Correva l’anno 1907

Nel 1907, cessata l’attività dei servizi postali marittimi della “Navigazione Generale Italiana”, i cui grandi piroscafi Adriatico, Africa, Candia Egitto e tanti altri facevano scalo a La Maddalena con frequenza settimanale, potenziato lo scalo di Golfo Aranci, ove confluivano le strade ferrate della Sardegna, i trasporti marittimi furono assegnati all’Esercizio Navigazione delle Ferrovie dello Stato.

5 febbraio

Nasce a La Maddalena, Mario Baffico. Regista cinematografico. Esordì`nel giornalismo cinematografico scrivendo alcuni fortunati saggi; a partire dal 1938 si impose all’attenzione generale dirigendo alcuni film tra cui Terra di nessuno, Amanti senza peccato e Trent’anni di servizio. Fu anche abile documentarista e tra i primi a organizzare i cineclub in Italia. Tra i suoi scritti principali, Profili di Hollywood. Dei e semidei del ’900, 1930.

21 marzo

Nasce alla Maddalena, Giuseppe Branca. Lasciò l’isola giovanissimo, per gli studi superiori a Roma dove si laureò in Giurisprudenza. È stato docente universitario di Diritto Romano all’Università di Urbino dal 1934 al 1937, insegnò negli atenei di Messina, Trieste, Bologna, Padova, Modena e Roma. Nel 1959 venne nominato giudice della Corte Costituzionale, della quale è stato presidente dal 1969 al 1971. Nello stesso anno è stato eletto senatore della Repubblica nelle liste della Sinistra Indipendente. Con Antonio Scialoja, nel 1943 ha pubblicato il Commentario del Codice Civile ed il Commentario della Costituzione. È scomparso nel 1987 all’età di 80 anni. Giuseppe Branca è sicuramente da annoverare tra i figli più illustri dell’Isola. Il legame con La Maddalena è sempre rimasto vivo anche per via dei parenti qui rimasti e qui passava, con la famiglia, le vacanze estive. Era zio dell’avvocato Giancarlo Maniga (in quanto fratello della madre Angela Branca), noto penalista del foro di Milano, anche lui molto legato all’Isola. (Giuseppe “Peppino” Branca, da studente universitario – come tutti – fu iscritto ai GUF. Poi senatore indipendente del P.C.I. e Presidente della Corte Costituzionale. Alla sua nomina a giudice costituzionale il settimanale “Il Borghese” sollevò il problema per cercare lo scandalo. I suoi amici e coetanei di La Maddalena, su iniziativa di Giocondo Giagnoni fecero una lettera smentendo i “trascorsi” giovanili e ( sic! ) garantendo sulla sua,da sempre, fede antifascista. Non vuole essere dietrologia, ma semplice storia, aneddoto di un concittadino diventato, grazie al suo valore, famoso e ammirato. cit M. Serra)

14 aprile

La Casa di Garibaldi ed il terreno adiacente vennero dichiarati Monumento Nazionale ed il Ministero della Marina Militare ne assunse la custodia. A Caprera fu inviato un apposito distaccamento Militare di marinai per curare l’ordine della zona e per assicurare la Guardia d’onore alla Tomba dell’Eroe. Lo stesso anno, il distaccamento Militare ebbe in dotazione dalle Poste Italiane un regolare timbro postale, un “cerchio grande con stella”, con la denominazione “CAPRERA”. Questo veniva usato per bollare tutta la corrispondenza (in massima parte cartoline) imbucata nella cassetta, sita nei pressi dell’ingresso alla Casa di Garibaldi, e quindi consegnata all’ufficio postale di La Maddalena, che provvedeva all’inoltro a destino, in quanto l’isola di Caprera non aveva mai avuto un proprio ufficio postale.

22 maggio

La Nuova Sardegna pubblica un’articolo dove alcuni parlamentari proponevano anche delle tombole per contribuire alla nascita dell’ospedale Giuseppe Garibaldi.

23 maggio

Una lettera diretta del sindaco Luigi Alibertini al generale Ricciotti Garibaldi, figlio dell’Eroe; Era l’anno di un’altro centenario, quello della nascita dell’esule di Caprera e la cittadinanza si preparava a celebrarlo con grande solennità. Mentre il centenario del 1982 non ha lasciato alcuna traccia, i maddalenini, nella ricorrenza di quel 4 luglio si apprestavano ad inaugurare a Cala Gavetta la “Colonna Garibaldi”, un monumento eretto con i fondi di una spontanea sottoscrizione, senza l’apporto di denaro pubblico, anche se il primo sottoscrittore, con la somma di mille lire, fu S.M. Vittorio Emanuele III. La colonna doveva essere realizzata con il granito delle cave di Cala Francese, donato da Attilio Grondona, ed eretta con mezzi forniti dal contrammiraglio Bianco, con la direzione gratuita di Pietro Frau. Ma anche a quei tempi nella vita politica locale serpeggiavano i soliti giochi di corridoio. Alibertini, notoriamente massone, ma sindaco di provata capacità e rettitudine, era seriamente preoccupato per le sorti dell’amministrazione comunale e non tanto come egli stesso ci spiega, perché avrebbe perso la sua poltrona, quanto per altre ragioni di opportunità che imponevano almeno una protrazione della sua decadenza affinché in quella solenne occasione la cittadinanza venisse rappresentata da un sindaco e non da un asettico burocrate. Nella lunga lettera diretta a Ricciotti, dopo i convenevoli di pragmatica e dopo aver assicurato il generale del suo interessamento alle istanze avanzate per l’erezione di un ospedale intitolato a Garibaldi, così caldeggiava il mantenimento della sua carica: “Ed ora, egregio generale, mi permetta di esporle in brevi cenni come stiasi affermando la voce di un probabile scioglimento del Consiglio Comunale ed una conseguente venuta di Regio Commissario. Niente ho da rimproverarmi e la mia onestà è superiore a qualunque provvedimento di tal genere: duolemi soltanto che nella ricorrenza delle prossime feste centenarie sia tolto all’amministrazione il diritto di rappresentanza che naturalmente non potrebbe incarnare il sentimento sincero della cittadinanza con il Regio Commissario. La prego perciò di assumere informazioni su quanto Le ho esposto, e vedere di far arrestare ogni provvedimento in proposito. Col di Lei valido ed efficace intervento, questo mio desiderio potrebbe appagarsi”. E il desiderio di Alibertini venne appagato. Il 4 luglio 1907 rappresentò la cittadinanza alle manifestazioni centenarie inaugurando, al termine di un solenne discorso tenuto dallo scrittore Sebastiano Satta, la Colonna Garibaldi, con il grande medaglione in bronzo dello scultore Gallori, che da allora sfida il ponente di Cala Gavetta. Ma fu il canto del cigno: l’amministrazione Alibertini fu sciolta a fine anno e subito dopo venne…il Regio Commissario.

