Correva l’anno 1912

Arriva la luce elettrica (che la Marina ha già) e sarà una conquista che La Maddalena non si dimenticherà.

16-18 gennaio

Due mercantili francesi diretti a Tunisi, il Chartage e il Manouba, vengono fermati da una nave da guerra italiana e condotti a Cagliari. L’arresto di 29 militari turchi presenti a bordo farà scoppiare un incidente diplomatico con la Francia.

21 gennaio

Debutta, con grande successo alla scala di Milano nell’opera Isabeau di Mascagni, il tenore tempiese Carlo Demuro.

Febbraio

Epidemia di vaiolo a Bosa.

2 giugno

Ricciotti Garibaldi, con tutta la sua famiglia organizzarono con la Società Superstiti Garibaldini di Roma, in ricordo della Mamma Anita, una solenne manifestazione, di posare a Caprera presso la tomba dell’Eroe, un busto di bronzo della fonderia di Adolfo Laurenti di Roma, in perenne ricordo della compagna di tante battaglie in Sud America e durante la Repubblica Romana del 1849 da parte dei figli, informando le Autorità militari e civili del programma.Di questo fatto vennero informate immediatamente sia Francesca che Clelia, che stravolte da questo avvenimento si misero immediatamente in apprensione pensando che questo episodio le avrebbe messe in secondo piano e che bisognava trovare il modo che non si parlasse solamente delle imprese di Garibaldi e del suo mito m anche e di loro; le attuali custodi delle ceneri dell’Eroe. Donna Francesca e Clelia si opposero subito al fatto di mettere il busto di Anita nel luogo delle tombe nella pineta sottostante la casa, adducendo in modo incomprensibile, di non voler il busto vicino alla tomba di Garibaldi e che loro erano le legittime custodi del compendio garibaldino e solamente loro potevano decidere quello che si doveva o non si doveva fare a Caprera ed avrebbero accettato con riserva che venisse messo nel museo, ma alla fine nemmeno questo fu fatto. Tutto questo fu possibile alle due donne perché approfittavano della cortesia dei militari che dovevano controllare e dare i permessi, per visitare il museo e le tombe. Troppo tardi lo Stato italiano comprese che questo loro comportamento aveva degenerato e ridicolizzato la casa di Garibaldi e tutta la sua storia, arrivando a mettere in piazza le cose più spregevoli e degenerando in denunce con l’intromissione di legali per porre fine la questione tra i figli legittimi o meno. Sicuramente ciò non fece giustizia all’immagine pubblica di Garibaldi. Sia il Governo italiano e quanti si manifestavano amici ed alleati di Francesca e di Clelia, contribuirono a far in modo che il busto non arrivasse a destinazione. La Società che aveva fatto la richiesta fu informata che esistevano dei problemi per quanto riguardava il trasferimento di detto busto a Caprera e che si doveva aspettare le autorizzazioni dal Ministero. In realtà alla Maddalena e a Roma si era creata una situazione insostenibile a seguito del rifiuto da parte delle due donne e bisognava trovare la formula più idonea per trovare eventuali pretesti legali perché il busto non arrivasse in Sardegna, e quindi alla Maddalena. Ricciotti Garibaldi l’anno successivo il 5 luglio del 1913 inviò il busto a casa dell’amico Battista Tanca informandolo che il 21 dello stesso mese sarebbe arrivato con una commissione di garibaldini, incaricati di deporre il busto accanto alla tomba dell’Eroe. Per qualche giorno il busto venne esposto nel negozio di un certo Bargone Andrea ma la cerimonia fu fatta solamente 21 anni dopo nel 1934 e la scultura rimase conservata in casa del Tanca e venne deposta in Pizza Umberto I con una solenne cerimonia nel mese di settembre dalla moglie di Ricciotti, Donna Costanza. Questi fatti ormai avevano superato il livello di pazienza del Ricciotti che non poteva accettare questo ennesimo atto di villania dopo aver subito per anni il loro atteggiamento, il quale prese carta e penna e scrisse a coloro che dovevano tutelare le ragioni di tutti, non dovevano essere solamente loro a dirigere le opere di controllo e mantenimento della Casa di Garibaldi a Caprera. Durante tutto il tempo in cui la R. Marina ha dovuto occuparsi della proprietà del Generale G. Garibaldi, sono risultati gravi e persistenti i dissensi fra i membri della famiglia Garibaldi specie fra Donna Francesca con i suoi figli contro il Generale Ricciotti Garibaldi, dissensi che non fu possibile attenuare nonostante l’opera pacificatrice della Marina. Al Ricciotti era stato impedito in seguito di recarsi nella casa paterna senza che venisse autorizzato dalle autorità locali dopo i fatti che avevano portato al danneggiamento delle tombe nel spostare il sarcofago di Manlio, desiderava che il padre fosse posto più in alto dei restanti membri della famiglia. Le due donne andavano a raccontare che voleva trafugare la salma per portarla a Roma, mettendolo in cattiva luce e facendolo passare per folle.

