveva avuto accesso alla casa per riordinarla in previsione delle celebrazioni che si sarebbero tenute in occasione del centenario della nascita del padre, si era premurato di inviare alla Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma alcuni cimeli conservati nella “casa museo”, “per la migliore conservazione dei medesimi”. Tra questi figuravano anche “due casse di carte topografiche marittime e militari, altra cassa contenente i libri della goletta Olga – come si legge nella deposizione di Ricciotti agli atti del processo intentato nei suoi confronti da Francesca Armosino e Clelia nel 1909; album così detto dei Mille che però credo contenesse poco più di ottocento ritratti; due volumi di conti di casa ed altri affari del Generale Garibaldi ed altri fogli volanti”. A seguito di quelle vicende giudiziarie Ricciotti fu definitivamente estromesso da Caprera, mentre la Armosino e Clelia si dichiaravano proprietarie dei beni appartenuti a Giuseppe Garibaldi e quindi legittimate a disporne. Così nel 1916 ne firmarono la cessione allo Stato, con la vendita della proprietà e la donazione degli oggetti personali del Generale. In questa circostanza fu compilato un inventario particolareggiato dei libri, che furono catalogati e collocati in appositi scaffali a vetri: “come tutti gli altri cimeli conservati nel museo – si legge in una relazione postuma inviata dal sovrintendente dei beni di Caprera al Ministero della Pubblica Istruzione, per la compilazione delle statistiche delle biblioteche per il 1950 – non vengono per nessun motivo rimossi e ciò ad evitare deterioramenti, smarrimenti o manomissioni”. Da un esame dei volumi presenti nel Museo si rileva che nel corso del tempo essi sono stati sottoposti a diverse fasi di inventariazione (quasi tutti gli esemplari presentano sulle coperte etichette di piccolo formato recanti dei numeri manoscritti e ulteriori numerazioni con matite rosse e blu sui frontespizi) ma, nella maggior parte dei casi, gli inventari corrispondenti non sono oggi reperibili, sicchè una stima del nucleo originario dei libri appartenuti a Garibaldi non è più possibile. In un verbale di consegna Degli oggetti, dei cimeli esistenti nella casa ed adiacenze ove dimorò il generale Giuseppe Garibaldi a Caprera, stilato nel giugno del 1933 per il Comando Militare Marittimo di La Maddalena, da Nicolò Calaresu, sovrintendente del Museo, si dichiara che “nel primo scompartimento a sinistra” della “Casa di ferro”, sono presenti “uno scaffale a libreria con porte a vetri e uno scaffale con porta di legno nella parte posteriore e con la porta a vetri nella parte superiore”; in nota si riferisce che “in questi due scaffali sono custoditi n. 4.499 libri diversi, come da apposito registro a parte”. Anch’esso non è stato reperito. “Il Generale Giuseppe Garibaldi non ha mai posseduto una biblioteca e questo lo dice anche l’unica figlia ancora vivente – così il 29 luglio 1951 risponde Calaresu al Ministero della Pubblica Istruzione –. I suoi libri li teneva sparsi un po’ dappertutto e quando morì la famiglia li conservò in Museo assieme agli altri cimeli. Non contengono autografi né annotazioni di nessun genere”: per cui, conclude laconico il sovrintendente, “si omette la compilazione e l’invio a codesto Ministero dei prospetti” richiesti. Nel 1888 Francesca Armosino aveva acquistato una villa ad Ardenza (Livorno), seguendo il desiderio espresso dal marito morente di stare vicino al figlio Manlio che desiderava iscriversi alla Regia Accademia Navale. Nel corso degli anni confluirono da Caprera a Villa Francesca anche diversi libri, che nel 1954 Clelia (divenutane unica depositaria dopo la morte della madre) volle donare al Comune di Livorno ed in particolare alla Biblioteca Labronica. In questo modo 530 volumi costituirono il primo nucleo del “Dono di Clelia Garibaldi”. In un secondo