2 giugno

Fra le tante iniziative intraprese a La Maddalena nel 1907 per celebrare il centenario della nascita dell’Eroe dei due Mondi, una delle più importanti e certamente la più positiva per la comunità maddalenina fu la creazione dell’ospedale “Giuseppe Garibaldi” voluto da Donna Costanza, consorte del generale Ricciotti, che a tal fine aveva creato un apposito comitato per la raccolta di fondi e per il reclutamento dei volontari, dopo che non aveva avuto seguito una proposta di legge presentata dal deputato della Gallura Giacomo Pala con la quale si voleva indire una lotteria nazionale da un milione che avrebbe procurato un utile di tre o quattrocentomila lire per finanziare l’opera. Il comitato di dame era composto, oltre che da Costanza, dalle figlie Anita Italia e Rosa Garibaldi e dalle signore Battistina Masu, Maddalena Larco, Eleonora Casanova, Maria Zonza, Anna Maria Lantieri, Paolina Albano, Giovannetta Ajassa, Egeria Bargone, Nina Tanca, Fortunata di Dadea e Luigia Grondona. Al comitato aderirono anche le consorti di quasi tutti gli ufficiali superiori della Marina, le signore Princivalle, Magliocco, Moro, Cappelletto, Aguiari, D’Ippolito, Coccu Ortu, Arcadipane, Abbamondi, De Conciliis e Giova. Una lettera del 30 giugno 1907 diretta a donna Costanza dal sindaco Luigi Albertini ci offre l’opportunità di conoscere la data esatta della posa della prima pietra e della nascita del primo presidio ospedaliero civile dell’isola. Scriveva il sindaco: “Alla chiarissima Signora Costanza Garibaldi, Colla posa di questa pietra, io traggo sincero augurio che, mercé l’opera del nobile comitato costituitosi, al più presto sorga il pio istituto a lenire le sofferenze degli umili e dei diseredati: e ne è cosa più sicura nel nome Sacro che porta, specchio di civile progresso e di umanità. W.Garibaldi”. Siamo appena all’inizio del secolo; in Gallura e nell’intera Sardegna pochi centri, anche più grandi di La Maddalena, che già godeva di un presidio ospedaliero militare, avevano la disponibilità di un ospedale sia pure di modeste dimensioni. Questa struttura veniva qui invece creata con parziale intervento delle finanze statali e con le offerte volontarie che nel nome di Garibaldi non mancarono di arrivare, anche da parte della massoneria. Dopo la posa della prima pietra, avvenuta, come abbiamo visto, in giugno, i lavori procedettero con alacrità e nel novembre dello stesso anno, sebbene non fossero completi, l’ospedale entrava in funzione. E’ ancora il sindaco Alibertini, il 5 novembre 1907, ad inaugurare ufficialmente l’ospedale con il seguente discorso rivolto al Comitato e alle autorità intervenute: “Signore, Signorine gentilissime, Egregi Signori, Più nobile, più generosa, più umana non poteva essere l’iniziativa e l’idea concretata dalla Gentil Donna Costanza Garibaldi per la istituzione di un ospedale a La Maddalena. Un plauso generale ed un sentimento di riconoscenza verso colei che tanto adoprossi per la riuscita della buona opera. La Maddalena sentiva il bisogno di avere un pio istituto ove si raccogliessero gli ammalati poveri e tale bisogno fu colmato dall’incessante opera di Donna Costanza alla quale porgo come capo dell’amministrazione comunale i sensi della mia più viva gratitudine. Quando il pensiero umano è rivolto con tanta nobiltà verso i derelitti, e si compie quel dovere sociale per cui si vuole che gli uomini siano tutti fratelli, in guisa che l’opera dell’uno riesca proficua all’altro, quando, dico, si è espletata questa giusta fusione, si ha pure diritto, Donna Costanza, all’universale riconoscenza. E questa mia riconoscenza io manifesto oggi a nome della popolazione maddalenina mandandovi un reverente saluto, che si confonde in questo istante con le benedizioni che vi rivolgono gli abbandonati dalla fortuna, tributando meritati elogi ai componenti del Comitato. Dichiaro aperto fin da questo momento questo Ospedaletto provvisorio”. Due anni dopo, superate le lunghe trafile burocratiche, con Regio Decreto del 13 giugno 1909, firmato da Vittorio Emanuele III e dal ministro Giovanni Giolitti, l’istituzione veniva eretta ad Ente Morale e ne veniva riconosciuto lo statuto composto di 25 articoli. I primi dieci punti riguardano le origini, lo scopo ed i mezzi dell’istituzione. Apprendiamo da essi che l’iniziativa di Donna Costanza, che aveva voluto dare attuazione ad un desiderio espresso da Garibaldi prima di morire, nasceva con il concorso dello stato, delle autorità locali e dei cittadini, ed aveva come scopo primario “…il ricovero, cura e mantenimento gratuito, nei limiti dei propri mezzi, degli infermi poveri di ambo i sessi dimoranti a La Maddalena e nella Gallura, i quali non abbiano congiunti tenuti per legge a provvedere alla loro sorte o in grado di poterlo fare”. Nell’ospedale potevano essere ammessi “…malati non poveri, salvo il pagamento delle rette da determinarsi dall’amministrazione, con l’approvazione della commissione provinciale di beneficenza”. Il carattere laico dell’istituzione emergeva chiaramente dall’art. 9 dello statuto ove era stabilito che “…nessun culto può essere imposto ai ricoverati” e che “essi possono farsi assistere dai ministri del culto al quale appartengono”. L’opera dell’ospedale nei confronti dei poveri, inoltre, non si limitava alle sole cure, ma si estendeva ad una vera e propria attività sociale. Difatti, l’art. 10 prevedeva: “…l’amministrazione informa le società di patronato, che esercitano la loro azione nel comune, quando entrino in convalescenza i ricoverati appartenenti alle categorie o di persone a favore delle quali l’azione si esplichi, ed indirizza i ricoverati alla società stessa all’uscita dall’ospedale”. L’espresso richiamo nello statuto alla libertà di culto offerta ai ricoverati trova certamente origine nei timori che erano sorti sin dal momento in cui donna Costanza aveva manifestato la sua iniziativa. Essendo essa protestante e il marito anticlericale si temette che nell’ospedale non sarebbe stata permessa la libertà di culto. In una lettera a lei diretta nel maggio del 1907, Bice Annoni Gabiati, a nome della Società delle Dame di Carità, aveva così manifestato tale perplessità, chiedendo “…se