20 giugno

Il parroco Antonio Vico benedì nella chiesa di Santa Maria Maddalena la statua di San Silverio. A donarla era stato il pescatore-marittimo ponzese Giovanni Onorato. Fu posta a sinistra dell’ingresso principale e sostituì alla venerazione dei fedeli ponzesi un quadro dello stesso santo. Esteticamente discreta, di cartapesta, la statua fu oggetto di culto, dispensatrice di grazie e il 20 giugno di ogni anno veniva portata in processione, questo fino a quando ci fu un gruppo attivo che l’organizzava. Dopo la Seconda Guerra Mondiale fu riposta in un deposito della chiesa dove è stata ritrovata qualche anno fa e fatta restaurare. Da allora il parroco don Domenico Degortes si rivolge, fino ad ora senza risultato, agli oltre trecento maddalenini di origine ponzese che abitano nell’Arcipelago (discendenti di quei pescatori che tra Settecento, Ottocento e primi decenni del Novecento si trasferirono da Ponza) perché ne ripristino culto e processione. Una volta non c’era ponzese, a La Maddalena come nel resto del mondo, che non festeggiasse la ricorrenza di San Silverio papa, patrono di Ponza (dove subì il martirio e dov’è sepolto), anche perché prima nelle stesse famiglie c’era sempre qualche membro che portava questo nome. Chi poteva, poi, proprio per la festa tornava a Ponza per una ‘rimpatriata’ devozionale, occasione anche per salutare parenti ed amici lasciati lì. San Silverio dal 2007 si festeggia invece di nuovo invece a Stintino, dove esiste una comunità di discendenti ponzesi. C’è lì il vessillo del Santo che di anno in anno passa nelle mani di uno stintinese di origini ponzesi, così come vuole la tradizione. Nel 2012 Nicolina Barabino ha ceduto la bandiera a Salvatore Pilo, di origini ponzesi da parte di madre. Il vessillo era stato custodito per molti decenni (nei quali si era persa la tradizione) da Lucia Pagano che l’aveva consegnata a Nicola Balzano. Cognomi questi ricorrenti anche La Maddalena.

20 luglio

Torres e Ilva, le vecchie signore del calcio sardo, storie, colori e ambizioni differenti, per due società che hanno fatto la storia del calcio isolano. Ognuna a modo suo. Due coetanee, entrambe fondate nel 1903, che si conoscono praticamente da sempre. Almeno dal 1912. I rossoblu sassaresi, nati come Sef (Società di educazione fisica) Torres, tirano calci al pallone già nell’anno della loro nascita, anche se la sezione più importanti è quella di ginnastica. I maddalenini, pure loro dediti soprattutto alla ginnastica, invece si tuffano nel calcio proprio nel 1912. Il 20 luglio la comitiva torresina parte alla volta della Maddalena per un raduno sportivo che è soprattutto la scusa per una bella gita estiva: in palio c’è la coppa Città di Maddalena. Al quadrangolare prendono parte Ilva, Arsenale militare, Marina e Torres. Il primo incontro mette di fronte Torres e Ilva: i rossoblu hanno vita facile e vincono 7-0. Poi il 22 luglio in finale la Torres batterà la Marina per 3-1. (la formazione dei marinai aveva a sua volta sconfitto Cantiere per 1-0). Così in campo la Torres: Falchi, Casu, Chessa, Giua, Bandelloni, Anfossi, Giua, Berlinguer, Benvenuti, Comida, Nigra.

13 settembre

Il Colonnello Aveta cav. Achille, dismette al Demanio, rappresentato dal Sig. De Cherchi dott. Marco, il fabbricato “ex Ufficio Postale”, ora in uso alla Regia Marina e adibito ad alloggio”. (Ci si riferisce al vecchio immobile situato all’ingresso dell’attuale via Dandolo) Quando l’Ufficio di Poste e Telegrafi nel 1905, una volta eseguiti alcuni lavori di adattamento, fu trasferito al piano terreno del nuovissimo Palazzo comunale, affittato per modica somma di £ 1’500 annue, il fabbricato in questione fu ristrutturato e nuovamente adibito ad alloggio per il personale della Regia Marina che lo tenne in uso, appunto, fino al 13 settembre. Una volta perfezionato l’accordo con gli Enti interessati e firmata la convenzione, venne quindi definitivamente consegnato al Municipio perché lo demolisse, con lo scopo non solo di allargare e regolarizzare il tracciato di Via Enrico Dandolo, ma anche per permettere la costruzione della grande aiuola d’angolo della palazzina del Comando della Difesa Marittima, ancora oggi esistente, compresa la rettifica della posizione del muro che separava la proprietà municipale da quella militare e che comportò anche il passaggio delle rispettive aree di pertinenza dall’una all’altra Amministrazione.

16 ottobre

Attentato in Corsica, sparano al vice console d’Inghilterra a Bonifacio.

10 novembre

Cominciano a Terranova i lavori per la costruzione del nuovo porto.