tempo la Labronica, ottenuta una sovvenzione dal Ministero della Pubblica Istruzione, acquistò tutti gli altri volumi che Clelia aveva fatto trasportare a Livorno: altri 673 esemplari andarono così ad aggiungersi alla donazione originaria. Si tratta di “opere ragguardevoli per rarità e rilegature artistiche, edizioni cinquecentine, libri del tardo settecento resi preziosi da dediche autografe di autori celebri o di nomi famosi nella storia e nell’arte”, si legge nella relazione di Elisa Botti, allora responsabile della Biblioteca. A completare il quadro delle vicende della biblioteca di Garibaldi andrà precisato che, secondo diverse testimonianze, Clelia aveva l’abitudine di regalare a chi andava a visitarla a Caprera scritti, oggetti e volumi appartenuti al padre. Nel 1975, con l’istituzione del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, le competenze relative al Museo di Caprera, soprattutto per interessamento dell’allora ministro Giovanni Spadolini, passarono alla Soprintendenza ai Monumenti della provincia di Sassari. Anche in questa occasione fu compilato un elenco dei volumi conservati nel Compendio con presa in carico dei libri e apposizione di timbri di appartenenza e numeri di inventario. L’inventario manoscritto registra 2.382 titoli, che comprendono i volumi appartenuti a Garibaldi, cioè editi prima del giugno 1882, e quelli appartenuti ai discendenti, in modo particolare alla figlia Clelia (scomparsa nel 1959). Dal maggio del 1999 si sta procedendo al recupero dei 2.700 esemplari superstiti – libri, riviste ed opuscoli – che giacevano in casse di cartone all’interno della cosiddetta “Casa di ferro”, con seri pericoli di degrado per il loro stato di conservazione: la maggior parte degli esemplari era già stata intaccata da roditori e presentava un notevole deterioramento dovuto all’alto tasso di umidità a cui erano stati sottoposti nel corso degli ultimi venti anni. Separati i libri appartenuti a Giuseppe Garibaldi da quelli di proprietà dei discendenti, è ora chiaro che Clelia ha donato e poi venduto alla Labronica gli esemplari più significativi e di maggior pregio della biblioteca paterna: a Caprera restano soprattutto libri in brossura, gli Atti Parlamentari ed una grandissima quantità, circa il 70% dei titoli, di opuscoli di vario argomento, che presentano un notevole interesse come testimonianza della circolazione delle idee nell’ambiente pre e post-unitario. A differenza del fondo conservato a Livorno, che nel corso degli anni è stato consultato da diversi lettori, per cui non è possibile stabilire se evidenziature o aperture di pagine intonse o segnalibri siano originali, quello di Caprera può dirsi quasi interamente rispondente allo stato in cui si trovava quando Garibaldi era ancora in vita. In coda agli inventari ritrovati viene registrata la presenza di pacchi di pagine e fogli volanti appartenuti a libri incompleti o deteriorati. Un lavoro quasi certosino di ricostruzione ha permesso di restringere a sole otto le pagine non attribuibili ad un titolo specifico. Da un punto di vista tecnico il risultato del lavoro catalografico, eseguito per ora solo sui volumi antecedenti il giugno 1882, è una scheda descrittiva molto particolareggiata in cui vengono riportate notizie anche sullo stato di conservazione dell’esemplare, sulle dediche autografe e a stampa, sulle annotazioni a margine, sulla presenza all’interno di biglietti da visita, di segnalibri, di fogli, di ex libris, di note di possesso e di ogni altra notizia utile per portare in luce le modalità della sua ricezione. Questa operazione garantisce che gli esemplari presenti nel fondo (né rari, né di particolare valore, e perciò reperibili in copia e consultabili presso qualsiasi biblioteca di conservazione) vengano preservati da successive manipolazioni. A questo scopo è in progetto la digitalizzazione