verrà in detto ospedale rispettata la libertà in fatto di religione e se gli ammalati dietro spontanea richiesta potranno ricevere i conforti religiosi”. Nella stessa lettera la Gabiati invitava dunque Donna Costanza a dare assicurazioni scrivendo alla presidentessa della Società Maria Nunzia Viggiani. La risposta di Costanza, in data 7 maggio 1907, fu tale da fugare ogni dubbio: “Gentilissima signora Viggiani, Ricevo oggi una lettera della signora Bice Annoni Gabiati nella quale questa gentile signora mi chiede se nell’Ospedale che presto speriamo potrà agire in Maddalena sarà rispettata la libertà di religione e se gli ammalati dietro spontanea richiesta potranno ricevere i conforti religiosi. Veramente mi sarei quasi offesa per un simile dubbio se non mi fossi ricordata che il nome che io porto per ragioni politiche nelle quali certamente non entra la beneficenza poteva prestarsi a qualche simile supposizione. Invece sono grata alla signora Bice che mi dà occasione di dichiarare formalmente che per quanto dipende da me e da mio marito noi crediamo e sosteniamo che assoluta libertà deve essere data a qualunque credenza religiosa di esplicarsi come meglio crede. E in questo senso e quantunque io sono protestante …spero che il Rev. Sig. Parroco vorrà con ogni formalità benedire la posa della prima pietra in nome della cristianità che noi tutti professiamo”. E don Vico, ben districandosi fra un sindaco massone e una promotrice protestante, benedisse la posa di quella prima pietra. Il presidio sanitario di Costanza Garibaldi svolse la sua attività per oltre un trentennio barcamenandosi fra mille difficoltà; più volte rischiò la chiusura per mancanza di fondi ed ogni volta, grazie alla generosità della gente, riuscì a sopravvivere anche se, come al solito, non mancarono le critiche nei confronti della benefattrice che alcuni maldicenti accusarono di lucrare sulle donazioni ricevute. Svolse la sua opera nell’assistenza ai reduci della guerra di Libia del 1911 e di quella mondiale del 15-18. Abbiamo avuto modo di vedere, pubblicato a stampa nel 1928, il bilancio relativo al periodo dal 1° luglio 1926 al 31 dicembre 1927. Ben 2084 persone si avvalsero dell’opera Ospedaletto con 978 medicazioni, 126 operazioni di chirurgia, 54 interventi di medicina e numerose altre prestazioni. Negli anni successivi l’attività dell’ospedale, sebbene meno intensa fu comunque fattiva. Nei bilanci degli anni 1935, 1936 e 1937, gli interventi registrati furono, rispettivamente, 1151, 1260 e 1063. In quegli anni svolsero la loro opera, alternandosi nelle prestazioni, i medici militari ten. col. Germani, i capitani Maria, Amato, Moire, Guado, Finamore, Vaccari (ostetrico) e Massaro, i tenenti Palmas, Scandone e Macciocco ed ininterrottamente il ten. col. dott. Tallarico, chirurgo, che aveva assunto la direzione sanitaria. Dal 1928 al 1937, infermiera e direttrice dell’istituzione, impegnata a tempo pieno, fu la signora Ines Teodori, l’unica, unitamente ad un inserviente a percepire un salario; nei bilanci dell’ospedale, sorto all’insegna del volontariato, non appaiono altre spese per prestazioni professionali e occasionali. La Teodori era stata preceduta nella direzione dell’ospedale dalla scozzese Catherina Macpherson, già appartenente al servizio “nursing” dell’esercito inglese, fatta venire da donna Costanza. La popolazione maddalenina non mancò mai di soccorrere e aiutare i degenti con offerte e donazioni e tutto veniva sempre annotato con ordine e meticolosità. Fra le tante offerte troviamo infatti annotate perfino di fichi d’india fatti pervenire da Angela Caucci, un chilo di paste dolci fatte in casa di Maria Rozzo e panettone a Natale e zucchero e caffè a Pasqua di Maddalena Larco. Nel 1935 il comitato di patronato era composto dalle signore Paolina Zonza, Clelia Moriano, Maria Ferracciolo, Anna Maria Monteroso, Clotilde Cateni, Lina Zonza e Maria Lena. Del consiglio d’amministrazione, presieduto da donna Costanza, facevano parte Nina Tanca, Maddalena Larco, Rosa Garibaldi e Annita Italia Garibaldi. I bilanci, oltre alle donazioni di medicine e di prodotti medici e paramedici, riportano, fra le offerte pervenute, la somma di £. 5.000 da parte di Benito Mussolini (che l’11 novembre 1932 visiterà l’ospedale) e altre offerte in denaro da parte di Ottavio Scattini, Miss Frances Miller, Host Venturi, Ernst Hoperkraft, Mariane Kennedy e tanti altri tra cui molti anonimi. Puntuali poi i versamenti delle quote delle signore del Comitato, variabili dalle 10 alle 30 lire. A chiusura della relazione morale dell’anno 1937, donna Costanza volle ricordare la presenza nell’ospedale di due persone: Don Salvatore Capula, parroco da pochi anni, che “…affettuosamente accorre per le cure spirituali dei ricoverati”, e di Eugenio Callai, singolare personaggio che molti vecchi maddalenini ancora ricordano, ospite fisso con una retta a carico dell’Associazione Volontari Garibaldini, che volle vivere gli ultimi anni della sua vita ed infine concluderla accanto al suo Generale. La sua costante presenza, della quale è bene rinnovare il ricordo quale esempio di grande fedeltà, è così descritta da donna Costanza: “Trovasi ricoverato, sempre ospite graditissimo, il Signor Eugenio Callai, reduce della gloriosa falange garibaldina, di 94 anni, che apporta con la sua Camicia Rossa una continuità del pensiero del grande Duce, che tanto ebbe a cuore i sofferenti, ricordando ai posteri che se questo ospedale è sorto con il concorso di anime generose, è anche sotto la guida spirituale di Giuseppe Garibaldi di cui porta il nome. Questo vecchio garibaldino onorato dal popolo e dalle autorità regolarmente, tempo permettendolo, monta di guardia alla tomba dell’Eroe dei Due Mondi che riposa a Caprera”. L’Ospedaletto, come ancora oggi lo chiamano i maddalenini, fu definitivamente chiuso dopo la morte della sua fondatrice e l’immobile che lo ospitava, prima rimasto inutilizzato e poi occupato da privati, grazie all’opera del sindaco Serra e dei suoi collaboratori, è ritornato ora nel possesso dell’amministrazione comunale che ha voluto perpetuare la sua destinazione originaria installandovi una struttura sanitaria. (A. Ciotta)

29 giugno

Il piroscafo Savoia, proveniente da Civitavecchia con 1.200 pellegrini romani che intendevano rendere omaggio alla tomba di Garibaldi, attracca a Santo Stefano.

1 luglio

La Camera approva il disegno di legge che dichiara monumento nazionale l’isola di Caprera e la casa di Garibaldi.

4 luglio

Il culto civile degli Eroi dell’Umanità, non meno di quello dei Santi della Chiesa, degenera in ipocrisia a misura che la fede sincera operosa s’intiepidisce nel cuore degli uomini. Il culto vero consiste nella imitazione degli esempi che ci lasciarono, nella continuazione del loro apostolato, nel compiere la Santa opera loro, interrotta dalla morte, sovrapponendole il coronamento con cui pensavano di darle fermezza e perfezione di forma.” Queste parole – apparse in un opuscolo distribuito a ricordo del Quinto Pellegrinaggio Nazionale a Caprera il 4 luglio 1907 – possono introdurci allo spirito, alle simbologie e al linguaggio che accompagnarono gite e cortei patriottici lungo i luoghi della memoria risorgimentale durante il periodo liberale. In occasione del centenario della nascita di Garibaldi i maddalenini vollero erigergli una colonna granitica commemorativa proprio all’imbocco del loro amato porticciolo, grandissimo fu l’impegno partecipativo dei maddalenini, molti dei quali prestarono la loro opera gratuitamente. Il monumento fu realizzato con i fondi raccolti mediante una pubblica sottoscrizione che però raggiunse una somma inferiore a quella preventivata; peraltro, ci fu una vera gara di generosità per poter curare la migliore realizzazione dell’imponente opera: i graniti, estratti dalla Cava Francese, furono gratuitamente forniti da Attilio Grondona, il progetto venne redatto, sempre gratuitamente, da Valfredo Vizzotto e la sorveglianza del cantiere fu curata gratuitamente da Pietro Frau.
Il bel medaglione in bronzo che spicca sulla facciata principale, raffigurante Giuseppe Garibaldi, è opera dell’artista Emilio Gallori, la fusione fu eseguita da Giobatta Bastianelli. L’epigrafe sottostante recita: “A GIUSEPPE GARIBALDI / LA MADDALENA / 4 LUGLIO 1907”
Sulla facciata posteriore è presente una targa bronzea con una protome leonina, simbolo della Città, e l’epigrafe che recita: “MUNICIPIO DI MADDALENA / 4 LUGLIO 1907”
Su una facciata alla base del monumento è inciso il nome: “ARCA VIZZOTTO”
Su un’altra facciata, sempre alla base del monumento, è inciso il nome della società del munifico Attilio Grondona: “SOC. ESP. GRANITI SARDI”. Valfredo Vizzotto – Fucecchio (FI) 1880 – Milano 1961-. Vinse nel 1905 il concorso per l’insegnamento del disegno e della calligrafia presso le Scuole Tecniche e fu assegnato alla Maddalena. Qui vi rimase per sei anni, per trasferirsi poi a Cagliari avendo vinto il concorso per gli Istituti Tecnici superiori, curò il rilievo e la ricostruzione progettuale dei maggiori monumenti antichi, tra cui il teatro romano di Nora e l’anfiteatro di Cagliari. Fu incaricato anche dal Re Zog dell’Albania di curare gli arredamenti del palazzo reale e della sua villa privata. Il centenario della nascita di Garibaldi era una ricorrenza troppo importante perché alla Maddalena non fosse degnamente celebrata, dati i legami che Garibaldi aveva avuto con i maddalenini, suoi vicini di casa. Non sappiamo se fu indetto un concorso per la progettazione del da dedicargli, ma fu comunque scelto il progetto del professore della Scuola Tecnica locale, appunto Vizzotto, che propose una colonna di granito alta 17 metri, su un piedistallo adorno di un medaglione con la testa di Garibaldi e sul lato opposto, lo stemma cittadino. L’iniziativa ebbe localmente un favorevole accoglimento, se consideriamo che su un totale di “oblazioni e concorsi” di £ 6.516 i privati e le Associazioni concorsero per £ 1.274,25, i commercianti per £ 822,85 e (stupisce un po’ la dizione) i comunisti di Maddalena per £ 263,90. Il comune aveva stanziato £ 2.500, il Re aveva mandato 1.000 lire ed i Comuni viciniori il resto. (La ‘Colonna Garibaldi’, con una iscrizione dedicatoria in caratteri bronzei a rilievo perfettamente consoni ad un certo gusto tipografico dell’epoca. Sul fianco sinistro del basamento, in basso, vi è la scritta ‘soc. esp. graniti sardi’, incisa nel marmo ad imitazione rudimentale dell’iscrizione in bronzo.)