di tutte le dediche manoscritte. Il lavoro di recupero, oltre a rendere fruibile agli studiosi di storia del Risorgimento questo patrimonio, non potrà che giovare alla ricostruzione degli interessi e delle letture che Garibaldi coltivò nel periodo precedente il suo arrivo a Caprera e durante la permanenza nell’isola e a precisare ulteriormente una larga serie di rapporti con personaggi della politica nazionale e internazionale che continuò a mantenere anche dal suo volontario “esilio” nell’isola. Antonino Abate, repubblicano di tendenza mazziniana ed affiliato a società segrete, gli mandava tutti i suoi poemetti; socialisti e democratici come Vincenzo Moscatelli, Leone Mocci, Mario Rapisardi, Alberto Mario, Mauro Macchi, Quirico Filopanti, Antonino De Bella, Giovanni Bovio e Cesare Aroldi non mancavano di inviare a Garibaldi i loro saggi, non solo politici, ma anche letterari e scientifici, corredandoli di dediche autografe; donne impegnate politicamente come Anna Maria Mozzoni, tra le prime propugnatrici dell’emancipazione femminile in Italia, e Alaide Gualberta Beccari, direttrice del periodico filosocialista “La Donna”, giornaliste che erano state ospiti a Caprera, come Jessie Withe Mario e Louise Colet, continuarono ad inviargli nel corso degli anni le loro pubblicazioni. Ammiratrici straniere, tra cui emergono la colta nobildonna inglese Emma Roberts, la principessa russa e scrittrice Dora d’Istria, la storica inglese Emma Blyton e l’amata letterata tedesca Maria Speranza von Schwartz (che nel 1861 pubblicò sotto il nome d’arte Melena Elpis la traduzione tedesca delle sue memorie), contribuirono ad arricchire la biblioteca di Garibaldi non solo con i loro scritti, ma anche con libri che ritenevano potessero interessarlo. Personaggi che avevano combattuto a fianco del Generale si sentirono in obbligo, una volta tornati alla vita quotidiana, di dedicargli i propri scritti: primo fra tutti il tenente Enrico Albanese, suo medico personale, seguito dal memorialista dei Mille Giuseppe Bandi, dal caporale Giuseppe Barberis, dall’agrimensore Paolo Bovi, da Andrea Canini, autore tra l’altro della popolare Addio mia bella, addio, da Salvatore Pastiglia e Luigi Orlando, due degli organizzatori della spedizione dei Mille, dai letterati Riccardo Ceroni e Nicola Palermo, dall’ingegnere idraulico Giovanni Falleroni e dal conte Tito Livio Zambeccari, suo compagno di lotte nella guerra del rio Grande do Sul. Nella biblioteca sono conservati testi in diverse lingue. Garibaldi – è noto – parlava perfettamente cinque lingue: oltre all’italiano e al francese, in America Latina aveva imparato ad esprimersi in spagnolo e in portoghese, ed i suoi biografi sostengono che parlasse anche un ottimo tedesco. Lui stesso si rammaricava di non conoscere l’inglese, ma pare non facesse molto per impararlo: le grammatiche conservate nella sua libreria sono infatti tutte intonse. Interessante è la presenza, nella biblioteca, di opere di ispirazione anticlericale, come Jésus devant l’histoire n’a jamais vécu di Louis Ganeval del 1874 o l’anonimo Le Maudit messo all’indice appena edito nel 1864. Tra le opere straniere emergono gli scritti dell’esule russo Alekandr Ivanovic Herzen e della celebre “infermiera” Florence Nightingale, conosciuti a Londra rispettivamente nel 1864 e nel 1874, del generale austriaco Franz Kuhn, suo avversario nella battaglia di Bezzecca, del massone e comunardo Hector France, del filosofo politico Eugenio García Ruiz e della pedagogista Augustine Girault, che nel 1869 invierà una sua pubblicazione dedicandola “aux petits infants du Général Garibaldi”. Curioso è il fatto che nella biblioteca restino solo pagine sparse di settimanali: a Caprera era radicata l’abitudine di pranzare sui giornali (che per altro arrivavano “a mucchi”) al posto della tovaglia. A riprova dell’uso che veniva fatto