6 luglio

La Nuova Sardegna pubblica integralmente il discorso che tenne scrittore  e poeta nuorese,  l’Avv. Sebastiano Satta, che tenne il discorso inaugurale, dell’erezione della Colonna Garibaldi, il 4 luglio 1907, nel Centenario della Nascita di Garibaldi. Cittadini della Maddalena! Rappresentanze della Sardegna! Vi è alcuno tra voi che, volto il core alla terra ed alla costa del breve mare ed ai monti di Sardegna, pensi in quest’ora di epopea garibaldina, alle popolose metropoli che oggi nella religione del ricordo gli animi si volgono al nome di Garibaldi? Io credo che alcuno vi sia che senta più di voi in quest’ora solenne: qui è raccolto il possente cuore del popolo, poiché so che il palpito del Mondo è a Caprera, dove Egli visse e morì: né i monumenti di Roma, grande hanno la santità degli scogli di Caprera, dove è l’orma dei piedi di Lui impressa…. “A Caprera, a Caprera, a Caprera, Egli disse, e se morrò lontano portatemi a Caprera e vestitemi di rosso e sul rogo alto, fatto d’acacie, che ardono odorose come l’ulivo, là, non cremato ma bruciato il mio corpo con la faccia rivolta al sole, al soffio aperto dei cieli, come Pompeo!… ..Bene voi, cittadini di La Maddalena avete eretto questo ricordo poiché lo amaste! Voi gli deste ospitalità e quando gli intrighi della forza e della diplomazia lo scacciarono Egli fu qui e a Lui, esule, diede ospizio e schiuse il suo focolare il Sindaco Susini, memore dell’affetto per il figlio suo che fu maddalenino e combatté a Montevideo! … Qui volse la propria tornante col cuore ferito ed il sacco della semente… e qui ancora il pigolare delle due capinere che nel vespero sereno di giugno ne consolarono l’agonia…e qui nella grande ombra stellata fu un convegno di pensieri vigili e sugli scogli al rombo del mare si unì il rombo delle ali delle sue Vittorie … E  vennero non da campi di battaglia infecondi, da combattimenti laceratori del diritto; non da pugne fratricide ed ingiuste, ma dall’America, dalla Lombardia e dalla Sicilia, anelanti libertà! E prima tu o vittoria del Salto di S. Antonio, che cantasti stanotte l’inno tuo sulla grande sepoltura, recando fiori delle Pampas… e nel nuovo Aspromonte che portò la concezione di quel che fu il cittadino d’Italia, quando Egli gridò di fronte ai fratelli nemici: Viva l’Italia! Così cantò il coro delle Vittorie attorno alla grande sepoltura e chi oggi fu investito da grandi pensieri sentì possente un raggio d’amore e balzò ad impugnare una spada. Or noi che cosa abbiamo recato a Lui? Voi sì avete elevato questa colonna a Garibaldi e bene avete fatto ad erigerla in questa piazza, che ricorda la vostra antica virtù … . E benedetto questo mare che fu l’amico di Garibaldi: l’oceano dove Egli temprò la fanciullezza, dove ruggì i ruggiti di libertà anelando alla Patria. E benedetto il mare che cento anni ad oggi cullò e cantò con misteriose ninne-nanne il pargolo divino, come oggi culla il suo sonno di morte…….L’Italia mandò corone, ma non portò la corona che attendiamo, tolta dal serto di Roma: la corona del libero pensiero. Egli sognava una Roma non di preganti e benedicenti…. Noi sardi non portiamo corone! Non corone di fiori di gioia porta la triste Isola! Non portiamo nulla, o Padre, ma a Te molto chiediamo: conforta tu, Padre, le terre che guardano l’Isola tua…. son gli stazzi dove passavi e correvi incontro a Canzio: son essi i pastori e le case ospitali. Or noi siamo tristi, or la miseria e le coscrizioni spingono i figli alla busca del pane, lontano … Gloria a te nei secoli, all’ardente camicia! Povera ardente camicia! Ti chiamino sacco da circo, casacca! Ti ributti la storia che fa le convenienti nozze … ma il popolo che ti ama ti consegna alla leggenda, e la leggenda canta l’inno tuo sull’arpa d’oro dell’Italia. Tu sei sempre simbolo di fede e libertà: tu, o povera, ardente camicia passerai ricordando il suo nome.  Sebastiano Satta

18 luglio

Andrea Culiolo, il figlio del Maggior Leggero scrive al Giornale d’Italia. Vedi anche: “Le orfane d’un Eroe dimenticate dalla miseria”.

6 agosto

In un articolo della “La Nuova Sardegna” si conosce l’iniziativa imprenditoriale per costruire uno stabilimento balneare “urbano”. Il pezzo, non firmato, aveva come titolo “Dalla Maddalena – Appunti e rilievi di stagione”. L’articolista dice nel 1907 che sig. ing. Domenico Ugazzi l’avrebbe impiantato nel 1892, con tutti i successivi passaggi di proprietà e gli ampliamenti.

5 novembre

Inaugurato l’Ospedale Garibaldi; l’ambulatorio è costituito da terreni donati e da edifici concessi, manca d’ogni specie d’allestimento, ma costituisce ugualmente, per la popolazione dell’isola, una nuova speranza. Creato da Costanza Garibaldi, che intanto intrattiene una fitta corrispondenza con i generosi donatori di qualche obolo o di qualche benda, e con lo stesso tono, sempre per iscritto, s’intrattiene con la Regina d’Italia, con la Regina d’Inghilterra, alla quale fa valere l’ottima posizione di La Maddalena nel Mediterraneo e la folta presenza di inglesi in zona, e la più modesta, e meritoria, volontaria popolana. Quest’opera, nella quale Costanza è sostenuta dalle figlie, viene da lei teorizzata in un opuscolo intitolato. Vedi anche: Ospedale Giuseppe Garibaldi

16 novembre

Il R.D. 844 accorpa in un testo unico i provvedimenti speciali per la Sardegna.