dei rotocalchi, in un deposito del Museo, situato dietro la stalla, si trova conservato un parafiamme da caminetto interamente rivestito con illustrazioni ritagliate da giornali del tempo e raffiguranti episodi della vita di pace e di guerra di Garibaldi. La presenza nel fondo di testi di argomento militare strategico, opere sulle armi da fuoco, sulle tattiche, carte geografiche e topografiche dei luoghi delle sue battaglie è data quasi per scontata tra le letture di un grande condottiero. Compatibile è anche la serie dei 38 volumi degli Atti Parlamentari e gli opuscoli di discorsi dei deputati e senatori sia dello schieramento governativo sia soprattutto dell’opposizione, come Federico Seismit-Doda, Pietro Sbarbaro, Medoro Savini, Giuseppe Sanna-Sanna, Adriano Mari, Davide Levi, Angelo Giambastiani, Pietro Leali, Agostino Magliani, Quintino Sella e molti altri. Insieme al conte fiorentino Francesco Aventi Garibaldi aveva elaborato nel 1870 un progetto di colonizzazione della Sardegna che prevedeva un piano di bonifica per risanare i terreni infestati dalla malaria attraverso un vasto programma di lavori idraulici. Nel 1874, da deputato, Garibaldi si occupò anche della bonifica dell’agro romano e preparò un progetto per la navigabilità del Tevere che avrebbe poi sostenuto alla Camera. Questi obiettivi giustificano la presenza nella biblioteca di un alto numero di pubblicazioni di idraulica, di relazioni e progetti su opere di bonifica già attuate in altre parti d’Italia e di trattati di medicina sulla malaria. Un numero considerevole di libri di matematica, astronomia, geografia e diritto commerciale va ricollegato invece al fatto che la conoscenza di queste discipline era necessaria per il conseguimento del diploma di capitano della marina. Del resto la padronanza della matematica tornò utile a Garibaldi quando, trovandosi per brevi periodi a dover escogitare qualcosa per guadagnarsi da vivere, in particolare a Costantinopoli nel 1828 ed in America Latina nel 1841, insegnò aritmetica nelle scuole[21]. L’astronomia divenne poi un suo hobby, tanto che a fianco della casa di Caprera costruì una capanna da utilizzare come osservatorio. Quando nel 1831 fu giustiziato il patriota modenese Ciro Menotti, Garibaldi si trovava imbarcato su una nave mercantile in navigazione nel Mar Nero: questa notizia lo turbò profondamente, tanto che appena raggiunse un porto italiano cercò libri ed opuscoli rivoluzionari che lo informassero sui martiri e sulle motivazioni del loro impegno politico. Le esecuzioni del 1833 dei patrioti in Piemonte furono quelle che, secondo Jessie White Mario, lo portarono ad abbracciare le idee mazziniane. Nel 1833 Garibaldi venne a contatto con il socialismo saint-simoniano, di tendenza pacifista, nato all’inizio del XIX secolo in contrapposizione a quello rivoluzionario di Babeuf e di Buonarroti. Già nel 1828, quando si trovava in viaggio verso Costantinopoli, David Barrault, deputato liberale al Parlamento francese, gli aveva donato la propria copia de Il nuovo cristianesimo di Saint Simon, che Garibaldi conservò per tutta la vita. A Rio de Janerio nel 1844 Garibaldi strinse un altro legame destinato a durare tutta la vita: si affiliò alla massoneria. Dopo il 1860 fu eletto Gran Maestro onorario dei Massoni d’Italia e membro sempre onorario di molte logge italiane. Nel fondo, oltre a parecchi numeri del “Bollettino del Grande Oriente della Massoneria in Italia”, figurano titoli di Lewis Hayden, Luigi Stallo, Carlo Sperandio, Camillo Finocchiaro Aprile, Raffaele Scarrozza, Bartolomeo Odicini (direttore dell’Hospital de la Legion italiana a Montevideo nel 1843 e medico della famiglia Garibaldi) e altri teorici della massoneria internazionale. Non dimentichiamo che i circoli massonici e le società operaie contribuirono notevolmente a dare impulso alla raccolta dei fondi che