23 dicembre

Chissà che cosa dovette pensare il “cavalier” Luigi Alibertini, sindaco anticlericale nella sua quintessenza, quando gli pervenne quella notizia che mai egli avrebbe voluto apprendere. Un convento di frati sarebbe dovuto sorgere nell’area a ridosso del Regio cantiere navale, laddove erano posti ai lavori forzati circa duecento galeotti, provenienti da ogni parte d’Italia, e ad un tiro di schioppo dall’eremo del “Fratello” Giuseppe Garibaldi. Il quale, a sua volta, tutto si sarebbe atteso, fuorché di riposare, dopo essere migrato nell’Oriente Eterno, accanto ad un istituto retto da coloro che, quando era in vita, aveva definito in modo sprezzante: “la setta degli impostori!”. Il primo cittadino, ex ufficiale di Marina e massone dichiarato della Loggia intitolata alla memoria dell’Eroe dei Due mondi trasalì ed ebbe un sussulto d’ira allorché si senti rivolgere, finanche, una richiesta di contributo economico dagli abitanti di Moneta per far sorgere un ente che solo al sentirne parlare faceva diventare il vecchio “gentleman” isolano ordinario e screanzato. “ Il re della religione” era il papa: ci avesse pensato lui a pagare tutte le spese. Non si trattava di una notizia ricevuta per vie traverse. Avevano “parlato” dell’erigendo convento del Passo della Moneta persino i quotidiani nazionali. Qualcuno, dall’ambiente della piazzaforte militare, ovverosia dal cuore pulsante della Piccola Parigi, raffinata, chic e mangiapreti, aveva deciso di opporsi alla necessità religiosa avvertita dagli abitati del quartiere operaio “in nuce” e dal padre vincenziano, in odor di santità, Giovanni Battista Manzella, durante la sua storica missione nell’arcipelago. Qualcuno, dall’isola che accoglieva personaggi d’ogni formazione politica e d’ogni cultura, aveva voluto scatenare il fior fiore dell’anticlericalismo nazionale, con una campagna di stampa “scientifica”. Il Secolo- Gazzetta di Milano, due giorni prima del Natale del 1907, pubblicò la notizia. L’estensore del “pezzo” ne citò, a suo modo, anche la fonte – “ci telegrafano da Sassari”- e l’ora in cui era stato informato – le 22 della sera, del giorno prima di quello d’uscita del quotidiano: “ …Giunge a La Maddalena la strabiliante notizia che i Monaci di San Vincenzo hanno deciso di fondare un convento all’estremità sud dell’isola, presso il ponte levatoio di Caprera, proprio di fronte alla casa e alla tomba dell’eroe. Tale atto interpreta come una sfida al culto di Garibaldi, come un effetto della politica tittoniana. Regna un fermento nella popolazione”. Il Secolo di Milano, di proprietà della casa editrice Sonzogno e diretto, in quegli anni da Carlo Romussi , fu la prima voce contraria all’edificazione di un luogo di culto cattolico presso il Regio Cantiere, aprendo una sfida all’autorità religiosa che proseguirà nei mesi successivi e che assumerà i contorni di una vera prova di forza da parte degli enti civili e militari. Qualche giorno dopo uscì anche La Nuova Sardegna, quotidiano di Sassari fondato dal gruppo dei repubblicani locali guidati da Filippo Garavetti. Nell’articolo, una corrispondenza da Tempio, fu posto l’accento sulla “profanazione” del sacrario di Caprera. “ Una lettera pervenuta all’associazione Giordano Bruno contiene una strabiliante notizia che ci sorprende e ci rattrista ad un tempo, profondamente- si leggeva- Esiste in La Maddalena un asilo condotto dalle suore di San Vincenzo le quali si occupano di educare i giovinetti… che han ben pensato di chiamare i fratelli dello stesso ordine per mettere su casa propria e fissarsi stabilmente in Maddalena. Anzi han già cominciato le trattative per l’acquisto di un’area fabbricabile e costruirvi un grande convento. Sapete dove? Non già come era logico nel centro abitato o nelle vicinanze di esso, ma in regione La Moneta, cioè nell’estremità sud dell’isola, proprio presso il ponte levatoio di Caprera e proprio di fronte alla casa e alla tomba del Generale. E’ un caso? O non vi é da pensare piuttosto che si sia agito ad arte e che si faccia sorgere l’imponenza dell’edificio claustrale come una sfida, come una minaccia a quella casa e a quella tomba? Dalle colonne di questo vecchio giornale della democrazia di Sardegna, noi gettiamo il grido di allarme e diciamo ai cittadini di Maddalena, ai cittadini d’Italia tutta, a quanti in questa età di rinunzie e di vergogne non hanno ancora il collo al giogo del servaggio e le coscienze prostituite al fango delle menzogne e della corruzione, diciamo che questo scandalo dell’audacia tittoniana deve essere ad ogni costo impedito. Noi giovani, che sentiamo altissimo il culto per il grande eroe della nostra gente e dovremmo domani ereditare il compito sacro di custodire la titanica sepoltura, dove verranno a tirar gli auspici le falangi dei ribelli, marcianti alla conquista dei nuovi destini, noi assistiamo vigilanti, muti e addolorati, in quest’ora grigia della vita italiana, al tramonto degli ideali, delle aspirazioni e dei pensieri di libertà e di indipendenza: dinnanzi alla vostra opera costruttrice, o governanti e schiavi, noi chiniamo la testa piangendo ai fati della patria. Ma Garibaldi é ancora nostro, é nostro, della generazione nuova, questo genio tutelare della stirpe italica, perché non ci sentiamo scossi da un fremito di ribellione e trafitti da una punta di dolore, quando si osa turbare l’eternità dei suoi sogni e di far minaccia alla sua memoria. Lasciate ch’ei dorma sotto il fragore del mare: ci sembra che il tocco delle vostre campane, o frati di San Vincenzo, e il canto delle voci salmodianti, portato sull’ali del vento, andrà a svegliarlo nelle notti della tempesta e la sua ombra si leverà di sotto il masso granitico ed andrà vagando come un leone ferito nella solitudine degli scogli ruggendo di dolore e di disdegno. E forse voi, o frati di San Vincenzo, udrete i ruggiti e le maledizioni dello spettro implacato. Sui lidi dell’Ellesponto si accoglievano la notte i fantasmi degli strateghi achei per placare l’ombra di Aiace e i marinai passavan lontano, paurosamente. Anche a Caprera correrebbero le legioni dei martiri; le ombre di tutti gli eroi, di tutti i ribelli, di tutti i liberi a placare il nume risvegliato dal dolore del tocco delle vostre campane, o frati di San Vincenzo” L’articolo fu firmato da un tale “Del Nero”. Ma l’ente religioso che sarebbe dovuto sorgere a Moneta non avrebbe dovuto assumere le peculiarità di un ritiro monastico e non vi avrebbero trovato accoglienza quei padri che, secondo la regola del loro ordine, erano votati alla carità e all’assistenza. I propugnatori dell’iniziativa, più semplicemente, avevano previsto di dare origine ad un luogo di culto e di preghiera a beneficio delle maestranze dell’arsenale militare e delle loro famiglie. L’autorevole quotidiano milanese aveva preso, come suole dirsi, una “topica” colossale. Si era trattato di una superficiale valutazione delle informazioni ricevute, da parte dei cronisti, oppure l’organo di stampa, che faceva riferimento ad una determinata area politico-culturale, aveva pubblicato una notizia falsa, soltanto per sollevare un polverone? Ci pensarono quelli de “La Tribuna”, un giornale concorrente al “Secolo”, a ristabilire la verità. La smentita partì direttamente dalla Maddalena: “ La notizia data da Sassari al Secolo di Milano, circa l’istituzione di un convento per opera di frati di San Vincenzo nei pressi del ponte di Caprera é priva di fondamento. Solo c’è di vero che fra breve sarà costituita una piccola chiesa per i fedeli della frazione Moneta e dove abitano tutti gli operai del Regio Cantiere con le loro famiglie. La frazione Moneta dista, appunto, pochi passi dal ponte di Caprera”. Anche Il Mattino di Napoli, altrettanto prestigioso foglio giornaliero- lo avevano fondato e lo dirigevano personaggi del calibro di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao – aveva parlato di chiesa e non di convento . Quindi… L’iter proseguì. Il cartello anticlericale e massone, che controllava il Comune e trovava sostegno nell’amministrazione militare, si preparava ad incassare un duro colpo. Intanto, il contrammiraglio Augusto Bianco, che comandava il presidio della Maddalena, apparentemente allarmato dall’annuncio, forse fingendo di cadere dalle nuvole, si affrettò ad inviare al Sindaco una nota piena di interrogativi. “ Nel numero 358 del giornale Il Mattino e nella Tribuna é stato pubblicato un telegramma da Sassari col quale si annuncia l’erezione di un convento di monaci di San Vincenzo, all’estremità di quest’ isola presso il ponte della Moneta- scrisse il comandante- Interesso la cortesia di Vostra Signoria per compiacersi farmi conoscere quanto vi sia di vero nella informazione suaccennata” Il “cavalier” Alibertini rispose quasi subito, affermando che anche lui aveva saputo dai giornali del pericolo imminente. Però, nessuna comunicazione ufficiale gli era pervenuta al riguardo e, per quanto il Sindaco in persona avesse voluto sincerarsi della veridicità della notizia, nessuna delle persone interpellate era stata in grado di fornirgli “ una precisa e formale assicurazione”. Alibertini riconosceva che stava diffondendosi “insistente la voce sull’erezione dell’accennato convento”, sebbene alcuni quotidiani avessero smentito la notizia stessa. “Sull’argomento mi sia lecito esprimere il mio convincimento ed il mio pensiero- scriveva il primo cittadino dell’arcipelago-, giacché per ragioni del mio ufficio mi sono dovuto occupare di una pratica che ha relazione con quella in esame. Nei primi mesi dell’anno testé decorso, da parte dell’autorità di P.S. mi veniva richiesto il nulla osta per far raccogliere spontanee offerte dei fedeli per sopperire in parte alle spese necessarie per edificare una chiesa in Regione Moneta. Io, naturalmente, niegai il richiestomi nulla osta per quanto dalla stessa autorità sia stata rinnovata preghiera di rilasciare l’assenso.” Il più fervente propugnatore della fondazione della chiesa, era un tale “signor Tobino”, direttore del Regio Cantiere, il quale, insieme ai suoi subordinati Ciocca Secondo e Martinetti, “concretò l’affare” – come affermava ironicamente Alibertini- in occasione della visita alla Maddalena da parte del Vescovo di Sassari. Per costruire il convento ( o la chiesa ?) fu acquistato “un tratto di terreno dal signor Cesare Bargone nella regione della Moneta, nei pressi dell’edificio Muntoni e quasi di fronte alla tomba di Caprera…” “Ora non v’ha chi non veda come la fondazione della chiesa possa dirsi un fatto compiuto pur essendosi frapposto ostacolo da parte di questo ufficio il quale, non per opprimere la manifestazione del pensiero altrui, ma per la indiscutibile inutilità di una chiesa nella Regione Moneta, essendovene una ampia e in Maddalena, ebbe ad esprimere parere contrario- continuava Alibertini- Certo, la fondazione di questa chiesa non é altro che il richiamo di un convento che, se non oggi, domani si farà sorgere in quelle vicinanze poiché, é inutile nasconderlo, la nuova chiesa chiamerà un parroco ed un aiutante e piano piano si accrescerà l’edifizio e si sentirà il bisogno di aumentare il numero dei preti e anche dei frati se si pensa che a Maddalena esiste già la casa di San Vincenzo, diretta dalle suore. In conseguenza di tutto ciò, se per il momento l’azione del vescovo di Sassari e di quelli che l’hanno coadiuvato in Maddalena si è soffermata alla fondazione di una chiesa, é certo che fra non molto si fonderà anche il convento. Ritenendo, pertanto, summa iniuria che in una piazzaforte e nella terra ove splende il faro di Giuseppe Garibaldi ed ove si idearono e si maturarono le sorti dell’unità italiana, sorga un convento, io fin d’ora, mi opporrò con tutte le forze, convinto che la mia opera sarà coadiuvata dalla autorità militari” . (A proposito del fatto che ” … Il primo cittadino, ex ufficiale di Marina e massone dichiarato della Loggia intitolata alla memoria dell’Eroe dei Due mondi … ” ci sembra interessante trascrivere di seguito la nota al testo di Salvatore Abate. “Il librone matricola del Grande Oriente d’Italia racconta di qualcosa come centotrenta Figli della Vedova (a La Maddalena) fra il 1903 e il 1923, ma è certissimo che il piedilista effettivo, nel corso di quei due decenni e dell’altro precedente (1893-1902), sia stato assai più rigoglioso di quanto i sacri documenti non attestino… Centotrenta e passa Artieri danno idea del dinamismo missionario dell’ensemble che svolge il suo proselitismo attraverso la coeva società XX Settembre, inizialmente presieduta dal Fratello Giuseppe Volpe, portatore sempre e ovunque degli ideali laici e anticlericali. E con lui vanno ricordati anche i nomi di Luigi Alibertini e di Giovanni Maria Bajardo… “ (G.MURTAS, Diario di Loggia. La Massoneria in Sardegna dalla caduta del fascismo alla nascita dell’Autonomia. Cagliari, 2001, p. 159 ). L. Alibertini , “ ufficiale in ritiro”, nel 1882, figurava nell’elenco dei 115 soci fondatori della Società di Mutuo Soccorso “ XX Settembre”, da noi consultato.) (Tore Abate)