avrebbero reso possibile la ripresa del patriottismo attivo dopo il 1861: così statuti e regolamenti di società di mutuo soccorso ed operaie, a cui Garibaldi aderiva in genere in qualità di socio onorario, appaiono copiosi nei suoi scaffali, talvolta personalizzati per il patriota nizzardo con dediche incise in oro sulle coperte. Numerose sono anche le pubblicazioni il ricavato delle cui vendite sarebbe andato a favore di asili infantili, di danneggiati da catastrofi naturali e da guerre, e per l’acquisto di armi. Anche se ne restano pochi titoli nella biblioteca di Caprera, gli autori classici e anche i grandi narratori romantici interessarono Garibaldi. Tra i romanzi primeggiano le opere di Alessandro Dumas, assieme a quelle di Victor Hugo, a cui tra l’altro aveva dedicato il suo lungo Poema autobiografico in versi. Dante, Leopardi, Alfieri e Tasso furono forse le sue letture predilette, accanto a parecchi volumi di narrativa straniera. Significativa è la presenza di una cinquantina di titoli della “Collection of British authors” nell’edizione tedesca di Lipsia interamente donatagli dal colonnello John Chambers e dalla moglie Emma, amici di Clara Emma Collins (proprietaria di una parte di Caprera), quando nel 1862 si trattennero a lungo nell’isola, durante la convalescenza dell’eroe, per cercare di convincerlo a tornare in Inghilterra. Nella biblioteca del Generale figurano anche diverse opere di autori sardi. All’isola Garibaldi era legato sia come deputato (era stato eletto al Parlamento Subalpino anche nella circoscrizione di Ozieri) sia come cittadino onorario di Sassari (l’onorificenza gli venne conferita dal sindaco Simone Manca di Mores nel 1861). Probabilmente fu il senatore Giovanni Spano, canonico e professore all’università di Cagliari, di orientamento liberale, ad inviargli il catalogo del regio Museo archeologico di quella città. Giovanni Battista Tuveri, singolare figura di democratico e pensatore politico sardo, gli fece forse pervenire il suo Della libertà e delle caste del 1871. Fra gli altri autori figurano l’impresario Luigi Falqui Massidda con la sua Illuminazione della città di Cagliari del 1877; il deputato liberale cagliaritano Giovanni Siotto Pintor con l’opuscolo su I vantaggi dell’alleanza italo-prussiana del 1867 e il trattato del 1873 di Giacomo Messedaglia Sulla distruzione delle cavallette in Sardegna, che gli tornò sicuramente utile per la sua attività di “agricoltore”. Se nei documenti e nei censimenti Garibaldi si qualificava “agricoltore” non si deve pensare ad una civetteria. A Caprera aveva creato una piccola azienda autosufficiente che bastava a sostenere una modesta comunità, al centro della quale era la sua famiglia. Lezioni di agricoltura pei contadini con molte figure nel testo, Lo stato e l’allevamento equino, un opuscolo sulla produzione del ghiaccio artificiale, il Trattato completo di agricoltura compilato dietro le più recenti cognizioni scientifiche e pratiche dell’agronomo Gaetano Cantoni sono presenti in catalogo assieme all’Istruzione pratica sul modo di fare il vino e conservarlo, al manuale per La cultura e l’astrazione dell’olio dall’arachide, all’opera di Giuseppe Piccaluga sull’arboricoltura sarda edita a Cagliari nel 1862, e a molte altre pubblicazioni che restano a testimonianza del grande lavoro con cui Garibaldi trasformò Caprera impiantandovi vigneti, oliveti, alberi da frutto ed allevando bestiame. Quando nel 1863 andò a trovare Garibaldi a Caprera, Michail Bakunin osservò i componenti della comunità “mentre lavoravano i campi in giacca di tela dal colletto aperto e camicia rossa, o macinavano il grano, o riposavano stesi sulle rocce in pose pittoresche”: “il modello di una repubblica democratica sociale, quasi un’eco (nell’anima ottocentesca il romanticismo era duro a morire) dell’isola del pirata nel Corsaro di Byron”.